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mercoledì 25 febbraio 2009

La Guerra dei Mondi (una proposta per la crisi)


di Mazapegul



E' difficile uscire dal tunnel di questa crisi, quando i paesi, i partiti all'interno dei paesi, le persone nei partiti non riescono a trovare un accordo su "what to do next". L'economia globalizzata rende difficile l'individuazione del nemico esterno contro cui convogliare tutte le risorse, nella lotta al quale costruire l'industria e la societa' del futuro.
Di nemici esterni ce ne sarebbero, a dire il vero: il collasso ambientale del pianeta, le malattie e la fame, la stupidità. Su questi obiettivi non ci sara' mai, pero', il consenso necessario a promuovere una grande coalizione per lo sviluppo. Ecco una proposta concreta.
Mettere insieme le intelligenze del pianeta: Hollywood, il Mossad, l'Agenzia Spaziale Europea e il presidente Hu Jintao. Costruire una credibile e drammatica simulazione che ferocissimi extra-terrestri siano in procinto di invadere la Terra, e che le loro avanguardie siano già tra noi. Far deliberare dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU lo Stato d'Emergenza Planetario; sospendere le guerre in corso; nazionalizzare le banche e avviare un massiccio piano di difesa e contrattacco.
Questo piano di difesa, con la realizzazione di armi per la guerra interplanetaria, lo scavo di rifugi e l'organizzazione su base planetaria della società, farebbe da perno alla ripresa dell'economia reale in ogni dove. Contro gli alieni bastardi, rapitori di fanciulli e insidiatori delle nostre donne, nonchè assassini e consumatori di risorse (a colazione, è noto, intingono madeleine d'uranio in larghe tazze di petrolio), andrebbe convogliato ogni sentimento negativo. Il pessimismo verrebbe bandito come disfattismo e intelligenza col nemico. Obama verrebbe eletto Presidente della Confederazione Terrestre.

Lo so, non è un granchè d'idea. Ma ieri ho letto l'articolo di Giavazzi e le esternazioni di Tremonti, entrambe in perfetto stile '29, e ho pensato che questa, almeno, e' una novità.

domenica 25 gennaio 2009

Limericks e favole (II)


Mazapegul



VI
Un tamburino bizzarro di Brema
quattro bovini maschi comprò a Crema:
a ritmo li bacchetta,
così una musichetta
gaia va col suona-tori di Brema.

VII

Orfana ballerina di Nonantola,
con la matrigna perfida e tarantola,
calzata di cristallo
lui conquistasti al ballo,
mentre d'invidia l'altra, a cena, rantola.

VIII

Un gigante di Castiglion Fibocchi
infestato dal capo fino agli occhi
da mille falegnami
coi loro figli strani,
la testa si grattava dai Pinocchi.


IX

Tre re dell'isola di Santorini
le mani han nel ragù fino ai polsini.
Un cameriere attonito
(respinge a stento il vomito)
osa pensar: "Ecco i re porcellini."

X

Fece un'orsa d'Alaska di Bethel
un igloo di cassate a zia Ethel:
voleva la zia
che -persi per via-
arrivassero lì Hansel e Grethel

venerdì 28 novembre 2008

Amico Aspertini a Bologna


Amico Aspertini: Ritratto di Tommaso Raimondi


Amico Aspertini a Bologna

di Mazapegul



C'è in queste settimane a Bologna la prima mostra dedicata ad Amico Aspertini (1474-1552), pittore bolognese, i giudizi sul quale insistono -nel bene e nel male- sull'aggettivo di bizzarro.
Mastro Amico lo incontrai per la prima volta qualche anno fa, entrando nella cappella di Santa Cecilia a Bologna, e rimanendo mezzo affascinato e mezzo orripilato dai primi affreschi che lì s'incontrano tra quelli del ciclo dedicato alla Santa. Una pittura quantomai distante da quella rassicurante e centroitalica degli ultimi affreschi (Francia e Costa): spigolosa, nordica, disarmonica nelle figure e nella composizione, piena di strani effetti e in alcuni punti vicina all'idea di "discarica visiva". Il custode a cui chiesi mi disse che erano, per l'appunto, di Aspertini Amico, di cui diede per scontato che conoscessi il nome. [Qui una lettura scherzosamente cinematografica del ciclo d'affreschi.]
Negli anni successivi, perlopiù nei miei tragitti tra matematica e ingegneria, ho visto più o meno tutto quello che nelle chiese bolognesi si conserva di Amico. Quasi tutti lavori che adesso sono in mostra alla Pinacoteca Nazionale, assieme ad altri che testimoniano sia delle influenza che sull'Aspertini si sono esercitate, sia quelle -poche- che lui esercitò su altri. In particolare, nella mostra ci sono sia alcuni lavori di Durer a cui Aspertini s'ispirò, che la pala di Raffaello su S. Cecilia (sempre lei!) a cui lui si ribellò. Nel confronto con entrambi, Aspertini è decisamente perdente per talento pittorico e per sintesi teorica (sintesi di cui lui, del resto, si disenteressò sempre).

Amico Aspertini: La Sacra Famiglia

Proprio questi confronti che lui cercò, però, danno la misura della libertà e quasi dell'eroismo di questo singolare pittore. Aspertini viaggiò a Roma da giovane, dove subì l'influenza sia dell'archeologia romana allora in piena esplosione, che del rinascimento romano di fine Quattrocento. Tornato a Bologna, ebbe modo di conoscere le incisioni di Durer. Da questo incrocio, dai taccuini su cui instancabilmente riportava quello che vedeva, copiando o ritraendo dal vero, e forse anche da una tradizione espressionista forte nell'area padana (e a Bologna rappresentata da Niccolò dell'Arca pugliese, dal ferrarese Ercole de Roberti, dal gotico Vitale da Bologna e altri), Aspertini prese a sviluppare un suo stile, inconfondibile attraverso i numerosi e radicali cambiamenti che ebbe nel corso della sua lunghissima vita.
In partenza, troviamo una lettura radicalmente anti-classica della stessa classicità greco-romana, quasi antiumanistica; o forse, più precisamente, di un umanesimo più terrestre di quello del "dialogo con gli antichi". Più avanti, Amico medita e rimedita la fisiognomica tedesca e nordica, i volti grotteschi, l'esibita imperfezione fisica, la realistica rappresentazione della malattia, lo sguardo ebete (ma si veda questo ritratto per avere un'idea di come Aspertini sapesse entrare e uscire dalla cifra del genere a suo piacimento).
In tutto questo percorso, con fatica e libertà di ricerca insieme, Aspertini ragggiunse vertici di anarchica maestosità:

per poi discendere, del tutto volontariamente, a medioevali e altrettanto anarchici abissi:

Il mio interesse per questo pittore di talento notevole, ma non straordinario, viene proprio dalla testarda libertà della sua ricerca; dalla sua ricerca di sintesi pittoriche (tra il classico e il tedesco, tra il realistico e il grottesco, tra il moderno e il medioevale...); da una sua etica professionale -artigianale e borghese- a cui pare non venire mai meno; dalla decisione nel perseguire strade del tutto eccentriche rispetto al discorso romano allora egemone, e con buone ragioni per esserlo. I curatori della mostra, forse esagerando, mettono in relazione Aspertini addirittura con ambienti protestanti.

P.S. La durata della mostra è stata prorogata fino al 26 gennaio 2009. Buon segno, vuol dire che ha avuto il successo che merita.
(Habanera)

Amico Aspertini: Adorazione dei Magi


giovedì 23 ottobre 2008

Limericks e favole (1)



Mazapegul



I

Uomo matto dell' isola di Bali,
che a piedi nudi la montagna sali,
metti qualcosa ai piedi
e ad ascoltare siedi
la storia del Matto Con Gli Stivali.

II

D' inverno i sette nani a Pontassieve,
dopo una nevicata molto greve,
a lei dicon d' uscire
e il prato ripulire
con pala, scopa e moto-Brancaneve.

III

Povero e solo, un lupo del Mar Rosso
chiede a chi passa una moneta o un osso.
Tiene sul petto
sporco un berretto:
"Metti un soldo nel Cappuccetto Ciosso".

IV

Cannuccia, shampoo e acqua del Ticino,
fa bolle senza sosta il mio bambino:
volano sferiche
leggere e angeliche;
l'han soprannominato Bollicino.

Ovvero,

Cannuccia, shampoo e acqua della Drina,
fa bolle senza sosta la bambina:
volano sferiche
leggere e angeliche;
l'han soprannominata Bollicina.


