Arturo Benedetti MichelangeliQuando Arturo Benedetti Michelangeli suonò Chopin per medi Laura TavantiIl 12 giugno ricorre l'anniversario della morte di
Arturo Benedetti Michelangeli
E 'un altro grande personaggio che ha attraversato la mia vita e mi piace ricordarlo nel mio diario.
Il periodo era quello milanese.
Giovane, giovane, studi a Brera,
il mio compagno era
Maner Lualdi (ho già parlato di lui nel post su
Indro Montanelli), geniale, eclettico e molto amico di Michelangeli al quale lo legavano gli studi fatti insieme al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano nell'adolescenza: perciò la musica, l'intelligenza e, tra l'altro, l’amore per le macchine sportive; tutto ciò creava sicuramente un grande feeling tra di loro.
Un giorno Maner mi disse che stava preparando un documentario su Michelangeli e che doveva andare ad Arezzo dove lui teneva i suoi mitici corsi.
Mi chiese se volevo accompagnarlo. Ne fui felice. Non conoscendo Michelangeli e amando la musica, e ammirandone il genio, non potevo che desiderare di conoscerlo.
Arrivammo ad Arezzo, città dei miei nonni da me molto amata per averci trascorso innumerevoli vacanze estive nella mia infanzia.
Ho dei flash della giornata indimenticabili.
Era estate; ricordo il caldo, l'odore particolare della cittadina, che anche ad occhi chiusi avrei riconosciuto.
Poi mi vedo seduta in un patio ombroso (
la casa era quella del Petrarca vicino Palazzo Pretorio, dove si tenevano i corsi): finalmente ero al fresco.
Maner era entrato in casa ed io aspettavo fuori, rilassandomi.
Come per incanto mi arrivò un suono: l'unica parola che mi sembra giusta è"
trascendentale".
Mi sembrò di entrare in un'altra dimensione: le note sconfinavano in diverse gamme espressive.
Cantavano.
Ed io ero lì.
Anche se solo nella mia emozione,
Arturo Benedetti Michelangeli stava suonando Chopin per me.
Dopo l'artista conobbi l'uomo.
Un carattere senz'altro particolare: la sua statura umana e la sua qualità morale erano rivolti in primo luogo al far musica, alla figura di concertista davanti al pubblico. E poi al privato.
L’elemento fondamentale della sua esistenza era la necessità di incentrare la propria intera vita attorno al pianoforte. Era solito dire "
la musica è un diritto, ma solo per colui che la merita”.
Ho visto i suoi spartiti; erano bellissimi. Annotava le suggestioni con una scrittura elegante: aggettivi, avverbi, immagini che potevano spiegare e illuminare ogni sfumatura interpretativa, rispettando, al tempo stesso, tutte le indicazioni del testo.
E poi veniva il suono: “entrare” nella tastiera, per spingersi fino in fondo al tasto; un fatto di controllo, di naturalezza, di trasparenza.
Ricordo le sue mani così (sorprendentemente) possenti : è ancora vivo il mio stupore nel vederle così
grandi sulla tastiera.
Infaticabile passione ed esemplare generosità.
Ad Arezzo dava lezioni gratis agli allievi che arrivavano da tutto il mondo; molti li ospitava nella fattoria l'Ottavo a Castiglion Fiorentino.
Il documentario di Maner "
Arturo Benedetti Michelangeli: il Maestro dei Maestri” è rimasto una rara testimonianza storica del grande Artista.
Maner riuscì a svelare aspetti poco noti di Michelangeli, ritenuto un personaggio impenetrabile e schivo; venne fuori l'uomo affascinante che era, amatissimo dai suoi allievi.
A Firenze conobbi anche la moglie, la signora Giuliana; di lei ricordo solo l’immagine di una persona minuta e dolcissima.
Non posso non scrivere di
Rio de Janeiro.Maner ed io eravamo stati invitati da Michelangeli al concerto che avrebbe tenuto a Rio.
Serata meravigliosa e, come al solito, al finale, pubblico in delirio e ovazioni.
Dopo il concerto, Michelangeli , cosa insolita per lui, accettò di venire con noi ad una cena alla quale eravamo stati invitati. Villa bellissima e ospitalità...regale.
Poi ci chiesero se volevamo assistere ad una
macumba (ovviamente bianca); decidemmo di andare.
Arrivammo nella
foresta del Tijuca, che incomincia ai margini della città. Io camminavo tra Maner ed Arturo; seguendo la guida al buio, tutti in fila, ad un certo punto trovammo un fosso da saltare: io spiccai un bel balzo e mi ritrovai per terra con il ginocchio destro dalla parte dove non doveva stare.
Che dolore!!Alle mie spalle sentii una fragorosa risata: era
Lui che evidentemente non si era reso conto della gravità della mia sederata.
Rovinai la
macumba ai miei due baldi cavalieri che mi riportarono in tutta fretta a Rio a cercare un ospedale.
Era notte inoltrata.
Finalmente un ospedale all'orizzonte; entrammo.
Non c'era nessuno.
Io ero ormai svenuta.
Sfortunatamente non del tutto ma non avrei resistito a lungo.
Finalmente arrivò una specie di dottore, senza camice. Prese una sedia, mi fece sedere e ordinò ai miei due angeli custodi di tenermi le braccia.
E così le fantastiche mani del grande pianista si serrarono sul mio braccio con poderosa forza, immobilizzandomi!
A questo punto il medico, fischiettando (non lo dimenticherò mai) mi prese la gamba e ... crack, me la rigirò.
.
Che dooolore!!!Poi, sempre fischiettando (?!), m'ingessò.
Quella notte, che era cominciata in maniera favolosa, finì in maniera per me disastrosa.
Ma ero comunque riuscita... a vedere le stelle.
Negli anni la mia vita cambiò direzione.
Venni ad abitare a Roma e non incontrai più Michelangeli, anche perchè i suoi concerti in Italia erano diventati sempre più rari.
Ma un giorno venne a trovarmi un suo allievo e mi disse :"
Le porto i saluti del Maestro".
Fu un salto indietro negli anni ed una emozione intensa che riaccese ricordi bellissimi di un uomo veramente particolare.
(12/06/2007)
Rio de Janeiro, foresta del Tijuca