Solimano
La scuola non era proprio vicina a casa, ci voleva più di mezz’ora per andarci a piedi. Al mattino non ci si guarda attorno, anche perché si ha il risveglio lento, da ragazzi, e si parte all’ultimo momento . Quindi camminavo con passo svelto, reggendo con la mano destra la cartellona -non si usavano zaini- spesso appesantita da dizionari, ed ero solo.
Diverso il ritorno. Avevo compagnia per metà strada, poi, salutati gli amici, potevo scegliere se continuare per la strada o passare attraverso il giardino pubblico, che a Parma si chiama Parco Ducale.
Di primavera sceglievo il giardino, merito del viale dei tigli e di quello degli ippocastani, percorrere l’uno o l’altro voleva dire scegliere fra il naso e gli occhi. La festa dei fiori degli ippocastani -aesculus hippocastanum- era clamorosa, altroché i meli di Proust: infiorescenze a cono alte fino a venti centimetri ricoprivano fitte fitte l’intera pianta da dove il tronco si diramava su fino in cima, molto alta di suo. Una grandiosa e abbondantissima nevicata fuori stagione, che si poteva affrontare senza paltò, smesso da poco.
La festa non durava molto, e quando finiva -una, due settimane al massimo- veniva il turno dei tigli -tilia europaea. Le “dimesse frondi” del Foscolo esistono, lo confermo: la chioma dei tigli tende ad aprirsi più che a salire, difatti sotto i tigli d’estate non è penombra, è proprio ombra fresca quasi senza fessure di sole. Quindi i piccoli fiori dei tigli non erano lontani da terra, il loro profumo si sentiva per tutto il viale, senza alti e bassi. Un profumo diffuso, tranquillizzante, soprattutto. Forse lo sentivo tanto perché era abbinato alla quiete -pochi passavano per il viale ed io ero solo. Avevo bisogno di silenzio e di starmene per conto mio, dopo la mattina in cui non avevo smesso di sentire voci, professori, bidelli o studenti che fossero.
I tigli erano compagni discreti, il profumo mi accompagnava per quei cinque minuti -non mi ci abituavo, continuavo a sentirlo- e mi piaceva anche vedere i polloni che spuntavano in basso, vicini alle radici, e che sarebbero cresciuti rapidamente, come fanno tutti i tigli di questo mondo.
Dopo aver mangiato, a casa, mi tornava la voglia che i compagni venissero a trovarmi, a giocare o a studiare poco importa, avvertivo il peso della solitudine pomeridiana. Ma sotto i tigli non era stato così.
Oggi c’è un tiglio, uno solo, di fronte a casa mia; mi piace, nella stagione giusta, chiamare fuori il mio vicino, così ci mettiamo a parlare sotto il tiglio, che è suo -ammesso che un tiglio possa essere di qualcuno. E’ una conversazione profumata, qualche ape si aggira, ci fa del buon miele con quei fiori.
martedì 7 luglio 2015
Il viale dei tigli
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mercoledì 16 marzo 2011
Ciao Primo
Non credere che io abbia dimenticato,
che oggi sia lontana da te.
Ricordo ogni parola, ogni istante,
e ognuno dei miei ricordi
rende più dolorosa la tua assenza.
Dove sei, amico mio?
Di quante cose vorrei parlarti...
sentire il tuo parere,
confrontare le idee.
Mi manca la tua lucida ironia, l'intelligenza,
l'inesauribile tesoro del tuo mondo interiore.
Mi mancano tante cose di te.
Un anno dopo, ancora...
Mi manchi tu.
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lunedì 7 giugno 2010
Il poeta ed il pittore
Ho vissuto a Parma per 26 anni, con dieci anni di intervallo fra la prima e la seconda metà: due tranches di tredici anni, quindi. Quando lo dico, spesso la reazione è: “Ah, Parma!” E' una reazione gradevole, ma sospetta, perché l'ammirazione nasce da motivi un po' ambigui: la gastronomia, ma il formaggio è più reggiano che parmigiano, però nessuno dice: “Ah, Reggio Emilia!”, Stendhal, ma la Parma della Chartreuse è in gran parte inventata, Correggio, che non fosse di Parma lo dice la parola stessa, la duchessa Maria Luigia, piccola donna che non amava Verdi, il quale, a sua volta non amava Parma, Antelami, che era della Val d'Intelvi, Alberto Bevilacqua, che dopo due bei libri come Una città in amore e La califfa (in parte) è diventato un autore di largo consumo adatto ai talk show.
C'è Bernardo Bertolucci, che merita ammirazione ed insofferenza; c'è suo fratello Giuseppe, piccolo maestro con almeno due film notevoli: Berlinguer ti voglio bene ed Amori in corso.
Insomma, i parmigiani ci sanno fare come marketing, aiutati, ed è una bella cosa, da grandi imprenditori che hanno il gusto del mecenatismo intelligente.
Si parla meno di due grandi artisti del '900, legatissimi a Parma: il poeta Attilio Bertolucci (il padre dei due registi) ed il pittore Carlo Mattioli.
