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lunedì 3 maggio 2010

Et maintenant

Gilbert Bécaud

Frederic Bazille: L'abito rosa, 1864
Musee d'Orsay (Paris, France)


Et maintenant que vais-je faire
De tout ce temps que sera ma vie
De tous ces gens qui m'indiffèrent
Maintenant que tu es partie

Toutes ces nuits, pourquoi pour qui
Et ce matin qui revient pour rien
Ce cœur qui bat, pour qui, pourquoi
Qui bat trop fort, trop fort

Et maintenant que vais-je faire
Vers quel néant glissera ma vie
Tu m'as laissé la terre entière
Mais la terre sans toi c'est petit

Vous, mes amis, soyez gentils
Vous savez bien que l'on n'y peut rien
Même Paris crève d'ennui
Toutes ses rues me tuent

Et maintenant que vais-je faire
Je vais en rire pour ne plus pleurer
Je vais brûler des nuits entières
Au matin je te haïrai

Et puis un soir dans mon miroir
Je verrai bien la fin du chemin
Pas une fleur et pas de pleurs
Au moment de l'adieu

Je n'ai vraiment plus rien à faire
Je n'ai vraiment plus rien...



°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

E adesso cosa farò
Di tutto questo tempo cosa sarà la mia vita
Di tutte queste persone che mi sono indiffirenti
Adesso che tu sei andata via

Tutte queste notti, per cosa, per chi
E questo mattino che ritorna per niente
Questo cuore che batte, per chi, per cosa
Che batte troppo forte, troppo forte

E adesso cosa farò
Verso quale vuoto scivolerà la mia vita
Tu mi hai lasciato la terra intera
Ma la terra senza di te è troppo piccola

Voi, amici miei, siate gentili
Sapete bene che non possiamo farci niente
Anche Parigi muore di noia
Tutte le sue strade mi uccidono

E adesso cosa farò
Riderò per non piangere più
Brucerò notti intere
E al mattino ti odierò

E poi una sera nel mio specchio
Vedrò la fine del mio cammino
Non un fiore e nessuna lacrima
Al momento dell'addio

Non ho veramente più niente da fare
Non ho veramente più niente ...


venerdì 5 febbraio 2010

Avec le temps

Léo Ferré


Avec le temps
Avec le temps va, tout s'en va
On oublie le visage
Et l'on oublie la voix
Le coeur quand ça bat plus
C'est pas la peine d'aller chercher plus loin
Faut laisser faire et c'est très bien

*** *** ***
Avec le temps
Avec le temps va, tout s'en va
L'autre qu'on adorait
Qu'on cherchait sous la pluie
L'autre qu'on devinait
Au détour d'un regard
Entre les mots, entre les lignes
Et sous le fard
D'un serment maquillé
Qui s'en va faire sa nuit
Avec le temps tout s'évanouit

*** *** ***
Avec le temps
Avec le temps va, tout s'en va
Même les plus chouettes souv'nirs
Ça t'a une de ces gueules
A la galerie j'farfouille
Dans les rayons d'la mort
Le sam'di soir
Quand la tendresse s'en va toute seule

*** *** ***
Avec le temps
Avec le temps va, tout s'en va
L'autre à qui l'on croyait
Pour un rhume pour un rien
L'autre à qui l'on donnait
Du vent et des bijoux
Pour qui l'on eût vendu son âme
Pour quelques sous
Devant quoi l'on s'traînait
Comme traînent les chiens
Avec le temps va, tout va bien

*** *** ***
Avec le temps
Avec le temps va, tout s'en va
On oublie les passions
Et l'on oublie les voix
Qui nous disaient tout bas
Les mots des pauvres gens
Ne rentre pas trop tard surtout ne prends pas froid

*** *** ***
Avec le temps
Avec le temps va, tout s'en va
Et l'on se sent blanchi
Comme un cheval fourbu
Et l'on se sent glacé
Dans un lit de hasard
Et l'on se sent tout seul
Peut-être mais peinard
Et l'on se sent floué
Par les années perdues

Alors vraiment
Avec le temps... on n'aime plus



Col tempo...
Col tempo tutto se ne va
Ti dimentichi il viso
E ti dimentichi la voce
Quando il cuore non batte più
Non vale la pena di andare a cercare lontano
Bisogna lasciar perdere e va bene così

*** *** ***
Col tempo...
Col tempo tutto se ne va
L'altro che adoravi
Che cercavi sotto la pioggia
L'altro che indovinavi
Dal contorno di uno sguardo
Tra le righe e le parole
E sotto il belletto
Di una promessa truccata
Che va a fare la sua notte
Con il tempo tutto svanirà

*** *** ***
Col tempo...
Col tempo tutto se ne va
Anche i ricordi più belli
Che ti ha lasciato qualcuno
Nella galleria ho mandato tutto all'aria
Fra i raggi della morte
Al sabato sera
Quando la tenerezza se ne va tutta sola

*** *** ***
Col tempo...
Col tempo tutto se ne va
L'altro in cui hai creduto
Per un raffreddore per un niente
L'altro a cui hai regalato vento e gioielli
Per il quale avresti venduto l'anima per due soldi
Davanti al quale ti saresti trascinato come si trascinano i cani
Col tempo tutto va bene

