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lunedì 7 giugno 2010

Il poeta ed il pittore

Solimano

Parma (foto di Franco Folini)


Ho vissuto a Parma per 26 anni, con dieci anni di intervallo fra la prima e la seconda metà: due tranches di tredici anni, quindi. Quando lo dico, spesso la reazione è: “Ah, Parma!” E' una reazione gradevole, ma sospetta, perché l'ammirazione nasce da motivi un po' ambigui: la gastronomia, ma il formaggio è più reggiano che parmigiano, però nessuno dice: “Ah, Reggio Emilia!”, Stendhal, ma la Parma della Chartreuse è in gran parte inventata, Correggio, che non fosse di Parma lo dice la parola stessa, la duchessa Maria Luigia, piccola donna che non amava Verdi, il quale, a sua volta non amava Parma, Antelami, che era della Val d'Intelvi, Alberto Bevilacqua, che dopo due bei libri come Una città in amore e La califfa (in parte) è diventato un autore di largo consumo adatto ai talk show.
C'è Bernardo Bertolucci, che merita ammirazione ed insofferenza; c'è suo fratello Giuseppe, piccolo maestro con almeno due film notevoli: Berlinguer ti voglio bene ed Amori in corso.
Insomma, i parmigiani ci sanno fare come marketing, aiutati, ed è una bella cosa, da grandi imprenditori che hanno il gusto del mecenatismo intelligente.
Si parla meno di due grandi artisti del '900, legatissimi a Parma: il poeta Attilio Bertolucci (il padre dei due registi) ed il pittore Carlo Mattioli.
Il poeta ha scritto libri che fra l'altro hanno dei titoli bellissimi, che già esprimono la sua poetica: Fuochi in novembre, La capanna indiana, Viaggio d'inverno, La camera da letto, Al fuoco calmo dei giorni. Il pittore riesce ad essere modernissimo continuando ad amare Correggio, Parmigianino e pure Stendhal.
Tutti e due, il poeta ed il pittore, hanno degli aspetti in comune: lo sperimentalismo non esibito ma autentico fino alla tarda età, l'ammirazione da parte dei grandi critici in Italia e fuori, l'assenza di una fama diffusa che altri artisti molto inferiori hanno, e credo che ciò sia dovuto all'atteggiamento schivo, non gridato, che entrambi hanno mantenuto per tutta la vita.

Ecco una poesia di Attilio Bertolucci (da Viaggio d'inverno) e l'immagine di una opera di Carlo Mattioli:


Portami con te nel mattino vivace
le reni rotte l'occhio sveglio appoggiato
al tuo fianco di donna che cammina
come fa l'amore,
sono gli ultimi giorni dell'inverno
a bagnarci le mani e i camini
fumano più del necessario in una
stagione così tiepida,
ma lascia che vadano in malora
economia e sobrietà,
si consumino le scorte
della città e della nazione
se il cielo offuscandosi, e poi
schiarendo per un sole più forte,
ci saremo trovati
là dove vita e morte hanno una sosta,
sfavilla il mezzogiorno, lamiera
che è azzurra ormai
senza residui e sopra
calmi uccelli camminano non volano.


Carlo Mattioli: Paesaggio d'Estate


P.S. Scritto da Solimano per Stile libero il 15 ottobre 2003
(Habanera)

domenica 23 maggio 2010

Il gioco degli scacchi

Derek Walcott

Sofonisba Anguissola: Il Gioco degli Scacchi, 1555
Museum Navrodwe Poznan, Poland


I pezzi sono immobili sulla scacchiera
come i guerrieri
in terracotta a grandezza naturale, il cui
giuramento
di fedeltà all’imperatore, con spada scudo
e briglia, fatto
da una voce a questo punto spenta,
aleggiava come fosse
una eco in quello scavo strabiliante.
Ogni soldato
un voto e ciascuno pronto a morire per
la causa,
per la nazione e per l’imperatore, e
tuttavia tuttora
immobile e diritto, senza respiro, come
un simulacro
di se stesso che dovrà essere il silenzio
a vagliare
collocandolo al suo posto. Se i nostri
giuramenti
fossero visibili, li vedremmo al pari di
questi pezzi
sulla scacchiera, immutabili e fermi
sotto la luce,
sudditi votati per sempre a una causa
che ti vede
regina, vigile la notte e vittima silenziosa
dell’amore
e di un incantesimo a cui non può porre
rimedio
il fragore di nessuna battaglia ma solo
la tranquillità degli scacchi, con gli alberi
che fuori,
sul prato, si muovono al ritmo del tempo,
i giuramenti
che vengono meno e che, morti, sono
ancora più forti
mentre un merlo, nero, fischia sui limoni.

