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giovedì 24 luglio 2008

Mobbing in famiglia


William Merritt Chase: A Portrait of a Woman, 1890
Metropolitan Museum of Art, Manhattan


Mobbing in famiglia

di Remo Bassini




Sembrava un bel pranzo colorato di primavera, tra amici. Quindici persone. Gente adulta, benestante, i figli ormai grandi sono altrove.

Si banchetta, si ride e si scherza. E si brinda. Arrivano dolce, caffè, calvados o cognac, e amari. La giornata è illuminata da un sole caldo, la compagnia è piacevole e la padrona di casa - involontariamente - rutta.
Tutti fan finta di niente, chisseneimporta.
E invece.
«Fai schifo, ogni giorno che passa fai sempre più schifo» sbotta il marito, nel cui viso si staglia una smorfia che è peggio di un insulto. Su tutto cade una cappa di gelo, di imbarazzo, di sguardi che cercano rifugio oltre le finestre spalancate, verso il prato coi riflessi di sole, oppure sotto il tavolo.
Lei si porta le mani al volto, singhiozza, si alza, vacilla e quasi casca, ma nessuno che vada a sorreggerla mentre, barcollando, fugge in cucina. Nessuno che dica una parola. Del resto si sa.

Sembrava un bel pranzo colorato di primavera, tra amici. Quindici persone. Gente adulta, benestante, i figli ormai grandi sono altrove. Insomma, stessa scena.

Con la padrona di casa che - improvvisamente - rutta.
Non l’ha fatto apposta, è chiaro a tutti, si dovrebbe continuare, far finta di niente: e invece…
«Fai schifo, ogni giorno che passa fai sempre più schifo», farfuglia il marito, tra l’imbarazzo generale e un silenzio che dura un attimo.
Perché lei, dopo un sorriso e uno “scusate” per gli ospiti, guarda il consorte e lo gela, con lo sguardo ma non solo: «Che dici Carlo, mi chiedi scusa subito?, o aspettiamo che se ne vadano tutti?» dice, scandendo bene le parole.

Ci raccontasti queste due storie, parlandoci di mobbing familiare, caro prof.
Più che raccontare ce le facesti vedere. Il prato era verde e la barba dei mariti bianca, curata alla perfezione.
Dicesti anche: «Ragazzi, considerate che c’è sempre di mezzo il caso. Sempre. Due mariti teste di cavolo, uno con la moglie che s’ingozza di psicofarmaci, forse perché sta invecchiando ed è troppo grassa, e che finirà prima dallo psicanalista, poi sul giornale per un tentativo di suicidio sventato in zona Cesarini, e infine da un maresciallo, a dire, dirgli che ne ha basta di un marito che la tradisce da anni, che la tratta come una bestia di fronte a tutti, umiliandola, e che le molla anche qualche ceffone, ma non solo, non solo. Ha fatto in modo che i figli la odino, che si vergognino di lei. E poi non la sfiora nemmeno più. Preferisco farmi una sega, le dice, anzi no: le sussurra piano, così che nessuno sappia. Così che un qualsiasi maresciallo, un giorno, non potrà che dire: «Signora, ho bisogno di qualcosa di concreto, non posso intervenire. Si rivolga a un avvocato, ma ne scelga uno bravo, altro non le so consigliare».
«Ma signor maresciallo, mi ascolti… è arrivato al punto di portare a casa le sue amanti; e i miei figli la sera escono con lui, con lui e quelle puttane, e quando gli chiedo i soldi per la spesa mi dice che dovrei andare a lavorare; certo che vorrei, ma a 54 anni?, come si fa, a 54 anni? E dove li trovo i soldi per un avvocato, io?».
Quella donna, ci dicesti, si sentirà impotente, umiliata; un giorno, forse, potrebbe fare di tutto, anche togliersi la vita: «Ai calpestati a volte non resta altro».
Solo ora capisco, so il significato di quella frase.
E so che i due mariti sono la stessa persona.
Il primo potrebbe essere condannato: o dalla legge o dai sensi di colpa se lei s’ammazza.
Il secondo no.
Ha una moglie che non si fa mortificare in mezzo a tutti, anzi.
E poi, non s’ammazzerà, lei, non piangerà, non si vendicherà, non scatenerà sensi di colpa che durano una vita. Solo tanta paura quando la si tradisce, con qualsiasi segretaria più o meno conseziente, in ufficio.
E tu, professore, eri come uno dei due mariti.

