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mercoledì 10 marzo 2010

Sorelle

Sandra Mastore

Emile Vernon: Tre Sorelle (1912)

Milano svela marciapiedi larghissimi a fine agosto, gli stessi dei viali dai nomi geografici solitamente foderati di auto.
Romagna, Marche, Umbria, Abruzzi… un gioco da bambine, quando si veniva a Milano, trovare capoluogo e province della regione che dava il nome al viale.
Ci si può camminare in tre accordando il passo, senza bisogno di cederlo, di interrompere il discorso. Baristi sfaccendati sulla porta.
Strano avanzare, sotto un sole che non accetta di non esser più leone, guardando le foglie già secche ai piedi degli alberi, fenomeno di questa perfida estate 2009.
Milano regala anche parcheggi facili e liberi per ferie, interni freschi, ventilati solo dalle finestre aperte. Ancora sferraglia e stride poco Milano.
E’ sommessa, anche a quest’ora. Sta con le mani in mano, pensa una delle sorelle sedute nella stanza.
La via Gluck non è lontana.

Le due sul divano rigido ascoltano l’altra sulla poltroncina di fronte. Profili tesi e labbra da mordere.
Si versano acqua da una brocca di cristallo rosato sul tavolino in mezzo. Se la offrono a turno, contendendosi il riempire quei bicchieri eleganti e delicati.
Tre signorine Felicite in pantaloni e sandali.
Un’occasione le ha riunite, sole, in tre come una volta. Tanto cambiate da una volta, dopo ere glaciali e mai definitivi disgeli.
- Non dello stesso padre!- osservò qualcuno, anni prima, sbalordito da tanta diversità.
Diversissime, infatti.
Quante belle figlie madama Dorè: dal biondo cenere, al castano chiaro, al nero. Il mondo si era gloriato di poter essere visto in azzurro, blu, nocciola e profumato da pelle scura o dorata o chiarissima. Le belle figlie non gli avevano badato, rinfacciandogli il nido sdrucciolevole che era toccato loro: sconosciuti calore e armonia, negato il riconoscimento.
Angustiata e senza armi Madama Dorè.
Ognuna aveva cercato il suo modo di spiccare il volo, rughe e lacrime avevano disegnato poi solchi diversi. Su misura e di alta sartoria.
Ora erano insieme nella stanza.
- C’è troppa corrente?
- No. Prendi ancora un po’ d’acqua.
Un assortimento che non capitava da parecchio di rivedere al completo. Più facile a due a due, con accoppiata a sorpresa.
Diversissime davvero, al primo sguardo.
Di cosa parlano, mentre bevono acqua e ravviano capelli biondo cenere, scostano ricci ramati, sistemano fermagli tra ciocche brune? L’argomento porta a toccare i capelli, nessuna di loro ha bisogno di tintura e i gesti per domarli sono ancora adolescenti, le dita si muovono in modo simile, spontaneo, con riguardo e lentezza.
Il gesticolare delle altre ricorda a ciascuna che è si è formato sotto lo stesso tetto.
Così come è comune il modo di impugnare la penna, da dove ancora oggi esce un tratto rotondo, generoso, che non bada a spazio e lascia il segno sulla pagina sotto. Una concessione di barocco a pochissime maiuscole, forse le preferite, per poi irrigidire geometricamente le altre. I genitori stessi faticavano a distinguere le scritture.
A guardar meglio anche i capelli, colore e acconciatura a parte, sono dello stesso tipo. Folti, grossi. Appariscenti, volendo.
Sono figlie dello stesso padre, invece. Eccome.

Edward Atkinson Hornel: Catturando farfalle

Una guarda oltre i fili del tram, verso la Stazione Centrale che da bambine significava l’inizio delle vacanze, con le sue altissime volte e l’emozione del primo movimento del treno.
Si guardavano, in quell’attimo di fremito e la complicità di quel nocciola-azzurro-blu faceva battere i loro cuori dietro il finestrino. A due passi dalla via Gluck e dal tempo delle sedie di plastica intrecciata dei bar dove i padri regalavano, con le loro incontenibili risate di giovanotti, gioiosi sussulti alle bambine quasi addormentate che tenevano in braccio.
Il padre giovanotto che le accompagnava, portando le loro valige come fossero piume a quadri scozzesi, ora rimpiccioliva: ancora il braccio muscoloso mosso nel saluto, ma ormai lontano lo sguardo imperioso.

Parlano proprio di lui oggi, in questa stanza, bevendo acqua mentre l’azzurro-blu-nocciola si ridesta.
Non si assenterà come per venire qui a Milano ogni giovedì, quand’era gigante e la sua assenza a tavola significava risate e allegria e desiderio che il prossimo giovedì arrivasse presto.
Non lo perderanno. Non si spegnerà. Non le lascerà. Tantomeno mancherà.
Morirà. E forse di lui nessuno l’avrebbe mai pensato.
Morirà come tutti, per sempre. A breve.
La malattia sarà più forte di lui che a loro pareva invincibile.
La sta combattendo da poco, è entrata subdolamente, togliendosi i tacchi a spillo per non farsi sentire, come facevano loro quando rincasavano tardi. Al buio, silenziose, rapide. Vigliacche.
Forse non c’era ancora al primo allungarsi delle giornate, quest’anno. Lo si vedeva sfrecciare sulla bicicletta come a voler impolverare invisibili inseguitori, lampo velocissimo in giacca a vento che seminava il tempo e le auto ai semafori. Dimostrazione che un uomo solo può avere la meglio e concepire sogni di granito mentre pedala tenacemente.
Avrebbe per sempre fatto così. E se qualcuno rimaneva schiacciato o diventava invidioso, pazienza.
La bici, un grande amore.
La preferisce “di gran lunga” alla sua auto tedesca.
Tedeschi erano i detenuti che doveva sorvegliare durante il servizio militare nel carcere di Gaeta; criminali nazisti, in realtà, che la cella umida con l’inferriata sul mare nobilitava a prigionieri di guerra.

La Fortezza di Gaeta

Lunghi mesi a osservare dita delicate muovere le pedine nelle interminabili partite a dama. La tattica, il rispetto dell’avversario. Che si ritrovava ad esser lui, la guardia carceraria, il ragazzo che non aveva mai visto mondo se non al cinema di fronte a casa, dove fin da bambino - permesso o meno – entrava ad ogni costo, anche di straforo fra i cappotti pieni di pioggia degli adulti. Al cinema sarebbe rimasto fedele sempre. Pure adesso, ai titoli di coda. Innamorato della regia di quel suo coetaneo già ispettore, evaso, anticamente cavaliere pallido.
Pur con la pellicola che s’inceppava, quel cinema scalcinato, da niente, faceva diventare piccole le punizioni terribili di casa.
Cinghiate. Digiuno. Sottoscala.
Cominciò a notare la benevolenza del prigioniero di guerra, ad apprezzarne la conversazione filosofica. Sbarre e isolamento fecero il resto. Aveva vent’anni e le Fosse Ardeatine potevano essere state davvero un ordine indiscutibile dei superiori. I mostri veri parlavano in un altro modo: cinghiate, sottoscala buio, digiuno, interruzione degli studi, dodici ore nei campi come se non fosse il figlio del padrone.
E lui per professione avrebbe voluto volare. Assolutamente no? Solo terra rossa per lui? Se non in cielo, nella cabina di pilotaggio, nemmeno con i piedi in quella terra. Addio, avrebbero sentito parlare di lui.
Mai lagnarsi del proprio passato, parlare di cose vecchie. Mai allentare la disciplina del lavoro, guardare avanti, non porre limiti. Specie se il passato non passa mai.