Derek Walcott


Honoré Daumier: Les Joueurs d'échecs, 1863
Parigi, Museo du petit Palais


Poesia n. 247 Marzo 2010
Derek Walcott
Aironi bianchi
a cura di Luigi Sampietro
Crocetti Editore 2010


giovedì 5 novembre 2009

Ricordo di Alda Merini

Rossana Di Fazio


(Vita di redazione)
Se non mi sbaglio, era una giornata di fine inverno. 1996.
Stavamo preparando il secondo numero di Golem. Siccome la parola «multimediale» sapeva ancora di nuovo e prometteva bene, pensai di telefonare ad Alda Merini, perché avevo in mente di registrare delle voci care, vicine, importanti.
La sua voce - cercavo di spiegarle al telefono: avremmo potuto farla sentire a tutti i suoi lettori, a chi la amava, a chi non l'aveva ancora mai sentita. Allora non erano troppo frequenti le sue uscite pubbliche.
La mia era una telefonata per sentire il suo parere, ed eventualmente organizzare un appuntamento.
Lei ascoltò e poi mi raccontò molte cose successe quel giorno, e poi che era morto, due giorni prima, un amico molto caro.
Mi disse sì, mi piace, va bene.
Solo un attimo di silenzio, poi partì. Andò a prendere un'altra voce: più alta, più lontana, più simile a un lamento.
Poetava, e io stavo alla cornetta. E non avevo niente, non un registratore – ricordo che mi venne, dalla disperazione, di trascrivere quel che diceva, ma era assurdo! ma io come potevo immaginare che lei componesse così, al telefono?!
Realizzato in un attimo che non potevo farci niente, stetti al mio posto. Mi sentivo come una piccola coppa, con tutta quella roba che arrivava, tanta, da così lontano, e che non potevo raccogliere per altri... Tutto quel ben di Dio per me sola. Le persone che lavoravano nella stanza accanto a me intuivano il mio stato; ero immobile, turbata, non potevo parlare, non potevo fermarla, non potevo fare niente. Mi sembrava di stare con Omero al telefono.
Non avevo mai capito bene, fino a quel momento, la poesia senza scrittura, la poesia come voce; in altre situazioni, pubbliche, la voce recitante dei poeti mi era sembrata uno spettacolo, qualcosa di imbarazzante (per me) che niente aveva a che fare né con l' origine né con la necessità della poesia.
Altri scriveranno e bene della sua poesia, della sua bocca tinta di rossetto, della sua audacia. La sua poesia, come la sua persona, potevano davvero abitare in tutti i registri della vita in perfetto agio, e la confluenza di vita e opera, che forse oggi non si usa più far notare, in lei si realizzava senza esitazione né posa.
A me oggi, sembra di poter dire che lei è stata davvero una persona: maschera e imbuto dell'universo e della vita molteplice.
Siccome anche le tecnologie lasciano molto il poco tempo che trovano, un secondo contributo che lei mi mandò - questa volta mi ero organizzata - giace in un archivio che ancora non abbiamo sistemato per i nostri lettori, «incompatibile con i moderni sistemi operativi»... Ne riderebbe lei, e ne sorrido anch'io.
(02 novembre 2009)


In questi giorni si è parlato molto di Alda Merini, come sempre succede quando se ne va una persona conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo. Fra i tanti che hanno voluto ricordarla mi ha colpito, su Golem l'Indispensabile, la testimonianza di Rossana Di Fazio (Rossella Vita) che mi ha permesso di conoscere da vicino, quasi di accarezzare, il viso umanissimo, arguto, sorridente, di un grande poeta.
Habanera

sabato 31 ottobre 2009

La poesia di Fabiano Braccini


Thomas Gainsborough: The Honorable Mrs. Graham, 1775
National Gallery of Art, Washington, DC, USA

RITRATTO DI SIGNORA

Dipingimi con tratto elegante
-tu che sai-
occhi intensi che mirano lontano
e un sorriso morbido,
soffuso lievemente di malìa.
Pittura nell’ovale del mio viso
-senza troppo marcare-
labbra che si atteggiano al bacio
e un filo appena di seduzione:
che sia garbata, mai volgare.
Disegnami un corpo armonioso
-come di sirena-
snello ma non proprio magro,
che sinuoso si adagi
a modellare una veste leggera.
Se vuoi -con la tua maestria-
ritrai giù sullo sfondo
quell’atmosfera suggestiva
di una limpida sera di primavera
coi riflessi rosa del tramonto.
Alla mia mano, poi, dai la posa
di un saluto.
Che non sembri però un addio,
perché io vorrei lasciare
-a chi domani sosterà a guardare-
la migliore immagine di me:
una delicata sensazione
del mio amore di vivere la vita
e l’impressione
di una interiore, pacata serenità.


LA MACCHIA
DEGRADA FINO AL MARE

(terra di Sardegna scolpita dai venti)

Qui è di mirto odoroso, corbezzolo,
fico selvatico, rododendro
e cespugli colorati d’erica
la macchia bassa che degradando
scende verso il mare.
Poi lentisco, euforbia, cisto peloso
e giù fino quasi a carezzare
il fulgore smeraldino
dell’acqua trasparente
nelle cale.
Le rocce formano mille sculture:
è un gioco
indovinarvi curiose sembianze
(spesso di un volto noto
o di mostruose figure e animali).
Però i profili cambiano col sole,
con le ombre radenti della sera,
con le rare piogge
che dardeggiano improvvise
questa scabra, suggestiva terra.
Striscia il vento sul viso:
talvolta insostenibile fastidio,
sovente fresco respiro
a dare ristoro alla calura cocente
del meriggio.
È il maestrale che frusta, piega
e fionda steli e foglie in mulinello:
ma non vince
la forza secolare dei ginepri
contorti, arroncolati… mai domi.