Professore, dicevi che il mobbing invisibile è il male peggiore.
Le ricordo, io, le tue parole.
«Donne e uomini che soccombono, perché quando non ci sono prove non c’è neanche la legge».
«Le leggi non sanno pesare i pesi del cuore».
Le ricordo e le ho scritte tutte le tue parole, io.
A casa, quando ti pensavo; e poi a lezione ci dicevi di non prendere appunti.
Professore, non sapevamo, non sapevo io, del peso che ti portavi dentro.
A Milano, poi, c’è tanta nebbia, che avvolge tutto; e tanto smog, che avvelena; e tanti rumori di clacson, che sommergono voci e disperazioni.
La tua, professore: per una figlia forse suicida.

Eduard Charlemont : A Gentleman In An Interior, 1881
Private collection

Quando penso a te, ti dipingo. Un grande quadro, tu sei al centro. Attorno a te quattro donne. Tua madre, che guarda in alto, serena e austera. Tua moglie invece è in penombra, sullo sfondo. Poi ci sono loro, le tue due figlie. Ilaria, la più grande, la più bella, quella che ti somiglia. E Nadia, piccola e tozza, che vi guarda. E aspetta di incrociare il tuo sguardo.
Ma tu hai occhi solo per Ilaria.

L’abbiamo saputo nella tua lettera d’addio, professore.
Una lettera pubblica, per tutti. Hai creato un blog, hai postato una sola volta. Poi ti sei impiccato (e io, lo sai, perché lo sai, te l’avevo fatto capire, io ero innamorata di te).
Tua figlia Nadia si era uccisa, perché l’avevi derisa, pesantemente.
Umiliata.
Era sovrappeso, un po’ strabica.
Era carnevale di un anno prima, quando successe.
Lei che entra nel tuo studio, forse ti dà fastidio, perché stai leggendo, studiando: «Papà ti piaccio vestita da fatina?».
«Sei una palla Nadia. Giuliaaaaaa, ma quand’è che ti decidi di metterla a dieta? Questa vive di Nutella e Mulino Bianco.
E ti sembra intelligente mandarla in mezzo a tamarri e coglionazzi conciata in questo modo? Giuliaaaa, me la stai rovinando».
“Invece l’ho rovinata, l’ho distrutta io”, hai scritto nel blog.
Nadia andò alla sfilata di Carnevale insieme a due sue compagne di scuola, che poi la riaccompagnarono ma, accidenti al caso, fino all’altro lato della strada; la salutarono la lasciarono attraversare da sola, o forse fu Nadia che insistette, che disse: Andate, che sono arrivata. Attraversò, e fu investita da un’auto, sotto i tuoi occhi.
Nel blog, tu, professore, scrivesti:
“Ma non fu un incidente. Mi vide, stavo fumando sul balcone. E mi guardò, con odio. E ho una certezza, anche. Che piangeva. Ho un’altra certezza: Nadia aspettò che arrivasse un’auto, e fu fredda, spietata nella scelta: perché scelse quella che andava più di fretta, merda. Mia moglie Giulia disse che no, non era andata così. Temeva di perdermi, per questo mentì e mente tuttora”.

Professore, nel blog, hai scritto: “Chiedo cinque volte scusa”.
Scusa numero uno: a Nadia, che ti ha trascinato con sé.
Scusa numero due: a Giulia, tua moglie.
Scusa numero tre: a Ilaria, la figlia prediletta, “quella che usavo per mortificare, violentare la sensibilità e la fragilità di Nadia”. “Scusami Ilaria, meritavi un altro padre”, hai scritto.
Scusa numero quattro: Alla tua vecchia mamma; “Perdonami mamma, ma non ho ereditato né la tua dolcezza né la tua forza”.
Poi la scusa numero cinque: “E chiedo scusa a i miei studenti e alle mie studentesse dai capelli in fiore”.
Un messaggio criptato: per me. Per quella volta, al parco.

