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sabato 9 agosto 2008

Mistral


Les Baux


Mistral
(Le confessioni di un poeta finto -11)

di Solimano


Si viaggia, ogni tanto. Andammo in Provenza per una settimana, 20 persone di 5 famiglie. Da Orange a Nimes, da Vaucluse a Les Baux, da Saintes-Maries-de-la-Mer ad Arles, da Aix-en-Provence a Pont du Gard. L’albergo era in Avignone. Per tre giorni ci fu il Mistral, un ventaccio loro.
Lì, il 27 marzo 1989, scrissi una poesia, eccola:

Mistral

Arabeschi sull’acqua,
Dalle colline polvere di sale,
Rossa bandiera dorata sull’alto
Delle mura private di finestre.

Forza senza domani,
Modelli alberi, nuvole e capelli,
Gli zampilli dissecchi alle fontane,
Nella piazza disperdi
I suoni colorati delle trombe.

La sera ti nascondi fra le antiche
Bifore della torre:
Il tuo silenzio è un grido soffocato.

E la rugiada disseta le viole.

E’ la seconda ed ultima poesia del mio periodo “Poesia, forse”. Mi costò un po’ a scriverla, più a viverla.
Vidi gli arabeschi disegnati dal Mistral sull’acqua degli stagni delle Bocche del Rodano, vidi il Mistral sollevare polvere dalle colline di sale vicino al mare, la vidi la bandiera, alta sul castello-palazzo, sventolata dal Mistral, forza senza domani perché la sera di quel giorno cessò, dopo tre giorni (giorni?) di continuo urlìo.
Vidi che gli alberi avevano assunto la forma data dal Mistral, vidi le nuvole rincorrersi nel cielo, i capelli delle nostre donne avvolti dal Mistral, che quasi impediva agli zampilli di uscire dalle fontane, lì, nella piazza di Aix dove una banda suonava le trombe, che ora si udivano ora no.
La sera tardi il vento cessò, non credetti alla sua scomparsa ma a un suo provvisorio nascondimento. Il grido soffocato è una ungarettitudine, però travolta a senso nuovo.
Finché soffia il Mistral non c’è rugiada notturna e le viole appassiscono. Quella notte la rugiada si formò di nuovo, a vento assente.
Di che parla questa poesia? Del vento Mistral, e ne parla con proprietà. C’è il Mistral in ogni verso, non è una metafora, è proprio desso. C’è anche altro, lo comprende chi ha la dolorosa fortuna di comprenderlo. Non ci furono più periodi, dopo, però oggi sto scrivendo molto, con soddisfazione.

P.S. Nell'immagine sulla destra del post, la torre della Chiesa-Castello di Uzès.

Cespuglio piegato dal Mistral

Alberi piegati dal Mistral

FINE

mercoledì 30 luglio 2008

Il castello di Ozalj


Castello di Ozali, visto di fronte


Il castello di Ozalj
(Confessioni di un poeta finto -10)

di Solimano


Avrete certamente notato che non ho ancora detto il nome del mio ultimo periodo. Non l’ho fatto perché la poesia precedente sta un po’ lì a mezza strada: non è più del periodo “Eh… eh!” e non è ancora del periodo successivo, il cui nome è “Poesia, forse.” Ed ecco la prima delle due poesie che compongono desso periodo, seguirà la spiega, indispensabile e pedantissima:

Il castello di Ozalj

Fuggire a testa bassa
Il fiume vegetale della vita
Ed il ponte di legno malsicuro
Le macerie nel cortile scrostato
Osservare dal nido.

Orso al guinzaglio, spasso per bambini,
O capra trascinata per le corna
Nel recinto fangoso?
Il levantino biondo,
Piacere esibito di donna estrosa,
Afferra vorace la sua esistenza
Di topo nel formaggio.

Stanca dignità di valigie ordinate,
Languore circolare in un sorriso
Di denti sinistrati?
No: destrezza del momento propizio
Raccolto ancora acerbo
Con gesto necessario.

