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lunedì 20 luglio 2009

Torture & tesori



Torture & tesori

di Zena Roncada


Eppure c’erano giornate lunghe, senza capo né coda, col tempo che non lasciava un segno, solo quello struggimento che viene verso sera, quando pare di non aver niente da trattenere, neanche per dire “domani invece…”

C’è che il tempo ha bisogno di sussulti per essere ricordato, sassi a tradimento per il salto dal prima al poi: basta il poco di una cavalletta appollaiata sull’armadio, insensibile alla scopa, o la ricerca del grillo che ipnotizza, chissà in quale angolo della casa, chissà…
I giorni lisci, invece, non hanno nulla, neppure un crespo che faccia inciampare: sono insaponati e opachi.

I giorni lisci facevano paura, anche allora… li avvertivi nell’aria, quando la telefonata di chi era lontano non arrivava, quando il budino sanmartino (gusto vaniglia) appariva per quel che era e non bastavano i quadretti bianchi e rossi della tovaglia a fare famiglia.

Allora la Rosa miamamma tirava fuori i tesori.
C’era un cassetto largo.
Gerarchie di scatoline di latta, impilate.
Molti bagliori di vecchie catenine e anelli orfani di pietra e orecchini scompagnati.
Nel cassetto dormiva il rito della prova.
Al centro del letto, insieme.
Bisognava crederci.
E indossare, paziente nel gioco del passamano e degli stupori, geografia della provenienza, storia delle storie…

“Mettilo, il pendente con la perla piatta, col vellutino nero, che è della nonna d’Este. Dai mettilo, che ‘ciài’ la faccia di una volta, te,… ti sta bene sai … E varda le clipes con gli zirconi, che quando sarai grande, te le metti su una cintura... ”

Lo odiavo, io, il pendente e anche le clipes, ma aveva un modo la Rosa miamamma che a dirle ‘no’ pareva di romperle i sogni.
Poggiavo il collarino sulla pelle chiara, e pure il giro di ingranate, e passavo e ripassavo gli anelli per le dita e dicevo …sì… sì… bello bello.
E la Rosa miamamma aveva guizzi negli occhi a guardare e carezzare le sue cose, quasi a pregustare quella che sarebbe arrivata ultima, per il gioco dei desideri.
Una specie di guscio bianco: dentro, due grosse pietre senza colore, due pietre di luce, senza montatura…
“Valgono tanto queste”
“Come una casa?” -diceva il bambino.
“Anche come due case”- la Rosa mia mamma si allungava un poco di più sul letto.
“Ma chi è che lo dice?”- tentavo io, perché la parte della cattiva qualcuno la deve pur fare.
“Si sentono queste cose, si sentono. E poi son vecchie e una volta mica facevano le pietre finte…”
“Allora siamo ricchi”- insisteva il bambino.
“Ah sì sì… se le vendiamo, siam ricchi… Mettiamo su il termosifone, però è bello l’odore della legna, non ce n’è un altro. Magari compriamo la cucina svedese, ma son così fredde le cucine svedesi. Meglio un tappeto…, e se poi la zia Leda ci inciampa?”

In pochi minuti sfilavano davanti agli occhi tutte le magie del possibile, come lampi di cose raggiungibili e poi rifiutate, senza fatica.

Si usciva appagati dal gioco dei desideri, dopo essere entrati in negozi con grandi specchi, in case calde senza stufe, piene di tappeti azzurri.

Si riponeva il guscio con le pietre di luce, per una felicità da spendere un’altra volta, da ritardare, come una pesca un poco dura, che sarà dolce domani, matura di attesa.

(domenica, 17 agosto 2008)

Da Pesci di nebbia


P.S. La scelta raffinatissima delle immagini è inconfondibilmente di Solimano. Lui non lo dice, quindi lo dico io. (H.)
In alto Jan Brueghel il Vecchio: "Natura morta con scrigno aperto, tazza d'oro e ghirlanda di fiori" 1618, Olio su tavola 47,5 x 52,5 cm Musées Royaux des Beaux Arts, Brussels.
A destra un pendente del Settecento. E' nel Museo Regionale Pepoli di Trapani.
In basso Caravaggio: "Particolare da La Maddalena" (i gioielli sul pavimento) 1596-97 Olio su tela Galleria Doria Pamphili, Roma.

sabato 7 febbraio 2009

Torno subito




Torno subito

di Zena Roncada
(Colfavore delle nebbie)



Io non guido.
Non guido l’automobile.
Anche per tradizione familiare, ma soprattutto per pigrizia e per auto-coscienza dei miei limiti.

Io mi distraggo per ogni cosa, perché ogni cosa mi attira e mi prende.
Mi perdo a guardare la geometria delle linee, nei campi, e ad indovinare la semina predisposta, ad esempio.
Ci sono campi che sembrano segnati da unghie d’orso, come graffiati in verticale; in altri la terra è così sbriciolata da formare una testura ad alveare.
Non mi distraggo per mancanza di concentrazione, ma per eccesso di attenzione dedicato a unità discrete. L’intero lo perdo subito, per principio.

E poi, giusto per gettarmi all’altro estremo, mi piace tener gli occhichiusi. Ogni tanto.
No, non per dormire. Per la sorpresa che provo nel riaprirli.
E anche questa mi si dice essere abitudine poco coniugabile con la guida, in effetti.

Da piccola chiudevo gli occhi quando andavo in bicicletta (l’altra faccia del contare le cose).
Lungo una discesa senza curve: cadeva dritta dritta giù dall’argine.
Era molto bello (chiudere gli occhi, dico) e contare fino ad un numero pre-determinato, prima di riaprirli.