V

Un fornaio di Napoli a Gonzaga
trovò una russa, vecchia e un poco maga.
Le fece, per amore,
le paste col liquore.
Le offrì dicendo: "Mangi'o' babbà, Yaga."

mercoledì 27 agosto 2008

Fichi




Fichi
(Pensare coi pedali -3)

di Mazapegul



Che tra fico e uomo ci siano dei rapporti tesi è testimoniato dal Nuovo Testamento.

[Marco 11] 12-14 La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. E avendo visto di lontano un fico che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se mai vi trovasse qualche cosa; ma giuntovi sotto, non trovò altro che foglie. Non era infatti quella la stagione dei fichi. E gli disse: "Nessuno possa mai più mangiare i tuoi frutti". E i discepoli l'udirono.
[ibid] 20: La mattina seguente, passando, videro il fico seccato fin dalle radici.


Tralasciando l'ovvia interpretazione figurale della curiosa pretesa di cogliere fichi fuori stagione, il passo riportato mette dolorosamente l'accento sul maggior difetto dei fichi. Quando questi maturano, cambiano radicalmnte sapore e consistenza: il sapore muta improvvisamente da insipido a delizioso, ma il frutto (l'infiorescenza, per essere precisi) diventa molle oltre il limite del trasportabile. Il fico fresco va consumato nel suo giorno, in loco, non appena colto dal suo albero. Per questo motivo è vano richiedere fichi al vostro fruttivendolo di fiducia: meglio arrendersi e acquistare direttamente fichi secchi o caramellati, che sono cose diverse, ma comunque buone.
Il fico testimonia anche della sostanziale unitarietà del mondo animale. Esseri assai distanti tra loro sull'albero linneano amano in egual misura i fichi maturi, mentre tutti disprezzano quelli acerbi. La competizione è accesissima: quando andate a prendere i fichi maturi, troverete che gran parte di essi sono pieni di api, vespe, moscerini e altri insetti che, oltre a tenervi lontano, hanno già forato il frutto, rendendolo poco appetibile. Per non dire di molte specie di uccelli, che tipicamente si cibano dei fichi nelle ore appena successive alla decisione del contadino che "sì, domani si fa la raccolta". Tra questi uccelli uno, l'afro-europeo beccafico, ha preso il nome dalla sua nociva (per noi) dieta.


Approfitto dell'occasione per pubblicizzare una ghiottoneria siciliana che, a sua volta, prende il nome dal noto buongustaio volante.

Sarde Beccaficu
Ingredienti 750 g di sarde
100 g di pangrattato
50 g di uvetta
50 g di pinoli
6 acciughe sotto sale
40 g di olio extravergine d`oliva
un trito di prezzemolo
2 foglie di alloro
sale e pepe

Preparazione. Ammollate l`uvetta in acqua fredda. Pulite le sarde, diliscatele lasciandole unite sul dorso, lavatele e asciugatele. Rosolate il pangrattato nell`olio, poi mescolando aggiungete l`uvetta asciugata, i pinoli, il prezzemolo, le acciughe lavate, diliscate e tritate, sale e pepe. Farcite le sarde con la farcia e richiudetele. Disponetele allineate in una pirofila oliata con le foglie di alloro spezzettate. Cospargete di pangrattato, versate un filo d`olio e passate in forno preriscaldato a 180° per circa mezz`ora.



Ieri pomeriggio ho proposto a mia figlia un giro in bicicletta, scegliendo un itinerario che tenesse conto sia della sua giovanissima età, che del mio personale desiderio di vedere qualche posto interessante. Abbiamo così scollinato dal nostro paese in direzione della valle adiacente, seguendo poi lo sterrato lungo il torrente. Arrivati a un paese, abbiamo diviso due gelati tra noi e le oche di un laghetto.
Un'occhiata all'orologio e una al cielo m'hanno convinto che solo partendo immediatamente saremmo potuti arrivare a casa prima del tramonto. Abbiamo quindi preso la via del ritorno per una strada che, con minor pendenza dell'andata, prevedeva comunque cinque chilometri e un dosso.
Appena prima del dosso, la lenta pedalata di Angelica s'è improvvisamente arrestata, le sue flebili proteste si sono trasformate in ribellione piena e io ho dovuto ammettere a me stesso che l'itinerario da me studiato era sbilanciato sul lato del mio personale desiderio, avendo sostanzialmente ignorato la giovanissima età.
Stavo lì indeciso tra il timore di essere sorpresi dal buio in mezzo alla campagna, senza fanali in efficienza, e l'assenza di argomenti capaci di convincere i pargoletti polpacci a pedalare. Ero più che convinto d'essermi cacciato io solo nell'imbarazzante situazione e mi guardavo intorno in cerca di un'idea, quando Angelica ha urlato: "Un fico!"
Infatti c'era, al bordo della strada, un grosso albero carico di frutti maturi. Abbiamo lasciato le biciclette nel fosso e abbiamo raccolto e mangiato una ventina di fichi dolcissimi, al limite esatto in cui la maturazione degenera in fermentazione. Tra un morso e l'altro chiaccheravamo dei fichi, delle cose viste nel pomeriggio e della strada ancora da fare. Finita la scorpacciata, abbiamo inforcato nuovamente le biciclette e, senza problemi, abbiamo preso speditamente la via di casa.



venerdì 15 agosto 2008

Romagna comfort




Romagna comfort
(Pensare coi pedali -2)

di Mazapegul



Domenica scorsa, durante un breve giro in bici per la piana, decisi di fare una strada diversa dal solito: al guado sul torrente in secca prendere il torrente verso monte, raggiungere l'altro guado due chilometri più in su e tornare a casa per una stradina poco trafficata.

Dopo neanche duecento metri il letto del torrente iniziava a essere ostruito da pozze d'acqua stagnante sempre più lunghe e profonde, coperte da grossi insetti pattinatori che facevano lo slalom tra mucillagini e alghette; un po' più in là m'imbattei in alcuni pioppi caduti attraverso il torrente, da scavalcare portandosi dietro la pesante bicicletta.

Mezz'ora dopo, immerso nell'acqua putrida fino alla cintola, senza alcuna possibilità di risalire la riva e arrivare ai campi attraverso i venti metri di fitto roveto e, pressapoco equidistante tra i due guadi, mi chiesi se mai un pirla si fosse trovato in una situazione simile. Non trovai alcun esempio reale, ma mi venne in mente un vecchio film, di cui passo ora a raccontarvi la trama.

Il titolo originale è Southern Comfort, "comodità del Sud", che è il nome di un famoso drink della Louisiana ma che, soprattutto, si riferisce ironicamente all'estrema scomodità in cui si trova una squadra della Guardia Nazionale americana durante un'esercitazione nel bayoux, le paludi del Sud abitate dagli schivi cajun, pionieri francofoni ancor oggi concentrati nelle foreste e nelle campagne intorno a Lafayette, Louisiana. La scomodità viene dal fatto che il gruppo s'è perso nelle paludi, è comandato da un sergente imbecille ed è composto in parte da cretini che si credono di giocare ai soldati (la Guardia Nazionale è un corpo volontario di difesa territoriale, erede delle milizie rivoluzionarie di Washington, ma spesso -secondo un luogo comune americano- non all'altezza del compito e del ruolo). E la situazione dei soldati peggiora quando, per attravesare un tratto di palude, rubano delle canoe, vengono sorpresi da un cajun, per spaventarlo gli sparano (a salve: è un'esercitazione) e il primo del gruppo viene abbattuto (a pallettoni: è un cacciatore).

Da questo punto in poi il film diventa un'avventura di tipo vietnamita (o western-crepuscolare), ma vissuta in casa, eppure a confronto con degli "stranieri" -i padroni di casa: gente della foresta, che parla un'altra lingua. I soldati scontano l'isolamento, l'ignoranza del territorio e l'assenza di leadership. Tranne due (come si conviene: i meno esaltati, i più pratici), tutti gli altri finiscono uccisi dai cajun o da una natura matrigna a chi non la conosce.


In una breve pausa silvestre due dei soldati arrivano a un villaggio cajun, proprio mentre si sta preparando una festa. In quel momento la bella colonna sonora di Ry Cooder lascia spazio a un pezzo di musica cajun, tra le più allegre e piacevoli del folk statunitense. Si vede la preparazione di alcuni piatti della cucina cajun, come in una scena di un altro film "meridionale" -Angel Heart di Alan Parker-, che è una delle poche sopravvivenze degne di nota e d'assaggio della cucina locale americana, spazzata via dall'industrial comfort, dal pane a cassetta e dalla zuppa Campbell in barattolo immortalata da Warhol.