L'Autore mi ha proposto sei poesie perchè ne scegliessi una da pubblicare qui. Sono belle tutte e tutte vincitrici di premi. Non ho saputo limitarmi ad una sola e ne ho prese due, da condividere con voi, ringraziando ancora una volta Fabiano Braccini per la disponibilità e la squisita gentilezza.
Habanera

mercoledì 28 ottobre 2009

Lettere al Nonblog

Habanera


Per caso, cercando il testo de “L’ORA DI BARGA”, ho incontrato questo vostro superlativo blog:
grafica di gran classe e piacevolissima, agevole lettura, testi scritti in vero italiano, interessantissimi e colti contenuti, mai scontati e di profonda e poetica valenza.
Anche gli interventi che pubblicate a commento dei vostri post sono all’altezza del contesto.
Sono certo che abbiate già conquistato e consolidato un bel successo, ma vi prego di aggiungervi anche la goccia del mio plauso convinto.
Vi inserirò tra i “preferiti” confidando di avere in avvenire altre occasione di contatto.
Fabiano Braccini


Oggi, nella posta dello "Scrivi al Nonblog", tra le altre ho ricevuto questa mail e penso che sia giusto pubblicarla perchè non riguarda solo me. Quando si lavora in gruppo le lodi vanno distribuite tra tutti.
Ringrazio, anche a nome degli altri, lo scrivente di cui potete leggere alcuni versi che ho trovato qui


UN PASSO ANCORA

Palpebra che chiudi gli occhi,
dammi ancora un momento,
un solo giorno almeno:
che possa raccontare
quanto sempre ho tenuto dentro.
Sole che sorgi all'alba,
porgimi un nuovo canto:
affinché sappia intonare
sublimi melodie, canzoni e poesie
a questa vita tanto preziosa.
Sera che vai verso la notte,
trattieni ancora accesa
la morbida luce del tramonto:
irradiala con l'incanto del sorriso
di chi mi vive accanto.
Voce che ti fai muta,
regalami mille altre parole:
per confessare tutti i miei dubbi, i pensieri,
le frasi d'amore in me nascoste,
un grazie mai esternato.
Forza che te ne vai,
sprigiona un'ultima scintilla:
per far capire che se talvolta ho misurato
gli slanci, gli affetti, i desideri,
è stato per l'innato pudore di ogni uomo.
Morso di serpente,
concedimi un passo ancora:
per arrivare al profumato fiore
che non ho colto mai,
per un respiro, una carezza, un bacio in più.

Fabiano Braccini

domenica 4 ottobre 2009

Jacques Prévert: Barbara


Le Baiser de l'Hôtel de Ville
Robert Doisneau, 1950


Ricordati Barbara
Pioveva senza sosta quel giorno su Brest
E tu camminavi sorridente
Serena rapita grondante
Sotto la pioggia
Ricordati Barbara
Come pioveva su Brest
E io ti ho incontrata a rue de Siam
Tu sorridevi
Ed anch’io sorridevo
Ricordati Barbara
Tu che io non conoscevo
Tu che non mi conoscevi
Ricordati quel giorno ad ogni costo
Non lo dimenticare
Un uomo s’era rifugiato sotto un portico
E ha gridato il tuo nome
Barbara
E sei corsa verso di lui sotto la pioggia
Grondante rapita rasserenata
E ti sei gettata tra le sue braccia
Ricordati questo Barbara
E non mi rimproverare di darti del tu
lo dico tu a tutti quelli che amo
Anche se una sola volta li ho veduti
Io dico tu a tutti quelli che si amano
Anche se non li conosco
Ricordati Barbara
Non dimenticare
Questa pioggia buona e felice
sul tuo volto felice
Su questa città felice
Questa pioggia sul mare
Sull’arsenale
Sul battello d’Ouessant
Oh Barbara
Che coglionata la guerra
Che ne è di te ora
Sotto questa pioggia di ferro
Di fuoco d’acciaio di sangue
E l’uomo che ti stringeva tra le braccia
Amorosamente
è morto disperso o è ancora vivo
Oh Barbara
Piove senza sosta su Brest
Come pioveva allora
Ma non è più la stessa cosa e tutto è crollato
E’ una pioggia di lutti terribili e desolata
Non c’è nemmeno più la tempesta
Di ferro d’acciaio e di sangue
Soltanto di nuvole
Che crepano come cani
Come i cani che spariscono
Sul filo dell’acqua a Brest
E vanno ad imputridire lontano
Lontano molto lontano da Brest
Dove non vi è piú nulla.
(Jacques Prévert)