*** *** ***
Col tempo...
Col tempo tutto se ne va
Ti scordi la passione e le voci
Che ti dicevano sotto voce
Parole di povera gente
Non tornare tardi e soprattutto non prendere freddo

*** *** ***
Col tempo...
Col tempo tutto se ne va
E imbianchi come un cavallo brizzolato
E ti senti gelare dentro a un letto di fortuna
E forse ti senti solo ma in fondo spensierato
E ti senti invecchiato per gli anni perduti

Allora davvero
Col tempo... tu non ami più




lunedì 29 settembre 2008

Martha et ses amis


Martha Argerich


Martha et ses amis
(la sera del 19 giugno 1990)

di Solimano



Martha Argerich
Alexander Rabinovitch
Mischa Maisky
Dora Schwarzberg
Hans Fazzari
Nelson Goerner
Christian Favre
Nelson Freire (assente)

Manca qualcuno degli abbonati, così riesco a sedermi in quarta fila. E' caldo, nell'enorme stanzone del Conservatorio.

Passo e voce esitanti della ragazza che annuncia il cambiamento di programma. Manca Nelson Freire, piccolo brasiliano dai riccioli brizzolati.
Ma il programma cambierà ancora, durante il concerto.

All'inizio, con Mischa, Martha è lieta. Sorrisi non forzati, occhi scintillanti; i capelli, lievemente ondulati, sono meno lunghi del solito. Mischa, nella prima parte del concerto, ha una camicia di seta nera; nella seconda parte la cambierà in una di seta blu. Sprigiona vitalità, respira con lo strumento, lotta con esso e lo ama. E' la lotta di Giacobbe con l'angelo nella Bibbia. Ma dov'è la scala di Giacobbe? Dov'è il cielo?
Con Mischa, il Beethoven giovane non ha più niente di settecentesco.
Non c'è conflitto fra Martha e Mischa, ognuno dei due suona con l'altro portando in dono il suo modo di essere felice.

Poi c'è la lunga meravigliosa musica di Brahms per due pianoforti, la stessa musica del quintetto opera 34. Non è prevista dal programma, Martha e Alexander hanno deciso d'impulso. Alexander col solito scaldino per la mano e la forcina per i capelli a scoprire il sudore freddo della fronte.

Cominciano i problemi con la mite ragazza bionda che gira i fogli della musica. Anche gli occhiali sono biondi. Ma la felicità è ancora in Martha: le sue mani forti sono all'unisono con le dita lunghe e sottili di Alexander.

Martha non è bella.
Non è bella la sua andatura, come se camminasse sulle uova non spezzandole, ma incrinandole una per una.
Cosa ha di bello? Le fiamme nere degli occhi, la bocca sdegnosa. Il modo di muovere la testa quando suona.
E' la tempesta in "Sogni" di Kurosawa, ma tormenta se stessa.

Fra trent'anni, la biondina racconterà ai nipoti il gesto scorbutico con cui Martha le rigira il foglio.

Il pubblico. Entusiasta dopo Mischa e Beethoven, poi sempre meno. Troppe donne, alla TV c'è la partita di calcio dei mondiali. Molte se ne andranno nell'intervallo (dopo le 11!), ma anche quelle che restano sentono in Martha l'archetipo atavico della distruzione del nucleo familiare.
La donna del mare, la straniera.

Prima dell'intervallo, Martha fa un Mozart-Grieg con Hans Fazzari, organizzatore e pianista. Mozart affiora ogni tanto, con semplicità.

Intervallo. La grande fuga verso il metrò, lontano dalla fata-strega.

Quando riprendono, si capisce perché Martha gira il mondo avec ses amis. Alexander ha scritto una composizione per quattro pianoforti, chiamandola, con autoironia goffa e fine "La Belle Musique". Oggi a Martha è impossibile non eseguire quella musica dolce, ossessiva, ripetitiva. Lunga, soprattutto. Forse non ci crede lo stesso Alexander, che suona compunto questa specie di orgasmo senza capo né coda. E gli altri due pianisti? Nelson è come la bionda dei fogli, noiosamente tranquillo. Christian sostituisce l'altro Nelson, Freire.
E' piccolo come lui ma ha l'aria di chi si sente fuori posto.

Poi Dora con Alexander esegue la sonata di Richard Strauss. Non è vestita bene (volendo esserlo), non più giovane, un po' sovrappeso. Meraviglioso l'autodominio: "Che io scenda con dignità". Ma quale discesa? Nessun critico parlerà di lei, sono i tempi delle Mutter e dei Pogorelich. L'autodominio di Dora significa trasporto ed ironia, sentimento e distacco. Significa il gesto esatto con cui misura lo spazio staccando l'archetto dal violino. Chi vedrà mai il retro delle statue di Chartres? L'illuminazione è essere perfetti negli atti gratuiti.

Tornano Martha e Mischa con Schumann, mirabilmente.
Eppure Martha non è contenta, alla fine: guarda Mischa con occhi senza luce e la ruga verticale si fa strada fra le sopracciglia. E' quasi sconvolta, ha cinquant'anni, ora.
Non esce neppure a ringraziare. Ma noi sappiamo come fa, quando esce: parla col partner, un grande inchino -solo uno- senza guardarci, con i capelli lunghissimi a sfiorare il pavimento. Poi se ne va, sempre parlottando a parole secche.
Infine Christian esegue emozionato, tecnicamente sommerso e riemergente, una serie di variazioni su "Il bel Danubio blu". Ha un modo di suonare da Noterelle di uno dei mille, ma il pubblico si trova a suo agio. Non deve più camminare sui tetti, sporgersi dai cornicioni, accapigliarsi con il vicino.
Solo farsi accarezzare come un gattone sonnacchioso.