Anni fa mi capitò di visitare la Louisiana e in un ristorante locale (coda d'alligatore fritta il piatto forte) conobbi un cantante cajun, che poi rividi a St. Louis, durante un tour che doveva portarlo a Montreal, il cuore culturale e politico dell' America francofona. Mi diceva che il film di Hill dalle sue parti, dov'era stato girato -e della cui location avevano fatto un richiamo turistico- non era stato visto molto bene: troppi stereotipi e pregiudizi. A me invece i cajun del film erano parsi fascinosi: proprio a causa loro avevo indirizzato quella vacanza in Louisiana.

Il titolo italiano del film, di rara idiozia (che sarà mai una "palude rumorosa"?), intendeva ricordare allo spettatore che il regista è lo stesso di Warriors, un gioiellino del film d'azione, purtroppo preso a modello di stile dalle gang di cretini d'ogni città dell'occidente, come già era accaduto per Arancia Meccanica.
Il Southern Comfort è una mistura di whiskey, brandy di pesca, arancia, vaniglia, zucchero e cannella.


Southern Comfort di Walter Hill (1981) Sceneggiatura di Michael Kane, Walter Hill, David Giler Con Keith Carradine, Powers Boothe, Fred Ward, Franklyn Seales, Peter Coyote, Brion James Musica: Ry Cooder Fotografia: Andrew Laszlo (106 minuti)


Luglio 2007



venerdì 1 agosto 2008

Promenade




Promenade
(Pensare coi pedali -1)


di Nicola
Mazapegul




1- Ci sono poche cose peggiori di un sabato splendente di sole passato in dipartimento alla ricerca del risultato sfuggito sino al giorno prima, mentre in compenso non hai fatto quel lavoro facile-facile in scadenza tra tre giorni, in una città dove non hai più amici, ma solo colleghi e consorti di colleghi, col cielo che inizia a prendere quel color oro preannunciante il tramonto su un bel giorno di festa buttato via e la solita cena di avanzi da consumare in solitudine nel villone troppo grande per una persona sola e bisognoso di pulizie da almeno una settimana. Per esempio, ti può succedere di finire la giornata di lavoro senza aver mosso un singolo passo verso la soluzione del problema, ma con l'impressione, al contrario, di aver fatto dei passi indietro e di avere una comprensione se possibile ancora minore del contesto generale in cui il problema si inseriva, contesto che la mattina stessa appariva pur così chiaro.
L'unica speranza di emergere sopra il livello dell'incipiente micro-depressione da weekend, tanto più che il weekend è quello lungo del Memorial Day, consiste nell'inforcare la propria Raleigh M20, 7 per 3 velocità, cambio Shimano ergonomicissimo, copertoni con battistrada profondo e arzigogolato adatto alla guerra nei deserti d'Oriente, ammortizzata quel che basta per percorrere senza rompersi le ossa le accidentate pianure marziane, cromatura blu ancora luccicante di nuovo, nonostante fosse una giacenza dell'anno precedente in supersaldo. E visto che nel momento massimamente languido del magone lo sconfinato territorio urbano là fuori mi appare sotto forma di discarica delle passate memorie, indirizzo la mia biciclettata verso le mie precedenti residenze di St. Louis.


2- Punto la prua verso Oriente e verso Forest Park, estremo lembo occidentale dell'amministrazione municipale di St. Louis, cazzo la randa e mi lascio andare giù dalla collinetta su cui s'erge, oramai a poppa, il castello oxfordiano dell' Università Washington. Il grande Parco-Foresta, più grande di Central Park a New York e uno dei più estesi parchi urbani d'America, fu sino al 1904 una zona acquitrinosa oltre il confine occidentale della città, di cui sopravvive il ricordo nella via West End all'altro estremo della distesa verde.
In quell'anno, cercando invano di recuperare il ruolo di vero baricentro della grande pianura che le era stato scippato da Chicago, la St. Louis che conta fece bonificare gli acquitrini e vi organizzò un' Esposizione Universale, alla fine della quale terreno e edifici passarono a formare il grande parco verso cui sto scendendo, cercando d'evitare il colpo di boma dell'auto distratta che si prova a speronarmi da babordo.
Non c'è attività sportiva che non preveda l'impietosa pratica dell'autopunizione, mi dico prendendo la strada che si arrampica sulla collina del Museo d'Arte invece di quella che attraversa placidi campi da golf e laghetti simpaticamente frequentati da germani reali e oche canadesi. Di fronte al museo, alla statua equestre di S. Luigi dei francesi in procinto di scatenare le armate crociate contro i giocatori di golf e i germani reali, nei loro commerci indaffarati in fondo al ripidissimo prato, è stata restituita la spada che, quando ero studente, risultava rubata, così che il San Luigi d'allora pareva salutare, piuttosto che minacciare, le orde degli infedeli.
Mi getto giù dalla collina e registro con la coda dell'occhio due matrimoni che sono finiti qui a fare le fotografie: una coppia di neri in bianco con ospiti neri in nero e una coppia di bianchi in bianco e nero con damine azzurre. Il matrimonio americano, si sa, dura poco, ma parte molto scenografico.
Un po' come il Big Mac.
I neri e i bianchi che popolano il parco stanno insieme in emulsione, piccole goccioline omogenee di questo e di quello che non si mescolano. Le coppie interrazziali mi sembrano però aumentate negli ultimi dieci anni: da nessuna a qualcuna; uomo nero e donna bianca. Anni fa erano proprio i neri a opporsi pubblicamente a questo mescolio, mentre i bianchi si opponevano privatamente nella forma del rimprovero genitoriale alla figlia debosciata. La massiccia carcerazione di giovani maschi neri aveva lasciato, come in tempo di guerra, un gran numero di ragazze in età da marito con poche o nulle speranze di trovarne uno, così le coppie interraziali venivano viste come l'ultimo scippo dell'uomo bianco.
Il razzismo è una brutta bestia, e pure complicata, medito genericamente mentre la Raleigh M20 raggiunge le ultime propaggini del parco. E insomma, ciascuno si accoppi come meglio gli aggrada, concludo infilando Lindell Avenue.


3- Sostenitori della devolution, meditate qui gli effetti congiunti del federalismo fiscale e della rivoluzione automobilistica! Stamattina uscivo dalla mia casa, in una ricca city della cintura urbana (nessuna addizionale IRPEF) e adesso entro nella grande municipalità (con addizionale IRPEF) da cui tutto il ceto medio-alto che poteva è fuggito, lasciando una massa di poveri e sfigati che, per quanto si riduca il livello dei servizi, costano un sacco, facendo crescere l'addizionale IRPEF e spingendo sempre nuova gente alla fuga, in una spirale senza fine.
Il ricco e il povero, separati anche topograficamente, si conoscono oramai solo attraverso i film e la cronaca.
Detto così, un po' alla grossa, perché in realtà questo primo tratto cittadino della biciclettata procede in mezzo a una bella fila di villoni, alcuni progettati da architetti di grido, in cui ancora risiede parte della old money locale. Un po` più avanti si vede il cupolone neo-bizantino della cattedrale cattolica, il viale alberato mitiga il caldo ed e` coi polmoni pieni d'aria fresca e di ottimismo che, andando a memoria su una mappa per ciclisti sbirciata la settimana prima, svolto a destra ed entro in un quartiere di basse casette condominiali.
La rotta procede verso Sud attraversando diverse stradine, un cavalcavia, altre stradine, finché la via non s'arresta bruscamente di fronte a una ferrovia e devo ammettere di essermi perso, proprio nella zona dove ho abitato per lunghi anni.
Mi guardo attorno e subito vedo che la pulita e ordinata città che avevo attraversato è stata sostituita da un quartiere malandato, in cui sono l'unico bianco. Torno indietro e prendo per un'altra strada, incrociando pericolosissimi teenager neri su vecchie mountain bike scassate, che mi guardano e osservano 1) che non sono un teenager, 2) che non sono nero, 3) che la mia bicicletta, ora me ne rendo conto, e` troppo cromata, ha un cambio Shimano troppo ergonomico, ha un modello troppo M20, che in quel momento vorrei fosse, che so?, un M7 o un M8.
Il razzismo, si sa, è una brutta cosa, ma peggio ancora è essere ritrovati pieni di pallottole in un vicolo. E quel giovanotto al telefonino nell'auto ferma, starà telefonando ai suoi complici in fondo alla via: "pollo bianco in avvicinamento"? E tutte queste persone, perché stanno sedute sui gradini di casa senza fare nulla se non guardarmi?
Pieno di apprensione vado a zig-zag tra isolati di vecchie casette malandate, povere vetrine di poveri negozi, perlopiù di alcolici, sinistramente protette da robuste inferriate, sedi di istituzioni caritatevoli e di congregazioni protestanti, che in questo quartiere non hanno templi (la comunità non potrebbe pagare l'affitto), ma modeste sale di riunione.
Possibile che io abbia abitato in questa zona per cinque anni? Proprio io, un ceto medio così amante della legalità da diventare riflessivo?
I miei pensieri mi portano verso tutta una serie di domande angoscianti, mentre i pedali mi portano diretto a Shaw Boulevard e alla mia casetta di studente, proprio di fronte al giardino botanico di St. Louis.
Sì, ero più giovane, abitavo qui, mi piaceva e non avevo paura. E come tutti gli abitanti del quartiere le sere d'estate, non avendo un giardino, mi sedevo sui gradini dell'ingresso a guardare la gente di passaggio e a intercettare la brezza.