Il poeta ha scritto libri che fra l'altro hanno dei titoli bellissimi, che già esprimono la sua poetica: Fuochi in novembre, La capanna indiana, Viaggio d'inverno, La camera da letto, Al fuoco calmo dei giorni. Il pittore riesce ad essere modernissimo continuando ad amare Correggio, Parmigianino e pure Stendhal.
Tutti e due, il poeta ed il pittore, hanno degli aspetti in comune: lo sperimentalismo non esibito ma autentico fino alla tarda età, l'ammirazione da parte dei grandi critici in Italia e fuori, l'assenza di una fama diffusa che altri artisti molto inferiori hanno, e credo che ciò sia dovuto all'atteggiamento schivo, non gridato, che entrambi hanno mantenuto per tutta la vita.
Ecco una poesia di Attilio Bertolucci (da Viaggio d'inverno) e l'immagine di una opera di Carlo Mattioli:
le reni rotte l'occhio sveglio appoggiato
al tuo fianco di donna che cammina
come fa l'amore,
sono gli ultimi giorni dell'inverno
a bagnarci le mani e i camini
fumano più del necessario in una
stagione così tiepida,
ma lascia che vadano in malora
economia e sobrietà,
si consumino le scorte
della città e della nazione
se il cielo offuscandosi, e poi
schiarendo per un sole più forte,
ci saremo trovati
là dove vita e morte hanno una sosta,
sfavilla il mezzogiorno, lamiera
che è azzurra ormai
senza residui e sopra
calmi uccelli camminano non volano.
P.S. Scritto da Solimano per Stile libero il 15 ottobre 2003
(Habanera)
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sabato 15 maggio 2010
Me ne sono accorto
Solimano
Decido di andare al supermercato. E' giorno di spesuccia, quindi vado a piedi. In tasca, la listarella dei nove acquisti, che poi diverranno undici, seguendo lo sfizio. C'è chi abbandona le liste nei carrelli, una volta ultimata la spesa, prima o poi ne farò una collezione: il tipo di foglio, le calligrafie, le sottolineature, l'ordine degli acquisti, le sgrammaticature, i Rovagnati ed i Salti in Padella, il gusto degli yogurt, Lines e Pampers, cibi per cani, gatti e criceti, balsamo e shampoo, zampironi ed air fresh, Amadori e Rana (i due furbacchioni), etc.
Appena uscito dal cancelletto sommerso dal glicine, prendo a destra, cinquanta metri di strada, quella di una macchina ogni cinque minuti, poi ancora a destra, altra strada, trafficatissima, una macchina ogni trenta secondi. A metà strada, c'è un campo.
Lo so da vent'anni, forse è il motivo inconscio che mi ha fatto comprar casa qui. Proprio un campo di più di un ettaro, non cintato - è importante, che non lo sia. Fanno la rotazione delle culture, un anno grano, un anno granturco, un anno altra roba (che sia avena? e chi lo sa...), un anno a maggese.
Questo è l'anno dell'altra roba, ed oggi me ne sono accorto, che tutto l'ettaro aveva un colore incredibilmente bello, roba da satori immediato.
Non lo si può definire, quel colore: giallo dorato è da snobberìa, giallo paglierino è da analisi clinica, giallo solare, ecco, forse giallo solare, ma un sole non arrogante, un sole potente, però ti carezza e non se la tira, un sole morbidone.
Me ne sono accorto, questo è il punto, il campo sono dieci giorni almeno che è così, e zàc, me ne sono accorto oggi.
Due mesi fa, mi sono accorto del fico enorme che ho di fronte agli occhi quando mi siedo in terrazza: è più alto della casa a due piani che gli sta a lato, senza avvertirmi ha continuato a crescere per vent'anni, e c'era sicuramente quando sono arrivato a Monza.
Della mimosa, mi sono accorto tre anni fa, dell'ailanto, un cespuglione alto venti metri, due anni fa. Non è che uno con questi accorgimenti ci gode perchè poi potrà scriverci un post.
Anche, ma cambiano la vita.
Avete mai visto un ailanto? Eppure l'avete davanti agli occhi, solo che non ve ne siete mai accorti. Un giorno lo vedrete: Ah!
(7 luglio 2004)
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lunedì 29 marzo 2010
Mandala ed Outlook
Solimano
Oggi ho dato una parziale organizzazione a tutte le e-mail del mio Outlook. Molto parziale, perché sono circa 5000 le e-mail presenti, e ci vorrà qualche ora per vedere terra, anche se otto su dieci finiranno nella posta eliminata, e questo semplifica il lavoro.
Si tratta infatti delle e-mail utilitarie: una volta che hanno adempiuto il compito, è inutile conservarle.
Ma ci sono le e-mail che sono al tempo stesso di contenuto e di relazione, e queste invece intendo conservarle, organizzandole in cartelle personali.
Provo una sensazione strana: in rete è molto agevole stabilire dei rapporti, ed al tempo stesso è facile che questi rapporti finiscano.
Senza che nessuno abbia deciso che quel rapporto finisca, no, solo perché le priorità cambiano continuamente e la rete distrae più della vita reale.
Ma c'è un'altra sensazione, meno gradevole: lo spreco.
Per la mancanza di un atteggiamento attentamente selettivo, si presume di parlare a tanti, finendo non solo a parlare a pochi, ma a fermarsi troppo in superficie anche con le persone con cui c'è uno scambio di e-mail frequente.