Dove metteranno la bicicletta, chi di loro toccherà il manubrio, i freni, la sella?
Escono ora, liberando la stanza dai ricordi taciuti e dall’imbrunire.
I gesti, il passo, le pause: si vede a un miglio che sono sorelle, mentre sfilano per raggiungere una pizzeria da marciapiede, estranea. Ciò che ora tutte e tre sanno fonde il nocciola con l’azzurro e il blu, in un colore indefinibile, uguale.
Anche il cameriere vedrà che sono sorelle.
In un soffio questo millennio raggiungerà la prima decina - il pensiero di una, il pensiero di tutte - chissà se avranno finito il loro angoscioso conto alla rovescia. Sperano di no. Di essere al completo per mangiare il panettone, come dicono a Milano. Temono di no.
Una delle cartacce sul marciapiede svolazza con l’impronta di una scarpa da tennis, come un timbro. E’ quasi buio, neanche una bici.
Milano mostra la sciatteria di chi si annoia in casa tutto il giorno.
Lontanissima da lì la via Gluck.

Agosto a Milano


domenica 20 dicembre 2009

Canto ed incanto della neve

Habanera

Alfred Sisley: Chemin de la Machine, Louveciennes 1874

Il protagonista di questo racconto è appena tornato dalla clinica dove lo hanno curato per un esaurimento nervoso.
Un giorno va a fare una passeggiata ed è appena nevicato; all’improvviso non ode più nulla se non un canto, un’illuminazione. È l’istante della guarigione in cui capisce che ciò che vuole è tornare in famiglia e portare questo canto...


Canto della neve silenziosa

Quando giunse al punto stabilito si fermò. Aveva percorso un miglio. Bisognava tornare indietro. Guardò le case circostanti, quelle che da lontano sembravano quasi prive di forma, fuse com'erano nell'aria luminosa; poi guardò gli alberi e il loro grigiore innevato scomparve nella luce. Si girò e fece il primo lento passo del ritorno. Ripercorse le proprie impronte, le uniche nella neve. Sembravano piccole e anche se erano le uniche non sembravano sole, abbandonate. Sorrise all'idea delle impronte sole, come se le impronte avessero una vita propria o anche potessero riflettere quella di chi le aveva lasciate. Forse... chissà. Andava dunque, e si teneva compagnia.
Svoltò un altro angolo e davanti gli si posò un lungo tratto bianco piatto e friabile, interrotto sempre e solo dalle sue impronte che s'allontanavano e sembravano scomparire nella distanza bianco/grigio. Non sembrava possibile, eppure ora l'aria era ancora più dolce e serena. Continuò a procedere lungo le proprie impronte con l'impressione di poter camminare in eterno, la sensazione che fin quando la neve silenziosa continuava a cadere lui avrebbe potuto camminare lasciandosi dietro tutte le preoccupazioni e le ansie, tutti gli errori del passato e del futuro. Più nulla lo avrebbe preoccupato o perseguitato o riempito di tremiti di paura: la buia notte dell'anima era ormai finita. Sarebbero rimasti solo lui e la soffice neve silenziosa, e ogni fiocco avrebbe portato, nella propria vita una particolare gioia … mentre la dolce e silenziosa neve continuava a cadere dolcissima e gioiosissima...
Sì, e amorosissima... amorosissima...

Alfred Sisley- Scena di Neve Stazione Moret, 1888

Avrebbe potuto camminare in eterno. Gli sarebbe stato facile continuare a camminare mentre tutti i pensieri di morte sarebbero svaniti, assorbiti dalla neve silenziosa.
Ben presto pur tendendo l'orecchio non sentì più neppure lo scricchiolio dei passi nella neve e la cosa non lo sorprese, quasi che il corpo gli fosse diventato tanto leggero da non lasciare neppure un’impronta. Raggiunse la sua strada ma invece di svoltarvi continuò dritto: qualcosa lo attirava in fondo a una strada nella quale non era mai stato prima, una strada completamente sconosciuta, completamente diversa da tutte le altre nei paraggi. E mentre andava continuava a sentirsi sempre più leggero, come se la scintilla nella neve silenziosa, e quella che illuminava l'aria, gli scoccasse dentro. Sapeva di avere gli occhi in fiamme, pieni di quella luce. Sapeva d'irradiare quella luce attraverso gli abiti. E si sentiva le gambe sempre più leggere e quando abbassò lo sguardo vide che non c'erano impronte. Il soffice manto di neve steso sulla strada era ancora immacolato e fin dove vedeva lui non c'erano impronte e allora tutto il suo essere si riempì d'indicibile gioia
e allora la sentì,

Alfred Sisley- Neve a Louveciennes, 1874

agli inizi molto debolmente e tuttavia distintamente.
Sentì la neve cadere lenta nell'aria, ogni fiocco con un suono proprio e distinto e non ostacolato nella caduta così che i suoni di tutti quei fiocchi non mescolavano né stridevano ma si fondevano invece in un canto, quello della neve, che pochi avevano udito.
E, pur restando dolce, quel canto diventava sempre più forte, diventava una cosa sola con la luce... e alla fine non ci furono più piedi che lasciassero impronte né corpo né occhi che brillassero ma soltanto luce e suono e gioia. Niente passato, niente futuro, niente, neppure un presente, unicamente la nuova gioia che non conteneva ricordi di angustie e lotte e sofferenze... unicamente la nuova gioia... e capì che sarebbe potuto restare lì per sempre.
(Hubert Selby Jr.)

Un grazie affettuoso a Zena Roncada per avermi fatto conoscere questo testo e...


BUON NATALE E FELICE ANNO

A TUTTI



da Habanera

sabato 5 dicembre 2009

Gli occhi di Noodles

Sandra Mastore

Robert De Niro in "C'era una volta in America"

Tutta colpa di quel film se adesso era diretta, spedita e trepidante, verso il centro. Non avrebbe dovuto cedergli: alla prima inquadratura avrebbe dovuto cambiare canale, fare una telefonata, intavolare una conversazione mentre sbrigava una faccenda.

Tempo fa con Virgil Tibbs e la sua calda notte era riuscita a imporsi: due scene, poi tre, poi uno sguardo al lavoro da finire e uno all’orologio. Spiacente, non si poteva fare. E non si era fatto.
Il lampo del telecomando aveva spento il sorriso accecante dell’ispettore Tibbs. Pigra com’era, non se lo sarebbe mai procurato in dvd. Eterno rimpianto, Virgil, per aver interrotto il racconto delle tue mani nere come un temporale.

Ma la fine dell’estate è insidiosa, le prime serate al rientro dalle vacanze cercano consolazione, archiviati i gelsomini e le sere infinite all’aperto. A una certa ora ci si accompagna a un maglioncino e alla tv accesa.
Così se l’era ritrovato inaspettatamente, con quella fotografia ammantata di giallo cenere e l’incanto della nota, vibrante colonna sonora. Proprio quel film.
Il primo trillo del telefono, poi un altro… Solo fino al ritorno di Noodles, si era detta, se squilla il mio telefono sono salva, poi solo fino ai suoi occhi che ridiventano giovani. Poi non si era più detta niente. Noodles aveva sempre avuto la meglio su di lei.
Non sarebbe andata a letto presto, non avrebbe preso sonno facilmente. Ogni volta che lo rivedeva quel film le presentava il conto. Si risvegliavano le “voci di dentro” e il suo cuore temprato alle gelate invernali ritornava ad essere un cuore di merletto.


Questa volta era anche riuscito a renderla intraprendente e determinata: detto, cioè pensato, e fatto. Aveva rintracciato Malvina. C’era arrivata per vie traverse e indigeste e aveva composto il numero. La perplessità dall’altro capo del filo la raggiungeva con rintocchi distanziati, ma si concordò l’incontro.