Il castello di Ozalj esiste, e sta in Croazia. Tutta la poesia si basa su mie percezioni durante un lungo viaggio nell’interno della Jugoslavia -oggi non più esistente- e che toccò Bosnia ed Erzegovina, regioni un po’ selvagge come natura, orografia e persone.
Il fiume vegetale da cui pretendo di fuggire è la vegetazione prorompente fra le mura del castello e il fiume sottostante, che si noma Kupa.
Il ponte di legno malsicuro lo percorsi proprio nel castello. Scopersi anni dopo che Attilio Bertolucci, in una poesia successiva, scrisse “ponticello di legno malsicuro”, casualità de’ poeti sia veri che finti!
Il cortile del castello era ingombro di macerie edilizie, derivanti forse da un restauro mai perfezionato.
Il nido è un nido di rondine sotto l’arcone di ingresso al castello. Spuntavano le teste dei rondinini, ed i genitori erano impegnatissimi con l’avanti e indietro per nutrirli.
Vidi, in Bosnia, gli orsi al guinzaglio - con le necessarie e robuste museruole - e vidi le capre trascinate una ad una acciocché non si perdessero.
Il levantino biondo -si capisce che è da me invidiato- era uno dei tanti mezzo zingari mezzo croati che si sollazzavano in feste vivaci; le loro donne ne erano ghiotte, contente di mostrarla, la ghiottoneria.
Vidi anche le valigie ordinate delle comitive appena giunte o in partenza dagli alberghi, e mi colpì in tal modo che ne scrissi con un dodecasillabo: “stanca dignità di valigie ordinate”, che cercai per anni di mutare in endecasillabo, niente da fare, ne usciva sempre qualcosa di più debole, mentre era la forza che cercavo.
Tutti gli altri versi sono endecasillabi o settenari.
Ascoltai le canzoni zingaresche e la rapsodicità languorosa che sempre su di sé ritorna, e vidi la cantante mostrare i denti pieni di ori.
Vidi, infine, il prodigioso bassorilievo di Traù -Trogir, per i croati- il Kairos di arte greca classica (immagine a destra del post). E’ l’opportunità, il momento propizio, difatti il giovane del bassorilievo ha un grande ciuffo ma la nuca rasata: il momento propizio non va lasciato passare, non si riesce più ad afferrarlo.
Tutto vidi, e tutto indossai su miei pensieri, emozioni, sentimenti che non trovavano via di sbocco per manifestarsi se non così. Mi espressi, faticai a farlo ma mi piacque, e mi piace tuttora leggerla, questa poesia.

Nido di rondini (particolare di una fotografia di Beppe Miceli)

Castello di Ozalj, visto dall'alto

giovedì 17 luglio 2008

Neve ventosa


Pisanello: San Giorgio e la Principessa (part) 1433-38
Affresco Chiesa di Sant'Anastasia, Verona


Neve ventosa
(Le confessioni di un poeta finto -9)

di Solimano


Mi capitò, un giorno, di scrivere una poesia strana. So che non vi piacerà, ma ha una sua storia ed è diversa da tutte quelle che avevo scritto prima. Per intanto, eccola qui:

1965

Biondi capelli della Santa, avvolti
In cartigli gotici.
Madonna con ciliege
Bambino con la mela
E quella mela è il mondo.
Piazza dei miracoli
Una città-colore
Certezza di uno spazio in cui si crede.

Donna elegante legge
Laidi fotoromanzi
Duro sguardo luttuoso
Viso da prenotazione obbligata.
Mondo di vita-moda
Ingenua arlecchinata
Tanti colori ed un solo sapore.

Sguardo vuoto della ragazza triste
In un velo di sonno intraveduta.
Per le persone che amiamo di meno
La gentilezza al posto dell’amore
Goccia d’acqua sulla lastra rovente.

Polline nato da neve ventosa
Scala della ragione
Surreale orologio
Macchie d'ombra e di luce
I colori diversi delle viole.
Fare senza parlare
Bellezza del reale.