E pure scommettere su quello che avrei rivisto, tornando alla luce: quale palo dell’illuminazione, quale albero, quale casa…
Una volta quasi investii mio padre in questo gioco, ma non era previsto

Adesso, qualche volta lo rifaccio, dietro gli occhiali, mentre siedo in auto, accanto a mon mari.
Perché mi abbandono alla voce, al tepore, al rumore quieto di una guida senza scosse.
I maligni sostengono che mi assopisco: smentisco. Categoricamente.
E’ solo una sosta, una specie di cartello con su scritto “Torno subito”.

Beh, ieri ‘sono tornata’, dopo un intervallo trascurabile, all’altezza di un paesino dal nome che ogni volta mi fa dire: ci devo scrivere una cosa, ci devo scrivere una cosa.
“Zampine”.
Sì, qui da noi, dall’altra parte del Po, c’è una frazione che davvero si chiama Zampine.
Sarà stata la nebbia, sarà stato uno scherzo dell’estate di san martino o degli occhi riaperti all’improvviso, ma, dall’ultima fila di case un po’ sdraiate, ho visto allungarsi una morbida, felina coda di cespugli.
Il motore, intanto, faceva le fusa.

Henriette Ronner-Knip: Studio sui Gatti

Da Pesci di nebbia

mercoledì 24 settembre 2008

Vegé




Vegé

di Zena Roncada
(Col favore delle nebbie)



(Parte prima)
L’estate al paese che aveva lo stesso nome dell’altro (uno di qua, uno al di là del Po) cominciava ad essere sognata e vissuta d’inverno.
Si andava in ricognizione, prima delle feste, per gli auguri e gli accordi di giugno e di luglio: nel pezzo di famiglia che stava lì, la radice sarmentosa finita quasi sul delta, quasi vicino al mare. Quasi.

Studiare a Ferrara rendeva facile prendere la corriera per tortuosi territori dai nomi croccanti, pieni di erre.
Persino gradevole.
Si cambiava stazione e con questo si assumeva un’aria molto segreta coi soliti compagni di classe e di viaggio.
“Dov’è che vai? Non vieni a casa, oggi?”
“No, prendo la corriera”.
Certo che non andavo a casa: sennò mica mi sarei messa la gonna corta con gli scacchi grandi bianchi e neri; e i mocassini di vernice; e il golfino nero che faceva tutto un giro strano attorno alla vita e si allacciava di dietro.
Se una si veste così, ovvio che lo fa per qualcosa.

Se davanti a scuola non compariva mio zio, bello e geometra, praticamente GregoryPeck, a prelevarmi e a portarmi a destinazione, non era così terribile prendere la corriera;
sì, era più sconquassona del treno, con un odore fra la cimice, la benzina cotta e la fintapelle unta, ma, se ti sedevi giusto dietro all’autista, ti vedevi nello specchietto: come al cinema, figura intera.
Così potevi controllare se le gambe stavano meglio accostate e oblique, sotto gli scacchi della gonna, o scompostemapudìche, col piede un po’ rovesciato in fuori. Anche la frangia si poteva tenere d’occhio, salvo cambiare direzione se lo sguardo incrociava quello non così distratto dell’autista.

A qualunque ora arrivassi, il paese era uguale: bastava costeggiare la strada fra l’argine e il canale per stare bene, perché le donne, dalle case basse e dalle porte aperte e fiduciose, mi riconoscevano e mi davano la voce dicendo il mio nome. E nella casa coi gradini davanti c’erano i bambinicugini in avanscoperta e la zia che aveva voglia di chiacchierare fitto fitto, da subito, e il pannello azzurro coi buchi svedesi e la stanza con i palloncini che era una vera stanza per ragazzi, non una stanza da vecchi adattata, una vera stanza per ragazzi.

E c’era la Dina mianonna.
La Dina mianonna stava qui da quando aveva salutato il suo uomo per sempre.
Tornava poco nella casa grande: lì, al buio, di notte piangeva. Qui, nella casa quasi vicino al mare, non si poteva piangere: c’era troppo da fare, c’erano troppi bambini, quattro di casa, poi quelli aggiuntivi, mimetizzati come cavallette in ogni angolo.

C’era tutta la gioia che si poteva desiderare nella casa di quasi mare, dove lo zio, bello e geometra, aveva sempre un bambino in braccio.

Era l’ingresso in un altro tempo, senza orari definiti per il pranzo e per la cena, in una casa col pollaio e la lavanderia e la pergola.

Sotto la pergola era facile parlare coi ragazzi della strada che, quando ero lì, avevano da chiedere consigli a mio zio.
Sotto la pergola, la sera chiara, arrivava il figlio del guardiano, coi ricci lunghi sul collo e la lambretta.

“Mi piace la donna vegé”, aveva dipinto sull’alettone…
Non sapevo cosa significasse, ma era certo che avrei voluto essere molto, molto vegé.

E questo pensiero mi accompagnava, morbido e ronzante, nel resto della sera, quella scura.



(Parte seconda)
Poi ci fu l’estate degli amori sfiorati.

Un’estate placida, da quasi delta del Po: col fiume a far le prove, largo e pigro, pronto ad aprire una zampa d’anatra, là in fondo, fra barene verdi e canne ad orlo.