Credo che sia importante autolimitarsi, non pretendere di arrivare dovunque, magari per compensare le frustrazioni della vita reale.
Ma non sempre è così: ci sono anche situazioni, per fortuna, in cui ci si dedica a vicenda del tempo e dell'attenzione. Allora, si stabilisce una sinergia fra vita reale e vita virtuale, soprattutto se si raccontano le proprie esperienze.
I concetti, le idee, hanno tanti libri a disposizione per mostrarsi, le esperienze no: la freschezza del vissuto irrompe allora in mezzo alle tante e-mail di comodo, e si può metterla in relazione con la propria quotidianità che ha bisogno anche di essere smentita, messa in crisi da chi non ne fa parte nella vita reale. Perché tutti tendiamo a strutturarci senza sorprese, mentre di essere sorpresi abbiamo necessità. L'adattamento ad una situazione inaspettata ci consente di essere in parte nuovi a noi stessi.
Questa situazione di impermanenza mi ricorda i mandala di sabbia, composti da migliaia e migliaia di granelli di vari colori in forme di simmetria complicata e perfetta, ma senza ricamarci sopra col bigottume da cui persino certi buddisti vengono attratti.
Due modalità in particolare sono notevoli.
La prima, quando il mandala appena finito, nel momento in cui è perfetto, viene distrutto in pochi minuti, ed i granelli, a quel punto mischiati fra loro, vengono distribuiti ai presenti.
La seconda, quella dei mandala pian piano costruiti in riva al mare.
C'è quel certo giorno in cui ad una ora precisa il mandala è finito, e dopo pochi minuti arriva l'alta marea, che fa scomparire il mandala con la sua prima piccola onda. E che si fa, dopo?
Sorridendo, si fa un altro mandala.
(2 ottobre 2003)
P.S. E' un vecchio post di Solimano pubblicato anni fa su Stile libero.
A me piace questo modo di essere, paziente e volitivo: non arrendersi mai.
Saper ricominciare, sorridendo, a costruire cose nuove con lo stesso entusiasmo e la stessa gioia di vivere.
(Habanera)
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giovedì 18 marzo 2010
Solimano
Lo faccio adesso, poche ore dopo aver saputo che non ci sei più.
Lo faccio adesso perchè quando si squarcerà il velo di testarda incredulità con cui sto cercando di proteggermi non potrei più farlo, non riuscirei a salutarti, a digitare neppure una parola.
Non potrò più fare niente in questo blog sapendo che non ci sarai tu a leggere. In questo Nonblog di Habanera che ha il mio nome ma soprattutto la tua anima.
Non è una scusa da pelandrona, come scherzosamente mi accusavi di essere, è che proprio non ce la faccio... mi capisci vero?
Ciao, Primo!
Antonella
P.S. Vedi come sto attenta ai tuoi consigli, anche adesso?
Ho sostituito l'immagine con una uguale, ma di qualità migliore, ed ho aggiunto la didascalia. Va bene così, brontolone?
Avevo detto che non avrei più scritto una parola su questo blog ma si vede che ho voglia di continuare a chiacchierare con te.
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lunedì 14 settembre 2009
Pioggia d'oro (3)
di Solimano
Col mito di Danae ero rimasto a Klimt. E dopo? Dopo c'è il cinema.
Propongo tredici variazioni sul tema, seguendo l'ordine cronologico dei film. In alcune il mito di Danae è lontanissimo, in altre assai vicino. Compaiono gli uomini e generalmente l'oro è sostituito dalle banconote (ma non sempre). I contesti sono diversi, ma un fil rouge esiste, anche se spesso sottile.
Nel film I vitelloni (1953), Alberto (Alberto Sordi) è un buono a nulla che vive ancora con la mamma e la sorella Olga (Claude Farell), un'impiegata, che qui gli sta passando del denaro. Alberto fa il sostenuto, ma Olga sa se ne ha bisogno appena apre bocca. Olga ha un amante che è un uomo sposato e sarà Alberto a farle la morale quando lei se ne andrà. "Ma ci pensi alla mamma?", le dirà, proprio lui che non ha mai portato un soldo in casa.
Cabiria (Giulietta Masina) è una prostituta che ha il sogno di trovare l'uomo della sua vita. Crede di averlo trovato in Oscar (François Périer) che le propone il matrimonio. Cabiria vende tutto quello che ha, compresa la casa; ed ostenta felice il grande mazzo di banconote. Oscar le sta seduto di fronte. Sono in un ristorante di Castel Gandolfo, la felicità è a portata di mano, solo che poco dopo, facendo una passeggiata nella pineta che costeggia il lago, Cabiria scopre le vere intenzioni di Oscar: buttarla nel lago e portarle via il denaro.
Elsa (Mylène Demongeot) è l'amante in carica del ricco playboy Raymond (David Niven). Stasera è felice: ha vinto al casinò e fra quelli che la festeggiano c'è anche Cecile (Jean Seberg) la figlia di Raymond. Ma Elsa non sa quello che l'aspetta: è arrivata la stilista Anne Larson (Deborah Kerr) che era la migliore amica della moglie di Raymond e che vuole sposarsi con lui. Elsa è nata con la camicia: quella sera stessa conosce il buffo miliardario Pablo (Walter Chiari) e riesce rapidamente a vedere le cose in una prospettiva del tutto nuova.