Nel 1965 giravo per l’Italia, da Taranto a Bolzano, da Siena a Rimini, per prendere le abilitazioni alla guida dei diversi mezzi di trazione: locomotori elettrici, diesel, locomotive a vapore. Prendevo nota in un taccuino delle cose che mi colpivano, era un sintetico diario personale e finì lì.
Finché, circa venticinque anni dopo, mi capitò sott’occhio e decisi di estrarre da esso alcune frasi ed alcuni incisi, che avessero un senso non relativo al 1965, ma al momento che stavo vivendo. Fu una operazione molto semplice, perché le percezioni primarie erano latenti ma vivissime in me, venticinque anni dopo. Ritengo che questa, della latenza e della vitalità nel tempo di molte percezioni, sia una chiave fondamentale per fare in modo che i ricordi entrino nel presente con efficacia, non si trasformino nel pensiero su un ricordo, come succede di frequente.
La Madonna, il Bambino e la Santa dei primi quattro versi esistono, le statue lignee sono in un museo di Bressanone (Brixen). C'è anche Verona, lì è la piazza dei miracoli di cui scrivo - me la importai da Pisa - ed è Verona la città-colore. Un gelato mi deluse per il suo sapore sciapo: tanti colori ed un solo sapore. A Verona esiste realmente la Scala della Ragione, magnifica opera all’interno di un palazzo gotico. C’era un orologio antico sulla parete di una chiesa, forse Sant'Anastasia, eccolo, è il surreale orologio.
Le persone di cui parlo le vidi realmente viggiando in treno. Così vidi le gocce d’acqua sulla lastra rovente, durante le lavorazioni nella grande officina ferroviaria di Verona. Vidi persino i colori diversi delle viole, che dipendevano dalle diversità dei terreni in cui crescevano.
Mischiate a queste cose viste, ci sono delle affermazioni morali, che a quelle cose dovrebbero collegarsi, e non è detto che lo facciano. Ma gli ultimi due versi dicono qualcosa in più, perché era cambiato il mio atteggiamento. Un tentativo imperfetto che diede qualche frutto poco tempo dopo.

P.S. L'immagine a destra del post è un altro particolare dell'affresco del Pisanello in Sant'Anastasia a Verona.

Pisanello: L'angelo annunciante (part) 1424-26
Affresco Chiesa di San Fermo, Verona

venerdì 20 giugno 2008

Alveare autunnale


Hogarth: The shrimp girl c.1740 National Gallery, Londra


Alveare autunnale
(Le confessioni di un poeta finto -8)

di Solimano


Il mio periodo “Eh… eh!” ebbe una buona produttività, perché le poesie venivano quasi da sole, quindi ci voleva poco tempo a scriverle. Ne trascrivo solo un’altra, poi passerò al periodo successivo, che sarete sorpresi nel vedere come si chiama.
Ma ecco la seconda poesia:

Girellona,
La tua musica,
I tuoi canti,
Ostinata ed autentica
Passionale ed avveduta.

Quasi pronta
Ad aprirti
All’amore,
La gioia non è nelle cose,
Scaturisce dal profondo.

Alveare autunnale
Pieno di dolcezza e di ronzio,
Goccia di miele furba e gentile,
Occasione troppo ghiotta.

Forsitia tutta bionda,
Verde fra un mese.

Ginestra bionda e verde
Per mesi e mesi.

Così potete farvi una idea più precisa della mia ispiratrice nel periodo “Eh… eh!”, e ve ne innamorerete tutti, anche solo a leggerla. L’assenza totale di endecasillabi vorrà dire pur qualcosa, ma non abbiate timore, torneranno, dessi endecasillabi, prima o poi. La ghigliottina riguardò solo questo periodo, si vede che la bellezza della Girellona si trovava a suo agio nelle feste frequentate dagli altri versi, ognuna ha i suoi gusti, l’importante è conoscerli e rispettarli. Nella poesia vedete che a volte si è d’autunno a volte all’inizio della primavera: sono stagioni mirabili, se si è bene accompagnati.
Del verso goccia di miele furba e gentile fui soddisfatto quando lo scrissi ed anche successivamente, perché piacque anche al di fuori del periodo “Eh… eh!”, piacque perché -ne ero e ne sono persuaso- le gocce di miele furbe e gentili esistono. Se uno è persuaso, prima o poi le incontra.
Il giochino settenario-quinario degli ultimi quattro versi -quelli botanici- non vi è certo sfuggito: scrivere poesie all’impronta non vuol dire sbraco, vuol dire che certe musiche ti escono da sole perché ce le hai già, ed aspettano solo la Girellona giusta per manifestarsi.
Pur nelle mie goffaggini, qui sostengo che le poesie debbono essere tagliate su misura delle persone che le ispirano, in modo che facciano la loro bella figura col vestito acconcio, che è un regalo universalmente apprezzato. Non gradiscono infatti vestirsi ai grandi magazzini, vogliono essere sole e uniche, almeno finché ci sono. Il poeta deve prendere atto felicemente dei loro troppo giusti desideri, guai se facesse altrimenti, ripiomberebbe in una “Dolcezza cogliona” ormai scaduta di garanzia. Sto forse dicendo che il poeta deve essere un furbacchione? Sì, se vuole anche vivere oltre che poetare, ebbene sì.
Non è, questa, poesia da portare a congressi o seminari, ché i relatori potrebbero sprezzarla, è invece da recitare ad alta voce camminando per strada. Se la recitate bene, può essere che la Girellona si materializzi, proprio davanti a voi, succedono queste cose. Miracoli? Forse che sì, forse che no, ma non fatevi troppi problemi, passate direttamente dal punto interrogativo a quello esclamativo.