Di mattina c’era da esser svelti, con la vecchia Maria tuttofare che ribaltava i letti ciabattando (tante ci cigolanti e zeta a staffilata nel suo dialetto), ma nel dopopranzo arrivava la pigrizia dei conversari lunghi con la zia, delicata addetta a togliere paure.
Si cominciava con la scusa dello sparecchiare e si finiva col parlare, io e lei, fra la schiuma dei piatti nel secchiaio: pause a bagnomaria ed eterne asciugature, perché la zia coltivava incantamenti lievi pur fra resti di salsa e bucce di pesca.
Si diceva solo a lei quello star male nuovo, la vergogna che prendeva a strappo, il non piacersi mai dentro lo specchio, la voglia di scappare e insieme di restare.
Si chiedeva solo a lei se crescere era davvero quella cosa lì: il non tener mai ferme le cose. E il non sapere.

Ma poi il pomeriggio andava verso sera.
C’era da uscire, giusto per prendere un poco confidenza con la piazza del paese oltre il ponte.
Si andava apposta nella merceria grande, con le commesse fini e il figlio padronale con la barba, occhi attenti sotto le ciglia. Li sentivi addosso silenziosi, come un accompagnamento leggero: speravi solo d’incrociare in fretta il vetro della porta, per vedere riflessa l’attenzione e capire se gli sguardi arrivavano gentili. O no.

Cosa dicevano mai gli sguardi, poi…
Il ragazzo della lambretta l’aveva ben trovata la sua donna vegé e la stringeva forte, al cinema, nel buio.

“Ma quando quello giusto arriva, come capisco io che è proprio quello vero? Che sicurezza c’è che non mi sbaglio? Se poi ne viene un altro?” – lo chiedevo piano a miazia, perché la faccenda era tutta lì. Capire chi.
Non poca cosa.
Ci fosse almeno un piccolo preavviso, un cenno di avvertenza, un segnalino…
Mi pareva che al mondo la più bella cosa fosse che uno arrivasse cantando “Io che non vivo più di un’ora senza te”,
e, allora, fatto.
Miazia rideva. “Va’ là che lo capisci”, e nei giretti in auto verso sera, coi bimbi costipati nel sedile dietro, si faceva il gioco del primo che passava. “Il primo che arriva in bicicletta diventa tuo marito, il primo che arriva in lambretta diventa tuo marito”. Ma quello in lambretta, con il suo segreto, non importava più. Ché, a quattordici anni, si cambia all’improvviso e l’ombra delle cose è sempre a mezzogiorno.

Fra dubbi vagabondi e pedalate sotto il sole, l’estate se ne andava quieta, con le sagre messe apposta a fine agosto, per dare una mano alla malinconia.
“Mettilo il vestito azzurro, che ti sta bene. Sii disinvolta.”- la zia toglieva pesi ma ‘disinvolta’ era parola grande… troppe cose, tutte quante insieme.
Già andare a ballare per la prima volta, sotto lo sguardo avvoltoio di vicine custodi, era scalare una montagna contro vento. Con quel vestito corto, poi, arrivato in corriera con urgenza, nel suo piquet celeste cannettato e pure con la sfiancatura e le maniche sparite.

Andai al ballo, come accade nei racconti, lisciata e rifinita dalla zia, laccata di vernice trasparente.
Dura e impietrita.
Neanche a tavolino. In piedi, per non spiegazzare il vestito.
E con la regola ben chiara: “Di’ qualche no e qualche sì”- aveva detto miazia.

Saperla, la misura.
Obbediente contavo,… sei… sette no. Ora si poteva accettare un invito?
Le mie custodi ballavano e io non ero più così sicura che fosse giusto licenziare le richieste insistite , con sorriso gentile e negatore.
“Venisse il figlio padronale, con lui sì che proverei”- mi dicevo-“Venisse il figlio padronale…”.

E venne.
Lo vidi lontano staccarsi dal suo muro e muoversi con indolenza lenta, sicuro di essere il più bello.
“Vuoi ballare?”
Tutto diceva sì, ne son sicura, ma le parole presero un’altra strada: uscì un improvvido tremolante bisbiglioso “Non so ballare”, che implorava insistenza o il tempo di un respiro di ripresa.

Il figlio padronale girò i tacchi.
Leali urlava A A A chiiiiiiiiiiiiiiii.

(22 febbraio - 1 marzo - 2007)

Da Pesci di nebbia


P.S. Le immagini provengono dal sito del pittore del Po
Giacomo Malfanti
(H.)

lunedì 25 agosto 2008

Mattine


Mary Cassatt: Woman Reading In A Garden, 1880


Mattine

di Zena Roncada
(Colfavore delle nebbie)



E poi c’erano mattine di ragazza, col sapore di schiacciata bianca. E odore d’inchiostro di giornale, intorno.
In quel periodo vuoto di lezioni, come sapeva essere l’inizio di giugno.
Niente università, niente treno per Bologna (neppure una calza smagliata all’ultimo momento, da cambiare, da cambiare di fretta, scie di cassetti aperti e appunti sparpagliati).
In quel periodo vuoto di lezioni solo c’era da raccogliere le idee per far gli esami. Studiare e basta, senza viaggi e città attraversate al volo.
A casa.

Si profittava della stanza fuori, allora: dell’orto che aveva siepi e muri. E alberi, anche generosi.
Perché l’aria del mattino sveglia così a modo: la pelle risponde, prima chiede lana, poi trova il suo star bene.
Vanno a posto pure le parole. Se escono da un libro, a voce alta, sembrano finte, lì nell’aria. C’è bisogno di cambiarle, di farle familiari, in mezzo all’insalata e ai tegolini, col gatto che fa pane sopra i piedi.
Storia romana sullo sdraio, all’ombra d’albicocco.
Raccontata con le a aperte, con le e lunghe e strascicate della parlata nostra. Storia più vegetale, ecco. Con le guerre ripetute a battileno, a bigliettini appuntati alla corteccia, nonostante il Giannelli Mazzarino.