Intravedo, dietro l'ingresso al palcoscenico, una donna non alta dai capelli scuri. Pantaloni neri e camicetta a fiori vivaci. E' Martha! Dietro ci sono alcuni amis, ma non Alexander.
Martha è di nuovo lieta e sorridente. Segue tranquilla l'esecuzione di Christian, gli gira mentalmente le pagine e alla fine, di fronte a noi (ma è come se non ci fossimo) abbraccia il ragazzetto che non farà carriera e gli stampa due baci sulle guance. Gioire per la gioia di un altro, ecco la soluzione.

Mischa Maisky


giovedì 24 aprile 2008

Hélène Grimaud




Hélène Grimaud

di Clelia Mazzini


"I lupi e le donne selvatiche hanno la stessa reputazione. Clarissa Pinkola Estès ha scritto che la storia dei lupi ha strane analogie con quella delle donne, quanto a passionalità e a fatica. Ed è vero, donne e lupi condividono certe caratteristiche: sensi acuti, spirito ludico e grande propensione alla devozione. E soprattutto si esercita contro i lupi e le donne la stessa rapace violenza, generata dallo stesso malinteso.
Sirene o streghe, le donne sono state punite per la loro relazione primitiva, selvaggia, essenziale con la natura...
Come il lupo possiede la terra e il pesce l'oceano, così l'uomo deve trovare il quinto elemento, il solo da cui non sarà mai escluso: l'arte. Questa verità bisogna trasmettere ai bambini, prima che altri lupi, troppo umani, azzannino le loro fantasie creative."



Hélène Grimaud
da Variazioni selvagge


Mi pare abbastanza chiaro che una ragazza che scrive così, poi suoni
Rachmaninov così...




(09 novembre 2007)

Da Akatalepsia

lunedì 11 febbraio 2008

Bretagne mon amour


Pont-Aven: Bretagne


Alan Stivell

di Giuliano


A metà anni '70, quando avevo 15-17 anni, avevo scoperto Alan Stivell: la sua arpa, la sua voce e le sue cornamuse.
Il suo disco più famoso (ma non quello che mi piaceva di più) era "Live in Dublin", ovvero "E Dulenn" (cioè la stessa cosa, ma in gaelico). Un disco trascinante, con melodie antiche bretoni e anglosassoni, in un mix di strumenti popolari e chitarre elettriche. Oggi la chiamano "musica celtica": e forse per Stivell è giusto, visto il suo ruolo di pioniere nel recupero della tradizione; ma sotto quest'etichetta ormai mettono di tutto, comprese le ballate medievali inglesi e il folk americano, ed è un peccato. Comunque sia, quel disco era la registrazione di un concerto tenuto a Dublino, che iniziava con una danza trascinante; sul cui ritmo si inseriva la voce tribunizia di Stivell, che declamava in francese queste parole (sono sulla copertina del disco, perciò è facile trascriverle): "Ecco venuto il tempo della Liberazione ("délivrance"), lontano da noi le idee di vendetta, manterremo l'amicizia col popolo francese, ma abbatteremo le vergognose mura (...) E' forse troppo pretendere d'essere uguali? E' forse troppo domandare di poter vivere? (...) "


The Celtic Harp - Alan Stivell


E continuava, con un effetto inebriante e un crescendo di cornamuse, con paragoni tra Bretagna, Spagna, Indocina, Palestina, Mali, Cile: il Cile di Pinochet, una tragedia appena successa e ancora in corso.
Ma da dove veniva questo Stivell, e cos'era mai successo di così grave dalle sue parti? Nella mia ignoranza, era più che legittimo che me lo chiedessi: tanto più davanti ad una voce così affascinante e trascinante. E dunque avevo scoperto che Stivell era bretone, quindi francese; che all'anagrafe si chiama Alain Cochevelou, che con tutta evidenza non è un nome abbastanza poetico ed evocativo. Per quanto possa essere stata grave la situazione dei bretoni in Francia, a quanto mi risulta, non è mai successo niente di nemmeno lontanamente paragonabile alle guerre d'Indocina, ma nemmeno alla situazione dei catalani e dei baschi sotto la dittatura franchista... Mah, ero rimasto perplesso e lo sono ancora. Continuo ad ascoltare Stivell, la sua arpa e le sue cornamuse; ma questa sua "Delivrance" mi ha lasciato seri dubbi sulla sua persona, che ormai durano da trent'anni. Vedo però che per altri non è andata così, la voce trascinante di Monsieur Cochevelou ha fatto proseliti importanti, dal Mel Gibson di Braveheart fino ai fasti del prato di Pontida. Stivell papà dei leghisti? può darsi, ma io sono comasco e forse è per questo che diffido. Ai tempi di Pontida (quella vera) i comaschi stavano col Barbarossa...
(14 giugno 2005)


Federico I Barbarossa


giovedì 6 dicembre 2007

Silenzio


Marco Ricci, Riunione musicale (1705-1707)