P.S. L'immagine a fianco del post è un particolare del quadro "Donna che legge una lettera" (1662-65) di Gabriel Metsu , conservato alla National Gallery of Ireland di Dublino.

Hals: La bohémienne 1628-30 Musée du Louvre, Parigi

lunedì 19 maggio 2008

Farfalla senza dimora


Dosso Dossi: Giove pittore di farfalle, Mercurio e la Virtù (1515-18)
Kunsthistorisches Museum, Vienna


Farfalla senza dimora
(Confessioni di un poeta finto -7)

di Solimano


Ed ecco la prima poesia del mio periodo “Eh… eh!”:

A testa alta
Con occhi commossi
È’ ammesso piangere
Lacrime gioiose:
Ma se ti avessi visto,
Avrei sentito il pianto
Come una colpa.

Il mare colore di viola,
Il tepore della pietra
Sulla palma nuda del piede,
Il sudore che sgorga
E che in un attimo
Si asciuga.

La vita conduce il suo gioco
Con noi,
Carte inconsapevoli
E felici.

Ragazza dalle labbra rosse,
Sono ridenti e furbi
Gli occhi della tua bellezza
Da portare svestita.

Farfalla senza dimora,
Fiore di fuoco senza fumo,
Bandiera prepotente e gentile.

Dosso Dossi: La maga Circe (part)

Si vede anzitutto che la festicciuola è molto democratica: possono partecipare tutti, tranne però gli endecasillabi, quei reazionari che condannai a una provvisoria ghigliottina. C’è un vantaggio per il poeta, in tali feste democratiche con versi di ogni misura e quindi a buttafuori assente: a organizzarle non occorre molto tempo, in questo caso bastarono poco più di dieci minuti.
Benché si parli di lacrime -etichettate però come colpa- la festicciuola è molto allegra, specie perché organizzata a favore non della Croce Rossa, ma di una ragazza dalle labbra rosse, di suo naturale e di un buon rossetto che era sì piacevole a toglierglielo, non dico come.
Piccole furberiole qua e là, tipo il colore viola del mare, che non so quanti daltonici poeti l’hanno visto così; ci vorrebbero pure le cartoline: il mare del poeta tale, del poeta talaltro e via andare. Tutti mari viola, tranne l’Adriatico, che verde è come i pascoli dei monti, come disse il distinto autore D’Annunzio (1863-1938), quello che scriveva poesie con accanto il dizionario dei sinonimi, furberia massima, io sono stato rovinato dal non possedere un siffatto utensile, chissà se ce l’avevo, il Nobel no, ma il Gabbiano Azzurro di Igea Marina l’avrei conseguito.
Coglioneria nessuna, permane qualche genericità, però si sente che anche alla parola più generica corrisponde una specifica persona, dessa ragazza dalle labbra rosse, difficilmente confondibile con altre. L’audacia della bellezza da portare svestita la scrissi non per turbare orecchie virginee, ma perché era così, le mancava solo la sponsorizzazione della Pro Loco.
Ho così chiarito perché codesto periodo si chiama “Eh… eh!”, per chi non ci fosse arrivato, dico che ci sono sentimenti di una incredibile verità sebbene di superficie. Che si fa, in tal caso? Se ne gode e basta, magari lo si dice anche con parole che ti arrivano da sole, come qui ho fatto.
Non credo che al mercato de’ poeti, gente non di rado occhialuta e forforosa, tal poesia meriterebbe uno dei primi posti, ma durante un intervallo, un break fra una conferenza e l’altra -fondamentali e noiosissime- questa poesia si potrebbe sorseggiare con un buon caffè. Non caffè amaro, ma zuccherato, perché così era la persona, soggetto - non oggetto - di sì allegra brama. Ancora una cosa: qui il gioco è minuscolo, non maiuscolo come altrove.
La minuscolaggine aiutò l’inconsapevolezza felice.