Rappelle-toi Barbara
Il pleuvait sans cesse sur Brest ce jour-là
Et tu marchais souriante
Épanouie ravie ruisselante
Sous la pluie
Rappelle-toi Barabara
Il pleuvait sans cesse sur Brest
Et je t'ai croisée rue de Siam
Tu souriais
Et moi je souriais de même
Rappelle-toi Barbara
Toi que je ne connaissais pas
Toi qui ne me connaissais pas
Rappelle-toi
Rappelle-toi quand même jour-là
N'oublie pas
Un homme sous un porche s'abritait
Et il a crié ton nom
Barbara
Et tu as couru vers lui sous la pluie
Ruisselante ravie épanouie
Et tu t'es jetée dans ses bras
Rappelle-toi cela Barbara
Et ne m'en veux pas si je te tutoie
Je dis tu à tous ceux que j'aime
Même si je ne les ai vus qu'une seule fois
Je dis tu à tous ceux qui s'aiment
Même si je ne les connais pas
Rappelle-toi Barbara
N'oublie pas
Cette pluie sage et heureuse
Sur ton visage heureux
Sur cette ville heureuse
Cette pluie sur la mer
Sur l'arsenal
Sur le bateau d'Ouessant
Oh Barbara
Quelle connerie la guerre
Qu'es-tu devenue maintenant
Sous cette pluie de fer
De feu d'acier de sang
Et celui qui te serrait dans ses bras
Amoureusement
Est-il mort disparu ou bien encore vivant
Oh Barbara
Il pleut sans cesse sur Brest
Comme il pleuvait avant
Mais ce n'est plus pareil et tout est abimé
C'est une pluie de deuil terrible et désolée
Ce n'est même plus l'orage
De fer d'acier de sang
Tout simplement des nuages
Qui crèvent comme des chiens
Des chiens qui disparaissent
Au fil de l'eau sur Brest
Et vont pourrir au loin
Au loin très loin de Brest
Dont il ne reste rien.

Le Manege de Monsieur Barre
Robert Doisneau, 1955

venerdì 21 agosto 2009

Segreto di giovinezza


Fernanda Pivano


La mia giovane vecchiaia e il dono
di Gore Vidal
(Fernanda Pivano sul Corriere della Sera)


Ah, la vecchiaia. Gli anni che pesano. Le parole cariche di amara rassegnazione di Guido Ceronetti alle quali ha risposto con affettuoso ottimismo Arrigo Levi, mi hanno costretto a pensare, ancora una volta, alla mia di vecchiaia. A interrogarmi. E a scavare un po' nella memoria.

Mi è tornata in mente Alice B. Toklas che a quasi ottant'anni aveva uno strano modo di giggling, di fare una risatina silenziosa stringendosi nelle spalle, come una ragazzina. Regale e tenerissima, era molto premurosa nei miei confronti, forse a causa dell' ammirazione che avevo dimostrato per Gertrude Stein con cui aveva condiviso molti anni della sua vita. Nell' aprile 1954 Alice era venuta a trovarmi nella mia casa di via Cappuccio a Milano, città a lei piuttosto sconosciuta, per "vedere" dove e come abitavo. Si era molto rassicurata quando aveva visto la terrazza deliziosa che dava sul parco di non ricordo che cardinale con la deliziosa vista sulle montagne lontane, illuminate dal tramonto rosato.

Allora ero giovane, con il sangue che scorreva veloce nelle mie vene. Solo molti anni dopo ho capito il coraggio che i ragazzi possono dare a chi è già vecchio. Ho molta nostalgia di quegli anni. Ma mi consola chi viene a farmi autografare i libri di Ernest Hemingway, di Jack Kerouac, di Gregory Corso, di Allen Ginsberg, di tutti gli autori che hanno permesso loro di sognare e che io sono orgogliosa di poter dire di aver contribuito a far conoscere. A questi sognatori ricordo sempre che devono ringraziare la follia di Gregory, la visioni di Ti Jean, le preghiere di Allen e tutti i miei amici che se ne sono andati. E che rimpiango. Tutti loro hanno raggiunto gli immensi spazi profumati dell' eternità quando al massimo avevano compiuto settant' anni. Troppo presto.

Ma se penso ad Henry Miller, penso che anche un genio come lui se n' è andato troppo presto. E di anni ne aveva 88. Non ho mai voluto accettare le malattie dell' età e ne ho le scatole piene di dover prendere tutte queste pastiglie che i medici mi prescrivono. Ho sempre cercato di vivere di passioni e tutto questo mi riporta solo alla disperazione dei miei 92 anni, con le vene che non reggono la pressione di una semplice iniezione. Ma grazie a Dio ci sono questi ragazzi di 18 anni che mi mandano le loro poesie, i loro racconti, i loro auguri e mi chiedono suggerimenti su come fare a superare le tragedie della vita. Ahime'. A 92 anni ancora non so cosa rispondere. Dico loro di sperare. Di battersi per vivere in un mondo senza guerre volute solo da capitani ansiosi di medaglie. Di sorridere senza il rimorso di non aver aiutato nessuno. E proprio questi giovani sono una grande, meravigliosa, consolazione. Il segno che qualcosa di ciò che hai fatto ha lasciato un piccolo segno, un piccolo seme.