Silenzio

di Roby


Due ore libere a fine mattinata, per una fortunata serie di circostanze, costituiscono un'occasione troppo rara e troppo ghiotta per sprecarla gingillandosi tra caffè, shopping pre-natalizio e sbirciatina alle vetrine del centro.
Specialmente quando si sa che a due passi dall'ufficio, presso la Galleria dell'Accademia che ospita l'accigliato David michelangiolesco, la piccola deliziosa curatissima mostra Meraviglie sonore non aspetta che di essere gustata!
Quindi, eccomi qui, tra i velluti rossi delle teche di vetro e le luci soffuse -per non danneggiare le fragili coloriture delle opere esposte- mentre una musica tenue, quasi impalpabile, avvolge morbidamente il tutto.
La ressa dei turisti, in questo periodo dell'anno, è ancora contenuta (tornate fra dieci giorni e non troverete spazio neppure per respirare!), la giornata è feriale e ci sono anche gruppi di scolaresche condotte in visita da volonterosi insegnanti.
Alle pareti, dipinti di argomento melodico; nelle sale e nelle vetrine, strumenti musicali dal XVI al XVIII secolo, per tutti i gusti e per tutte le orecchie. Uno, in particolare, calàmita la mia attenzione: la spinetta poligonale di Annibale De Rossi -datata MDLXXVII nel bordo subito sopra i tasti- un gioiello assoluto di ebano, avorio, gemme e pietre dure (1928 in totale!) davanti al quale è impossibile non fermarsi rapiti, fantasticando su quale incanto debba essere la sua voce...
"Ecco, ragazzi, venite, guardate qui." Le parole della guida mi distraggono dalle mie elucubrazioni, mentre il gruppo si affolla attento intorno a lei. "Osservate le decorazioni di questo strumento, un pezzo unico: pensate che fino a poco tempo fa la si poteva ancora suonare. Ora invece" (e qui, una piccola pausa raggelante) "dopo l'ultimo restauro, purtroppo, questa spinetta non suona più".
Le mie due ore di libertà sono finite. Le fantasie di bellezza ed armonia -almeno per oggi - anche. Esco in fretta, col cuore stretto, in testa l'eco del silenzio rassegnato di quei tasti stupendi, lucidi, perfetti. E ormai desolatamente muti.


(Info Meraviglie sonore )


Annibale De Rossi, Spinetta poligonale (Milano, 1577)

mercoledì 5 dicembre 2007

Béla Bartók





Sette danze popolari rumene

di Giuliano




Béla Bartók, nei primi anni del Novecento, girava per le campagne del suo paese con i primi e rudimentali mezzi di registrazione del suono, per portarsi a casa la memoria del canto popolare della sua terra.

Esistono le foto di quel periodo: Bartok su un carretto a trazione animale, con in mano un ingombrante grammofono a tromba, a girare per l'Ungheria, la Transilvania, la Romania, la Moldavia... In seguito, avrebbero inventato mezzi di registrazione un po' meno rozzi, e Bartok ne avrebbe approfittato; purtroppo niente di paragonabile a quello che abbiamo noi a disposizione oggi.

Le registrazioni di Bartok ci sono ancora, e ne ho ascoltata qualcuna, riportata su un bel cd che si chiama "The Bartok Album": sono fantasmi lontani e gracchianti ma ancora emozionanti.
Molti dei canti registrati sono stati ripresi da Bartok nelle sue composizioni, e quindi sono ben riconoscibili.

Claudio Abbado ha raccontato di recente che, da bambino, fu indagato dalle SS di Milano: aveva scritto sui marciapiedi "Viva Bartok", e i soldati chiamati da Mussolini per occupare l'Italia non sapevano chi fosse.
Abbado era troppo giovane per essere pericoloso, e a suo padre fu sufficiente dare un po' di spiegazioni; ma l'episodio è curioso e dà da pensare.

Quanto a Bartok (1881-1945), ho sempre amato e apprezzato la sua musica (un amore al primo ascolto); ma da quando ho visto la sua foto su quel carretto, quasi cent'anni fa, in mezzo ai contadini, non riesco a pensarlo se non in quella posa.
Negli anni Dieci, o Venti, o anche nei Sessanta, interessarsi alla musica folkloristica era considerata una bizzarria; ma Bartok non se ne curava e partiva, in carretto, con il suo grammofono registratore a cilindri di cera.

Ci sono ancora musicisti così? Ci sono ancora scrittori così? Ci sono ancora persone così, che sanno amare il loro prossimo e dimostrarlo anche con questi metodi astrusi?
(27 aprile 2005)




domenica 14 ottobre 2007

La ritirata di Madrid


Francisco Goya: Gallina Ciega


La ritirata di Madrid

di Solimano


Ieri mi sono guardato un film che avevo registrato alcuni giorni fa, “Volaverunt” di Bigas Luna, con una Penelope Cruz magrissima, seccata e seccante, che fa proprio rimpiangere Laura Del Sol e Cristina Hoyos dei film di Saura. Un filmazzo colorato ed involontariamente ridicolo. Solo che c'era nella colonna sonora “La ritirata di Madrid” di Luigi Boccherini. E' l'ultimo tempo del quintetto G.453 per chitarra, 2 violini, viola e violoncello, e dà il nome all'intero quintetto. Stamattina lo sto ascoltando e riascoltando nella incisione di Narciso Yepes col quartetto Melos. E' come una guerra che si scioglie in danza, abbagliante e delicata . Il tema ed undici variazioni durano in totale appena sei minuti. E la ronda notturna che gira per le strade di Madrid (questa è la ritirata) quante ne combina in quei sei minuti! Si è contenti di essere vivi, così, anche per il solo motivo di poterla ascoltare.