E poi tornava la Rosa miamamma, dalla spesa in piazza.
A metà mattina.
Giornale e focaccia ancora calda. Vuoi con cipolla, vuoi con rosmarino.
Richiami grandi per mio padre: subito in cucina, lui, col suo odore buono di pulito, fresco di barba appena fatta. (Mattine regalate in casa, nei giorni di partenza al pomeriggio)

Olaf Viggo Peter Langer: A Country Garden, 1915

Parcheggiata storia romana sotto l’albero (tortore vigili sulla siepe di confine), mi prendevo il mio tempo di chiacchiere e conforto.
Politica applicata. Attorno al tavolo con il mondo sotto gli occhi, spiegato sul giornale.
Si smezzava per guardare in proprio, ma con l’occhio alla pagina ceduta.
E la focaccia chiamava un po’ di vino.

In cucina abbiam rifatto il mondo tante volte. Tenuto insieme con ipotesi a noleggio: salvato e ripulito. Trame di se per mettere le cose a posto.
Io con Ingrao, lui con Berlinguer, sui passi della terza via.
Avrei voluto sapere tante cose, spiegare bene tutte le mie idee, ché si fa presto a dire massa, ma… Mio padre mi ascoltava quando, infervorata, toglievo dalla tasca trenta verità: in fila, rosse e tonde, perfette nella loro identità.
“Finchè si parla va bene, ma le idee han bisogno di braccia e gambe, -sorrideva- bisogna farle camminare e toccar terra. Te, ti capisco solo io: non lo sarai mai un quadro di partito.”

Non ci restavo proprio male: solo con gli orizzonti un poco sgonfi e la cornice a pezzi…
La Rosa miamamma radunava i fogli dei giornali, raccoglieva le briciole un po’ unte e le metteva sul davanzale per i passeri.
Briciole po-li-ti-ciz-za-te- diceva, e mi strizzava l’occhio.

Ché, io e lei già lo sapevamo…
Far camminare le idee?
Farle volare, veh...

(giovedì, 15 febbraio 2007)

Da Pesci di nebbia

Léon Bazile Perrault: The Bird Charmer, 1873


lunedì 14 luglio 2008

Salutazioni


Pontormo: La Visitazione (part) 1528-29
Olio su tavola Pieve di San Michele, Carmignano (FI)


Salutazioni

di Zena Roncada
(Colfavore delle nebbie)




Famoso, ovunque, è il saluto alla R****** ( gli asterischi stanno per le lettere che compongono il mio cognome).

E’ praticato in ogni occasione possibile, quando si materializza un incontro.
Se io e mio padre siamo nello stesso supermercato e ci incrociamo due volte nel giro di venti minuti, per due volte ci abbracciamo e ci baciamo sulle guance come se fossero vent’anni che non ci vediamo. E poi, mentre ci allontaniamo in direzioni diverse, ci giriamo alcune volte per dirci ‘ciao neh, …saluta la mamma’, ‘saluta Lino…’ (che è stato già oggetto di accurati ‘ ben trovato ’ due scaffali prima).

Mon mari non si è ancora ripreso dalla prima volta.
La prima volta del saluto dell’allora sconosciuta zia Nelly. Non solo ripetutamente gli corse incontro, ma lo abbracciò e lo baciò, dicendo estatica ‘ al me bel al me bel’ : commossa, continuò a covarlo con occhi adoranti per tutto il tempo della visita.

Il meglio, comunque, in famiglia, siam capaci di darlo quando ci si incontra nei numeri grandi, dagli otto in su, fino al tetto massimo della trentina.
Allora gli abbracci e i baci si moltiplicano per ogni componente, nel rapporto uno a uno.
Siccome siamo anche vagamente distratti, ci dimentichiamo se ci siamo già salutati e ricominciamo daccapo: non si sa mai.
E siamo proprio felici di vederci e di trovarci bellissimi.
Non siamo preoccupati per i nuovi affiliati: giovani mariti di cugine di secondo grado, morosi timidi e ragazzine in boccio, arrossenti…. Baciamo e abbracciamo anche loro, come se li conoscessimo da sempre, trovandoli bellissimi, naturalmente: sono valore aggiunto.

Un cugino (simpatico: da clonare e da tenere in casa in più esemplari per i momenti bui) è solito presentarsi, ai compagni/compagne dei figli, nel rito ufficiale del primo pranzo insieme, come l’ultimo degli Intillimani: canta
‘Vola colomba’ da lui opportunamente tradotta in spagnolo con l'aiuto del dizionario, accompagnandosi con la chitarra (talvolta). Per metterli a loro agio.

Ma è il momento del commiato a mettere una vaga inquietudine: almeno tre quarti d’ora prima dell’orario prefissato per la partenza, cominciamo a guardare l’orologio. Ci si dice “meglio cominciare a salutarci”.
Il più coraggioso comincia, ... eppure qualcosa succede sempre: una notizia dimenticata, una fettina di torta che chiama, quella foto da cercare, il regalo scordato sulla poltrona…
Facile dover ricominciare e poi, poi prolungare il saluto in strada, con le braccia che oscillano finchè l’ultimo fanale non scompare, alla curva del viale.
L’ultima mano in aria.
Mai stati bravi nei distacchi, mai.