4- Seduto sul marciapiedi del giardino botanico mi fumo una sigaretta e guardo le auto che passano, tanti neri e sparuti bianchi guardinghi. Non temere, polletto bianco, nessuno ti mangerà allo stop qui davanti. Il razzismo, ragazzi miei, e` veramente una cosa stupidissima.
Incerto sulle virtù terapeutiche della biciclettata sino a quel punto e nel pieno della seconda luna di miele con downtown St. Louis, decido di procedere oltre verso Est, cioè verso il Mississippi. E con le gambe piacevolmente fiacche prendo per Tower Grove, un parco cittadino che si sviluppa tutto in lunghezza sull'asse Est-Ovest. Pedalo da poco quando sento venire da alcuni alberi una musica jazz allegra e obsoleta, di quel genere orecchiabile che si faceva almeno fino agli anni `50. Seguo la musica e trovo un'orchestra sotto un padiglione, ma suona per una festa privata, purtroppo, e non c'è possibilità di entrare. Gli invitati sono vestiti elegantemente e sembrano far parte di uno stretto gruppo etnico-famigliare. Un clan, insomma. Famiglie ex(?)-mafiose di italiani? Una tribu` di irlandesi? Polacchi? Chissà.


Riprendo a pedalare e noto come le famiglie qui riunite, bianche o nere che siano, hanno un'aria più dimessa di quelle che incontro sempre nel Parco Foresta, e anche più allegra. Forse perché nel Parco Foresta ci vanno a fare sport, mentre qui ci vengono a cuocere salsicce e costine di maiale alla griglia? Nuovo "chissà?!"
Un'auto scassata targata Illinois mi sta seguendo lenta lenta. Dentro, due facce giovanil-patibolari, una delle quali tutta butterata... dal vaiolo, mi suggerisce il Tex Willer che sempre mi accompagna: le persone butterate sono tutte cattivissime e segnate dal vaiolo (vaiolo nel 2005?, gli chiedo; fidati di Tex, amigo). Controllo di avere ancora il portafoglio in tasca, poi finalmente l'auto coi giovinastri mi passa e sono arrivato in fondo al parco, all'inizio di quello che qui a St. Louis più assomiglia a un quartiere asiatico.
Non e` una Chinatown: ristoranti e negozi sono perlopiù vietnamiti, lascito della guerra e dei boat-people (di quelli che potevano vantare famigliari negli USA, almeno). La loro presenza ha dato una vocazione a questa arte della città, richiamando poi altri asiatici: tailandesi, laotiani, qualche cinese. I ristoratori cinesi, mi viene in mente, sono quelli più avventurosi e i loro Chop Suey si trovano anche nel bel mezzo del grande ghetto nero di St. Louis. Mi ricordo una volta che mi fermai a uno di questi baracchini, il cui interno era foderato di fotografie allo scopo evidente di tutelarsi verso la criminalità locale: padrone del negozio intento a praticare arti marziali, padrone del negozio con gruppo di poliziotti sorridenti, padrone del negozio abbracciato con esponente importante della comunità di quartiere (politico?, pastore?, politico e pastore?).
Il sole è oramai al tramonto e riprendo la strada di casa. Per cambiare, attraverso il quartiere italiano, The Hill, con tutti i ristoranti Giovanni, Gino, Favazza, Mama Campisi..., e soprattutto con l'alimentari Viviano, che vende il salame Volpi, il cui stabilimento sta giusto qui dietro. Prendo nota di dover tornare in orario di apertura e osservo l'ingresso di una casetta bianca tutto occupato da: una stelle-e-strisce, una statua della Madonna in stile Loreto alta mezzo metro e altre icone taumaturgiche, manifesti a difesa dell'embrione da chi vorrebbe abortirlo o usarlo per i propri ludi scientifici. "God bless America and President Bush!", recito a me stesso a memoria dal manifesto letto nella vetrina di un diner, sorta di baracchino delle piadine una volta assai popolare, ma oramai sostituito dall'insipida e uniforme invasione delle catene fast food.
I pali della luce e gli idranti della Hill sono tutti verniciati col tricolore, un piacevole cromatismo di casa che mi fa pesare di meno il fatto di essere alla fine del mio giro. Prendo una via laterale al Parco Foresta e penso a tutta questa gente così diversa, discendenti di schiavi africani, di italiani poveri, di soldati e prostitute sudvietnamiti, che si fanno la loro vita un po' separati, un po` mescolati, ma uniti "under the Articles", sotto gli articoli della Costituzione degli Stati Uniti d'America. E adesso, mi viene in mente, anche noi europei abbiamo scritto i nostri "Articles", sotto cui stare ciascuno con le proprie abitudini e lingue, ma con un sentimento di unità e, perchè no?, di scopo. Certo, i nostri Articles riempiono duecento pagine illeggibili, il Ministro degli Esteri conta meno di Condoleeza Rice, che non deve chiedere il permesso a tutti e cinquanta i governatori. Però, diciamocelo, è un bel passo avanti.
Ma pensa un po' a forza di stare qui me lo ero dimenticato: i francesi voteranno proprio domani il referendum sulla Costituzione Europea. Certo, i sondaggi danno il NO in testa di qualche punto, ma vedrai che proprio leggendo i sondaggi gli elettori si spaventeranno e cambieranno intenzione di voto. Non vorranno certo prendersi la responsabilità di lasciare l'Europa con le braghe calate, proprio adesso che ci sono crisi economica e guerre nel Vicino Oriente.
Ed è con questi allegri pensieri che infilo il viale alberato che mi porta a casa.

(Maggio 2005)


sabato 26 aprile 2008

Contraddittorio, incompleto, indimostrabile


Assiomi di Peano


Contraddittorio, incompleto, indimostrabile

di Nicola
Mazapegul



Chiunque sia stato amante respinto o amato respingente sa che l' appello alla logica è l' ultima speranza di chi la speranza l' ha perduta. Nelle ultime convulsioni dell' amore finito o dell'innamoramento a vuoto risuonano i "ma tu avevi detto...", "se le tue parole hanno un valore...", "proprio quello che dici ti obbliga... ", "se era eterno, non può finire!"
E la caritatevole bugia e il gentile lenimento vengono dall' interlocutore analizzati e sviscerati in base al loro puro valore di verità. Senza pietà per l'altro, e ancor meno per sè.

Questa comune esperienza ci suggerisce di restringere il campo delle frasi che consideriamo "logicamente", almeno in prima istanza, a quelle che trattano del mondo degli oggetti sensibili e degli ancor meglio definibili oggetti mentali. Abbiamo già visto come sia pericoloso ammettere frasi che in qualche modo predicano se stesse ("io mento"), che quindi escludiamo dal nostro orizzonte. Tagliando un po' alla grossa, riduciamo il nostro universo ai numeri "naturali": 0,1,2,...n,...
Alcune frasi riguardanti i numeri interi sono vere ("2+2=4") e altre false ("3=2"). Queste che ho appena scritto possono essere verificate con un pallottoliere (magari uno di quelli grandi, "123456789+987654321=1111111110"). Altre riguardano infiniti numeri, e debbono essere analizzate diversamente:

(1) se n è naturale e divisibile per 4, allora è divisibile per 2 [vera];
(2) esistono numeri naturali n e m tali per cui 6n-12m=1 [falsa: il numero a sinistra di = è pari, quello a destra è dispari];
(3) dato un numero naturale n, esiste un numero primo p>n tale che anche p+2 è primo [al momento non si sa; alcune coppie di numeri primi del tipo (p,p+2) sono : (3,5), (5,7), (11,13), (17,19), (29,31), ...].