Nel villaggio di pescatori di Porto Manacore, Marietta (Gina Lollobrigida) è la ragazza più bella, contesa da tre uomini: Don Cesare (Pierre Brasseur), Enrico Tosso (Marcello Mastroianni), e Matteo Brigante (Yves Montand). Solo che è di famiglia povera, e in tal caso la trincea migliore è quella che si fa Marietta: dei sacchi pieni, con sopra delle banconote. Chi gliele avrà date? Il più ricco o quello che piace veramente a lei?
Dopo la chiusura delle case di tolleranza, in conseguenza della legge Merlin, quattro prostitute decidono di associarsi per aprire una trattoria: Adua (Simone Signoret), Lolita (Sandra Milo), Marilina (Emmanuelle Riva) e Caterina (Gina Rovere). Hanno messo insieme i loro risparmi e stanno attendendo Ercoli (Claudio Gora) un procacciatore di affari ambiguo, che hanno conosciuto nelle case. Ercoli le strozzerà con le rate di un prestito e le donne torneranno a fare le prostitute, ma per strada.
Dino (Horst Bucholz) ha portato la sua amante Cecilia (Catherine Spaak) nella ricca casa della madre (Bette Davis). Dino sa che Cecilia ha altri amanti e che con uno di questi, Luciani (Luigi Giuliani) vorrebbe fare un viaggio a Capri. Dino ha le chiavi della cassaforte della madre e ricopre Cecilia nuda con banconote di grosso taglio. Cecilia si diverte, è affascinata da questo gioco, che Dino conclude lanciando delle bancanote in modo che ricadano su Cecilia dall'alto, come se piovesse. Poi Dino propone a Cecilia di tenersi lei tutto il denaro, ma Cecilia lo sorprende chiedendogli la cifra esatta che costa il viaggio e il soggiorno a Capri, cioè molto meno. Cecilia ha trovato un modo per rispondere a quello che voleva veramente Dino: tenersela tutta per sé.
L'episodio c'è anche nel romanzo di Moravia e la somiglianza con certe rappresentazioni erotiche del mito di Danae nel Seicento e nel Settecento è evidente.
Giasone (Todd Armstrong) con l'aiuto di Medea (Nancy Kovack), è riuscito ad impadronirsi del Vello d'oro. Medea, innamorata di Giasone, ha tradito il padre Eeta (Jack Gwillim), che possedeva il Vello. Durante una battaglia con gli uomini di Eeta, Medea viene colpita alla schiena da una freccia. Giasone e Argo (Laurence Naismith) hanno l'idea di ricoprirla col Vello e in poco tempo le proprietà terapeutiche del Vello fanno sì che Medea si riprenda, perfettamente sanata. Un'idea intelligente, vicina a certe rappresentazioni del mito di Danae non palesemente erotiche.
Nestor Patou (Jack Lemmon) era un poliziotto. Ora è diventato il protettore di Irma la Douce (Shirley Mac Laine) di cui è innamorato e che è innamorata di lui. Proprio per questo motivo Irma lavora il più possibile perché pensa che così Nestor sia più contento di lei. E Nestor è effettivamente contento, Irma gli ha appena dato tante banconote guadagnate in quel giorno. Ma pochi giorni dopo Nestor vorrebbe che Irma fosse tutta per lui, una deleteria confusione fra amore e lavoro. Come fare?
Marie (Anne Wiazemsky) è la figlia di un maestro di paese che ha fatto i soldi amministrando le tenute di un aristocratico, il cui figlio era innamorato di Marie. Ma sono intervenuti dei contrasti col padre di Marie sulle modalità amministrative e sul denaro. Questo ha allontanato i due giovani e Marie si è messa con un poco di buono che la trascura. Una sera, disperata, si rifugia nella casa di un uomo che crede amico. Questi le offre dei soldi che Marie prima prende poi rifiuta. Questa rappresentazione, ancor più del mito di Danae, richiama un mito biblico, quello della Casta Susanna. Penso che Bresson lo sapesse benissimo e l'abbia fatto volutamente. Per questo, metto in chiusura di post una immagine del piccolo quadro della Casta Susanna che Rembrandt eseguì nel 1636. Esprime lo stesso atteggiamento di pudore offeso che si nota in questo fermo-immagine del film di Bresson.
Maria (Sophia Loren) ha sposato Pasquale (Vittorio Gassman) che non è ricco ed ha dei problemi con i vari lavori che cerca di fare. Però, da sempre, di Maria è innamorato Alfredo Mariano (Mario Adorf) che fa in modo che a casa di Maria arrivino dei doni. Pasquale crede che la casa sia abitata da un benefico fantasma, mentre Maria crede che Pasquale abbia capito tutto e che abbia inventato il fantasma per non far sapere come stanno le cose. Finisce con un finto uxoricidio, tutti credono cha Maria sia morta, compreso Alfredo, che offre soldi a quella che crede sia una apparizione. Invece è Maria in carne ed ossa, che con quei soldi crea una pioggia inaspettata su Pasquale che si sveglia attonito. Prima, il passaggio di denaro secondo il mito (da Alfredo a Maria), poi la spiritosa declinazione al maschile (da Maria a Pasquale).