Camminando verso il centro, ripassava mentalmente tutto quello che aveva accomunato lei e Malvina da ragazze.
Gusti e disgusti simili, batticuori ben nascosti e convinzioni forti, la scelta dello stesso digestivo alla menta per specchiarsi nel ghiaccio mosso del bicchiere dell’altra, mentre il dialogo s’infittiva di ombre. Chi entrava nel bar vedeva solo due belle ragazze che sapevano far tintinnare il ghiaccio con classe.
Erano passati molti anni, ma di sicuro la puntualità doveva essere ancora una delle fisse di Malvina.
Tanto valeva non farla aspettare. Anzi, arrivare con un lieve anticipo. Le doveva quel gesto di umiltà, dopotutto.
Colpa del film che le aveva insinuato questa romanzesca idea, se ora si sentiva così insicura.

Era quasi vicina alla piazza dell’appuntamento; la folla del sabato perlustrava con metodo le strade, fragranti di vetrine.
La piazza le si spalancò davanti assai prima del previsto: era in un anticipo sgradevole. Indietreggiò lenta, come catturata da qualcosa che valeva la pena di osservare, mentre si toglieva gli occhiali da sole assumendo l’espressione paziente di chi aspetta qualcuno rimasto indietro.
I sacchetti colorati che contenevano i bottini animavano la strada: fra qualche metro sarebbero stati depositati a terra o su una sedia libera del tavolino del bar; avrebbero però continuato, per il solo fatto di esserci, a regalare lampi di soddisfazione ai proprietari. Conosceva il benessere di quella sensazione e non le sfuggivano le operazioni rapide del soppesarsi reciproco tramite le borse degli acquisti.
Guardò l’orologio con finto distacco: le pareva che tutti i passanti percepissero la sua attesa sottolineata dalla luce sfolgorante.
Avrebbe preferito le solite nubi basse in Val Padana, almeno oggi. Pensò di raggiungere il sagrato dov’era fissato l’appuntamento.
Malvina le aveva anticipato che sarebbe arrivata in bicicletta, una vecchia bicicletta nera, vecchia abbastanza -sperava- da scoraggiare i ladri.
La rastrelliera davanti all’ingresso della chiesa riluceva lucchetti che incatenavano una quantità di bici, tutte nere le sembravano, no, una grigia e una un tempo rossa. Così addossate sapevano d’inverno: strade di periferia, nebbia del mattino, precarietà sul ghiaccio.


Avevano stabilito di incontrarsi alle undici e trenta - si preoccupò - non poteva aver capito male. Se invece avesse proprio capito male e Malvina fosse già andata via? E se, parcheggiata la sua bici nera, la stava osservando da lontano, prendendosi la soddisfazione di verificare impietosamente il lavoro del tempo e della vita su di lei? Poi si sarebbe presentata con la sua bellezza e la sua ironia grintose, ribadendo che avrebbero fatto bene a concordare un segnale per riconoscersi, visto che aveva davvero faticato a metterla a fuoco.
Il senso logico rispuntò: mancavano ancora alcuni minuti. E poi, Malvina sarcastica, tagliente e intransigente forse... ma meschina non era mai stata.
Da dietro è lei, con le sue spalle larghe e i tacchi, quasi bionda come si diventa a un certo punto. No: non va verso il sagrato e non ha la bici.
Curiosità e un filo di derisione negli sguardi che incrocia. Rimette gli occhiali da sole che aveva tolto fiduciosa.

Certo, non poteva andar fiera di come si era comportata con Malvina, defilandosi così, senza un motivo, negando la confidenza, l’affetto. Quei periodi in cui proprio non ci si può soffrire e ci si allontana da tutto. Da tutti.


Ormai era passato un secolo. Ma se le avesse chiesto ancora spiegazioni? Si poteva, con un accurato slalom, evitare l’argomento. Del presente c’era tanto da dire. Due figlie per esempio, due ciascuna, tanto per essere salomoniche. Ma un eventuale “bidone” poteva starci con l’idea giovanile di Malvina che la vendetta si gusta fredda.
Però, in tutti questi anni, pur non essendo andata a letto presto come Noodles, aveva custodito la loro amicizia e, per certi versi, l’aveva ritenuta insostituibile.
Forse Malvina lo sapeva e per questo aveva accettato di vederla.
A meno che non volesse prendersi la rivincita, una volta al bar, e guardarla con severità mentre girava - quarantatrè volte come Noodles - il cucchiaino nella tazza, in un mutismo impenetrabile.
Dette la moneta anche alla seconda mendicante: per negare l’offerta ci sarebbe voluta più lucidità.

Eccola.

La bici a mano, padrona di sé, quella camminata da pantera, appesantita appena. Le è accanto, ancora più alta.
-Ciao.
Le labbra si schiudono al sorriso, non molto, quel che basta a ricordare una dentatura da giovane nera, punto luce di tratti già esotici, che avevano ispirato a qualche sconosciuto ginnasiale il sorprendente “W Giamaica” a grandi caratteri sul muro, poco prima che Malvina terminasse il liceo. Alla faccia del cognome longobardo doc.
Ci mette calma e perizia per sistemare la bici, lavorando di catena e lucchetto con l’indimenticabile, sopravvissuto, gioco di mani. Occhiate in tralice, vagamente ironiche, dietro agli occhiali da sole. Identiche a quelle di ieri.
- E’ molto che aspetti?
Un’allucinazione uditiva? Telepatia? Forse, semplicemente, ha rivisto anche lei il film tre sere fa.
Non risponde come le suggerirebbe Noodles per cercare la complicità. Sta pensando che è difficile, quasi miracoloso, riannodare fili aggrovigliati ma ci vuol provare, ci vuol credere. Anche un nodo vistoso può avere una sua bellezza.
-No, sono appena arrivata anch’io.



martedì 22 settembre 2009

Scampoli d'infanzia

Sandra Mastore
(ginni)


Alla fine sì.
Avrebbe organizzato lei la festicciola di Halloween per la figlia e le amiche.
Difficile trovare qualcosa di interessante per intrattenerle:
a dodici anni tutto va in obsolescenza con rapidità impressionante, ciò che solo ieri era divertimento assicurato oggi poteva essere fonte di noia senza rimedio.
Ma non voleva perdere l’occasione, pochi mesi potevano rappresentare un’era geologica a quest’età: gli scampoli d’infanzia andavano assecondati e goduti. Presto sarebbero stati soppiantati da brufoli, mugugni e porte chiuse.

Tutt’altro che semplice l’impresa in sé, ma addirittura titanico parlarne con sua madre, nonché nonna dell’interessata, per chiederle l’uso, diciamo dalle diciotto alle ventidue e trenta, della parte meno nobile della casa.
Nella notte dei suoi tempi, sua madre era stata ribattezzata “Odoacre” da un compagno di scuola, allibito da regole e veti di stampo quasi militare che la signora aveva stabilito per i giovani che avrebbero avuto l’ardire di frequentare la magione.
Il tempo qualcosa stempera, si sa. Con i nipoti, i nonni possono essere più morbidi…


Ma Odoacre era pur sempre Odoacre: occorreva muoversi con cauto machiavellismo, alla fine avrebbe capitolato.
Infatti. A suo carico tutta l’organizzazione e la seguente pulizia, naturalmente. Prendere o lasciare.
Prendere: Odoacre avrebbe liberato il campo andando da Teresita per la partita di burraco che si giocava, con bisettimanale rigore, da lei.

Si era procurata ghirlande di pipistrelli e ragnatele, per caricare un’atmosfera già inequivocabile che partiva dalle scale fino alla taverna e al cosiddetto “cantinino”, giù giù fino alla porta della cantina vera e propria che fungeva anche da autorimessa. Enorme e disseminata di pilastri com’era, sarebbe stata perfetta per il percorso al buio da proporre alle ragazze.
A coppie, una munita di pila per fendere l’oscurità pressoché completa, avrebbe guidato l’altra, bendata, dalla taverna fino all’uscita dalla saracinesca della cantina. Una volta risalito lo scivolo, non molto ripido, sarebbero state davanti a una fantasia di zucche illuminate, rumori mostruosi da uno stereo nascosto, ali di pipistrello abilmente collocate tra i rami degli alberi e teschi, teschi e scheletri ovunque.