Ieri, una serata così.

Con le voci sorridenti, a ridosso di una siepe fresca, la voglia di rimanere lì e di legare al saluto tutte le speranze di giorni buoni, specie quando l’esistenza non offre il suo volto migliore e mostra le crepe del tempo, gli ammanchi, i cambiamenti.
Il saluto, allora, diventa promessa di non cambiare e passaggio di consegne.
Segno di appartenenza e di condivisione.

L’accompagnare la vita con una carezza.


Correggio: La Madonna di San Girolamo (part) 1525-28
Olio su tavola Galleria Nazionale, Parma


giovedì, 13 luglio 2006 (dedicato alle mie cugine sorelle, ovvio)

Da Pesci di nebbia

venerdì 13 giugno 2008

La Sefora


Claude Joseph Bail (1862-1921)
Woman Sewing In Front Of Her Cottage


La Sefora

di Zena Roncada
(colfavore delle nebbie)




La Sefora aveva i suoi pensieri.
A ben vedere, neanche piccolini.
Se gli uomini solo capissero, una volta, il verbo figurare…
Se solo intendessero che il disgusto perdura e sa restare: a macchiare il dentro e il fuori, come certi fondi di ruggine marrone, nei bicchieri…
E invece.
In casa, nessuno a sentire la sua preoccupazione: la nuora, sposa nuova di febbraio, invitata dal figlio a fare la bugada.
La bugada lì, nella corte dei Mortai. Senza chiederlo, come fosse una cosa naturale.
-È lei che vuole, s’era scusato il figlio.
Ma la prima bugada a primavera è quella grossa, coi panni sporchi dell’inverno, che han l’odore del freddo e del marcino. Tenuti a cavallo della trave maestra, su nella soffitta: quattro mesate di camicie, federe e lenzuola, con dentro la febbre sudata della vecchia e gli umori del sonno e della notte.

Honoré Daumier: Laveuse au Quai d'Anjou, 1863-1864
Albright-Knox Art Gallery, Buffalo, NY


No, non c’era abbastanza confidenza.
Lei voleva, la Sefora, salvar la dignità: servire a sua nuora il pollo cotto al forno con la legna d’uva (la pelle che sfrigola, insieme al rosmarino e a certe malizie di pancetta fine). E la crostata messa al focolare, con le braci a fare fitto sul coperchio: lì sì che si vede la bravura, nel sapere il punto di cottura solo dal profumo di mela caramella e di biscotto.

Sia chiaro, alla Sefora piaceva far bugada: stare nell’odore della liscia, quando scende calda e lenta, acqua che pare tortorina, con la cenere sciolta e ribollita.
Alla Sefora piaceva stare con le donne dei suoi biolchi, attorno alla mastella. Grembiale bagnato sotto il petto e dita rugate di sapone.

Jean-Baptiste-Simeon Chardin: The Laundress, c.1735
Hermitage, St.Petersburg

Ma con la nuora no.
Così giovane e figlia del notaio. Così in su, così in su che la piuma a lato del cappello già pareva toccare il paradiso.
Un pensiero, da farci malattia. Ché poi era tutta colpa sua, madre matta a voler far studiare suo figlio da ‘ingignere’ per poi vederlo andare fuori dal sentiero.

Fu giornata di mattina chiara, come sa fare marzo, con l’aria dolcebrusca sulla pelle.
Il paiolo al fuoco al fondo del cortile.
La nuora arrivò da piazza in bicicletta, salutò con la mano, appena intimidita, poi si chiuse un poco nelle spalle, stringendosi il golfino sotto il collo.
- Fa fresco, disse la Sefora e fu tutto.
- State ben in là che butto giù, gridò il biolco dalla finestra in alto.

Dalla finestra del solaio nevicò l’inverno.
Fiocchi di tela grossa, impudichi nell’aria.
Tutta la biancheria di casa.
Nel tacere e nel guardare delle donne, come se a scendere fosse la madonna, il manto e la sua veste.

La Sefora fissava dentro il bianco.
La nuora si mosse per prima: c’era da raccogliere i panni e metterli sul fondo del mastello, strato su strato, prima della liscia.
Discreta, prese dal mucchio la federa con le cifre ricamate, l’ombra del capo appena in evidenza.
- Mama, che bella. disse. Ma s’è staccato un pizzo, vede? Neh, che è meglio darle un punto? Adesso, prima di lavarla, sennò si rompe di più...
E dalla tasca prese ago e filo e si mise a cucire, sul bordo dell’abbeveratoio.
La Sefora sentì nelle braccia un chè di molle e buono.

(martedì, 12 febbraio 2008)

Da Pesci di nebbia


Mary Cassatt: Young Woman Sewing in a Garden
c. 1886, Musée d’Orsay, Paris


giovedì 3 aprile 2008

Madri




Madri

di Zena Roncada
(Colfavore delle nebbie)





Quella cucca della modenese mica se n’era accorta.
Delle uova false e tutto quanto.
S’era trovata con il cesto in testa e punto.

Tutto era cominciato qualche giorno prima.
Non aveva beccato l’ortica, eppure segnava una malinconia ubriaca.
Si teneva da sola contro il muro. Dietro il rosmarino, dove la terra è grassa, nera, e si vela dell’umido di aprile.
Un borbottio in gola o a mezzo becco. Chioccio e rotondo come i grani del rosario.
Stava quieta e selvatica, in umor di carestia.