Dosso Dossi: La maga Circe (c.1520) Galleria Borghese, Roma

Dosso Dossi: Circe e i suoi amanti (1514-16)
National Gallery of Art, Washington

domenica 11 maggio 2008

Tronco oscuro contorto


Silvestro Lega: Il pergolato (1868) Pinacoteca di Brera, Milano


Tronco oscuro contorto
(Confessioni di un poeta finto - 6 )

di Solimano


Ed ecco la seconda poesia del mio periodo “Piccolo grande amore”:

Quartetto

Lievi passi sulla terra gelata,
Sofferte onde serene.
Alle oasi si giunge dal deserto,
Poi, senza cercare, gli occhi e le voci,
Sereni e turbati.
E’ bello accorgersi di giorno in giorno
Di come sei, se lo vuoi,
Come sentieri che si allontanano

Per accostarsi ancora.

Amore, parola che mente sempre.
Vorrei vederti con i lacrimoni
Ascoltare una storia lontana.
Fai passi piccoli
Nella tua notte rosa-azzurra:
Cammini sui miei sogni.
Il Gioco sa scegliersi i giocatori.

L’allodola corre dietro la coda,
La civetta si ferma ad uno specchio,
I passeri di fronte alle briciole;
Le persone lontane vedono
Forme meravigliose
Contente come per un dono.

Grande pianta di vite,
Tronco oscuro contorto,
Origine di un alto pergolato.
Il tronco è nudo, fragile è la frasca.
La strada per arrivare al vero
Dal mio paese esule.
Le radici sottili
Che nutrono solo un po’.
Le foglie torneranno
Luce di primavera.

Come si vede, la poesia ha un titolo: Quartetto. In quel periodo andavo di frequente a concerti di musica da camera, e prediligevo i quartetti d’archi, se poi sonavano gli ultimi tre quartetti di Schubert ne ero ammaliato. A ciò si aggiunga che leggevo le poesie di T.S.Eliot, e cercavo di capire qualcosa nei suoi criptici Quattro Quartetti, a tutt’oggi non ci sono ancora riuscito, mentre de La Terra Desolata, dello stesso autore, ho un notevole ricordo. E quindi nomai la poesia “Quartetto” e la feci di strofe quattro, com’è giusto.
Il verso “sofferte onde serene” è letterale plagio di uno spettacolo musicale di cui vidi i manifesti per strada, mi piacque e me lo presi. Male non ci sta.
Prevalgono nettamente endecasillabi e settenari, come mio solito attraverso tutti i periodi, ma qualche visita di altri versi c’è, persino qualche decasillabo, non martellante come quelli del Manzoni (1785-1873), altro distinto autore.


La genericità di cui soffrono alcuni versi è il solito portato della “Dolcezza cogliona” di cui già trattai. Ogni tanto parlo con una persona, e dal mio tono e da come la vedo, intuite che non si tratta della Lucinda che ispirò il mio periodo “Trovatore, però”. E non viveva in una città “di pietre aspra e di torri”, credo che lo si noti. Il mio paese non era per niente esule, mi andava solo di foscoleggiare, però con levità.
Scrivo inoltre Gioco maiuscolo, così costumava anche per il Tempo, la Storia etc. Trattatavasi di una pomposità ideologica di allora, ma di queste maiuscole non c’è da prender spavento, per fortuna. Niente di epico quindi, né di drammatico, lirico forse, con grazia e goffaggine abbinate, che scinderle è difficile. Un piccolo grande amore, lo dicono le parole stesse.
Una critica piuttosto severa mi sento di fare, al mio poetare di quel periodo: potremmo, per giuoco (minuscolo), mischiare i versi l’uno con l’altro, ne uscirebbe sempre qualcosa di analogo, cioè un movimento non rivolto a un esito. Salvo in quattro versi di un’altra poesia, che non riporto. Eccoli, ‘sti magnifici quattro:

La tua forma di donna mi rapina,
sono fiori ed attimi
di vita impolverata
ieri sorpresa da gioia carnale.

Giunse poi il periodo “Eh… eh!” proprio così, eh… eh! Che c’è di strano? Potrò denominare i periodi come mi aggrada, o debbo chiedere una qualche autorizzazione? Mi pare che no.

mercoledì 30 aprile 2008

Gioia, agguato perenne




Gioia, agguato perenne
(Le confessioni di un poeta finto - 5)

di Solimano


Riporterò solo due poesie del mio periodo “Piccolo grande amore”, ecco la prima:

Bruciante falò in nebbiose pianure
Vulnerabilità che fa soffrire
Fiori-carezza di gerani rosa
In cuore la voglia di primavera.