Posso confidarvi che l' ultima volta che ho incontrato Gore Vidal per la presentazione di un suo libro, nel gennaio 2007, io ero appena uscita da un ricovero in ospedale e lui camminava aiutandosi con un bastone. Ma a cena, quando gli ho chiesto cosa potremmo fare insieme, lui mi ha risposto: "Let' s make a baby - facciamo un bambino".
Forse è questo il segreto per riuscire a sopravvivere anche a questa età. Forse è questo il segreto del vecchio Suonatore Jones dello Spoon River caro alla mia giovinezza che giocò con la vita per tutti i novant'anni.

Jones il violinista

La terra alimenta un fremito continuo
nel tuo cuore, e quello sei tu.
E se la gente vede che sai suonare,
be', ti tocca suonare, per tutta la vita.
Che vedi, una messe di trifoglio?
O un prato tra te e il fiume?
C'è vento nel granturco: ti freghi le mani
per i manzi già pronti per il mercato;
o ti giunge un fruscio di sottane
come a Little Grove quando ballano le ragazze.
Per Cooney Potter una colonna di polvere
o un turbinio di foglie significavano rovinosa siccità;
a me sembrava di vedere Red-Head Sammy
quando ballava Toor-a-Loor da par suo.
Come fare a coltivare i miei quaranta acri,
non parliamo di aumentarli,
con la ridda di corni, fagotti e ottavini
che cornacchie e pettirossi mi agitavano in capo,
e il cigolio d'un mulino a vento-vi par poco?
Mai misi mano all'aratro in vita mia
senza che ci si mettesse di mezzo qualcuno
e mi trascinasse via a un ballo o a un picnic.
Finii coi miei quaranta acri;
finii col mio violino sgangherato-
e una risata rauca, e mille ricordi,
e neppure un rimpianto.

(Edgar Lee Masters)


Gerard ter Borch, The Violinist
Hermitage, St Petersburg

lunedì 13 luglio 2009

L'ora di Barga


Barga - Disegno di Swietlan Kraczyna



L'ora di Barga

Giovanni Pascoli


Al mio cantuccio, donde non sento
se non le reste brusir del grano,
il suon dell'ore viene col vento
dal non veduto borgo montano:
suono che uguale, che blando cade,
come una voce che persuade.
Tu dici, E' l'ora; tu dici, E' tardi,
voce che cadi blanda dal cielo.
Ma un poco ancora lascia che guardi
l'albero, il ragno, l'ape, lo stelo,
cose ch'han molti secoli o un anno
o un'ora, e quelle nubi che vanno.
Lasciami immoto qui rimanere
fra tanto moto d'ale e di fronde;
e udire il gallo che da un podere
chiama, e da un altro l'altro risponde,
e, quando altrove l'anima è fissa,
gli strilli d'una cincia che rissa.
E suona ancora l'ora, e mi manda
prima un suo grido di meraviglia
tinnulo, e quindi con la sua blanda
voce di prima parla e consiglia,
e grave grave grave m'incuora:
mi dice, E' tardi; mi dice, E' l'ora.
Tu vuoi che pensi dunque al ritorno,
voce che cadi blanda dal cielo!
Ma bello è questo poco di giorno
che mi traluce come da un velo!
Lo so ch'è l'ora, lo so ch'è tardi;
ma un poco ancora lascia che guardi.
Lascia che guardi dentro il mio cuore,
lascia ch'io viva del mio passato;
se c'è sul bronco sempre quel fiore,
s'io trovi un bacio che non ho dato!
Nel mio cantuccio d'ombra romita
lascia ch'io pianga su la mia vita!
E suona ancora l'ora, e mi squilla
due volte un grido quasi di cruccio,
e poi, tornata blanda e tranquilla,
mi persuade nel mio cantuccio:
è tardi! è l'ora! Sì, ritorniamo
dove son quelli ch'amano ed amo.
(Canti di Castelvecchio)


La casa di Giovanni Pascoli

Barga vista dalla Terrazza Pascoli


L’ora di Barga è dedicata ad Emma Corcos. La «Gentile Ignota», amica del poeta e moglie del pittore Vittorio Matteo Corcos, alla quale scriveva:
Le scrivo, come ella vede, da Barga,... dove non sento altro suono che di fringuelli e di balestrucci. Oh! divino soggiorno!
Ahimè, gentile ignota, non ci vedremo nemmen questa volta, temo!
Quando vengo o vado, io vengo e vado a precipizio, senza fermarmi. Sia come voglia nemmen questa volta posso allungare la gita, venendo a Firenze, a cui pure sospiro, e molto meno sostare, come pure vorrei... A un'altra volta.
Che cosa vedo dalle finestre? Cose mirabili: per es. la Pania e il cocuzzolo a cupola della Tambura e alcune nuvolette rosee che sono peschi in fiore. Oh! Potessi star sempre qui: sarei quasi felice...
Mando un saluto pieno di profumi di menta e di serpillo e pepolino, e sonoro di gorgheggi.