La Elsa l’aveva guardata bene bene e poi s’era decisa.
Quattro uova di legno. Lisce di pialla e tiepide di cenere. Nella cassetta dei cachi, con il fieno dentro. Infilate di fretta e a tradimento.
La modenese, andata a bagolare dentro il nido, l’aveva schifato come sospettosa.
Tre beccate in terra a prendere il viatico, poi un ripensamento: un saltino secco lì, sul bordo, infine a coccoloni sulle uova, gonfia e matrona. A cova. Pronta a levare le ali solo passasse il vento.

L’è giusta, l’è giusta- s’era detta la Elsa, che aveva un gran pensiero: scegliere pareva poca cosa. Invece. Stavolta toccava a lei. Di anni pochi.
Impara, le aveva detto la Celesta suamamma, ché ormai c’è da provare. Se nascono i pulcini, li vai a vendere al mercato. I miei, più quelli della Livia, ti fai la tela per il lenzuolo grande.

Eh. Facile no. Mettere a cova è come un terno al lotto.
Con la tacchina s’andava sul sicuro: venti uova coperte l’anno prima. Ma già se l’era presa sua sorella.
La Elsa ragionava e ragionava.
A scegliere male, una chioccia bugiarda poteva capitare, una gallina di luna matta.
C’era da perdere uova gallate, onore e tela per l’armadio della dote.



Nel pollaio, si sa, ci son zampe nervose, specie a primavera. Storie di sdegno e di abbandono, come quella della livornese che con la grinfia ogni tanto si segnava un uovo: tacca di rabbia e di dispetto, ché quello non era il suo mestiere. Far la chioccia è quasi una chiamata.
La gallina rossa sembrava proprio giusta, col suo verso rauco ed ingozzato.
Così la Elsa era stata svelta, dopo la prova con le uova false, la chioccia in braccio alla Celesta, aveva messo giù quindici uova, nel fieno dentro la cassetta: quelle vere, con dentro la promessa.
La chioccia ferma, già pronta a cedere calore ed energia di piume. Col corach rovesciato a far da gabbia.

Non c’era stato errore.
Un solo uovo chiaro e la pazienza del conservare il caldo: un panno di lana sulla cova, quando la chioccia lasciava un poco il nido.
Poi, i giorni della schiusa: pulcini di zampette molli, come lisciati con l’albume, ad asciugarsi piano fra le piume, a prender confidenza con la luce che imbambola e stordisce.
E l’ala, angela e gelosa, ad oscurare il troppo.

Prese la strada dell’argine, la Elsa, una mattina di maggio maturo: le veroniche già tutte illuminate.
La bicicletta sghemba, per i panieri grandi.
Due ceste di pigolio babele: un pestacchiare inquieto contro il vimini intrecciato. Tutti i nati del cortile a fare fitto per il suo lenzuolo.
C’era d’aver soddisfazione, come sentirsi pronte da marito.

Il mercato era nella piazza larga, coi roveri lasciati lì nel mezzo, a fare ombra.

Si mise con le ceste vicino al banco delle stoffe, giusto per far presto ed evitare il sole.
E intanto c’era modo di guardare, ché le mussole e i sangalli, i crespi e i moerri prendevano gli occhi come certe gibigiane che friggono le ciglia, eppure lo sguardo ci sembra andar da solo.
Certo eran belli anche i rotoli di tele, di vera pelle d’uovo fina fina, e di percalle lustro che a ricamarlo a intaglio viene così bene: trionfi del letto, ma la seta …



Ah, la seta chiamava, oh se chiamava con quell’azzurro d’iridata piuma, un azzurro che era di famiglia, nel nome della madre, in certi lampi sbirciati nello specchio. Da farci una veste per andare a messa, col collo allacciato sulla spalla. Però.

I pulcini andarono venduti: i suoi e quelli della Livia e quelli di suamamma.
C’era di che comprare.

Ho mica resistito, confessò già pentita alla Celesta, aprendo il fagottino: la seta, azzurra, disciolta a lago sulla tavola.

La madre guardò la sua figliola, ancora così chiara, i fianchi sottili nel grembiule e quell’ombra di petto un po’ indecisa. Guardò i suoi occhi e poi anche la stoffa, senza toccarla neanche con un dito. Fu come fare un salto nel domani: un vederla con i capelli a crocchia, le gambe macchiate dai tafani e gli anni pronunciati dall’addome. A raccogliere le uova nel pollaio, i bambini a tirarle la sottana e il fuoco a chieder legna.

Poter fermare il tempo almeno in un vestito…

Stupida, le disse forte, ma solo con la bocca.


(mercoledì, 26 marzo 2008)



Da Pesci di nebbia

mercoledì 27 febbraio 2008

Piccolo promemoria...





29 (Piccolo promemoria di una smemorata)

di Colfavoredellenebbie




Il 29 incombe con la sua malferma temporalità.

Ricordate l’appuntamento sul blog che non c’è?

Lasciate che le storie di quotidiana o eccezionale inesistenza vadano ad incontrarsi e a conoscersi.

E’ buona cosa scriverle, prima, e magari entro giovedì, … per poi mandarle colà dove si puote ciò che si vuole, a questo indirizzo ilblogchenonce@gmail.com

Il 29, solo per quel giorno, si potranno leggere, e poi basta.

Dunque….