Mi raccontasti di tua madre, eri orgoglioso di lei. Ti aveva cresciuto con rabbia e con amore, dicesti.
Guardavi il vuoto, mentre parlavi. E la tua borsa da prof. la blandivi come un’arma: tesa, di fronte a te, come qualcosa che si può scagliare, o qualcosa con cui si accusa.
Ti risento, sai?
«Con la tessera del partito comunista in tasca, prima del sessantanove, prima dello Statuto dei lavoratori, dovevi lavorare il doppio se non volevi rischiare di non trovare più la cartolina da timbrare. Quando ti licenziavano non si sprecavano nemmeno a dirtelo, o scrivertelo. Ti toglievano la cartolina, via, espulso. Vai a fare la puttana se vuoi mantenere i tuoi figli, così impari a fare la comunista, a perdere tempo alla Camera del lavoro».
Parlavi in fretta, scuro in volto.
«Certe sere, quando mi addormentavo sentivo la mamma che piangeva. Succedeva solo di sera, tardi, mai e poi mai si sarebbe fatta vedere piangere da me».
Non osai chiederti nulla di tuo padre. Pensai che non c’era.
(Tua madre dovette prostituirsi per mantenerti, farti studiare?)
Poi cambiasti espressione. Arrivò, anzi tornò il tuo bel sorriso, di sempre. Di quando a lezione dicevi “ragazzi”.
Ti avevo proposto io quella passeggiata.

«Hai i capelli in fiore», mi dicesti. E con la mano, frugasti tra i miei capelli. C’era un petalo di magnolia, me lo porgesti.
Mi salutasti, con un saluto diverso.
«Ciao piccola».
(Ciao piccola, era un saluto diverso. Nuovo. Mi dicevi sempre “ciao ragazza”, quando ci salutavamo, dopo aver parlato, io e te, durante l’intervallo).
Subito, ti scrissi un sms: Ti prego, torna, che ti aspetto.
Ma il cuore mi batteva forte, non lo inviai; e così è rimasto in memoria nel mio Nokia, quel messaggio che ogni tanto bacio.

Ti rividi a lezione un’altra volta, e basta. E durante l’intervallo non riuscii a incrociarti, chissà dov’eri (ero gelosa, sai?).
Non ti rividi più perché partii, insieme a mio padre, una settimana a Londra dalla zia. Accidenti ai testamenti, alle zie che non si conoscono.
Da quanto ho saputo, ti sei ucciso mentre il mio aereo stava atterrando a Milano Malpensa. Pensavo a te, sai?
Ti sei ammazzato perché hai trovato il diario di Nadia.
Ti ha ucciso una frase.
“Mio papà vuol bene solo a Ilaria”.
Hai scritto tutto nel blog, due giorni prima.
Sono mesi che vengo qui, sul parco. E cerco tra i miei capelli, petali. Però non piango, no. Scrivo di te. E le tue storie.
Del mobbing per caso. Nelle case.

Sembrava un bel pranzo colorato di primavera, tra amici. Quindici persone. Gente adulta, benestante, i figli ormai…