I tanti soldi che ha davanti Peppino (Alberto Sordi) vengono dalla miliardaria (Bette Davis) che sta facendo il suo annuale viaggio in Italia durante il quale, in coppia con George (Joseph Cotten) gioca a scopone contro Peppino e sua moglie Antonia (Silvana Mangano). Stavolta sembra che finalmente i soldi della miliardaria trasmigrino, ma non finirà così, perché mentre Antonia gioca molto bene, Peppino è un giocatore fragile e incerto. Declinazione al maschile anche qui.
Dock McCoy (Steve McQueen) è un delinquente appena uscito dalla galera. Fuori lo attende la moglie Carol (Ali McGraw), che è riuscita ad ottenere che Doc uscisse prima accettando di andare a letto col potente Jack Beynon (Ben Johnson) - ma questo Doc non lo sa. Doc e Carol hanno appena fatto una rapina in banca e si mettono a letto ricoprendosi di banconote.
Adèle Hugo (Isabelle Adjani) è ossessionata dall'amore per l'ufficiale inglese Albert Pinson (Bruce Robinson). Sta offrendogli dei soldi che Pinson rifiuterà davanti a tutti.
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lunedì 24 agosto 2009
Pioggia d'oro (2)
164 x 194 cm Madrid, Prado
di Solimano
Cosa ci fa una Annunciazione del Beato Angelico in cima ad un post che tratta un mito erotico come quello di Danae? Basta guardare l'immagine senza prevenzioni - cosa non facile - per accorgersi delle somiglianze fra i Miti (maiuscoli, perché i Miti sono i fondamenti della civiltà umana). E' probabile che il Beato Angelico non conoscesse il mito di Danae e questo rende tutto più intrigante, perché la scelta di Annunciazioni così è molto vasta: Carlo Crivelli e Filippo Lippi, ad esempio.
Quindi la storia che ho raccontato nel primo post ha una coerenza sospetta: un mito pagano cancellato con l'avvento del Cristianesimo e che risorge col Rinascimento, assumendo un prevalente aspetto erotico, per la gioia raffinata o lubrica di mecenati e pittori. E' proprio così?
Nel benemerito sito Iconos ho trovato due immagini significative. Purtroppo sono piccole, ma ci si rende conto delle sottese ambiguità.Negli anni 1475-80, un certo Maître François miniava un manoscritto del De Civitate Dei di sant’Agostino; l'immagine che inserisco a sinistra rappresenta Giove come un re che da una parte lascia cadere delle monete in grembo a Danae, dall'altra abbraccia un ragazzo, cioè Ganimede. Con una scritta sopra, come se fosse un fumetto: “Jupiter fuit sodomita”. Una chiara propaganda contro gli dei falsi e bugiardi del paganesimo. Questo non se l'è inventato il miniatore, che fa solo riferimento a ciò che Sant'Agostino aveva scritto nel De Civitate Dei, accostando Danae e Ganimede per oltraggiare i miti pagani.
Ma attorno al 1490 il monaco Franciscus de Retza scriveva il Defensorium Inviolatae Virginitatis Marie, pubblicato a Basilea. C'è una frase significativa: “Si Danae auri pluvia pregnans a Jove claret, cur Spiritu Sancto gravida Virgo non generarete?”. La xilografia contenuta nel testo è una immagine di Danae nella torre. Tiene le braccia incrociate sul petto come la Madonna del Beato Angelico: Danae simbolo di Pudicizia e Castità. C'era una doppiezza, nel modo di affrontare i miti pagani: o li si oltraggiava, oppure si cercava di utilizzarli. Queste immagini esprimono le due polarità. Con una aggiunta importante: la pioggia d'oro diventa luce dorata, come sarà anche in Rembrandt. L'attegiamento del Cristianesimo verso i miti pagani nasce con la genialità di Paolo di Tarso, e sarà tipico di tutti i monoteismi (e dei monoateismi!): quelli che sono fuori o li converti o li sottometti. Era così anche nell'ebraismo, con la differenza fondamentale che si trattava di una religione etnica. Come con l'induismo: non esistono missionari ebrei o missionari induisti. Ma il politeismo indiano aveva in sé una tollerenza, una autolimitazione legata al proliferare degli dei e dei miti.42,9 x 33,7 cm Washington, National Gallery
Negli anni fra Quattrocento e Cinquecento esisteva un'altra ambiguità, più culturale che religiosa. Ne è un ottimo esempio il quadro di Lorenzo Lotto, che richiama immediatamente Danae, magari una Danae più sognante, che preferisce i fiori all'oro. Sul quadro del Lotto, grandi discussioni. Sono arrivati perfino a tirare in ballo la Laura del Petrarca:
Da' be' rami scendea
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior' sovra 'l suo grembo;
et ella si sedea
humile in tanta gloria,
coverta già de l'amoroso nembo.
Qual fior cadea sul lembo,
qual su le treccie bionde,
ch'oro forbito et perle
eran quel dí a vederle;
qual si posava in terra, et qual su l'onde;
qual con un vago errore
girando parea dir: Qui regna Amore.