Su Pesci di nebbia

venerdì 1 febbraio 2008

Proposta


René Magritte: The Blank Cheque
(National Gallery of Art, Washington)




Proposta

di Zena Roncada
(Colfavoredellenebbie)




Ordunque

“Come ci si deve regolare (…) nei confronti del 29 febbraio?
Trattasi con tutta chiarezza di un giorno impossibile, inesistente. E’ un’illusione, un abbaglio, il gioco di Maja.”


Questo, e altro ancora, scriveva il signor Effe/Herzog sul suo blog, qualche giorno fa.

E allora si sa come van le cose: un ghiribizzo chiama suo fratello, figuriamoci una parola o un’idea, che han parenti dappertutto.

Il risultato è una piccolissima tentazione: “Si potrebbe pensare di consegnare al 29 febbraio le storie di ogni inesistenza”.

Siccome per il signor Effe/Herzog fra il dire e il fare sta di mezzo giusto una velina (nel senso di ‘carta’), ecco che la tentazione è raccolta e tradotta in proposta. Questa qui:

“Supponiamo allora che venga creato immantinente un blog apposito, un blog che non c’è, destinato ad accogliere le vostre storie in un giorno che non esiste.

Supponiamo che detto blog sia ora oscuro, e che torni ad esserlo dal 1 marzo e in eterno, e messo in chiaro solo e soltanto durante l'illusione per 24 ore durevole del 29 febbraio.

Supponiamo che questo strano blog, una volta scoperchiato, mostri le storie che voi avrete nel frattempo scritto ad hoc, (“le storie di ogni inesistenza”).

Supponiamo che esista financo una mail apposita ( ilblogchenonce@gmail.com ), cui inviare le storie che verranno spaginate nel blog che non c’è.

Ebbene, e infine: sareste disposti voi ad accettare la sfida di affidare le vostre parole a una vita densissima e breve, a un’esistenza effimera e all’oblio poi per sempre?”


Piace tanto questa idea.

Scegliere il 29 febbraio per raccontare ciò che non risponde ad un unico requisito trasversale: l’esistenza.

Un blog – morgana per far vivere i calviniani cavalieri d’ogni specie che si aggirano nei nostri dintorni, e che noi pensiamo in forma di luogo o di figura, di mondo o di animale, di verbo o di passione, di colore o di quant’altro ancora…

‘Nominare’ come ‘animare’, insomma.

Nel tempo breve di una visione a scadenza.

Cosa possiam chiedere di più alle parole?

Ci state?

Io sì.

(domenica, 20 gennaio 2008)

Da Pesci di nebbia


Charles Filiger: Paesaggio di Le Pouldu


sabato 5 gennaio 2008

Conserva




Conserva

di Zena Roncada
(Colfavore delle nebbie)


L’estate poteva ben avere questo profumo di pareti ritinte, o il colore tenero di muri sirena, ma se un colore doveva imporsi sugli altri, se un odore doveva straripare, ad accorpare giorni sempre uguali, quello era il rosso.
Della conserva di pomodoro.
Un grosso di forze, richiedeva, che aveva corrispondenza solo nella lavata di primavera, quella con i paioli fuori e la cenere dell'inverno, e con la liscivia quasi turchina, in certe venature.
Un dispiegamento di vasi di vetro usciti da profondità nascoste della casa, forse dalla dispensa, che si prolungava in un sottoscala orrido di ragni solo immaginati.
E stracci, stracci per avvolgere i vasi perchè non avessero a tintinnare, a urtarsi, quando il bollore inventava scoppi di caldo e impennate di schizzi.
Con mani di sangue lavoravano la Dina e le nuore, stanche e accaldate.
L'odore si accampava nella casa, per restarvi. Acido e dolce, insinuante e vischioso, capace di bucare il naso e lo stomaco. Un languore cavo era il regalo del pomodoro, che si strozzava nelle unghie del tritaverdure, e si gonfiava in bolle compatte nel pentolone in cui sobbolliva.
Erano giorni di agitazione, quelli della conserva. Venivano convocate zie e cugine, persino la nuora lontana, in un concitato desiderio di sfidare il tempo.
Non so quando lo capii. Forse ne ebbi la certezza leggendo lo sguardo con cui la Dina fasciava di dolcezza le sue bottiglie piene. Non c'entrava per nulla la gara quotidiana dei sapori, per far dire agli uomini di casa, quando c'erano, "che buono!"
Dentro alla stanchezza di giornate spese a trinciare e a salare e a pesare, stava tutta la voglia di battere il tempo, di aggirarlo, di chiuderlo in un barattolo.


Conservare, tenere da parte un vasetto di colore, una bottiglia di sole, una cucchiaiata di odore.
L'estate, da riaprire in inverno: metamorfosi di una giornata di nebbia, schizzata col rosso del caldo, della luce.
E’ che a vivere in pianura , con la nebbia che già ad agosto ti aspetta la mattina presto, si diventa un po' matti, o bisogna esserlo, un poco, per inventare.
Indovinare le cose dentro la nebbia è come scoprire il sapore dentro una bottiglia. Un sapore di vetro che cammina all'indietro e va a scavare una scia. La percorrerà chi l'ha segnata, chi ne ha posto, dall'altro capo della memoria, il primo sasso. Ma anche chi è stato dentro la scia, testimone o fattorino, compagno o ospite di un’estate rossa rossa di conserva.