E' un artigianato assai antico, e ancora in sviluppo, quello di elaborare delle strategie corrette per stabilire se frasi del tipo (1), (2), (3) siano vere o false. Alla base di questo artigianato sta quasi sempre il metodo assiomatico, di derivazione ellenistica (Euclide): (i) si fissano alcuni "assiomi" che descrivano in maniera completa il nostro universo di oggetti e le sue proprietà principali; (ii) si fissano alcune strategie corrette per dedurre da alcune frasi vere altre frasi vere ("regole d' inferenza", nel gergo contemporaneo); (iii) data una frase F si cerca, partendo da (i) e utilizzando (ii) (aiutandosi con tanta immaginazione), di arrivare a F (che quindi diventa un "teorema") o alla negazione di F (nel qual caso il "teorema" sarà "non F").

E proprio qui, dove si gettano le fondazioni del pensiero "deduttivo", occorre fare molta attenzione. I nemici da schivare sono due: CONTRADDIZIONE e INCOMPLETEZZA.
Si ha una contraddizione quando, a partire dai nostri assiomi, possiamo dedurre sia una certa frase F che la sua negazione, "non F". Un principio di logica, infatti, ci dice che in tal caso TUTTE le frasi sono dimostrabili a partire dai nostri assiomi (tutti i gatti sono bigi: siamo nella notte della ragione).

A chi gli chiedeva di dimostrare che "se 3=2, allora io sono il Papa", Russel rispose: "se 3=2, allora, sottraendo 1 da entrambe le parti dell'uguaglianza, 2=1: se lei e il Papa siete due persone distinte, allora siete la stessa persona".

Il problema è che le frasi deducibili dai nostri assiomi sono infinite: come avere certezza che non ci sia alcuna contraddizione, magari nell'infinito novero delle frasi poco significative che nessuno si cura mai di considerare? L'incompletezza, invece, si ha quando una frase di cui, a primo acchito, dovremmo poter dire se sia vera o falsa, non è né vera, né falsa (esistono universi in cui i nostri assiomi valgono, ed è vera, mentre in altri gli assiomi valgono, ed è falsa).

Un esempio famigliare (a posteriori) è il seguente.
Prendiamo come assiomi dei numeri naturali:
(A1) 0 è un numero naturale;
(A2) per ogni naturale n, n+1 è un naturale;
(A3) se n+1=m+1, allora n=m;
(A4) [assioma sulle proprietà ereditarie] se un insieme contiene 0 e se, ogni volta che contiene un numero n, contiene anche n+1, allora questo insieme contiene tutti i numeri naturali. (Spiegazione: contiene 0, quindi anche 1=0+1, quindi anche 2=1+1, quindi...).

Consideriamo ora la frase "13=1". Osservando il vostro orologio da polso (a lancette), troverete vera sia la frase (le ore 13 corrispondono alla posizione 1 della lancetta) che gli assiomi.
Se invece vi rivolgete ai soliti (infiniti) numeri naturali, la troverete falsa (non accettereste 1 euro in cambio di 13).
Il sistema di assiomi diventa completo (e in tale forma fu escogitato da Peano alla fine del secolo XIX) aggiungendone un quinto:
(A5) se n è un naturale, allora n+1 è diverso da 0. (L'orologio non verifica questo assioma: l'ora 11+1=0, dove abbiamo posto 0 l'ora di mezzogiorno - o mezzanotte).
Con i cinque assiomi di Peano, mostrare l'incompletezza pare più difficile (ci torneremo un'altra volta).

Abbiamo però un terzo problema. Supponiamo pure che i nostri assiomi descrivano senza ambiguità i numeri naturali e che non ci siano contraddizioni. Partendo da essi e utilizzando le nostre regole di ragionamento, deduciamo tutte le loro possibili conseguenze (i "teoremi" della nostra teoria). Siamo sicuri che nel nostro carnet di proprietà così dimostrate siano finite TUTTE le proprietà vere?
In linea di principio, infatti, non si può escludere che -per esempio- la frase (3) sia vera (che, cioè, per infiniti numeri primi p si abbia che p+2 è primo a sua volta), ma che questa proprietà non sia dimostrabile a partire dagli assiomi di Peano. Metaforicamente, siamo dalle parti della religione (o delle teorie cospiratorie): è vero, ma non dimostrabile. Più concretamente, con questi dubbi in mente ci stiamo avvicinando ai teoremi di Goedel.

Una testimonianza su Peano

P.S. Le tre immagini nel testo sono, a partire dall'alto, di Giacomo Balla (Numeri innamorati, 1920), di Nicolaj Diulgheroff (L'Uomo Razionale, 1928) e di Jaspers Johns (Numbers in Colors, 1958). (s)

Giuseppe Peano

venerdì 18 aprile 2008

Il gesto dell'ombrello




Il gesto dell'ombrello

di mazapegul


Gli ombrelli vengono perduti in gran quantità: ce ne si ricorda solo quando piove e li si abbandona lì dove ci si trova non appena spiove. Così meditavo pigramente, sotto la sicura protezione dell'ombrello preso dal deposito di quelli smarriti in facoltà, mentre mi avviavo verso la stazione di Ravenna, godendomi il violento gocciolare della pioggia sulla tela disegnata a fiori. Nel sottopassaggio ferroviario vicino all'università intravedo due figure nere ferme in attesa. M'avvicino e rabbrividisco: su una carrozzella c'è una vecchia con gli occhi spiritati che accarezza e parla a una Barbie, cercando di pettinarla. Distolgo lo sguardo dalla vista stregonesca e riconosco nell'altra signora, di mezz'età, l'accompagnatrice della vecchia. Evidentemente sono rimaste bloccate nel cunicolo freddo e buio dall'improvviso temporale. "Poveracce!", pensa la gamba destra (dominata dall'efficiente emisfero sinistro) riprendendo la falcata veloce "Fortuna che noi l'ombrello ce l'abbiamo." La gamba sinistra (vincolata al buonista emisfero destro) però ha un retropensiero, si ferma di scatto (causando un dolorino al ginocchio destro, tutto teso verso la stazione e il treno) e chiede alla signora sana di mente: "Vi servirebbe per caso un ombrello?"
Quella dice in un'italiano smozzicato qualcosa che non è nè un sì, nè un no, ma la risposta a un'altra domanda. Ripeto l'offerta, agitando l'ombrello, ma quella mi ripete che la pioggia le ha sorprese là sotto. "Ci hai provato e non ha capito; l'ombrello è salvo. Possiamo andare, ora?", dice trionfante la gamba destra, e parte. Si fanno neanche dieci passi e mi volto, la vecchia ha iniziato a urlare con la bambola, la badante è sempre lì ferma. Torno indietro, vado dalla signora slava e le metto l'ombrello in mano: "E' per voi, capito!?" le dico con un pizzico di sgarbatezza, che non viene tanto dal fatto che il suo italiano è così primitivo, ma dal pensiero del chilometro e passa che devo ancora farmi sotto la pioggia.
Lei prova a respingere l'offerta, ma la vecchia si mette a piangere, così cambia idea. Mi fa mille ringraziamenti, mi dà pure l'indirizzo a cui andare a ritirare l'ombrello.
"Dovrebbe ringraziare la studentessa che lo ha dimenticato in aula," penso, e riprendo il cammino che mi porterà, tutto gocciolante, al treno, dove gli altri passeggeri mi guardano con compatimento e disprezzo ("ma non lo sa che esistono gli ombrelli?").


lunedì 24 marzo 2008

IO MENTO


Labirinto del "Forse che sì forse che no" Secolo XVI
Palazzo Ducale, Mantova



IO MENTO

di Nicola
(Mazapegul)





Alcune frasi del linguaggio umano hanno la proprietà di essere vere o false. Tra queste, per esempio, rientra: (1) “Napoleone tentò invano di conquistare l’Alaska” (falsa). Oppure: (2) “questa frase contiene trentasette lettere”[La frase è vera. Esercizio: provate a fare una frase vera che dichiara il proprio numero di lettere, ma che non ne contenga trentasette.] Altre frasi non sono né vere, né false, per tutta una serie di motivi: (3) “Le stelle dell’Orsa non sono poi così vaghe” (troppo vago il concetto espresso), (4) “Vammi a mettere su un caffè” (gli ordini non hanno valore di verità). Altre frasi sono vere per motivi strani: (5) “la seduta del consiglio comunale è aperta” è vera perché la seduta si apre, per l’appunto, nel momento in cui tale frase viene pronunciata e messa a verbale.

Escludendo le frasi capaci di alterare la realtà, come (5), abbiamo che comunque le frasi che possono essere vere o false possono essere assai diverse tra loro. La frase (1) ha a che fare con un’affermazione il cui contenuto può essere verificato indipendentemente dalla frase in sé; la frase (2) esprime una proprietà della frase stessa. Sono queste ultime le frasi che più spesso producono paradossi e vorrei qui intrattenere il lettore curioso con una piccola serie di esempi, più e meno classici.
Per paradosso intendo: una frase che in apparenza è vera O falsa, ma che, a un’ indagine più accurata, attribuire ad essa un valore di verità porta a una contraddizione.