Emma Corcos nel 1900

Vittorio Matteo Corcos: In attesa accanto alla fontana

sabato 11 aprile 2009

Pastori d'Abruzzo



Pastori d'Abruzzo

Gabriele D'Annunzio


Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natìa
rimanga ne’ cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh’esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l’aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquìo, calpestìo, dolci romori.

Ah perché non son io co’ miei pastori?


L'Aquila, 6 aprile 2009

sabato 28 febbraio 2009

No, non m'occorre tempo...

Habanera

Léon Bazile Perrault: Le Frecce di Cupido, 1882


Nel luglio 2007 avevo pubblicato qui alcune poesie di Pedro Salinas, tratte da La voce che ti devo

Tra queste però mancava la mia preferita a cui sono legata da un ricordo molto particolare.
Oggi mi è capitato tra le mani quel libro e si è aperto da solo, proprio su quella pagina, su quella poesia.
Mi sembra di capire che vuole essere pubblicata anche lei...
Perchè farla aspettare ancora?


Yo no necesito tiempo...

Yo no necesito tiempo
para saber como eres:
conocerse es el relampágo.
¿ Quién te va a ti a conocer
en lo que callas, o en esas
palabras con que lo callas?
El que te busque en la vida
que estás viviendo, no sabe
más que alusiones de ti,
pretextos donde te escondes.
Ir siguiéndote hacia atrás
en lo que tú has hecho, antes,
sumar accion con sonrisa,
años con nombres, será
ir perdiéndote. Yo no.
Te conocí en la tormenta.
Te conocí, repentina,
en ese desgarramiento
brutal de tiniebla y luz,
donde se revela el fondo
que escapa al día y la noce.
Te vi, me has visto, y ahora,
desnuda ya del equívoco
de la historia, del pasado,
tú, amazona en la centella,
palpitante de recién
llegada sin esperarte,
eres tan antigua mía,
te conoczo tan de tiempo,
que en tu amor cierro los ojos,
y camino sin errar,
a ciegas, sin pedir nada
a esa luz lenta y segura
con que se conocen letras
y formas y se echan cuentas
y se cree que se ve
quién eres tú, mi invisible.



No, non m'occorre tempo

No, non m'occorre tempo
per sapere come sei:
conoscersi è la folgore.
Chi ce la fa a conoscerti
in ciò che taci, o in quelle
parole con cui lo taci?
Chi ti cerca nella vita
che vivi, non conosce
di te se non allusioni,
pretesti in cui ti occulti.
Inseguirti a ritroso
in ciò che hai fatto, prima,
sommare azione e sorriso,
anni con nome, sarà
un andarti perdendo. Ma io no.
Io ti conobbi nell'uragano.
Ti conobbi repentinamente,
in quello strappo
brutale di tenebra e luce,
in cui si rivela il fondo
che sfugge al giorno e alla notte.
Ti vidi, m'hai visto, ed ora,
nuda ormai dell'equivoco,
della storia, del passato,
tu, amazzone del fuoco,
fremente d'esser giunta
da poco inaspettata,
sei così anticamente mia,
ti conosco da tanto
che nel tuo amore chiudo gli occhi,
e cammino senza sbagliare,
alla cieca, senza domandar nulla
a quella luce lenta e sicura
con cui si conoscono lettere
e forme e si fanno conti
e si crede di vedere
chi sei tu, mia invisibile.


(Pedro Salinas da La voce che ti devo)

Gustave Courbet: Les Amants, 1844
Musée du Petit Palais, Paris


giovedì 19 febbraio 2009

Toti Scialoja




Poesie di Toti Scialoja

postate da Giuliano



Ho visto un corvo
sorvolare Orvieto.
Volava assorto,
né triste né lieto.


Il cane l’orsa maggiore il cane minore l’auriga
la chioma di berenice andromeda arturo la lira
l’orsa minore perseo l’auriga il cane minore
andromeda cassiopea l’orsa maggiore le pleiadi
impeccabile solo il nord trafitto da un’unica stella.

(Toti Scialoja, da “Le costellazioni”)


Due oche di Ostenda,
in guanti e mutande,
pedalano in tandem
all'ombra dei dolmen
e in meno di un amen
imboccano un tunnel.

Cane nero, cielo bianco,
campo rosso di trifogli.
Cane rosso, cielo nero,
campo bianco se li cogli.


E' la Pasqua, la Pasqua, la Pasqua!
Corro in bagno, riempio la vasca,
perché al suono di tante campane
la mia anima puzza di cane.

Sono in Asia, ed Asia sia;
vedo un sosia che mi spia;
l'ansia è falsa compagnia,
stapperò la malvasia.


Il sogno segreto
dei corvi di Orvieto
è mettere a morte
i corvi di Orte.

Topo, topo,
senza scopo,
dopo te cosa vien dopo ?