Andatura esitante:
Tua bellissima nota
Scelta di un percorso
Libero da bagagli.

Piuma, che guidi il vento dove vuoi,
Tu sei comparsa solo per ferire,
Evento che non può modificare
La parte divina che è in te.

Resterò in questo luogo
Quietato senza sforzo;
Bene è che tu risponda
Il nodo si scioglie.

E’ l’intuizione che aiuta a capire
Quei tuoi occhi insondabili e limpidi,
Creaturali attimo per attimo.
La mia tristezza se ne va, sublima.

Io mi sento un frammento
Scorciatoia inventata
Nel mondo dei confronti:
gioia, agguato perenne.

E’ un bell’inverno, adesso.

Addio, piccolo centro dell’universo.

Mai, dico mai, che la voglia di primavera sia nel fegato o nei lobi auricolari: nel cuore deve essere, e mi ci sono attenuto, anche se la primavera la potrebbe essere maladetta, come dicea Loretta Goggi. Epperò la voglia permane, sendo che l’inverno è stagione difficile. Credo che il mio lodare desso inverno ascondesse in sé una qualche menzogna gratulatoria verso la destinataria di codesta poesia, che oltre alla parte divina ne possedea una umana assai sensibile all’amorosità dei complimenti.
C’è nella poesia uno zompicchiare qua e là, come se stessi camminando su un lago gelato la cui crosta si rivelò fortunatamente spessa, e non rischiai un freddo bagno che potea riuscirmi fatale. Mi sento di smentire, dopo accurate ricerche, che la destinataria fosse il pur piccolo centro dell’universo, era però assai gradevole a vederla e a parlarci. Le movenze erano aggraziate, gli occhi limpidi e per niente insondabili, che è solo una licenza poetica che mi presi per aggiugnere mistero, parola apprezzata in tutti i piccoli grandi amori, come ognun sa. Le ferite di cui parlo furono solo piccole scalfitture da arrossar la pelle, non da farne scaturire la menoma goccia di sangue.
Questa non è la consueta festicciuola di endecasillabi e settenari, partecipano anche alcuni altri versi, non so se per mia imperizia o perché il climax (così si denomina) lo richiedesse. Esistono qua e là alcune coglionerie residuate al mio primo indimenticato periodo, sono però fronteggiate da numerose furberiole quale sentita quale astuta, mai però perfida. Vogliamo dirlo? Delicatezza, ecco quel che cercavo e che talora trovai.
Detta poesia anderebbe asciugata e raccorciata onde mantenerne la delicatezza aggiugnendo una maggior focosità, fatta sperare dal primo verso, ma non mantenuta nel prosieguo. Non era, la mia, una situazione da non dormirci la notte, ma da dormirci facendo sogni liberi da bagagli e con nodi che si sciolgono, ecco!

P.S. Le immagini sono tratte da John Everett Millais: Apple Blossoms (Spring) 1856-59 Lady Lever Art Gallery, Merseyside

mercoledì 16 aprile 2008

Proterva bellezza


Caspar David Friedrich: Uomo e donna contemplano la luna
1830-35 Staatliches Lindenau Museum, Berlino


Proterva bellezza
(Le confessioni di un poeta finto - 4)
di Solimano



Circa due mesi dopo scrissi la seconda ed ultima poesia del mio periodo “Trovatore, però”. Eccola:

La fragile durezza del diamante,
La luce della luna
Nella notte invernale,
la frenesia del vento
Nel bosco fra le querce,
Eri per me, Lucinda,
proterva bellezza inaccessibile.

Ma in queste giornate
Avvolte in un turbamento felice
Ben altro mi sgomenta:
La tua morbida dolcezza di donna
Inesorabilmente ormai lontana.