(6) “Questa frase è falsa.”
Ora, se (6) è vera, è falsa. Se è falsa, tertium non datur, dev’ essere vera. Insomma, è vera E falsa allo stesso tempo (vera in quanto falsa, falsa in quanto vera!). Su questo esempio si scervellarono già i greci.

(7) Lamenta un filosofo di Creta: “Tutti i cretesi mentono, sempre.”
Questa si trova in una lettera di S. Paolo. Purtroppo, se il filosofo dice la verità, allora sta mentendo. Se sta mentendo, allora qualche cretese, qualche volta (ma non lui questa volta) dice la verità.
Qui non c’è un paradosso vero e proprio, in apparenza: c’è sempre la possibilità che una situazione reale permetta alla frase di non produrre contraddizioni. Il problema è che pare difficile dedurre una qualche verità dal fatto che, se la negassimo, allora una frase sarebbe paradossale. Per esempio, voi passereste su un ponte di corde al cui ingresso sta un cartello come quello che segue?

(8) “Queste due frasi sono false.
Il ponte di corde è sicuro.”
Ora, se la prima frase è vera, allora è falsa. Quindi, una delle due è vera; ma non si tratta della prima. Insomma, il ponte è davvero sicuro. Eppure, l’istinto ci dice che non si rende un ponte sicuro semplicemente affermando che, se non lo fosse, avremmo una contraddizione logica, soprattutto se vediamo delle corde marce a reggere le assi.

La frase (6) e le varianti che seguno potrebbero forse essere indice del fatto che la nostra logica è troppo restrittiva? La soluzione sta in una logica più “vaga”: vero, falso, né vero né falso? (Dopotutto, abbiamo usato diverse volte la proprietà che una frase dev’essere vera o falsa, senza terze possibilità).

(9) “Questa frase non è vera.”
Se (9) è vera, allora non è vera. Se è falsa, allora non è vera, quindi è vera. Se non è vera, né falsa, allora è vera, allora non è vera. In ogni caso, abbiamo raggiunto una contraddizione.

La conclusione è che, se vogliamo far rientrare queste frasi in quelle accettabili dalla ragione, non basta rinunciare al principio del terzo escluso (una frase è vera o falsa, nessuna terza possibilità), ma dovremmo rinunciare al principio di non contraddizione (una frase non può essere contemporaneamente vera e falsa): un sacrificio assai gravoso per il pensiero occidentale.

Per finire un indovinello.
Nel caffè “Non Contraddizione” diverse persone, tutti perenni mentitori o perenni veritieri, stanno urlando, ciascuna a ogni altra, “Tu menti!”
Quante persone ci sono nel caffè?


P.S. L'immagine sulla destra del testo è tratta da Le livre de portraiture di Villard de Honnecourt, fra il 1225 ed il 1250, conservato presso la Biblothèque Nationale de France, Parigi.

Labirinto con siepi di bosso
Giardino di Palazzo Giusti, Verona

venerdì 21 marzo 2008

Buona Pasqua




Auguri di Buona Pasqua

da

Habanera, Solimano, Roby, Mazapegul, Giuliano



giovedì 27 dicembre 2007

Lo zucchero-rosmarino




Lo zucchero-rosmarino

di Mazapegul



C'era una volta un re, che era vedovo, ma aveva tre devotissime figlie: Petronilla, Logistilla e Domitilla. Un giorno il re s'ammalò d'una strana malattia che nessuno sapeva curare. Vennero chiamati medici d'ogni dove, ma nessuno aveva mai visto la malattia e tantomeno sapeva come porvi rimedio. Vennero quindi cercati maghi e guaritori, ma senza maggiori risultati. Si ricorse persino a delle streghe, che non seppero però dare nessun consiglio.
Il re, intanto, diventava sempre più magro...

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martedì 18 dicembre 2007

Ulisse




Ulisse

di Mazapegul


Ulisse viaggiava per tornare a casa, ma più viaggiava e più se ne allontanava, e finiva col visitare luoghi sempre più distanti e strani. Scriveva delle lettere per sua moglie Penelope e per suo figlio Telemaco, le metteva dentro un vaso, lo tappava ben bene che non entrasse l’acqua e lo faceva scivolare in mare, sperando che le onde lo portassero a Itaca, la sua isola.
Una volta aveva scritto: “Mi trovo nell’isola degli uomini-con-la-testa-di-cane”, ma la lettera, invece di arrivare a Telemaco, era finita all’isola degli uomini-con-la-testa-di-gatto, che la lessero e si spaventarono tantissimo. Affondarono le loro barche e giurarono che non avrebbero più navigato per il mare, non avesse voluto il destino che incontrassero qualche orrido uomo-con-la-testa-di-cane.

C’era un isola in cui tutte le correnti arrivavano e nessuna la lasciava. Tutta l’acqua veniva inghiottita da delle grotte scavate sulla scogliera e sprofondava sottoterra, nessuno sapeva bene dove. Ulisse cercava di spedire i vasi con le sue lettere, ma la corrente glieli faceva ritornare tutti indietro.

In compenso, gli arrivavano vasi da naviganti sperduti in ogni dove, con pergamene che dicevano: “Sono in un paese dove non c’è mai la notte e per questo le case non hanno la camera da letto,”
oppure “La mia nave s’è arenata in un posto dove c’è sempre notte e la gente tiene pipistrelli invece che canarini nelle gabbiette.”

Un giorno gli arrivò un vaso con scritto:
“Sono in un’isola dove non arriva nessuna corrente, ma tutte la lasciano. Al centro dell’isola c’è una grande sorgente d’acqua che viene da sottoterra, nessuno sa bene da dove, che forma dei grandi torrenti che scendono a mare facendo delle grandi onde che spingono via i vasi con le mie lettere, ma che impediscono alle lettere che mi vengono scritte di raggiungermi.”

Quando si trovava in mezzo al mare sulla sua nave, Ulisse gettava in acqua dei vasi con delle lettere dolcissime per Penelope. Non sapeva che le sirene li rubavano e li portavano in fondo al mare, per leggere le sue lettere d’amore e sospirare, riempiendo l’abisso di bollicine.

Domenica 7 ottobre 2007

Da Mazapegul

mercoledì 7 novembre 2007

L'innamoramento scrittorio


Metsu: La scrittura della lettera (part) 1662-65, Dublino


L'innamoramento scrittorio

di mazapegul


Anch' io ebbi un innamoramento scrittorio, tanti anni fa.
Alla ragazza spedivo lettere quasi ogni giorno.
A volte d'istinto, più spesso meditando con machiavellica disperazione l'effetto che avrebbero avuto, e che non ebbero mai.
Lei le leggeva con piacere, era lusingata, ne aspettava sempre di nuove; mentre io consumavo me stesso e svariate risme di carta.
Un giorno scrissi una lettera ultimativa, me ne pentii immediatamente quanto vilmente (non essendo in grado di sostenere i miei stessi ultimatum, e avendo il terrore di riceverne uno da lei), ma avevo l'urgenza di spedirla comunque.
Escogitai allora questo astutissimo stratagemma.
Avrei bruciato la lettera e spedito le ceneri, raggiungendo così tutta una serie di obiettivi:
1) avrei spedito la lettera ultimativa; ma
2) solo io avrei saputo che era tale e
3) lei sarebbe stata assai impressionata dalla disperazione del gesto, commuovendosi e
4) forse addirittura temendo per la mia salute.
La mia posizione sul campo non poteva che riuscirne rafforzata.
Il giorno dopo la incontrai tutta allegra e mi disse:
"Ieri ho ricevuto la tua busta, l'ho messa in tasca e per tutto il giorno ho atteso il momento di leggerla, come con le altre, in quiete e solitudine. Finita la cena sono andata in camera mia, mi son seduta sul letto, ho aperto la busta e una nuvoletta di cenere ha ricoperto il cuscino BIANCO, il letto BIANCO e il pavimento della stanza, di LUCIDO PARQUET. Ho passato tutta la notte a pulire, sperando che mia mamma non entrasse, perché non avrei proprio saputo cosa dirle.
La prossima volta, avvisami.
Comunque, mi sono molto divertita. Mi hai sorpreso, come sempre."