Da Altri appunti, Remo Bassini

Albert Lynch: A Young Beauty with Flowers in her Hair
Private collection


sabato 31 maggio 2008

Se l'anima si sporca…




Se l'anima si sporca…

di Remo Bassini




Mi sono fatta rifare naso e zigomi, i miei capelli, ora, sono biondi e corti. Solo i vicini di casa e i colleghi in casa editrice mi riconoscono: da anni, quando vado in giro, non succede mai che qualcuno mi identifichi, a meno che non sia io a volerlo, ma io, solitamente, non voglio.
Tu però mi stai osservando con troppa attenzione.
Sento i tuoi occhi incollati alla mia schiena. Pensa. Se tu venissi qua e mi dicessi che anche senza i capelli ricci e lunghi mi hai riconosciuta, e quindi debbo sparire dal tuo bagno lasciando l’ombrellone ad altri, io ti sorprenderei: sorridendoti.
E’ il terzo giorno, oggi. Ne mancano due alla partenza. Conoscevo la Puglia, ero stata a Bari e Trani, ma mai fin quaggiù, nel Salento.
Son qui per te, per rivederti.
E’ stato facile rintracciarti: ho chiesto a un aspirante scrittore, poliziotto. Mi ha detto della tua casa, a Tricase, di questo bagno sullo Ionio, decoroso, un po’ scalcinato.
Non ho chiesto altro al poliziotto scrittore. Ma avrei voluto: vive solo, ha figli, moglie, fa sempre l’impagliatore di sedie in inverno?
Mi hai riconosciuto, lo vedo. Se mi giro tu continui a fissarmi. Fai così solo con me. Sai che faccio? Oggi resto a pranzo.
Ricorderai, immagino, l’incipit del tuo libro: Quando ci si sporca l’anima una volta…
Non ricordo, poi, le parole che venivano. Ma il senso sì: basta una volta, e l’anima resta sporca, per sempre.
Eccomi qua, al tavolo. Su, da bravo, alza il culo e vieni, non mandare quel ragazzo, troppo giovane per essere tuo figlio.

Stai venendo, mi servirai tu.

Intanto ti servo io: ecco sul tavolo, per i tuoi occhi, due libri.
Uno nuovo, l’altro di quindici anni fa quando tu, ormai, pensavi di… diventare un libro. Fui io a scoprirti, fu mia la prima telefonata.
E’ bellissimo quello che scrive, ti dissi. Fui io a cacciarti.
Cinquantenne del cazzo, presuntuoso. Mi rispondesti con un ghigno.
Ti dissi, volli dirti mentre mi giravi le spalle che il tuo manoscritto non rientra più e mai rientrerà nei nostri piani editoriali. Te ne andasti senza dire una parola, una bestemmia. Vedo i tuoi sandali da frate. Sto guardando i libri, guardali anche tu, forza. Poi interrogami.
Cosa le posso preparare signorina?
Ehi, oggi ho io cinquant’anni e tu mi lusinghi così? Signorina?
Cosa mi consiglia?… Ehi, ma guarda i libri, guarda il nome della casa editrice, prendesti l’aereo per venire da noi, era il tuo primo aereo, scommetto che da allora non hai più volato.
Va bene: cozze, vecchia ricetta salentina. Ma torna, guarda sul tavolo, e leggi il nome della casa editrice...
Eccoti, sei stato veloce, erano già pronte. Te ne vai senza dire, senza guardare? Già, c’è gente, sei indaffarato.
Sono buone queste cozze, non c’è che dire. Avrei voglia di fare la scarpetta ma sono a dieta. Qui in Puglia è tutto più buono. Peccato dover ripartire. Fra tre giorni sono nelle Dolomiti, per la mia depressione è meglio, m’han detto.
Mi sta incantando questa terra, tornerò, magari non qui. Buone, proprie buone queste cozze, da scarpetta.