Un’altra festicciuola di endecasillabi e settenari, come vedete. Qui prevalse l’aspetto “però” rispetto al “trovatore”, e le coglionerie fan capolino qua e là, non più di tanto. Manca il lieto fine, ma prima di tutto i due endecasillabi finali sono assassini - come certi sguardi nel cinema muto - e Lucinda rischiò di perdere i sensi quando li lesse, occorse la boccetta dei sali, poi fummo lontani in effetti, ci si salutava a cento metri di distanza facendoci ciao ciao con la manina.
Potevamo riavvicinarci? Ah, bella domanda, che mi assale ancor oggi in certe notti, dopo aver mangiato troppo. Credo di no, per un impedimento dirimente: mi sarebbe toccato modificare l’ultimo verso in un inesorabilmente ormai vicina da sbadiglio irrimediabile. La poesia deve sempre e comunque prevalere sulla vita, e così fu. Sono certo che Lucinda, che oggi vive nella sua città di pietre aspra e di torri (avete indovinato qual è?), se le vengono in mente i due predetti endecasillabi, fa un sorriso dei suoi, che era festa grande, ci fosse o non ci fosse la luna.
Ora si pone un problema delicato, quello cronologico. Non è detto che poesie scritte prima vengano prima di poesie scritte dopo. C’è una circolarità nel tempo, anzi nel Tempo. Quindi, seguo una sincronicità junghiana che un pregio ce l’ha, quello di essere sincrona, come tutti sanno. Sto dicendo che tre poesie le schiaffo alla fine della narrazione prescindendo dalla data del componimento.
Tratterò quindi il mio terzo periodo, che denominai “Piccolo grande amore”, plagiando il noto autore Claudio Baglioni (1951-vivente). Ne vedrete delle belle.

P.S. L'immagine a destra è un particolare di un quadro di Homer Winslow: The West Wind

Johannes Vermeer: Un ufficiale con una ragazza che ride
c.1657 Frick Collection, New York

lunedì 7 aprile 2008

Scontrosa castellana




Scontrosa castellana
(Le confessioni di un poeta finto - 3)

di Solimano



Dopo aver chiuso il mio periodo “Dolcezza cogliona”, mi dedicai per diversi anni a diverse distraenti attività, tipo: studi universitari, amori (teoria e prassi), lavoro, matrimonio, casa etc. Non ebbi quindi né tempo né voglia di aprire un nuovo periodo, ma restò in me ascoso il turbinìo di emozioni derivanti dal primo periodo. Sono infatti persuaso che un tale periodo non si chiude mai del tutto, perché la coglioneria ha una sua cronicità, è un velo d’ombra (o di luce? Ah, saperlo!) che si dilata sino a coprire una intiera esistenza. Infine intrapresi il mio secondo periodo, che risultò composto di sole due poesie e che denominai “Trovatore, però”. Apparirà chiara in seguito la criticità di tale denominazione, passo ora ad illustrare la prima delle due poesie, rendendovi edotti che in esso figura un trisillabo nome femminile: è un nome-schermo, il nome reale, egualmente trisillabo, non ve lo direi manco morto. Ecco la poesia:

Forse il giunco flessuoso
Che il vento lieve accarezza la sera,
O la piccola siepe
Con qualche spina ma con tanti fiori,
E’ il tuo cuore, Lucinda,
Scontrosa castellana.

La tua città, di pietre aspra e di torri,
Ancora ti circonda e ti difende.
Ma il nemico avveduto
Un passaggio segreto va cercando
E la battaglia vera
Soltanto ora comincia.

Avete certo notato che si tratta di una festicciuola di endecasillabi e di settenari. Paiono inoltre evidenti i nessi col periodo “Dolcezza cogliona” e sono gli aspetti propriamente trobadorici del mio dire, come se stessi col mio liuto a verseggiare per la castellana che non mi guata, se non di sottecchi. C’è l’aspetto “però” che non è da ignorare, sia pure addolcito da qualche coglioneria sparsa qua e là. Sto significando che detto trovatore non si contenta di cantare, anelerebbe a passare ad azioni, certamente acconce e rispettose, ma pur sempre azioni. Indìco ora un concorso per l’individuazione della città di pietre aspra e di torri, e do un piccolo suggerimento: trattasi di una città dell’Italia centrale. Anche le immagini -senza didascalie!- che inserisco possono aiutarvi. Chi indovinerà, potrà scegliere il tema di una mia poesia di dodici versi fra endecasillabi e settenari, che verrà da me composta in minuti cinque e consegnata al beato vincitore, che di tal foglio farà l’uso che vorrà.


venerdì 28 marzo 2008

Giardino di novembre


Henri Fantin-Latour: Fiori d'autunno


Giardino di novembre
(Confessioni di un poeta finto - 2)

di Solimano



Un giorno di maggio, dopo un giustificato NO! nei denti, toccai il minimo, sentite un po’ che roba:

Giardino di novembre
Sotto la pioggia
E’ il mio cuore
Che ride
Calpestato.