Sembra più plausibile il riferimento ad una figura femminile distesa (ninfa alla fontana) in una xilografia dell’ Hypnerotomachia Poliphili (1499).
Il quadro del Lotto contrappone la luminosa figura femminile centrale alle oscure figure laterali: il mondo civilizzato e il mondo della foresta.
Anche sulla Danae di Rembrandt sono state fatte ipotesi che oscillano fra due polarità: Danae casta o Danae venale? A parte la rappresentazione del nudo di Danae, paragonabile solo a quella del Correggio, Rembrandt alza il livello con due finezze: il fascio di luce a simboleggiare Giove, ed i gioielli al posto del denaro.
Sarasota, Ringling Museum of Art
Ho trovato una Danae di Rubens che non conoscevo, dipinta negli anni 1616-18. L'Amorino che alza il drappo rosso ci guarda complice, sta lavorando per noi. Lo sguardo di Rubens è però rivolto alla felicità di Danae, che in questo momento non pensa al denaro, ai gioielli, alle stoviglie d'oro a cui pensa invece la fantesca (messa in secondo piano). Un quadro di erotismo felice, naturale, esibito, senza volgarità ma comunque terrestre, in movimento. Grande la differenza con le Danae del Tiziano, e non solo perché Rubens è compiutamente barocco.

41 x 53 cm Museo dell'Università, Stoccolma
Il quadro del Tiepolo è di piccole dimensioni, però preferisco inserire anche il particolare centrale. Mi fa gioco, perché le parole di Roberto Calasso lo spiegano benissimo. Sono nel libro "Il rosa Tiepolo" (un libro necessario, era ora che si rendesse giustizia al grande pittore):
"Se si percorre la folta galleria dedicata agli Amori degli Dei, si vedrà che pochi quadri osano spingere il grottesco al punto di Danae e Giove di Tiepolo, dove a una Danae intorpidita che ostenta un fianco dalle natiche massicce, ingombranti e frolle, corrisponde una dueña livida e rapace, preoccupata soltanto di raccogliere sul suo vassoio tutte le monete che piovono dal cielo, senza perderne una sola, mentre un Giove dalle carni senili cavalca frettolosamente una nube, in attesa di inoltrarsi nello scomposto letto di Danae".
e in un'altra pagina, tornando alla dueña, aggiunge:
Calasso allude alla figura di Sara, negli affreschi giovanili del Tiepolo nell'Arivescovado di Udine.
Ecco un disegno di Boucher, in cui compare il consueto armamentario: l'Amorino, il letto con Danae distesa, la luce danarosa che irrompe dall'alto. Ormai il mito è solo il pretesto per una rappresentazione libertina in fondo più casta di altre raffigurazioni di Boucher. E così sarà in tutto il Settecento e nell'Ottocento. Rappresentazioni ripetitive, cercando sempre nuove modelle (questo mi ricorda qualcosa). I quadri migliori sono i più direttamente erotici, non quelli che si appigliano ad una simbologia a cui non credeva più nessuno.
1799 65 x 54 cm Institute of Arts, Minneapolis
Curioso il quadro di Girodet de Roucy-Trioson. Per comprendere lo scandalo che provocò basta ricordare la data in cui fu eseguito: 1799. Il Settecento libertino era ormai finito, erano trascorsi dieci anni dall'inizio della Rivoluzione Francese. Il pittore aveva rappresentato l'attrice Mademoiselle Lange come Venere, qui sceglie il tema di Danae, inserendo lo specchio incrinato come simbolo di Vanitas (figurarsi!). Il dipinto provocò uno scandalo al Salon del 1799 e fu ritirato. Sia la carriera dell'attrice che quella del pittore furono compromesse.
Basta con Danae? No, manca quella di Klimt, eseguita fra il 1907 e il 1908. Un quadro in cui il mito viene recuperato e reso moderno. La maternità, la fecondità, il principio femminile dell'universo... Tutto attraverso innovazioni talmente semplici che nessuno ci aveva pensato: la posizione fetale della donna, le monete d'oro quasi rese fluide come un fiume luminoso che scorre, i veli oscuri e trasparenti, il preziosismo dei capelli, gli effetti quasi da mosaici bizantini.
Vienna, Kunsthistorisches Museum
Con Klimt volevo chiudere, ma mi è venuto in mente un quadro di un pittore poco noto, Ravesteyn, a cui sono affezionato. Non è una rappresentazione diretta di Danae, ma è come se lo fosse. Solo che questa Venere-Danae è diversa dalle altre: per lei le monete sono un mezzo, non un fine. Il fine sono i gioielli con cui si adorna e con cui crede di coprirsi, riuscendoci assai poco. Questo quadro quasi sconosciuto dovrebbe piacere anche alle donne, perciò mi chiedo: alle donne, piace il mito di Danae? A quale Danae vorrebbero assomigliare?

(ma forse non finisce qui...)
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domenica 2 agosto 2009
Pioggia d'oro (1)
Cratere beotico a figure rosse Parigi, Louvre
Hyginus è il mitografo che nell'età degli Antonini (II-III secolo d.C) scrisse le Fabulae, 277 racconti di miti greci organizzati per cicli. Noi lo chiamiamo Igino Astronomo dall'altra sua opera, il De astronomia.