Fandango, Flamenco, Habanera, Tango

Guerrero Manuel Ruiz: The Flamenco Dance


Nel compact dei quintetti di Boccherini, c'è un altro brano famoso: il Fandango. Più lungo della Ritirata di Madrid (ben 7 minuti!), è l'ultimo tempo del quintetto G.448. Oltre a Narciso Yepes ed al quartetto Melos, qui c'è Lucero Tena con le castagnette, che credo siano simili alle nacchere. Vien voglia di ascoltare anche una habanera, e perché no, un tango.
Tutti parenti, fra Andalusia, Cuba, Messico ed Argentina. Sono un dilettante, non so neppure leggere le note, ma mi è chiaro che è una parentela che si basa anzitutto sulla forma musicale, non su psicologismi avventurosi.
Del tango dicono che “è un pensiero triste che si balla”. Per me non è affatto vero che il tango sia triste. Uno triste se ne sta in un cantuccio ad annoiare sé stesso, se può anche gli altri. Il tango non è noioso né triste, semmai tragico, drammatico, appassionato. Sono due le situazioni in cui questa musica è assolutamente coinvolgente: quando si esprime in esecutori che ci sono cresciuti dentro, e quando grandi musicisti ne adottano le forme con rigore, fantasia e … umiltà. Sì, umiltà, perché non pretendono di asservirla, ricreano in sé stessi una disponibilità ingenua e finissima.
E' stato il caso di Bizet, Ravel, Albeniz, Granados, De Falla. Anche di Piazzolla. Non è musica materialista, gastronomica, ma corporea, di corpo sublimato restando corpo. E Galimberti, col suo l'inconscio è il corpo, ci dà una chiave per capire: si manifesta quello che Groddeck chiamava l'Es che sfotte con allegra irruenza tutti i Super-Io, mentre l'Io, impaurito e triste (lui sì) si nasconde nel solito cantuccio dopo aver timbrato il solito cartellino.
Che all'origine ci sia il corpo lo dice benissimo il fiammingo Rubens, con la kermesse del Louvre e con la danza di contadini del Prado, di cui inserisco un particolare.
[1 e 2 dicembre 2003]


Pieter Paul Rubens: A Peasant Dance


lunedì 8 ottobre 2007

Rossini viaggia in treno




Rossini viaggia in treno

di Giuliano



Rossini a 37 anni era già in pensione, beato lui. Dopo il successo del "Guglielmo Tell" (1829) decise di non scrivere più opere per il teatro, prese dimora fissa a Parigi e non si mosse più, scrivendo solo quello che gli pareva. Non mancano i capolavori, nel suo lungo periodo "da pensionato": ma dalle fatiche del teatro si tenne ben lontano, dopo quel 1829.

Tra le sue cose più simpatiche e curiose, i brevi pezzi per pianoforte riuniti sotto il titolo "Peccati di vecchiaia" (scritto in francese, però); e di questo repertorio fa parte un brano tra i più divertenti, che si chiama "Un petit train de plaisir", "Il trenino del piacere".

L'antefatto è questo: Rossini, già anziano, viene invitato a fare un viaggio in treno. Siamo a metà ottocento, e dunque non si trattava dell'Eurostar...
Per lui è la prima volta: ne esce sconvolto e anche un po' spaventato, anche se il viaggio è breve; e poi affida le sue impressioni al pianoforte. Si tratta di un brano di circa venti minuti, diviso in brevi episodi.

Il primo è un allegretto, intitolato "Cloche d'appel": il pianoforte imita la campana che chiama i viaggiatori in vettura. Poi il trenino parte: Rossini si diverte a imitarne la marcia, e noi ci rilassiamo con lui lungo il primo tratto del percorso. Segue però un sifflet satanique: brusco risveglio dovuto al fischio del treno, seguito dalla dolce melodia dei freni, che anticipa l'arrivo alla stazione, con les lions parisiens offrant la main aux biches pour descendre de wagon.

Poi il trenino riparte, ed è un bel viaggiare, proprio come all'inizio. Ma il trenino di questo spaventato viaggiatore non può che finire male, e così succede: terrible deraillement du convoi!. Rossini è davvero tragico e ci mostra il primo passeggero ferito, e anche il secondo; dopodiché le vittime: premier mort en Paradis (motivo ascendente) , second mort en enfer (motivo discendente...), con tanto di chant funèbre e di amen. A questo punto Rossini fa un'annotazione a fondo pagina: on ne m'y attrapera pas, non mi beccate più....