Il sole non brilla
Ma brillano dolci
Le lacrime
Sui fiori
Avvizziti.

“Era il maggio odoroso: e tu solevi / così menare il giorno”, disse eternamente Giacomo. Io, il mio maggio, me lo figuravo un novembre cimiteriale, e ne ero pure fiero, me meschino, fra gli effluvi di rose e tigli, a cui non badavo, malgrado il mio naso li sentisse, detti effluvi. A volte, nel peggio, esciva qualcosa di meglio:

Desidera ancora cantare
La luce del sole
La sera.

Cantare melodiosamente
La morte sottile
Dei colori,
Il silenzioso brivido
Del vento
Occidentale,
La gioia solitaria
Della prima stella.

Meglio, nel senso che la morte sottile dei colori non è male, difatti apprezzai subito Monet, quando venne il tempo suo, però cheddé ‘sto vento occidentale? Libeccio o Scirocco? Garbino o Tramontana o Grecale? E chi lo sa, la rosa dei venti io non sapea che fosse, occidentale mi sonava meglio che orientale, e ce lo misi. E la prima stella, stella non era - ignorante pure in astronomia - ma pianeta, non so se Venere o Marte. Il mio primo periodo, quello che ho definitivamente nomato “Dolcezza cogliona” , si chiuse con quattro versi, non di più. Eccoli:

Scendevo solitario per le strade
All’ombra dei palazzi inanimati
Un cuore solo sulla terra, il mio
Scandiva in petto l’ultimo dolore.

A me tuttora l’endecasillabo esce pure al telefono. Tutta colpa di Ugo Foscolo (1778-1827), poeta di cui vi risparmio le traversìe, ed è un peccato, perché era un bel formicolone, altro che dolcezza cogliona. Il suo Carme dei Sepolcri, letto a voce altissima diverse decine di volte, mi infettò in saecula saeculorum. I medici assicurano che non è grave, si può vivere a lungo, ma è imbarazzante rispondere con un endecasillabo alla farmacista che chiede cosa vuoi. Finisce che ti dà un rimario, invece dell’Imidazil o del Fluimucil. Vedete come sono irrecuperabile? Persino i nomi dei farmaci mi sono esciti pronti per essere inseriti in endecasillabi, potevo dire Xanax o Rinogut, invece no. Nei quattro soprastanti versi si esprime una disperazione tanto universale quanto del tutto ingiustificata. Va detto che in quei giorni mi dolevano i piedi per due calli mignoleschi dovuti al fatto che portavo il numero 44 di scarpe. Un giorno decisi che il numero 45 era meglio, anche se mi ballava un po’ il piede, e i calli pian piano si estinsero. Con essi anche la disperazione. Mbah!

Henri Fantin-Latour: Fiori d'estate

mercoledì 19 marzo 2008

Lontana rondine sei


Carlo Crivelli: Madonna della rondine (part) c.1491
National Gallery, Londra


Lontana rondine sei
(Confessioni di un poeta finto - 1)

di Solimano



Limpido sguardo amato
Estenuante
Come ansia lunga
Il cuore te cerca
Invano.

Lontana rondine sei
Lietamente
Di là del mare fuggita
Nell’aria serena volando
Felice.

Dietro questi dieci versicoli di dolcezza cogliona campò per tre anni la mia ingiustificata autostima di adolescente che non sapea guardar negli occhi le compagne di classe, le quali se n’erano accorte dopo 10 minuti, e perciò stesso mi guardavano negli occhi, le maliarde! I dieci versicoli non li raccontavo a nessuno, erano il mio consolatorio segreto, e persistetti:

Nella valle notturna
Colma
Di suoni minuti
E di silenzi dolci,
Canta
L’usignolo.

Sui fiori del mandorlo
Da poco sbocciati
Risplende
La sua voce
Luminosa.

Ma chi l’avea sentito mai, desso rosignuolo? Una volta sì lo sentii, anni dopo, e me la presi perché non mi lasciò dormire. A non parlar dei mandorli, che non so tuttora dove sorgano e come crescano, i loro fiori poi men che meno: esistono? Di che colore sono? Mbah! Eppoi, quale minuteria di suoni, passavano i treni, vicino al casello ferroviario e i silenzi diurni e notturni erano visitati da vespe perigliose e voracissime zanzare, altro che dolci. Gaglioffe prodezze seguirono, c’è un tempo per ogni cosa.


Usignolo (Luscinia megarhynchos)