La nuora lontana, quella fuori casa, arrivò aggrappata al vespino del figlio giovane della Dina, bello e geometra, il primo ad avere studiato a scuola in casa mia. L’ altro aveva studiato sfogliando strade e libri di partito. E l'altro ancora non c'era più. Si attendeva sempre con manifesto piacere l'arrivo di questi zii perchè portavano l'eco di una cadenza ferrarese nel parlare e regalavano il senso del lontano, del quasi mare, dove, d'estate si poteva andare.
Lei, così bionda, teneva i capelli con il foulard chiaro non annodato sotto il mento ma stretto dietro a fasciare il collo, come la Loren in un film.
Il vestito bianco col collo sciallato sembrava la cosa più lontana dalla conserva che potessi immaginare, era tutte le cose buone e candide del mondo.
Miamamma si lisciò la sua vestaglia scura di pomodoro, prima di salutare la cognata, col dispiacere di farsi sorprendere così, in quella domenica laboriosa, col vestito brutto che non aveva fatto in tempo a cambiare. E addosso il forte della salsa che si rapprende.
Il vestito bianco liberava, invece, un odore felice. Dopo tanto rosso, dopo tanto acido...


Quando abbracciai la zia fui sicura: cose e odori potevano avere complicità, il colore di un vestito sapeva restituire la sua promessa di profumo, quasi di gusto, senza inganni. Dolce su dolce, bianco su bianco. Segreto o sortilegio di pelle. Invisibile.
Finalmente la pace fra cose e odori e sapori, giocata a un crocevia di latte o di giglio, di cipria o di schiuma.
Stretta di pelle fresca e nuvola chiara nel naso, l'abbraccio.
Dentro c'erano tuberose zuccherate, gardenie candite, fra pareti color di crema.
Conquista di armonie, "leggere e vaganti".

venerdì, 02 novembre 2007


Da Pesci di nebbia

domenica 11 novembre 2007

Le pareti color di crema





Le pareti color di crema

di Zena Roncada
(Colfavore delle nebbie)



Erano i peperoni, i pomodori e le cipolle, insieme all'aceto e allo zucchero, a sprigionare un'armonia così intensa che avresti volentieri intinto pane tenero nell'aria. La salsa accompagnava i pasti e si alternava alla fragranza dolce del finocchio tagliato sottile e ben assortito al rosa del tonno.

"Quando mi sposo, a nozze io voglio solo finocchio e tonno".
Buono, lasciava nel piatto una memoria generosa d'olio, insaporito di fresco fresco, da assorbire con certe rosette di crosta gentile, senza fatica.

A tavola si rideva. "Gli agnolini mangerai"- si scherzava e intanto la Dina mianonna, con geometrica precisione, divideva la carne del pollo, secondo regole gerarchiche, prima gli uomini, poi i bambini e le donne.

Era importante il cibo a casa mia.

Mentre si mangiava, si favoleggiava dei tempi in cui la Dina teneva la trattoria nel paese piccolo.

Venivano i viaggiatori che apposta allungavano la strada pur di godere della sua pasta ben condita e della sua cacciatora, e quelli senza un soldo, che mangiavano e facevano allungare il conto, e qualche volta si portavano un amico. Ma una volta era venuta, per intera, anche l'orchestra del maestro Angelini, che una canzone aveva dedicato alla grazia di tanta cucina.

I ricordi scorrevano sulla tavola e il cibo prendeva altri sapori: diventava il selvatico del fagiano abbattuto con la fionda e si faceva morbido come il burro del vecchio caseificio di casa , che , rovesciato dal secchio, restava madido di piccole gocce di umore. Il burro che la nonna aveva imparato a far da sola, durante il confino in Francia del suo uomo.

Il cibo diventava il cibo di un'altra casa, di altri bambini, di altri racconti, che solo così tornavano in circolo piano piano.

Come per un moto indolente, le storie chiamavano altre storie, che non chiedevano il tepore del camino, ma sbucavano così, un po’ sudate, sulla tavola, col piacere di un uditorio senza fretta.

Quando il giro della memoria aveva già colmato la testa dei piccoli di uno sciame di nomi senza volto, allora miononno e mianonna finivano col parlare l'uno per l'altra, stretti nel loro cerchio di companatico. "Era brava la Dina. Sempre vista a lavorare, da subito. Però quel giorno, con la veste a quadrettini, è pur venuta nella camera buia sul dietro……”

Infuocava mianonna e zittiva il marito con burbere, agrodolci occhiate.

I cibi, in casa mia, erano flauti di ricordi. Invadevano persino i colori, che ne prendevano le sfumature.


Mentre le donne di casa assaporavano la morbidezza di certe stoffe che le clienti di miazia portavano in rotoli o pezze, la Dina sentenziava col suo vocabolario strano.

"Bello questo color crème e questo nocciola, più bello del burro della camicetta della Silvana. No, no, ‘sto giallo è troppo zabaione. Ma che sfacciato ‘sto sangue di bue, va bene solo per le bistecche"…….

I colori si portavano dietro l'ombra, il fantasma dei cibi e il mondo, stoffa o muro, capello o fiore si caricava di una pastosità di fiaba, di pareti di marzapane e di tetti di biscotto.

Così le cose finivano per non essere cose: rivestite di panna, burro o nocciola, di zabaione o di carta da zucchero, si facevano dolci e belle, quinte per giochi di fantasia, in un mondo che si poteva annusare e gustare.

Quando vennero i pittori per la cucina e le donne decisero il color di crema , misi un dito dentro il secchio dove il colore schiumava di latte e, mosso da un bastone, diceva consistenze impensate. Assaggiai, ma non c'era sapore di vaniglia, solo un salato freddo. E un odore di pulito di calce, che non compensava la bocca amara.
[lunedì, 18 giugno 2007
]

Da Pesci di nebbia