Rubens: Venus Frigida (part) 1614 Anversa

martedì 30 ottobre 2007

Pazienza




Pazienza

di Mazapegul



C’era una volta un babbo che girava per la casa urlando: “Dov’è? Dov’è?”
La sua figliola lo vide e gli chiese: “Dov’è cosa?”
“Spostati, non vedi che mi stai tra i piedi?!”, disse il babbo sgarbatamente, e si mise a cercare dentro un armadio tirando fuori tutti i vestiti e buttandoli un po’ sul letto e un po’ per terra. Lasciò poi la stanza tutta in disordine e s’infilò per il corridoio: “L’ho perduta! Sono perduto!”
La moglie accorse dalla cucina: “Cos’hai perso?”
Il marito neanche l’ascoltava. Prendeva tutti i libri dalla libreria, li apriva e li gettava per terra, facendone dei mucchi che sembravano collinette di carta, su cui la bambina, che era sì un po’ spaventata, ma a cui tutta quella confusione metteva anche un tantinello d’allegria, s’arrampicava come la capre s’arrampicano su per le montagne.
Non aveva ancora finito di buttare i libri per terra, che l’uomo andò in cucina a svuotare il frigorifero, poi in bagno dove prese tutte le cose che stavano nella specchiera e le gettò nel lavandino, poi corse in giardino e si mise a scavare con la vanga, spiantando i fiori e i cespugli. Tornò in casa e prese giacche e cappotti dall’attaccapanni, frugando nelle tasche di ciascuna.
“Dov’è? L’ho persa!”, ripeteva in continuazione.
Mentre cercava tra i giocattoli della bambina, vide con la coda dell’occhio una zampetta che usciva da sotto il letto.
“Sei lì, birichina!”, disse, e tirò fuori da là sotto un animaletto peloso con dei grandi occhi dolcissimi, che si chiamava Pazienza.
Adesso che l’aveva ritrovata, si vergognò un po’ di tutti gli sgarbi che aveva fatto e della voce grossa. Diventò rosso come il succo di pomodoro e disse alla moglie e alla figlia, con voce bassa: “Scusate, avevo perso la pazienza. Mi perdonate?”
“Solo se rimetti tutto a posto”, gli disse la moglie.
E lui, con Pazienza, rimise a posto tutto.
[sabato 20 ottobre 2007]

Da Mazapegul




sabato 13 ottobre 2007

Il velo e la repubblica


Giovanni Bellini: Predica di San Marco ad Alessandria (part) 1504-07
Pinacoteca di Brera, Milano


Il velo e la repubblica

di mazapegul



Tanti anni fa, sulla via di una giovanile vacanza ai tropici, feci scalo all'aeroporto di Ryhad, nella stagione del pellegrinaggio alla Mecca. Nella immensa cupola dell'aereoporto passavano a migliaia i pellegrini, che poliziotti e cartelli indirizzavano a un'altra cupola, il terminal degli aerei per Jedda.
La vista era imponente e spettacolare. Uomini e donne di tutte le razze, con abiti delle fogge più diverse e strane, una varietà che mi appariva selvaggiamente salgariana. Le donne avevano tutte il capo velato, ma in maniera completamente difforme. C'erano quelle con i foulard colorati, quelle col chador nero, quelle completamente coperte da una sorta di coperta. Allora non sapevo del burqa e la mia memoria non ne ha fissato la presenza, che certamente c'era.
Il costume di velare il capo ha una storia, una geografia e un'ideologia. Mi piacerebbe trovare una "Storia del Coprirsi il Capo e delle Ragioni per Farlo".
Perché gli uomini si devono togliere il cappello entrando in Chiesa mentre le donne dovrebbero almeno mettersi un fazzoletto in testa? Perché i preti a capo scoperto e i vescovi e cardinali a capo coperto? Perché nella sinagoga i maschi devono mettere la kippa? Le donne greche andavano velate e le donne romane a capo scoperto? E le galle? Ataturk obbligo' i turchi a vestire berretti di foggia occidentale, motivo per cui gli uomini turchi assomigliano tanto, nel vestire, agli odiati greci.
Chiedevo a un collega marocchino (ateo) come mai metà delle donne che vedevo in giro per Fez avessero il capo coperto. "Un terzo perché sono religiose, un terzo perché c'é un'eleganza locale che passa attraverso i copricapi, un terzo, ma sono un po' di più, perché si tratta di ragazze che vogliono uscire con gli amici la sera, e i genitori le lasciano andare piu' volentieri se si vestono in maniera un po' castigata."
Il velo islamico e' associato in maniera complessa all'emancipazione femminile. Ci si copre il capo perche' si esce di casa. Il velo nasce come un tributo pagato alla società dei maschi nel momento in cui le donne entrano nello spazio pubblico. E ha, evidentemente, un significato di freno sessuale: "sono una donna: non m'importunare", con tutta la duplicità del messaggio, sospeso tra esclusione e protezione, rivolto allo spasimante come al molestatore -del resto, la frontiera tra i due e' di quelle in continuo movimento. L'Orientalismo europeo costruì, tra Settecento e Ottocento, tutto un mondo erotico sulle donne velate e sulla sensualità del celarsi allo sguardo, rovesciando completamente (come tanti poeti islamici) il significato del corpo coperto.
Il velo in occidente ha ancora altri significati. Può essere orgogliosa rivendicazione della propria identità, come è naturale nei giovanissimi, e pure rivolta, in questo caso diretta contro i genitori assimilazionisti. Può anche essere imposizione da parte della famiglia, che cerca di aggrapparsi a delle certezze per sopportare le difficoltà dell'integrazione in un mondo nuovo.
Una mia amica e collega iraniana (atea) amava coprirsi il capo con un velo, di tanto in tanto, proprio per dire: "sì, sono iraniana, e allora?". Le assistenti malesiane della biblioteca di matematica alla Washington University in St. Louis avevano sempre il capo coperto da foulard colorati: gialli, verde smeraldo, rossi. Quando le vedevo passeggiare con le loro connazionali, quelle velate erano immediatamente riconoscibili come malesiane, mentre le altre mi parevano genericamente "asiatiche". Un anonimato identitario che si puo' ricercare o anche rifiutare. La libertà è anche questa: chiunque sia stato straniero ha scelto consapevolmente molte volte "quanto" e "come" apparire straniero, e molte più volte inconsapevolmente.
Per una strana nemesi, mentre i teologi islamici hanno fatto del corpo femminile uno spazio religioso (un recinto sacro), il parlamento francese si appresta a farne uno spazio pubblico. Così infatti si spiega l'incipiente divieto di portare il velo nelle scuole. La scuola è spazio pubblico, quindi laico. E fino a qui, siamo nella scia più luminosa dell'Illuminismo. Ogni corpo presente nello spazio pubblico deve essere allora inteso come spazio pubblico anch'esso, quindi deve essere spogliato di ogni simbolo religioso. Il corpo, cioè, deve essere "svelato" nel senso che, sottraendone i segni d'identità, il corpo, nello spazio repubblicano, si manifesta come puro corpo repubblicano. Rispetto all'ambigua ricchezza dei veli, delle loro fogge, dei motivi per vestirli o per rifiutarli, questa del governo francese risulta come una semplificazione radicale.
Se questa misura fosse davvero il segno di una politica complessiva, ci sarebbe da preoccuparsi. I nostri corpi, ridotti a provincie della repubblica, sarebbero davvero sotto assedio. In realtà le cose sono più semplici. Presi dal panico per il manifestarsi del terrorismo islamico, si chiede agli islamici, e solo a loro, di mostrare di non essere tali. Gli si chiede, insomma, di mostrare una conversione. Di "svelarsi" nel senso di "spogliarsi" di ciò che li rende diversi. Con l'effetto paradossale che qualunque ragazza potrà andare a scuola coprendosi il capo, tranne quella che ritiene che farlo sia necessario.
Così lo scontro di civiltà fa il suo ingresso, neanche troppo velatamente, nella legislazione francese.
1 febbraio 2004



Eugène Delacroix: Donne in Marocco 1832
Acquerello Musée Condé, Chantilly

sabato 15 settembre 2007

La storia che non c'era


Dorè: Il mago Atlante si dirige verso il suo castello
cavalcando l'ippogrifo (dall'Orlando Furioso)


La storia che non c'era

di mazapegul


C'era una volta una storia che non c'era, e bisognava inventarla. Si chiamarono i fabbricanti di storie, che arrivarono e dissero: “Ma se non ci date un po' di principi e principesse, di streghe e stregoni, di cavalieri e dame, di draghi e ippogrifi, come faremo a farla, questa storia?”
E si dovettero cercare tutte queste cose.
Alcuni andarono nei palazzi dei re a chiedere un po' di principi e principesse. I re e le regine, se sono simpatici, una principessa o un principe te li prestano sempre volentieri, basta che poi li riporti indietro aggiustati come quando li avevi presi.