Qualcosa di memorabile, le aveva chiesto sua figlia.
Bene. Più di così non poteva fare. E trovare.
Metri di similraso nero, chili di zucche da svuotare, cibarie in tema. Sperava in un risultato abbastanza memorabile per un addio all’infanzia.
Comunque, da madre assennata, avrebbe dovuto provare lei per prima questo percorso, al buio della benda.
Aveva sempre pensato di poter scendere e salire ad occhi chiusi, tranquillamente, quelle scale della sua casa di figlia.
Si bendò con una delle fasce di finto raso e affrontò disinvolta i primi gradini, proponendosi come prima tappa la taverna, dove le ragazze si sarebbero intrattenute all’inizio della festa.


Procedeva con le braccia in fuori così da poter toccare entrambi i muri laterali. Sotto le dita l’intonaco cambiava texture rapidamente: levigato poi più ruvido, secondo la velocità di marcia del polpastrello, ora zigrinato poi ancora liscio. Uno spigolo della nicchia ricavata nel muro - era già lì!- le solleticò un palmo, sotto le dita il freddo del ripiano di vetro vellutato dalla polvere. Qualcosa si sbriciolò crepitando: doveva aver spostato una composizione di fiori secchi. Già, dimenticava il gusto “decor” di sua madre…
Ne sfiorò i corpi aguzzi, arrotondati o seghettati, più in basso conici, forse erano pigne.
Continuò a scendere più lentamente, finché la falcata arrotondata e piena fu decisamente arrestata dalla scarpa contro il pavimento: era al pianerottolo. Saliva un lieve odore di muffa. Dopo la seconda rampa si trovò a premere il corrimano freddo e oleoso. Odore di officina sulla mano. Ecco il calore del legno della porta della taverna, una volta aperta le rimandò la tipica zaffata da ambiente chiuso e protetto. Non la sentiva quando ci entrava con i suoi amici, tanti anni prima. Ma ora la riconobbe: era l’odore dei suoi ricordi.
Da qui sarebbero partite le ragazze.


Superato il “cantinino”, il tanfo di sotterraneo cominciò a ispessirsi. Doveva essersi graffiata il dorso della mano, sulla lingua lo stesso “dolciacquoso” delle antichissime sbucciature dei ginocchi. I ricordi l’avevano distratta: era GIĂ davanti alla porta della cantina. Aprendola, sorrise al vecchio cigolio metallico. Niente le impediva di togliersi la benda, ma ora la strada sarebbe stata tutta in piano: diritta per una trentina di metri fino alla saracinesca ed era fatta. Percepiva il buio più denso. Strano, persisteva “l’aspro odor dei vini”, sebbene suo padre non ci fosse più da qualche anno. Evidentemente l’ambiente ne era rimasto impregnato Ma non le rallegrava l’anima. Cercò, a tastoni, un indizio che la aiutasse ad orientarsi, agitandosi a vuoto. Poi cominciò a temere lo scontro con uno dei pilastri. Era bagnato per terra? Il pavimento, a tratti, le era sembrato addirittura viscido, ma la paura di scivolare non era mai stata un suo problema. Toccò qualcosa che somigliava a grossi spaghetti freddi e si ritrasse.
Ascoltava i soliti rumori che si sentono nelle case di notte.
A proposito di rumori, ricordò che a destra della saracinesca si trovava un rubinetto: avrebbe potuto farsi guidare dal suo gocciolio. Niente. Il fido idraulico Pietro doveva averci messo mano. Non c’èra neanche un sibilo di vento per far sbatacchiare il finestrino in alto, da fuori arriva il guaito di un cane. Impossibile che i pilastri si fossero volatilizzati.
In preda a uno stordimento esasperante si strappò la benda.

Il senso dell’orientamento l’aveva abbandonata: non aveva fatto altro che girare in tondo a poca distanza dall’ingresso della cantina. Si era insabbiata proprio lì, dove pensava che ormai fosse facile arrivare all’uscita.


lunedì 27 luglio 2009

La bella stupida e il brutto simpatico



La bella stupida e il brutto simpatico

di Fabio R.


Ci conosciamo.
Lei non è bella, è carina.
Io alle ragazze belle preferisco le ragazze carine... le trovo più belle.
Lei dice che sono carino.
Preferisce i belli, ma se dice che sono carino vuol dire che sono brutto, però simpatico.
Adesso siamo sdraiati accanto sul letto.
Un brutto simpatico e una carina molto bella.

Parliamo.
Lei non è molto intelligente è piuttosto stupida.
Io alle ragazze intelligenti preferisco le ragazze stupide... le trovo più belle. Una legge di natura.
Lei dice che sono molto intelligente.
Preferisce gli stupidi, perchè così capisce di cosa parlano.
Se dice intelligente vuol dire che non capisce, ma che le sto simpatico.
Le stupide pensano così.

Lo facciamo.
Lei non è male, ma si vede che ha poca esperienza.
Io alle ragazze con tanta esperienza preferisco quelle con poca... le trovo più belle.
Lei dice che sono molto dolce a letto.
Preferisce gli uomini focosi, che la sanno prendere.
Se dice molto dolce vuol dire che sono moscio, però almeno sono simpatico.
Le donne usano spesso questa parola.

Ci salutiamo.
Io spero di risentirla presto, mi ha fatto molto piacere conoscerla.
E’ una ragazza stupida, ma carina, quindi molto bella.
Lei spera di risentirmi presto, le ha fatto molto piacere conoscermi.
Sono un ragazzo brutto, ma intelligente, quindi molto simpatico.

Ho come l'impressione che non ci rivedremo più…



domenica 14 giugno 2009

Tra un minuto nevica

Gustav Klimt: Donna anziana, 1909


Tra un minuto nevica

di Sandra Mastore
(ginni)



Freddo e fretta mettono le ali ai piedi, per raggiungere il parcheggio basta solo attraversare la piazza tra impavide biciclette, baveri allerta, frasi attutite. La carrozzina che si avvicina è spinta da una delle solite, trasognate badanti che, squittendo imperterrita al cellulare, non bada alla coperta scivolata (da quanto?) ai piedi della vecchietta. Basta voltarsi per evitare sofferenze che potrebbero durare lo spazio di un passo. Non è difficile.
A meno che… qualcosa del vecchio passerotto intirizzito ce lo ricordi quando non era tale e il suo sguardo aveva tutta la forza del mondo. E potere, sulle nostre piccole vite.

Quando iniziai la prima elementare la mia maestra aveva quarantasette anni. Piccola oltre misura, magra, sempre in ordine, rossetto e cipria. Ogni mattina infilava il grembiule nero, lucido, dopo averlo tolto dall’armadio a muro dell’aula che poi richiudeva piano e ne custodiva la chiave nella tasca del grembiule. Saluti, preghiera, consegna ordinata dei quaderni dei compiti ricoperti di carta da pacco blu. Seguivano attimi di trepidazione: tra poco avremmo conosciuto la sorte della giornata dal suo scandire TE-MA o, ahimè, PRO-BLE-MA. Fitta dolorosa, prima avvisaglia di un colon per sempre irritabile.
Sapeva seminare il terrore questa minuta, implacabile donna. A volte il disprezzo, il dileggio andavano ben oltre l’offesa, a minare la promessa di un’integrità futura.
- Piange?! Riderà quando si sposa…
Ma sapeva anche insegnare, trasmettere, accendere l’interesse e lavorava con scrupolo. Si prodigava in correzioni efficaci e generose, come generose erano le sue spiegazioni. Riconosceva l’originalità, anche solo sintattica, e in quel caso non la piegava a suo piacimento. Che apprezzasse il mio modo di scrivere fu la mia salvezza, per il resto non ero una scolara brillante. La sola idea che i suoi pungenti occhi scorressero le righe del mio quaderno mi paralizzava, o che la parola “negligente” potesse raggiungermi come un marchio infuocato.
Nel corso del quinquennio qualcuna delle alunne più sensibili fu tenuta a casa dai genitori per guadagnare la bocciatura automatica, la fine del supplizio.