(Toti Scialoja, Versi del senso perso)



Toti Scialoja (1914-1998, romano) è un pittore importante, e i suoi dipinti hanno raggiunto quotazioni notevoli. I dipinti li trovate facilmente in rete, e la voce a lui dedicata su wikipedia è imponente e piena di informazioni; ma io oggi porto qui le sue poesie, che trovo semplicemente favolose.


Qualcuno potrà dire: poesie per bambini, versi del senso perso. E io rispondo che sono le migliori, evviva le poesie per bambini – soprattutto quando a scriverle è un Poeta grande come Scialoja.
Le poesie di Scialoja sono tante, e tutte molto belle. A differenza di altri poeti, sceglierne una decina da portare qui è molto difficile: per questo ho dato la preferenza alle prime che ho conosciuto. Le metto qui un po’ alla rinfusa, come capita: per me sono tutti gioielli, scegliete voi quale vi piace di più.


PS: le immagini dei libri di Scialoja vengono da vari siti, che elenco qua sotto. L’immagine di “La mela di Amleto” invece è mia, nel senso che quella è la mia copia personale: ma temo che dovrete cercarla sulle bancarelle, come ho fatto io. Gli editori italiani sono molto distratti, pubblicano tonnellate di libri inutili e si dimenticano dei poeti veri che hanno già in catalogo.

Le immagini vengono dai siti
Biblioteca Panizzi Reggio Emilia
TecaLibri




martedì 3 febbraio 2009

Danilo Dolci




Danilo Dolci

postato da Giuliano



Danilo Dolci - Il limone lunare, 1970

Sono uguali due rondini
se non sei rondine
due occhi uguali non esistono.
Due alberi uguali non esistono
fiori uguali, due petali -
due canti uguali,
due toni.
Due albe uguali non esistono,
tramonti uguali, due stelle,
ore uguali,
attimi.

Passa talvolta un volto che ti incanta -
tu non esisti più
oltre il rammarico che l'attimo
non potrà più ripetersi:
ma non sai quanto è sogno tuo
e quanto sia vero.


L'alba diventa un'ora
che stenti a riconoscere nel grigio
di ogni altra cosa.
L'alba diventa l'ora
del negro che pulisce il grande mostro
ancora addormentato - rari occhi
gli si aprono confusi, qui e là -
dalle immondizie.
L'alba diventa un'ora inesistente
e maledetta: esiste l'orologio.
L'alba diventa l'ora degli uccelli
superstiti.

...
A costruire con la pietra grezza
o intagliata con la tua mannaia
più passa il tempo e più diventa bello;
ma se l'intonachi per fare presto
e nascondere tutto, in poco è vecchio.
Quanto è più grande l'opera, si allarga
la sua veduta, e l'anima
a chi lavora, e non lavora solo. » :
dice mastro Calò con le sue mani
« che questa è l'opera d'arte. »


E' un lavoro difficile da apprendere
per guadagnare tempo
e richiede coraggio:
smetti le tue faccende, se s'intorbidano
troppo di gente e vattene nei campi
...
e aspetta, umile mente,
e lasciati riflettere dal fondo
le venture di tutti nella tua,
lascia che il vuoto provvisorio si empia
senza la frenesia di trovare
a ogni minuto un risultato pieno.

(Danilo Dolci, dal volume “Il limone lunare”, edito da Laterza nel 1972.)


Su Danilo Dolci (1924-1997), triestino trapiantato in Sicilia, ci sono molte notizie in rete ma riguardano quasi tutte la sua attività politica. E “politica” va inteso in senso alto, Politica con la P maiuscola, quello che mi hanno spiegato quando andavo a scuola: che politica deriva da “polis”, e che fare politica significa occuparsi della città, della comunità, del nostro prossimo e di noi stessi.
Per documentarsi su questa attività, basterà digitare “Danilo Dolci” su qualche motore di ricerca; ma io oggi volevo parlare di Dolci come poeta, perché è come poeta che l’ho conosciuto, rovistando fra vecchi libri, nel 1987, alla Libreria Accademia di Milano: che era proprio in mezzo alla Galleria, a due passi dal Duomo, e vendeva libri a poco prezzo. Oggi quella libreria non c’è più, perché il Comune di Milano ha deciso che bisognava far fruttare quei locali, e una libreria non può permettersi di pagare così tanto per un affitto. Al suo posto c’è un bar che per ironia della sorte porta l’insegna “Caffè Letterario” (è anche così che muoiono le città).


Come nota biografica per Danilo Dolci, rubo ancora alla rete le poche righe che basteranno per questo post:
Sociologo e scrittore, Danilo Dolci, trasferitosi in Sicilia all’inizio degli anni ’50, dedicò la sua vita all'emancipazione dei più poveri tra i siciliani, attirandosi spesso l'ostilità delle autorità. Agì e affermò i principi della non violenza e dell'obiezione di coscienza.

Le immagini a commento riproducono varie opere di Alexander Calder (americano, 1898-1976).