Altri andarono in cima a delle montagne o in fondo a delle grotte a cercare streghe e stregoni, ma bisognava stare attenti, perché facevano delle magie cattivissime per non essere presi. Si doveva aspettare che dormissero, legarli ben bene con una grossa corda e portarli via così.
I cavalieri e le dame li si trovarono facilmente e vennero via volentieri. Si sa, dame e cavalieri vogliono sempre stare nelle storie e se gli chiedi di entrare in una, ti seguono subito.

E' più difficile convincere i draghi. Se gli tagli la testa, non servono più a fare la storia. Se non gliela tagli, quelli cercano di bruciarti. Per catturarli vivi bisogna essere molto furbi e molto coraggiosi.

Prendere gli ippogrifi, invece, è molto facile. Devi far finta di perdere qualcosa, un giochino o un soldino, poi ti nascondi in un cespuglio. L'ippogrifo arriva per prendere la cosa che hai perduto e portarla sulla luna. Allora tu corri fuori dal cespuglio, gli salti in groppa e gli dici di volare dove vuoi tu.

E così portarono ai fabbricanti di storie principi e principesse, streghe e stregoni, cavalieri e dame, draghi e ippogrifi. I fabbricanti di storie batterono le mani: “Bravi! Bravi!”
E la storia? E’ finita.

Venerdì 13 Aprile 2007

Da Mazapegul

Dorè: Ruggero cavalca l'ippogrifo (dall'Orlando Furioso)


giovedì 6 settembre 2007

Dialogo minore sul dialogo


Nicoletta Braschi in Pinocchio


Dialogo minore sul dialogo

di mazapegul



Gatto e Volpe (parlano sempre insieme). La ragione per cui vi abbiamo chiamato è, appunto, per dialogare. Crediamo infatti che, al di la` delle differenze che ci sono tra noi, si possa proficuamente dialogare intorno alle fondamenta della cosa pubblica.
Guardate noi due, non siamo un esempio perfetto di dialogo permanente e bipartisan?

Grillo parlante. Veramente, mi pare che voi diciate le stesse cose. Dov'è il dialogo?

G&V. Dialogo: discorso dei due!

Gp. Pensavo che fosse "discorso tra due". Dialogo, non duetto.

Pinocchio. Il grillo ha ragione, cari amici. Non c'è dialogo se non c'è differenza. Il dialogo presuppone la diversità dei dialoganti.

G&V. Vero, ma il dialogo presuppone altrettanto la reciproca legittimazione dei due dialoganti.

Fata turchina. Non mi piace questo termine, legittimazione, che mi pare il retaggio di un passato diverso, di guerra civile fredda.
Mi pare, invece, che il dialogo richieda empatia: il riconoscimento che la posizione dell'antagonista potrebbe esser stata, o potrebbe essere in futuro, o potrebbe essere se la sorte ci facesse vivere una diversa condizione, la nostra.
Se non c'è questa ipotesi d'identità (almeno nell'iperuranio del possibile), non è dato il dialogo, ma solo la riaffermazione identica a se stessa delle proprie ragioni da parte di ciascuna delle parti in causa.

Gp. Questa empatia mi pare una nozione ancora più forte della legittimazione. Devo pensarci su, non sono così sicuro di essere d'accordo. Alcune delle nostre posizioni sono, in verità, così incontrovertibili che non riesco a immaginare come si possa onestamente sostenere il loro contrario, neanche ipoteticamente.

Ft. Ciò che può veramente essere incontrovertibile non è l'opinione in sè, ma la buona fede di chi questa opinione sostiene. Si possono con altrettanta sincerità sostenere opinioni opposte, su qualsiasi tema. Anche sulla parte prima della Costituzione, per dirne una. Dialogheremo con chi è in buona fede e rifiuteremo il vero dialogo con chi è in cattiva fede.

G&V. Cio` di cui la Fata parla e` un "Tribunale della Buona Fede". Non riusciamo a immaginare niente di meno liberale. Preferiamo il massimalismo del Grillo Parlante.

Pinocchio. Ti puoi spiegare meglio, fatina cara?

Ft. Faccio un esempio. Giuliano Ferrara sostiene opinioni opposte alle mie, ma lo ascolto sempre con interesse. Se vedo la faccia bonaria di Adornato, invece, cambio canale. La ragione è che Ferrara fa uno sforzo sincero di capire il fenomeno berlusconiano per ciò che è e per le potenzialità che esso ha (anche se, mi pare, pecchi di idealismo nel tracciare queste potenzialità, un po' come il germe cocchiero sulla testa della mosca cocchiera). Ferrara sa bene che non si tratta di "liberalismo" nel senso europeo o anglosassone, e non cerca di venderci questa bubbola. Ferrara non nega l'esistenza di un'azienda-partito-stato. Cerca, piuttosto, di inquadrare il fenomeno in un contesto più ampio, di mostrarne la necessità storica. Dopo aver ascoltato la sua analisi, abbiamo fatto un passo avanti, abbiamo capito meglio. Adornato, invece, parla come se FI fosse il partito liberale che non è. Tertium non datur: o non capisce nulla, o è in cattiva fede. In entrambi i casi, non c'e` ragione per starlo ad ascoltare, a meno di doverlo fare per ragioni istituzionali.

Gp. Io, invece, Ferrara non lo sopporto proprio. Non solo per quello che dice, ma per quello che è: un ex funzionario comunista passato alla destra del regimetto attraverso la CIA (per denaro!), quello che difende i ladri senza il minimo pudore, quello che si fa finanziare il suo Foglio dal Parlamento.

Pinocchio. Un personaggio balzacchiano, senza dubbio...

Ft. Tutto vero. Eppure, è sincero e in buona fede, se il gatto e la volpe mi permettono questi termini. Certamente, il dialogo con lui non può che essere acceso, magari lite, pieno anche di recriminazioni biografiche. Del resto, lo pensate tutti: il dialogo si fa tra diversi, altrimenti è coro. E' proprio l'empatia per Ferrara (l'empatia che lega tutte le persone sincere) che mi permette di litigare con lui. E che mi fa addormentare non appena vedo l'ipocrita Adornato.

G&V. Adornato, a noi, è simpaticissimo.

Gp. Su questo non avevo alcun dubbio.

Pinocchio. Fata, sono un po' confuso, perché tu sembri invitare al dialogo anche al di là dei principi che noi riteniamo irrinunciabili.

Ft. I principi irrinunciabili sono la prima cosa che noi portiamo nel dialogo. Avendo la consapevolezza, però, che i principi irrinunciabili di oggi non sono esattamente gli stessi che avemmo ieri, forse neanche quelli di domani. Anche i principi irrinunciabili sono soggetti a critica. Il dialogo ci serve proprio a questo: a confermare, o meno, nel libero scambio delle idee l'irrinunciabilità di questo o quel principio. Confidando che anche gli altri interlocutori facciano lo stesso. In questo modo, dal dialogo può emergere una "direzione" delle cose, ciò che non potremmo fare con un dialogo puramente interiore.

Gp. Così, però, si corre il rischio di indebolire le nostre posizioni di principio ancor prima di averne saggiata la consistenza. Lo sai bene, come fanno. Tu scegli un profilo interlocutorio, e loro dicono: "vedete, anche loro non sono così sicuri dei loro Sacri Principi".

Ft.Il rischio c'è. Queste considerazioni, però, attengono alla stretta tecnica politica, al dibattito parlamentare, e anche i nostri parlamentari utilizzano questi mezzi retorici. Al di là della tecnica, però, c'è il fatto che le idee, in sé, richiedono il dialogo libero e aperto, per non soffocare. E anche di fronte a idee, che non ci piacciono, ma che sono sostenute dalla metà circa dei cittadini...

Gp. Un po' meno, Deo gratia.

Ft. ...non andremo solo alla ricerca, nel campo avversario, di quelli che le osteggiano (anche se la tecnica politica e il buon senso richiedono di non smettere di farlo), ma, per meglio capire, andremo alla ricerca di quelli che meglio le esprimono.

Gp. Mi pare, cara fata, che tu ti scordi del fatto che la politica è fatta di interessi, prima di tutto: l'interesse generale, interessi di gruppo, persino interessi personali, come s'è visto in questi ultimi, tristi anni.

G&V. Vero, vero! Su questo siamo d'accordissimo con il grillo. Non si può ridurre la politica al dialogo delle Buone Fedi. Ci sono gli interessi, gli equilibri del sistema previdenziale, la fedeltà imperiale.

Ft. Avete ragione. Eppure, anche la determinazione e la definizione stessa degli interessi passa attraverso il dialogo. Ne parleremo un'altra volta.


Roberto Benigni in Pinocchio