Giudicava le espressioni dialettali, la stiratura del grembiule, la grafia, il pennino, la pettinatura. A voce alta, senza pietà per i nostri genitori.
Poteva usare le mani, non era proibito nei primi anni Sessanta, ma era rarissimo che vi ricorresse.
All’intervallo la bidella Speranza le serviva il caffè su un vassoio che ci sembrava d’argento, molto spesso lei chiedeva anche un “cachet” per l’emicrania.
Le spiegazioni d’Italiano o Storia, già momenti piacevoli, potevano trasformarsi in quarti d’ora godibilissimi, specie quando le arricchiva di aneddoti o di punteggiature personali. Era capace di fissare nella nostra giovane memoria date, eventi. Ho vissuto un bel po’ di rendita alle medie. Il pomeriggio (si andava anche al pomeriggio, il giovedì a casa) era spesso riservato alla “letteratura” più poesia che prosa. Metteva in atto una sapiente strategia per creare l’aspettativa, anticipando indizi sull’argomento o sull’autore. Poi la sua lettura - o meglio: declamazione - percorrendo l’aula a poderosi e sonori passi (insospettabili per quelle gambette). Seguiva un silenzio perfetto in attesa del titolo che ci elargiva come un prezioso regalo dopo essere risalita sulla predella, esausta e vittoriosa. In tono pacato, confidenziale, ora, commento e biografia dell’autore. Finalmente seduta in cattedra: dettatura e indicazioni per l’illustrazione individuale.
Aveva recitato da giovane, si capiva da come calcava la scena per noi, spettatrici dapprima obbligate, poi coinvolte e catturate. Ci aveva raccontato di aver fatto parte di una compagnia teatrale, ma senza soffermarsi: forse un’attività da considerarsi ora disdicevole. Aveva frequentato anche l’università, lettere, ma al terzo anno aveva incontrato suo marito. Fine del sogno di gloria.
-Dovessi venire a sapere, domani, che avete interrotto gli studi perché vi siete innamorate, proverò un gran dispiacere. Ricordatevelo!
Pascoli era il suo preferito, ma ci propinava anche Fucini a dosi non proprio omeopatiche.
Intanto gli anni Sessanta erano diventati quasi Settanta, e, mentre ci massacrava con la geometria solida, cominciavamo a capire che l’imparzialità proprio il suo forte non era. C’era un terzetto di bambine con gli occhi immacolati che potevano non imbroccare il problema all’istante e ricevere una discreta - ma incoraggiante - imbeccata. Figlie della borghesia professionale che la poteva favorire in certi casi. E lei, noi non lo sapevamo, ne aveva estremo bisogno.
Arrivata da Milano dov’era nata - sebbene la particella “De”del suo cognome da nubile tradisse altre origini - sfollata durante la guerra qui, in provincia, in questo paese non ancora città.
Già moglie, madre e maestra. Un marito artista senza fortuna, l’unico stipendio sempre e solo il suo. Da una casa popolare in affitto all’altra, figli che crescevano sempre più sbagliati. Le colleghe la stimavano al punto di chiederle quaderni di anni e turni precedenti per copiare il suo inappuntabile lavoro, ma in sua assenza la commiseravano.
L’elasticità nelle scadenze dell’affitto poteva passare anche attraverso un voto non proprio meritato da un’alunna del terzetto.
Una vita grama, tutto il male del mondo. Da non crederci la concentrazione di disgrazie.

Ma in quegli anni ancora lottava, rigida e austera come un cavaliere medievale, tra le pareti della nostra scuola, imponente edificio di un razionalismo evocativo: fu infatti inaugurata nel 1934 dal duce in persona, in omaggio alla sua maestra, originaria di questa cittadina.
Molti anni dopo mi è capitato di entrare nella mia vecchia “V femm. A”: vivacità alle pareti, nuovi serramenti, sparito l’armadio a muro dove la mia maestra depositava per parecchie ore al giorno i panni dell’infelicità e della sconfitta e li chiudeva a chiave. E forse riusciva anche a dimenticarli.
In quarta elementare era arrivata una bambina nuova. Direttamente da Palermo, in pieno inverno. Chissà, forse l’assenza di cappotto, l’aria spaesata l’avevano intenerita e ce l’aveva presentata decantando la sua città e la Conca d’oro, asserendo che il dialetto siciliano era uno dei più belli d’Italia.
-Pensate che i ragazzi in Sicilia sono chiamati picciotti, è un modo bellissimo di indicarli oltre che comprensibile. Una volta alla stazione centrale una signora chiedeva dove fossero i “bagai” e tutti guardavano pacchi e valige. Se avesse cercato i picciotti nessuno avrebbe frainteso.
La bambina aveva ripreso colore dopo questo siparietto e, il buongiorno si vede dal mattino a volte, nel tempo aveva dimostrato di poter far fronte alle sue altissime richieste.

Ecco i primi fiocchi, inusuali come questi ricordi.
In prima elementare ci portarono al circo, il giorno prima delle vacanze di Natale.
Faceva freddo anche sotto il tendone e non ci fecero togliere i cappotti. L’odore era proprio sgradevole, ma lo spettacolo fu divertente e io ero vicino a colei che sarebbe diventata l’amica del cuore di quegli anni. Al rientro avevamo ancora negli occhi tutti quei colori e ottenuto il permesso – rarità - di farne un disegno. Ci sembrava di essere rientrate nel posto più caldo del mondo e fuori c’era un cielo di uno strano colore.

Prima dell’uscita sarebbe nevicato.


Pubblicato anche su Carta scritta

domenica 10 maggio 2009

Testavuota e Testapiena




Testavuota e Testapiena

di Annarita Verzola



Uova sbattute a colazione, montagne di tagliatelle casarecce a pranzo, tazze di ciccolato piene di biscotti a merenda, bistecche enormi a cena.
Questa era la dieta con la quale sin da piccolo il principino Romualdo era stato allevato su precise istruzioni della regina.
Il re aveva perso il conto delle cuoche succedutesi nella cucina reale dal giorno della nascita di Romualdo. Ognuna di loro resisteva pochi giorni, al massimo una settimana, sotto il tirannico controllo della regina che trovava immancabilmente un difetto inaccettabile.

Una non sapeva sbattere a dovere le uova, l’altra faceva le tagliatelle troppo sottili o troppo spesse, chi faceva la cioccolata troppo liquida o troppo densa, chi cucinava la carne al sangue o la cuoceva troppo.


In realtà il principino non sembrava soffrire per i continui avvicendamenti di cuoche, visto che, all’età giusta per incominciare a studiare, era diventato tondo come un barilotto e si muoveva con fatica sulle corte gambette.

Panciapiena era il perfido soprannome con il quale i servitori lo chiamavano tra loro nei momenti di malumore dovuti alle collere improvvise della regina. E a quel buffo appellativo non tardò ad aggiungersene presto un altro: Testavuota.
E sì, perché con gran dispiacere del re, fu ben presto evidente che i precettori chiamati a corte per provvedere all’istruzione di Romualdo, non riuscivano a fargli restare in testa nemmeno una piccola nozione, una regoletta, una qualsiasi informazione. Tutto gli entrava da un orecchio e gli usciva dall’altro, senza riuscire ad imprimersi in quel suo cervello che sembrava intorpidito. E così il povero Romualdo divenne per tutta la corte il principe Testavuota della Panciapiena.


A peggiorare la situazione un giorno venne anche il licenziamento della cuoca che più di tutte aveva resistito: tre settimane e cinque giorni.
La regina ebbe presto modo di pentirsi per quella decisione perché più nessuna cuoca si era presentata a palazzo e il principino Romualdo cominciava a deperire a vista d’occhio.
Se dobbiamo essere obiettivi, il principino stava perdendo i chili superflui e si avviava a diventare un ragazzino normale, anche se soffriva molto per la mancanza dei piatti sostanziosi ai quali era abituato.
Una notte in cui non riusciva a dormire per i crampi allo stomaco, Romualdo ebbe un’idea geniale. Avrebbe incominciato a cucinare da solo e si sarebbe preparato tutti i manicaretti più gustosi descritti nei libroni di ricette che aveva sempre visto in cucina.