Così racconta il mito di Danae (Fabula 63):
«Danae Acrisii et Aganippes filia. Huic fuit fatum, ut, quod peperisset Acrisium interficeret; quod timens Acrisius, eam in muro lapideo praeclusit. Iovis autem in imbrem aureum conversus cum Danae concubuit, ex quo compressu natus est Perseus. Quam pater ob stuprum inclusam in arca cum Perseo in mare deiecit. Ea voluntate Iovis delata est in insulam Seriphum, quam piscator Dictys cum invenisset, effracta ea vidit mulierem cum infante, quos ad regem Polydectem perduxit, qui eam in coniugio habuit et Perseum educavit in templo Minervae. Quod cum Acrisius rescisset eos ad Polydectem morari, repetitum eos profectus est; quo cum venisset, Polydectes pro eis deprecatus est, Perseus Acrisio avo suo fidem dedit se eum numquam interfecturum. Qui cum tempestate retineretur, Polydectes moritur; cui cum funebres ludos facerent, Perseus disco misso, quem ventus distulit in caput Acrisii, eum interfecit. Ita quod voluntate sua noluit, deorum factum est; sepulto autem eo Argos profectus est regnaque avita possedit. »
«A Danae, figlia di Acrisio e Aganippe, era stato predetto che il figlio da lei partorito avrebbe ucciso Acrisio; allora il padre, temendo che la profezia si avverasse, la rinchiuse in una prigione dai muri di pietra. Ma Giove, mutatosi in una pioggia d’oro, giacque con Danae; da quell’amplesso nacque Perseo. Il padre, a causa dell’atto impudico, la rinchiuse insieme a Perseo in un cofano, che gettò in mare. Per volere di Giove il cofano fu sospinto fino all’isola di Serifo; quando il pescatore Ditti, che lo trovò e lo forzò, vide la donna con il bambino, li portò dal re Polidette, che sposò Danae e fece allevare Perseo nel tempio di Minerva. Non appena Acrisio venne a sapere che i due erano alla corte di Polidette, partì per andare a riprenderseli; quando arrivò, Polidette intervenne in loro favore e Perseo giurò al nonno che non l’avrebbe mai ucciso. Acrisio fu poi trattenuto colà da una tempesta e nel frattempo Polidette morì. Vennero indetti dei giochi funebri in suo onore, durante i quali un disco lanciato da Perseo, deviato dal vento, colpì al capo Acrisio, uccidendolo; e così ciò che Perseo non volle fare di sua volontà fu compiuto dagli Dèi. Una volta sepolto Polidette, Perseo partì per Argo e prese possesso del regno del nonno.»
Monaco, Alte Pinakothek
Fra le prime due immagini c'è un lungo lasso di tempo: quasi 2000 anni! Nell'antichità, sia nella ceramica che nella pittura, il mito di Danae era frequentemente rappresentato (ci sono alcune raffigurazioni anche a Pompei) ma in seguito sparì del tutto. Riapparve solo nell'avanzato Rinascimento.
Nel quadro di Jan Gossaert la prigione non c'è, una bella differenza rispetto al racconto di Igino. Danae è una giovane formosa dai capelli rossi e di ottima famiglia, visto dove sta e viste le straordinarie architetture sullo sfondo. C'è una pioggerella insistente, e Danae le fa strada scostando con la mano il manto blu che in parte la copre. L'impressione è singolare: ritualità ed erotismo insieme. Una innegabile ambiguità su cui tornerò nel secondo post. IOANNES MALBODIUS PINGEBAT 1527, così firma giustamente orgoglioso il fiammingo Gossaert (detto Mabuse). Un ricominciamento appropriato, che avrà presto un bel seguito.
Roma, Galleria Borghese
La Danae del Correggio fa parte dei quattro "Amori di Giove" che Federico II Gonzaga voleva donare a Carlo V. C'è qualche riferimento a Tiziano ed a Giulio Romano, ma si tratta di spunti secondari. Il Correggio, come notò Bernard Berenson, con questi soggetti era finalmente del tutto a suo agio, e lo si nota, paradossalmente, anche negli affreschi della cupola del duomo di Parma, in cui il tema religioso viene spesso dimenticato. Alcuni negano l'erotismo del Correggio. Sarà assente la volgarità ma è difficile trovare pittori più erotici del Correggio, anche nel Settecento francese. Aveva le sue losche ragioni il bigotto giovane Borbone che sfigurò il volto della Leda. Mentre la Danae di Gossaert è sola, quella del Correggio è in ottima compagnia: un Cupido adolescente che fa da intermediario invitante, e i due amorini, uno con le ali e l'altro no (amor sacro ed amor profano?) che non si curano di Danae perché presi ad inciderne la storia su una tavoletta. La Danae di Gossaert e quella del Correggio sono entrambe amate dal padre Acrisio: invece di chiuderle in cantina, le fa soggiornare in una torre sfarzosa, troppo vicina alle nuvole. A volte piove.