Il finale è di pura marca rossiniana: un valzer, "allegro vivace", che rappresenta il douleur aigue des heritiers, il terribile dolore degli eredi che si fregano le mani contenti pensando all'eredità. Lo spartito si chiude con un altro motto rossiniano: Tout ceci est plus que naif, c'est vrai.
Un viaggio in treno tutto da ascoltare, puro divertimento in musica.
(31 dicembre 2003)




lunedì 10 settembre 2007

Canzoni (2)



Canzoni (2)

di Roby


Aver passato i cinquanta e ritrovarsi con una figlia che ne ha appena compiuti 18 è, tutto sommato, una gran fortuna. Almeno per quanto mi riguarda. Nel senso che, proprio nel momento in cui io ho appena fatto il “giro di boa”, lei è invece all’inizio del percorso, si sta guardando intorno con occhio ancora non presbite e sta osservando OGGI le cose (le stesse?) che io osservavo IERI. Ed è un bell’esercizio, ogni ora di ogni giorno, confrontarsi sul campo con una che afferma perentoriamente “Io non mi sposerò mai e non avrò mai figli”, “Appena eredito questa casa la dò in affitto, vado a stare in quella dei nonni e campo di rendita”, “Alla mostra di Cézanne con te ci vengo, ma solo se mi paghi” ed altre piacevolezze simili. Certo, spesso ho il dubbio di essere rimasta vittima di uno scambio di culle, nella nursery del reparto maternità, in quel torrido pomeriggio d’agosto del 1989: ma pensandoci bene, gli altri neonati erano tutti maschi, ad eccezione di una femminuccia piccola e minuta, tutta rosea e bionda, silenziosissima… niente a che vedere con la mia robusta urlatrice, nerissima di occhi e di capelli, dalla pelle ambrata (retaggio degli antenati sardi) e dal considerevole (me tapina!) peso di quasi 4 chili! Almeno dieci volte al giorno avrei voglia di strozzarla, e sicuramente lei ha spesso lo stesso impulso. Lo leggo chiaro e tondo, scritto a caratteri cubitali nel fondo di quelle iridi color della pece che –come la pece- sembrano sul punto di prender fuoco per incenerirmi. Allora alza le spalle, mi guarda (letteralmente) dall’alto in basso e si chiude nel segreto della sua cameretta tappezzata di poster di calciatori e cantanti, dove può collegarsi a Messenger e disquisire con le amiche sul perché le mamme rompano tanto e sul come mai non capiscano quanto sia fondamentale, per una adolescente degna di questo nome, possedere almeno una cintura ed una borsa di Gucci non taroccate. Ma ci sono anche momenti in cui, malgrado il divario generazionale e caratteriale, noi due riusciamo ancora a tornare indietro, alla sintonia di quando la allattavo e lei si addormentava succhiando, beata, la boccuccia semiaperta e la manina aggrappata alla mia scollatura. O di quando a tre anni, sul lettone ancora disfatto, la domenica mattina, rideva a piena gola, facendo le capriole con me, mentre in cucina il sugo si attaccava al tegame e la pasta diventava colla, per la gioia di suo padre e mio marito. Uno dei momenti di cui sopra, appunto, è legato a quella piccola diavoleria moderna chiamata MP3, microscopica scatoletta capace di contenere centinaia di migliaia di minuti di musica e canzoni. Roba da pura fantascienza per chi, come me, vedeva già il mangianastri come un prodotto della tecnologia aliena! Dunque, sono quasi le tre, torno dal lavoro ed in casa c’è un silenzio quasi assoluto. Strano. Entro in camera sua e la trovo lì che canticchia, accovacciata in terra, con l’MP3 in tasca, gli auricolari nelle orecchie e in mano la metà di un cono gelato ipercalorico. La fulmino. Mi fulmina. Mi siedo accanto a lei. Sbuffa. Io sospiro. Poi le strappo uno degli auricolari, le ordino: “Alza il volume!” e lo indosso, dando un morso di gusto al suo cono, mentre Avril Lavigne e Justin Timberlake, da professionisti quali sono, si mettono d’impegno per riuscire a spaccarci i timpani perfettamente all’unisono.


venerdì 7 settembre 2007

Canzoni (1)



Canzoni (1)
di Roby



La mazzata ti arriva improvvisa, quando meno te l’aspetti. Sei lì, a casa, svogliatamente affaccendata nelle solite occupazioni domestiche serali che detesti ma che, ahimè, ogni tanto devi pur svolgere (come stirare quella montagna di panni che tra poco –se non ti decidi a smaltirla- arriverà a minacciare il tuo spazio vitale); sei lì, che imprechi come una turca perché la piastra rovente ti ha appena scottato un dito; sei lì, in jeans e ciabatte, con i capelli che sembrano spinaci appena scongelati, l’accenno di pancetta che oramai è diventato una certezza, il collo a tartaruga, la palpebra calante, l’occhio distratto rivolto al teleschermo acceso… ed ecco che la mazzata arriva e ti frega, sotto le mentite spoglie di Carlo Conti e delle sue “50 canzonissime” su Raiuno. Sì, perché, mentre tenti di addomesticare il colletto di quella camicia che proprio non vuol saperne di piegarsi ai tuoi voleri, ti esplode nelle orecchie come una bomba l’attacco del rock lento che ha segnato la tua estate del ’75, e che ti lascia lì col ferro da stiro a mezz’aria, la pupilla dilatata e le ciglia che s’inumidiscono, ricordando. Ma non basta: appena finito il rock, parte una mitragliata di pezzi melodici suonati da “complessi” dai nomi assurdi, tipo “Il giardino dei semplici”, “Gli alunni del sole”, “I Santo California”, che se tua figlia si affaccia adesso in cucina comincia a ridere ora e finisce domani a mezzogiorno. Mentre tu, povera imbecille, sei lì che piangi come una fontana, catapultata così tutta d’un colpo ai tuoi vent’anni, alla pelle liscia e fresca, ai pantaloni a zampa d’elefante, alla sera prima dell’esame di maturità, alle notti d’agosto, all’amore. Passa tuo marito, in maglietta e pantaloni del pigiama, ti guarda, guarda il ferro pericolosamente impugnato e ti chiede, cauto: “Che succede?”. Ti riscuoti, deglutisci, tiri su col naso e rispondi, dignitosamente: “Succede che mi sto ricordando”. “Ricordando che cosa?”. “Che sono vecchia”. Poi spingi il tasto del vapore, afferri la camicia da stirare e ricominci la lotta.