Detto e fatto. Prese la candela dal comodino e scese quatto quatto in cucina a prendere un libro di ricette per leggerlo. Rannicchiato sotto le coperte, incominciò a sillabare con grande fatica le dosi e le istruzioni. Se si fosse trovato alla scrivania, davanti a uno dei suoi insopportabili precettori, avrebbe gettato via il libro scoppiando in lacrime, ma ora ne andava della sua sopravvivenza. Strinse i denti e non si arrese, continuando a leggere con gran fatica per tutta la notte.
La mattina, sfinito per lo sforzo e per la fame, era riuscito a leggere una gran quantità di ricette e non vedeva l’ora di metterle in pratica. Si vestì in fretta e scese nella grande cucina, dove la servitù aveva già acceso un bel fuoco, anche se non si sapeva chi avrebbe cucinato e che cosa.
Quando videro il principino rimboccarsi le maniche e ammucchiare sul tavolo tutti gli ingredienti per una torta, nessuno osò intromettersi, pur paventando la reazione della regina, che non tardò a manifestarsi in tutta la propria potenza.
Vedendo il figlio infarinato e con le mani piene di pasta, alla regina venne una crisi isterica, ma Romualdo era troppo occupato a realizzare la torta per occuparsi di lei e dei suoi strilli.
Quando il dolce fu sfornato, aveva un aspetto assai invitante e un profumo delizioso si sparse per la cucina, giungendo a solleticare persino il naso del re.


Il principino divise la torta in tante parti uguali e volle che tutti l’assaggiassero. Per un momento nessuno osò parlare, semplicemente perché il dolce aveva un sapore divino. La pasta si scioglieva in bocca e la farcitura era una nuvola delicata.
Romualdo staccò dal muro l’ampio grembiule della cuoca che se n’era andata e sancì così la propria vocazione culinaria, che fu accolta dalla servitù con grida di giubilo.
A nulla valsero gli urli della regina e i ragionamenti del re, Romualdo aveva trovato la propria strada e non intendeva abbandonarla.
Passarono gli anni, Romualdo si faceva sempre più alto e robusto, i precettori erano stati da tempo licenziati e lui leggeva solo libri di cucina. Oramai ne aveva una collezione vastissima e la sua fama di eccellente cuoco e di buongustaio si era sparsa oltre i confini del regno.
I pranzi allestiti al castello erano argomento di pubblica conversazione per la ricchezza, l’originalità e l’elaboratezza delle vivande. Famosi cuochi di ogni paese venivano a corte appositamente per conoscere il principe cuoco, chiedergli consiglio e seguire gli insegnamenti che dispensava con grande generosità.

La fama di Romualdo giunse alla corte di un regno lontano nel quale i sovrani da anni vivevano nell’angoscia e nella disperazione a causa della loro figlia, una ragazza bellissima e di grande intelligenza, ma esile come un giunco. I più grandi cuochi si erano avvicendati alla cucina del palazzo nel vano tentativo di indurla a mangiare, ma la principessa Matilde rifiutava con ostinazione, quasi con ribrezzo, i loro manicaretti. I sovrani l’avevano fatta visitare dai più famosi medici, ma il loro responso era stato unanime: la principessa era sana come un pesce. Solo che non aveva tempo per mangiare.


Il re possedeva una biblioteca invidiabile per ricchezza e vastità e la principessa, che aveva imparato a leggere sin dalla più tenera età, vi passava tutte le giornate e buona parte delle nottate, sempre immersa nella lettura, scordandosi di mangiare e di bere. Solo la sua nutrice riusciva a ficcarle a forza in bocca forchettate di sostanziosi cibi mentre era tutta presa a leggere un trattato di filosofia e a farla bere con una cannuccia mentre studiava la dimostrazione di un teorema. Affettuosamente la chiamava la mia principessa Testapiena della Panciavuota.


Quando la fama delle irresistibili leccornìe di Romualdo giunse fino a quella corte lontana, il re gli mandò un messaggero affinché concedesse loro l’onore di venire a cucinare le sue prelibatezza per la principessa Matilde.
Quel caso disperato toccò profondamente la sensibilità di Romualdo che senza indugio decise di partire, portando con sé i preziosi libri di cucina e alcuni particolari attrezzi di propria invenzione.


Il principe cuoco fu accolto con tutti gli onori dovuti al suo rango da ogni membro della corte, tranne che dalla principessa Matilde. Non per cattiva educazione, ma solo perché egli ebbe l’improvvida idea di giungerle davanti nel bel mezzo di una difficile traduzione dal sanscrito vedico.
Romualdo non si perse d’animo per così poco e dettò poche e semplici disposizioni. La cucina doveva avere acqua in abbondanza e fuoco sempre acceso, in ogni ora del giorno e della notte, e gli dovevano essere procurati esattamente gli ingredienti del tipo e della quantità che avrebbe richiesto di volta in volta.


In pochi giorni Romualdo si era perfettamente ambientato a corte e osservando le letture della principessa, si sbizzarriva nel produrre succulente pietanze prendendo spunto da ciò che la principessa leggeva in quel momento. Così facendo, gli sorsero improvvise, ma del tutto legittime, curiosità di storia, di geografia, di arte, di filosofia, di scienza e piano piano la principessa Matilde si trovò interessata agli insoliti ingredienti dei quali le capitava di leggere nei suoi libroni, divertendosi un mondo ad applicare per Romualdo in cucina i principi delle leggi chimiche, fisiche e matematiche che ben conosceva.
Per farla breve Romualdo e Matilde cominciarono a trascorrere interessantissime giornate nelle quali la principessa si nutriva delle specialità di Romualdo, ascoltando attentamente le sue spiegazioni culinarie, mentre il principe apprendeva con sorprendente facilità nozioni di ogni genere.

In capo a un anno la principessa Matilde era rifiorita e il principe Romualdo era diventato coltissimo. Inutile dire che nel frattempo i due giovani scoprirono di essere innamorati e la notizia del loro fidanzamento fece il giro dei regni circostanti mentre la fama del banchetto allestito per l’occasione diventò leggendaria.
Quando ebbero l’età giusta per salire al trono, fu celebrato un grandioso matrimonio e i due giovani sovrani, alternando lo studio alla gastronomia, regnarono per lunghi anni con saggezza sui loro paesi riuniti, con grande soddisfazione del popolo.


Pubblicato su Fili d'aquilone

giovedì 7 maggio 2009

Dialogo di un funzionario e di una rondine




Dialogo di un funzionario e di una rondine
(Su un balcone di viale Mazzini)

di Rossella Vita



Alle dieci e trenta di un martedì, il Funzionario cerca un po' di conforto sul balcone piccolo del suo ufficio: meglio una sigaretta all'aria aperta che un simulacro di caffè all'aria condizionata dalle chiacchiere altrui.
Con gli occhi chiusi, al sole benevolo di aprile, il funzionario interroga un inaspettato senso di benessere. Apre gli occhi.
"Cosa ci fai, rondinella, in un palazzo così ?"

"Ci faccio la casa, signore; e lei cosa ci fa sul balcone, che non ce l'ho mai visto?"

"Mi rilasso, ci provo.
Pensavo che le rondini scegliessero delle case diverse, più accoglienti."

"Qui non è affatto male, signore. È piuttosto pulito, ci batte sempre il sole, e di solito non c'è nessuno. Con rispetto parlando."

"Grazie."

"Poi c'è una vista interessante, balconi , finestre, persone nelle case, bambini nel cortile, cani, panni stesi..."