Le immagini di Dolci e il breve testo biografico vengono da
questi siti:
Radio Marconi
Immagini di Storia




domenica 11 gennaio 2009

Massimo Ferretti




Massimo Ferretti
(postato da Giuliano)


Massimo Ferretti (marchigiano, 1935-1974) l’ho incontrato per caso: tanti anni fa un quotidiano (La Repubblica) gli aveva dedicato una pagina, che ho conservato con cura per anni. Si trova sempre il tempo di parlare di tutto e di tutti, ma Ferretti è quasi dimenticato: e io continuo a chiedermi come può essere successo.



In questa trattoria di gente stanca
dove mangiare significa reagire,
dove la grazia d'una dattilografa
si percepisce nel tono delicato
d'un piatto di fagioli chiesto tiepido,
dove un viaggiatore analfabeta
emancipato per via dello stipendio
spiega a una turista anacoreta
che il rialzo dei biglietti ferroviari
dipende tutto da questioni atlantiche -
non ho ragione d'essere contento
se il cameriere lieto della mancia,
leggendo la commedia del mio viso
m'ha detto che ho una maschera da negro?
In questa trattoria di gente ottica
dove non so salvarmi dagli sguardi,
condannato al sentimento della morte,
serrato tra furore e timidezza -
non ho ragione d'essere felice
quando divoro una bistecca che fa sangue?

(Massimo Ferretti, In trattoria, da Allergia, 1962)



Il mio cuore è lo sparviero ardito
che nudrito di fiori e di verzura
a caccia fece pessima figura.
Il mio cuore è il rossignol sorpreso
ad accompagnar col flebile stromento
il lamento del porco sul suo peso....
Il mio cuore è un castello d'oro
dove una fata mestruata
sbatte due chiare d'uovo.
Il mio cuore è un tappeto verde
dove la vittoria è una storia
raccontata da uno che perde.
Il mio cuore è un mazzo di fiori
comprato al mercato del pesce
da un gruppo di vecchi signori.
...
Cuore che vinci e mi costringi a dire
tu vuoi uccidermi
ma io non so morire.

(Massimo Ferretti, da Sillabario, 1960)


Poesie tratte dal volume “Allergia” di Massimo Ferretti, pubblicato nel 1994 dall’editore milanese Marcos y Marcos.
Le immagini: Altobello Melone, ritratto di Lucrezia Borgia; due dipinti di Edward Hopper; una delle poche foto disponibili di Massimo Ferretti.




mercoledì 17 dicembre 2008

Ricordi nascosti


Joseph Rodefer de Camp: Riflessioni, c.1901
Maryhill Museum of Art


Ho incontrato Carla per caso. O meglio, lei ha incontrato me.
Cercava un'immagine per un suo post ed è capitata qui.
Le è piaciuto, mi ha scritto, ho visitato il suo blog, mi è piaciuta anche lei. Storie, non così ordinarie, di felici incontri in rete.
Le poesie di Carla sono belle.
Insieme abbiamo scelto questa, da pubblicare qui.
(Habanera)

Ricordi nascosti

di Carla Natali


Nessun calore a cui attingere
nei nostri giorni di solitudine;
solo ricordi integri,
gelosamente nascosti

Addolcisco il tuo tormento
adottando i tuoi silenzi
ed ho trovato compromessi
che il cuore obbediente asseconda.

Solo i sensi,
talvolta,
comandano i miei sogni.

Da Poesie ed Altro

martedì 9 dicembre 2008

Fulmini e haiku

Habanera


Pasquale Misuraca, il Fulmini del sito-rivista Fulmini e Saette mi ha chiesto una cosa difficile, al limite dell'impossibile. Abbinare un'immagine ad uno dei suoi haiku.
Ne sono lusingata ed intimorita al tempo stesso perchè, come dice lui stesso, la poesia o sta in piedi da sola o non sta.
La sua sta, ma io ci provo lo stesso.
Amo affrontare sempre nuove sfide, anche quando il rischio di perderle è quasi una certezza.
E siccome sono una temeraria, al limite dell'incoscienza, invece di uno solo ne metto addirittura cinque di haiku.
Se Pasquale dovesse togliermi il saluto almeno sapete il perchè.


Solo nel verso

Solo nel verso
scorro sempre uguale
sempre diverso.

Gustave Caillebotte: Pioggia nel Fiume



Correva l'anno

Correva l'anno,
l'estate, persino tu,
le tue risate.


Emile Vernon: Estate in Campagna



Albeggia. Esco

Albeggia. Esco
e nel viola scoppiano
fiori di pesco


Frederic Church: Nuvole all'Alba



Il tuo profumo

Il tuo profumo
un'ombra un vento un
soffio un fumo.

John Singer Sargent: Il Gusto del Vento



Me voy - deciste

Me voy – deciste –
olvidaràs mis ojos.
Pero mentiste.

Me ne vado – hai detto –
dimenticherai i miei occhi.
Ma hai mentito.


Gustave Caillebotte: Uomo alla Finestra


Da Solo nel verso, (peQuod edizioni, Ancona 2008)
il primo libro di poesie haiku di Pasquale Misuraca