Il disegno è certamente del Primaticcio (1533-34), ed è a Chantilly, mentre nel successivo affresco di Fontainebleau hanno messo le mani gli aiuti. Più che di "Amori di Giove", qui si tratta di "Amori di Francesco I". La maniera elegante del Primaticcio ed i richiami michelangioleschi (alla Leda ed all'Adamo della Sistina) rendono questa Danae un po'... distratta. Anche la pioggia fatica a scendere. Compare la fantesca (che non c'era in Gossaert e nel Correggio), però si preoccupa più di un'anfora che di acchiappare al volo qualche moneta. Una piccola cerimonia bene organizzata.
Tiziano amava il tema di Danae. Non poteva essere altrimenti, visto che sia le modelle che la pioggia d'oro erano in cima ai suoi pensieri. Giunse al punto, per significare la sua ammirazione della cupola del duomo del Correggio, di dire che se la si rovesciava e la si colmava d'oro non la si sarebbe pagata abbastanza. Le sue lettere ai regnanti erano capolavori di diplomazia mercantile: sollecitava il pagamento del quadro appena consegnato e... cominciava a preparare il terreno per il quadro successivo. Sono almeno sei i quadri di Danae che gli vengono attribuiti. Qui metto i due più celebri: la Danae di Capodimonte, fatta per Odoardo Farnese e che era a Parma nel Palazzo del Giardino e la Danae per Filippo II, fra le cosidette poesie. I due quadri furono eseguiti a circa dieci anni di distanza l'uno dall'altro e le differenza ci sono: tono, composizione, tavolozza. Il quadro del Prado è di un erotismo esibito: Danae è completamente nuda, le monete non si contano ma si pesano, e l'invadente fantesca lo sa. Mentre l'aria del quadro di Capodimonte è non dico casta ma certo meno violenta dal punto di vista reppresentativo. Sia la Danae che l'amorino hanno l'aria di essere più tranquilli che sorpresi. Ossequienti più che partecipi. Dopo la Danae del Prado, il senso delle rappresentazioni di Danae è molto esplicito: sesso e denaro che si sostengono l'un l'altro, per la gioia dei danarosi committenti dei pittori.
Lione, Musèe des Beaux-Arts
Così è per la Danae del Tintoretto in cui le monete si appoggiano sulle cosce di Danae e compare il cagnetto che Tiziano aveva già rappresentato nel quadro del Prado. Bellissime sia Danae che la fantesca, ma tutte e due certamente non sognanti. Una immagine aderente alla città di Venezia della seconda metà del Cinquecento.
Los Angeles, County Museum of Art
Vivacissimo e spiritoso il quadro di Goltzius. Danae riposa spossata dall'amore con Giove e tutto attorno la famiglia fa festa. Ne ha ben donde visto che le monete ed i gioielli sbucano da tutte le parti. Fra i festeggianti c'è Ermes, di cui si vede sbucare il caduceo. Anche lui ha fatto la sua parte. Qui il mito di Acrisio e Danae è completamente dimenticato, si tratta di una lasciva e coinvolgente scena di genere. Anche nei pittori precedenti non interessavano le altre parti del mito, che non si riduce solo alla pioggia d'oro.
Palazzo Mellini Fossi a Firenze
Monaco, Staatliche Graphische Sammlung
Il fiammingo Stolf rappresenta Danae sulla facciata di un palazzo fiorentino, per la delizia dei passanti, e l'olandese Joachim Wtevael esegue un disegno singolarissimo, in cui sfrena il suo gusto per i particolari, comunque non sovrabbondanti. Wtevael dimostra un gusto quasi... cinematografico.
40,5 x 52,5 cm Saint Louis Art Museum
163,5 x 228,5 Cleveland Museum of Art
I due Gentileschi, il padre e la figlia. La Danae l'ha fatta prima la figlia su un piccolo rame, ispirandosi allo stile pittorico del padre. E' più crudo il quadro di Artemisia rispetto a quello di Orazio, più gestuale, quasi fosse ancora un toscano dell'ultimo manierismo. Artemisia accettava questo tipo di proficue, quindi è errato considerarla solo come autrice dei quadri vendicativi con Giuditta e la testa di Oloferne. Aveva una bottega avviata, un notevole successo e viaggiava molto. Tutt'altro che ossessionata dai fatti della prima giovinezza. Forse sulle spalle dell'ottima pittrice si è caricato un peso improprio.
San Pietroburgo, Ermitage
La Danae di Rembrandt all'Ermitage è lontana dalla strumentalità che si stava addossando al tema, che diveniva, nei casi migliori, una scena di genere in cui ci si potevano prendere delle libertà con la scusa del soggetto mitologico.
Difatti, non sono presenti piccoli vezzi ormai divenuti abituali. La rappresentazione del tema è originalissima: la fantesca è in secondo piano, l'amorino sopra il letto è una decorazione, niente cagnetti. Anche la disposizione del corpo, il modo di atteggiare la testa, la mano che quasi si porge alla pioggia d'oro che sta arrivando. Trovo che il quadro sia di alto erotismo, comparabile -guarda un po'- a quello a cui era giunto il Correggio più di cent'anni prima. Due quadri diversi (solare uno, lunare l'altro) che in fondo si assomigliano. Il mito recupera la sua serietà, non è più pretestuoso.
(continua)
Pubblicato da
Solimano
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