Il funzionario esamina l'affermazione al cospetto della realtà aspirando con calma la sua sigaretta.
"A me non sembra granché . Io non guardo mai dal balcone; ho sempre molto da fare. La sera tardi, quando arrivo a casa è buio. D'inverno è buio. D'estate no."

La rondine non si interrompe: va e viene e porta in bocca un rametto, un brandello di stoffa, delle foglie secche. Si ferma appena per ascoltare (sempre guardandosi intorno) e poi, ripassando, replica.
"Eppure lei dovrebbe essere uno che vede, uno che sa vedere, intendo. Non è il suo mestiere decidere cosa far vedere agli altri? Dovrà ben vedere lei, prima."

"Già , è proprio il mio mestiere. Adesso usa la radio. È più chic."

"Ironico?"

"No, solo che è così, è la moda; e scoprono quanto siamo stupidi noi e quanto sono intelligenti loro."

"E hanno ragione?"

"Certo che ne hanno, ma è sempre stato così. Solo che adesso il pubblico lo sa.
Come se non bastasse hanno ricominciato a fare le cose piacevoli che si facevano una volta: racconti, commedie, letture. Tanto di cappello. Comunque li stanno infarcendo di pubblicità anche lì. Però gli è piaciuta la fama della televisione, in tutti questi anni, a tutte le belle menti..."


"Io non so. La radio mi sembra semplicemente più discreta, dico a parte quella che urla parole o musiche. Anche un programma non troppo riuscito, se condotto con garbo, è gradevole; invece alla televisione sembra tutto stupido, perché è eccessivo, tutto deve diventare un evento.
E però anche le cose importanti si perdono, in mezzo alle altre.
Ho visto un servizio in quel notiziario su una mostra delle corone delle regine inglesi, il giorno che vennero qui a Roma, tanta di quella gente che non s'era mai vista... Tutto uguale. Però poi si parla sempre di voi, no? C'è da chiedersi di cosa parlerebbero le persone se non avesse da parlottare e scrivere sulla televisione."

"Grazie della clemenza; qualche volta la penso anch'io così. Ma, scusa, tu cosa ne sai?"

"Io guardo, signore, giro per le case e non posso fare a meno di tirare un'occhiata, sentire le voci e farmi una idea."

"E allora che idea ti sei fatta? "

"Prima di tutto mi ha colpito che c'è sempre il pubblico. Dico , allora che ve ne fate del pubblico, a casa? È un modo per dirgli che non serve a niente."

"Bè, ma si fa così, per scaldare l'ambiente, per simulare una situazione di dialogo, come a teatro..."

"Guarda che anche quello è cambiato; l'anno scorso avevo fatto il nido in un teatro. C'era un gruppo che accettava solo quindici spettatori, e un'altra compagnia che recitava per uno spettatore solo per volta. Avete paura voi? Paura di stare faccia a faccia con la telecamera, di essere guardati dalle persone vere?"
"Non credo, non mi sembra. Forse sì."

"Il pubblico della televisione è una copia del pubblico che voi desiderate, numeri (magari molti numeri) che facciano sì e no con la testa. Una specie di vostra creatura, che assecondi le emozioni che credete di suscitare. In un certo senso fate tutto da soli."
"Però quei programmi lì, col pubblico, piacciono sempre, la gente ha bisogno di rispecchiarsi."



"Questo è vero; di specchi nelle case, quanti ne ho visti!
Di programmi che funzionassero davvero come specchi, mai."

"Sempre così, nessuno guarda più la televisione, ma tutti la criticano. È un paradosso, qualcuno bara."

"Secondo me tutti ci provano ad accendere il televisore, ma poi lo spengono, perché non c'è niente da vedere, neanche i film."

"No, qui ti sbagli, dalla seconda serata in su la fiction è di qualità. Io guardo solo quella televisione lì, dalle undici... al mattino: mi consola, ne traggo beneficio."

"Se posso permettermi, la sua mi sembra una consolazione malinconica; nostalgia dei varietà di una volta, dei film di una volta, della qualità semplice dei bei tempi andati. Non ho niente contro i vampiri, ma dopo un po' non le manca l'aria e la luce dei giorni nostri?"

"Sai cos'è rondinella? Che persino le cose stupide di una volta erano molto meglio delle cose stupide di adesso. Dev'essere la distanza storica."

"E io invece, signore, devo confessarle che nutro una certa tenerezza per questi varietà ruspanti della prima serata, mi ricordano il circo: tutti troppo truccati, troppo entusiasti. Tra qualche anno li guarderete in modo diverso, i conduttori, le conduttrici, le ballerine, vi sembreranno più ingenui, più mascherati. Comunque siete stati furbi a mettere la fiction migliore in seconda serata. Così il mercato pubblicitario si è interessato di più alle fasce serali e notturne."

"Mi sembri un po' troppo informata, questo non ti fa onore...potresti pensare ad altro, volare alto e invece sei invischiata in meschine ed umane questioni. Che te ne importa?"

"Ho pur scelto di vivere qui e non nella palazzina di fianco, agli uffici della radio, che pure erano abitati da persone molto perbene, colte, e amanti degli animali...troppo amanti degli animali."

"Come sarebbe a dire?"

"Ho a cuore l'amicizia degli umani, ma non la loro tendenza a prendersi confidenze non richieste. Devo far nascere i miei bambini, allevarli qui e non potrei sopportare le improvvisate di impiegati, redattori, amici dei redattori, ospiti...Lei invece, saranno più di dieci giorni che tengo d'occhio questo balcone, e lei è uscito solo oggi, e per una conversazione di tutto interesse, non per sorridermi o disturbarmi e basta."

"Onorato. E quanto vi fermate ?"

"Non lo so, dipende dalla stagione e anche da quel che c'è da vedere, qui."

"In che senso?"

"Vede, noi non ci spostiamo solo per problemi di temperatura, ma anche per il piacere di volare."

"Posso capirlo. Noi sono secoli che ci proviamo, ma ci serve sempre qualcosa, un'attrezzatura, una macchina, e dobbiamo stare attenti e vigili. La leggerezza è un dono della natura."


"Volare è bello perché si vede; si immagina lei cosa sarebbe volare senza vedere? Volare vuol dire vedere colori, forme linee che si muovono, e portare la mente a quelle forme e giocarci , cambiando prospettive. Vedere è, come dite? "sublime": un nutrimento dell'anima e del pensiero. Voi ci state rinunciando alla vostra bella macchina visionaria.. La prima volta che ci buttai un'occhiata mi aveva colpito, dietro una finestra, questa luce incredibile che sgorgava da una scatola. Davvero stupefacente, persino quando si vedevano solo delle righe, che io trovavo piuttosto belle; ma nessuno le guardava, solo il cane e un bambino piccolo. Gli altri sembravano arrabbiati, dicevano che c'era un disturbo. Quello dovreste far vedere: colori, suoni, forme che si muovono. C'è bisogno di questo."

"Video arte, si chiama, forse."

"Non lo sapevo."

"Fate parlare gli altri, in attesa che i tempi migliorino e che abbiate qualcosa da dire, e ospitate un po' di visioni"

"Prove tecniche di trasmissione?"

"Come?"

"Niente, un ricordo. Ma chi le guarderebbe delle cose così?"

"Non lo so. Lei, io. "

"E la pubblicità?"

"Non si preoccupi, è gente brillante, piena di iniziative. Sa quanto valgono le visioni, anzi in quello oggi sono i migliori. Si inventeranno qualcosa; non può mica occuparsi di tutto, lei."

"Dici?"

"Dico."

Il funzionario e la rondine sentono il cielo cambiare. Una melodia maestosa e imponente si fa spazio con grazia grave nell'aria. Cos'è questa musica? La luce prende una tonalità accesa, grigia, ma abbagliante, che disegna le curve candide e morbide delle nuvole. Una struttura lucente ed elicoidale appare e lentamente si innalza: ambiziosa, lenta, interminabile .
Il funzionario conosce questa visione, l'ha già incontrata, ma non saprebbe dire quando né dove era stato sorpreso da lei, così, come adesso. Era qualcosa che aveva a che fare con l'Inizio o la Fine di qualcosa.