giovedì 5 luglio 2007

Quando Arturo Benedetti Michelangeli...


Arturo Benedetti Michelangeli

Quando Arturo Benedetti Michelangeli suonò Chopin per me

di Laura Tavanti


Il 12 giugno ricorre l'anniversario della morte di Arturo Benedetti Michelangeli

E 'un altro grande personaggio che ha attraversato la mia vita e mi piace ricordarlo nel mio diario.

Il periodo era quello milanese.

Giovane, giovane, studi a Brera,

il mio compagno era Maner Lualdi (ho già parlato di lui nel post su Indro Montanelli), geniale, eclettico e molto amico di Michelangeli al quale lo legavano gli studi fatti insieme al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano nell'adolescenza: perciò la musica, l'intelligenza e, tra l'altro, l’amore per le macchine sportive; tutto ciò creava sicuramente un grande feeling tra di loro.

Un giorno Maner mi disse che stava preparando un documentario su Michelangeli e che doveva andare ad Arezzo dove lui teneva i suoi mitici corsi.

Mi chiese se volevo accompagnarlo. Ne fui felice. Non conoscendo Michelangeli e amando la musica, e ammirandone il genio, non potevo che desiderare di conoscerlo.

Arrivammo ad Arezzo, città dei miei nonni da me molto amata per averci trascorso innumerevoli vacanze estive nella mia infanzia.
Ho dei flash della giornata indimenticabili.
Era estate; ricordo il caldo, l'odore particolare della cittadina, che anche ad occhi chiusi avrei riconosciuto.
Poi mi vedo seduta in un patio ombroso (la casa era quella del Petrarca vicino Palazzo Pretorio, dove si tenevano i corsi): finalmente ero al fresco.
Maner era entrato in casa ed io aspettavo fuori, rilassandomi.
Come per incanto mi arrivò un suono: l'unica parola che mi sembra giusta è" trascendentale".
Mi sembrò di entrare in un'altra dimensione: le note sconfinavano in diverse gamme espressive.
Cantavano.
Ed io ero lì.
Anche se solo nella mia emozione, Arturo Benedetti Michelangeli stava suonando Chopin per me.

Dopo l'artista conobbi l'uomo.

Un carattere senz'altro particolare: la sua statura umana e la sua qualità morale erano rivolti in primo luogo al far musica, alla figura di concertista davanti al pubblico. E poi al privato.
L’elemento fondamentale della sua esistenza era la necessità di incentrare la propria intera vita attorno al pianoforte. Era solito dire " la musica è un diritto, ma solo per colui che la merita”.

Ho visto i suoi spartiti; erano bellissimi. Annotava le suggestioni con una scrittura elegante: aggettivi, avverbi, immagini che potevano spiegare e illuminare ogni sfumatura interpretativa, rispettando, al tempo stesso, tutte le indicazioni del testo.
E poi veniva il suono: “entrare” nella tastiera, per spingersi fino in fondo al tasto; un fatto di controllo, di naturalezza, di trasparenza.
Ricordo le sue mani così (sorprendentemente) possenti : è ancora vivo il mio stupore nel vederle così grandi sulla tastiera.

Infaticabile passione ed esemplare generosità.

Ad Arezzo dava lezioni gratis agli allievi che arrivavano da tutto il mondo; molti li ospitava nella fattoria l'Ottavo a Castiglion Fiorentino.
Il documentario di Maner " Arturo Benedetti Michelangeli: il Maestro dei Maestri” è rimasto una rara testimonianza storica del grande Artista.
Maner riuscì a svelare aspetti poco noti di Michelangeli, ritenuto un personaggio impenetrabile e schivo; venne fuori l'uomo affascinante che era, amatissimo dai suoi allievi.

A Firenze conobbi anche la moglie, la signora Giuliana; di lei ricordo solo l’immagine di una persona minuta e dolcissima.

Non posso non scrivere di Rio de Janeiro.

Maner ed io eravamo stati invitati da Michelangeli al concerto che avrebbe tenuto a Rio.
Serata meravigliosa e, come al solito, al finale, pubblico in delirio e ovazioni.
Dopo il concerto, Michelangeli , cosa insolita per lui, accettò di venire con noi ad una cena alla quale eravamo stati invitati. Villa bellissima e ospitalità...regale.
Poi ci chiesero se volevamo assistere ad una macumba (ovviamente bianca); decidemmo di andare.