Quando la musica sfuma e i colori riprendono una tonalità familiare e terrena, il funzionario cerca la rondine, compagna di una simile luminosa visione. La trova addormentata, nel nido appena sistemato; non può disturbarla. Piacevolmente turbato, torna al tavolo del suo lavoro. Il cielo turchese e uniforme dello schermo del computer gli appare quale esso è: niente più che uno sfondo, immobile, finto. Clicca qui, apri questa finestra, chiudi quell'altra, apprezzabili competenze di un calcolatore che misura le tendenze attuali dell'immaginazione. Finalmente nessuna soggezione.
(01 aprile 2002)


Golem l'Indispensabile

lunedì 24 novembre 2008

L’ombrellaio matto




L’ombrellaio matto

di Sabrina Manca



Con gli occhi chiusi, fra il sonno e la veglia, accarezzo la sabbia, mentre il corpo è intento a farsi cullare dalla risacca di piccole, morbide onde. Il calore sulla pelle è quello degli ultimi giorni estivi, intenso ma gradevole.
Ad un tratto una voce mi scuote, è l’ennesimo venditore ambulante che decanta la sua mercanzia.
Devo aver capito male, mi pare stia gridando - Magnifici ombrelli!
Apro a fatica gli occhi, ancora non so se sono desta o un sogno perfido mi inganna.
A pochi passi da me c’è un cerchio di persone e nel mezzo, un uomo nero, alto e forzuto che con leggiadria apre e fa volteggiare degli ombrelli, mettendo in scena il suo spettacolo.
- Eccolo il sole di fine estate, guardatelo bene ma non fidatevi, nasconde i primi acquazzoni autunnali, e apre un ombrello con un sole giallo all’esterno e un cielo pesante di pioggia all’interno.
- E con l’autunno ecco in arrivo le prime foglie secche. Il cielo si fa plumbeo, e roseo. Aspetta solo i temporali e poi il freddo, quello severo dell’inverno, quello che infiocchetta tutto di silenzio e neve.
L’uomo continua il suo racconto spalancando uno ad uno gli ombrelli mentre un coro stupito accompagna ogni suo gesto.
Finite le stagioni, l’ombrellaio non si dà per vinto e dissemina la spiaggia di fiori, stoffe sgargianti, animali e famosi dipinti.

- Toccate, verificate, la struttura è solida, il manico di vero legno, e sentite la morbidezza della seta. Controllateli uno per uno. Non fanno una piega!
Noi obbedienti tocchiamo, verifichiamo, e nel frattempo ci guardiamo di sottecchi, l’un l’altro, come a chiederci se siamo assistendo ad un evento soprannaturale o se davvero c’è un pazzo che sotto alla canicola vende ombrelli per la pioggia.
E non solo lui li vende ma noi corriamo ad accaparrarceli con l’attitudine arrogante di chi si crede spinto da un bisogno estremo!
Infine l’uomo si allontana soddisfatto. Ancora pochi pezzi e poi potrà tornarsene a casa.
Io mi stendo di nuovo sulla sabbia e chiudo gli occhi per assorbire gli ultimi raggi di un sole al tramonto.
Mi scuote una voce di donna che passa davanti a me sulla battigia.
- All’inizio ho creduto che solo un pazzo avrebbe venduto dei parapioggia in questo posto...
Sollevo una palpebra, in tempo per scorgere quattro gambe e due ombrelli di seta verde che vanno in direzione opposta al mio ombrellaio matto.
Sorrido. L’autunno può cominciare, ora.

(venerdì, 07 novembre 2008)

Da C'era una volta un Re



sabato 6 settembre 2008

La storia di Jemima Anatra de'Stagni


Il piccolo Ralph


La storia di Jemima Anatra de'Stagni

di Annarita Verzola



Compie cento anni la storia di Jemima, anatra stizzosa ma che suscita tenerezza per la sua ingenuità.

L'autrice Beatrix Potter come il solito si è ispirata a personaggi veri, ambientando le loro azioni nel familiare e tanto amato paesaggio della fattoria di Hill Top, la sua residenza nel villaggio di Sawrey, Lake District.
Compaiono dunque in questa "favola da cortile", dedicata ai piccoli Ralph e Betsy, la signora Cannon (moglie del fattore e madre dei due bambini) il cane da pastore Kep (il preferito di Beatrix) e la stessa Jemima è una vera anatra della fattoria.
I disegni ritraggono anche incantevoli vedute di Sawrey come il bosco, in cui si addentra Jemima, il panorama della fattoria dalle colline e persino il pub del villaggio, il tuttora esistente Tower Bank Arms.

Come dicevo, Jemima è un'anatra, ma si comporta da vera oca.
Offesa perché la signora Cannon fa covare le sue uova alle galline del pollaio, Jemima decide di allontanarsi dalla fattoria per trovare un luogo appartato nel quale deporle e covarle da sé, malgrado i saggi ammonimenti di sua cognata Rebeccah, la quale ben conosce la scarsa propensione delle anatre al disagio della lunga cova.

Mrs. Cannon

Faticosamente Jemima si alza in volo, la cuffia a sghimbescio e lo scialle svolazzante, atterrando in una radura nella quale il posto più attraente, un bel ceppo circondato dai fiori della digitale, è occupato da un elegante tipo che legge il giornale. Un tipo dalla folta coda e dalle basette color biondo cenere che si interessa subito ai problemi di Jemima e le offre ospitalità in una vecchia e tetra casupola di torba e fascine, con due secchi bucati e infilati l'uno sull'altro a fungere da camino. Malgrado la casupola sia piena di soffici piume, la sciocca Jemima non sospetta nulla e prepara il nido, premurosamente sostenuta dal misterioso tipo elegante.

Jemima e il misterioso elegantone del bosco

Passano i giorni, le uova sono deposte e arriva il momento della cova, ma il distinto tipo propone una cenetta per festeggiare l'avvenimento e chiede a Jemima di procurargli salvia, cipolle e erbe aromatiche per la frittata. La tonta Jemima va alla fattoria a prendere il necessario e incontra il cane Kep, che vuol sapere dove vada tutta sola con quelle verdure; Jemima non vede motivi per i quali non raccontargli tutta la storia e il saggio Kep ascolta con attenzione, informandosi ben bene sull'esatta ubicazione del capanno nel bosco.

Jemima e il saggio Kep

Quando Jemima se n'è andata, Kep va a cercare due giovani e fidati amici, addestrati alla caccia alla volpe.

Kep trova i cuccioli davanti al pub Tower Bank Arms

La nostra eroina giunge alla radura e trova il suo anfitrione stranamente nervoso e sgarbato, che le ordina di dare un'occhiata alle uova e di tornare subito in casa da lui.
Inquieta e disorientata, Jemima obbedisce, ma qualcuno la chiude a chiave nella casupola e ben presto dall'esterno giungono latrati e ululati, guaiti e brontolii.
Quando Kep riapre la porta e libera Jemima, non c'è più traccia del tipo elegante e i cuccioli screanzati entrano nella casupola a mangiarsi le uova.
In lacrime per la perdita Jemima viene scortata di nuovo alla fattoria, ma finalmente ottiene il permesso di covare la nidiata di giugno; nidiata che si riduce alla schiusa di sole quattro uova.

Jemima torna con le pive nel sacco

Jemima non se la prende, dà la colpa ai nervi," ...but she had always been a bad sitter."

E con questo impietoso giudizio sulla stolida eppure amata Jemima si chiude il delizioso viaggio nella fantasia di un'altra piccola storia della grande Beatrix Potter.

(sabato, 09 febbraio 2008)

Da L'angolo di Annarita

La sventata Jemima e i suoi anatroccoli