Arrivammo nella foresta del Tijuca, che incomincia ai margini della città. Io camminavo tra Maner ed Arturo; seguendo la guida al buio, tutti in fila, ad un certo punto trovammo un fosso da saltare: io spiccai un bel balzo e mi ritrovai per terra con il ginocchio destro dalla parte dove non doveva stare.

Che dolore!!

Alle mie spalle sentii una fragorosa risata: era Lui che evidentemente non si era reso conto della gravità della mia sederata.
Rovinai la macumba ai miei due baldi cavalieri che mi riportarono in tutta fretta a Rio a cercare un ospedale.
Era notte inoltrata.
Finalmente un ospedale all'orizzonte; entrammo.
Non c'era nessuno.
Io ero ormai svenuta.
Sfortunatamente non del tutto ma non avrei resistito a lungo.
Finalmente arrivò una specie di dottore, senza camice. Prese una sedia, mi fece sedere e ordinò ai miei due angeli custodi di tenermi le braccia.
E così le fantastiche mani del grande pianista si serrarono sul mio braccio con poderosa forza, immobilizzandomi!
A questo punto il medico, fischiettando (non lo dimenticherò mai) mi prese la gamba e ... crack, me la rigirò.
.
Che dooolore!!!

Poi, sempre fischiettando (?!), m'ingessò.
Quella notte, che era cominciata in maniera favolosa, finì in maniera per me disastrosa.
Ma ero comunque riuscita... a vedere le stelle.

Negli anni la mia vita cambiò direzione.
Venni ad abitare a Roma e non incontrai più Michelangeli, anche perchè i suoi concerti in Italia erano diventati sempre più rari.

Ma un giorno venne a trovarmi un suo allievo e mi disse :" Le porto i saluti del Maestro".

Fu un salto indietro negli anni ed una emozione intensa che riaccese ricordi bellissimi di un uomo veramente particolare.
(12/06/2007)

Rio de Janeiro, foresta del Tijuca

lunedì 25 giugno 2007

LA Musica, I presume



LA Musica, I presume (un appello a DC)

di baotzebao


È da subito dopo i primi quindici, venti secondi nei quali la musica ha raggiunto le mie orecchie, alle 8.00 precise di venerdì 15 giugno.
E’ in quell’attimo che mi sono fatto due domande: ma cos’era, allora, quella cosa che ho ascoltato fino ad ora? E come farò, senza mandare chi mi legge o ascolta a un concerto nella sala maggiore della Philarmonie di Berlino, a spiegare cosa è stato?
La musica, lì e allora, mi ha trascinato via. Ma adesso ben forte, e da quando finì la 4a di Bruckner già in un pianissimo, la seconda domanda risuona OGNI volta che la radio, il cd player, o il mio piccolo Mac ‘suonano’qualcosa.
Alla prima ho trovato una prima banale, incompleta, parziale e personale risposta: era musica anche quella del Teatro Verdi, del Politeama Rossetti, della Scala…: Serie B, o C, se volete, ma sempre pur musica. E sto parlando, sia chiaro, non dei musicisti ma dell’acustica.
Ecco, ho detto la parola: acustica.
Per cercare di rispondere alla seconda e per me più importante domanda, io non basto.
Ecco tutto, mi sono detto ieri sera, ammettendo di non avere le parole, l’educazione lessicale, la capacità e le competenze tecniche per farlo. Stavo per andare a nanna, dopo una travolgente esecuzione della prima sinfonia di Gustav Mahler, a Radio Tre Suite.
(Gli dei e la RAI proteggano l’esistenza e la crescita, nonché il miglioramento delle sintonie dell’unica radio ascoltabile in italia, quando si vuole sentire – e non solo ascoltare – qualcosa. )
E stamattina, la risposta è arrivata.
La risposta si chiama DC.
Ecco. So già che qualcuno, per un attimo soltanto, ha strabuzzato gli occhi.
No, non alludo al partito morto e mai sepolto, lo Zelig dell’arco costituzionale italiano.
(Se qualcuno per Zelig ha inteso il cabaret, beh: fa ridere chi ha capito la vera allusione. Grazie ma si informi. Citofonare Woody Allen.)
Ma a un amico, di pelle e di bips, che ha la competenza, il lessico, le parole… per dire a me cosa sia l’acustica, in che modo influisca sull’ascolto. Eccetera.
So che lo chiamo, e per di più pubblicamente, a una prova non proprio di facilissima soluzione. E per un uomo discreto, nonostante il suo peso, essere chiamato allo scoperto è cosa che potrebbe infastidire. Ma DC se vuole, se si lascia essere, è l’unico che io conosca in grado di rispondere a me, e a voi, che mi auguro, se siete arrivati a leggere fin qui…
Gli do però tutto il tempo che vuole, e tutte le risposte: da cento anni e poi due parole, in giù.
A voi che leggete, però, rivelo una parte, quella virtuale, della ragion per cui ho tanta fiducia in DC.
Fate un giro qui, da Olgy, a Remitur ( sin dal nome un parente carissimo, un gemello: un modello, per a vànvera).
In attesa della sua risposta, che -se verrà- sarà pubblicata sia nei commenti che come post autonomo ( e, se DC vorrà anche nel suo spazio di Rete), vado a Bach, clavicembalo ben temperato, nella trascrizione per pianoforte, esecutore Daniel Barenboim.
La di da…

Da a vànvera