Henri Edmond Cross: Le Isole d'Oro, 1891-1892
Parigi, museo d'Orsay

Sei di nuovo qua?, non mi ero accorta di te. Mi stai sorridendo.
Lo sapevo: mi hai riconosciuta. E’ per via del neo sulla mano sinistra? Stai guardando i libri, inespressivo, intanto mi spieghi che le cozze (sono stata io a chiederti la ricetta) sono preparate con tantissimo sedano (c’ero arrivata, grazie), un accenno di cipolla e tanto, tanto vino bianco, di queste parti. Vino bianco e sedano sono il segreto, mi spieghi.
Non ti guardo, io guardo loro, i libri. Dai, chiedi, che aspetti? Non puoi. Il tuo giovane aiutante ci ha raggiunti, dice: Sono arrivati.
Sono arrivati con una Bmw, sono in tre. Due con pantaloni corti e maglietta, il terzo, giovane, grasso e sudato, ha il completo, stropicciato, di lino bianco. Che avete da discutere? Siete lontani.
A me un tavolo lo devi trovare, testa di cazzo: il piccolo e grasso ha la voce forte. Con la testa, lentamente, dici di no. Non vuoi farli accomodare, del resto hai ragione, è tutto pieno. Quindici anni fa dicesti di no a me: ciondolando allo stesso modo la tua testaccia dura.
Ti avevo scoperto io, io, ma cristo quelli ti stanno spintonando, e tu continui a dire di no, con quel tuo cranio grosso, non penso ci siano taglie adatte a te.
Sei bello sai? Se ne stanno andando e il tuo volto è affilato dalla rabbia. Non li dimostri i tuoi sessantacinque anni, sei bello come un dio greco.
Il ragazzo ti sta consolando. La gente che ai tavoli sta aspettando caffè e conto, tace.
C’è tensione, nonostante il sole e il rumore del mare.
Ci pensa il ragazzo a portare amari e caffè, tu vai alla cassa. Inforchi gli occhiali, hai gli occhi bassi. T’han visto tutti, un attimo fa, che sei barcollato per una spinta.
Erano belli i tuoi racconti contadini. Ricordo il prete guaritore, ricordo… quando ci si sporca l’anima una volta… basta una.

La moglie del sindaco cercò di sporcare l’anima del prete, forse per ripagarlo, lui aveva salvato suo figlio con un rito magico. Non ci riuscì, e si vendicò, infangando il prete…
Ma fu la sua anima a sporcarsi.
E avevi fatto solo la quinta elementare. L’idea fu di Carlo, il mio primo marito, ma io la trovai geniale: avevamo preparato una quarta di copertina che avrebbe funzionato. Questo libro, di un uomo privo di cultura ma ricco di ricordi e di istinti primordiali…. ti fece rabbuiare.

Parlo l’inglese e sto studiando il latino, ci dicesti. E sapevi cos’era un ossimoro, un anacoluto. Eri arrabbiato, e pensare che ti eri presentato raggiante, con dolci pugliesi per tutti noi, fatti in casa. E questa è merda, dicesti, indicando la cartella che conteneva le bozze della copertina, il manoscritto, il contratto da firmare.
Rivedo ancora lo sguardo di Carlo, tutto per me: Convincilo, questo caprone non saprà resisterti.
Restammo soli. Ti spiegai. Tacevi. Mi facevi compassione, sai? Ma quando ti accarezzai la mano, dicendoti: Pensa a quando accarezzerai un libro tuo, scattasti in piedi, sembravi morso da una tarantola.
Ricordo che pensai: ma non vede quanto sono desiderabile?
No, no… la psicologa dice che non devo prendermi in giro…
Pensai: come fa questo a non avere voglia di scoparmi?
A nessuno, mai, avevo sfiorato la mano, a nessuno, mai, l’ho sfiorata, dopo di te. Tutti ai miei piedi, sempre, quelli alle prime armi.
Tu, invece, eri lì, sprezzante. Così ti cacciai.
Agli altri dissi che non avevi accettato nessuna mediazione, che eri un presuntuoso. Mi ero vendicata di un Cinquantenne del cazzo; tu, tu non avevi detto sì come mi dicono tutti, non mi sorridevi, te l’avrei staccato quel testone che faceva no, no, no…

Sono davanti a te, alla cassa, hai altro per la testa oggi.
Vado via, parto, ti dico. Arrivederci signorina, dici.
Il tuo giovane dipendente ti sta guardando con ammirazione.

Da Altri appunti, Remo Bassini




sabato 15 marzo 2008

babbo


Anthony Van Dyck: Ritratto di vecchio



babbo

di Remo Bassini





Arriva mio padre a casa mia. Come al solito: saluta con un gesto della testa.
Adora il mio cane, lui. E il mio cane stravede per lui. Tutti i cani che ho avuto stravedono per mio padre.
Mi fa: Allora, il cane?
Gli faccio: Non so, visto che sei venuto scegli tu se portarlo in giro, per me è lo stesso.
Mi fa: Come è lo stesso?
Gli faccio: Babbo è lo stesso, se vuoi lo porti fuori tu, altrimenti vado io.
Mi fa: Lo porti fuori tu?
Gli faccio: Per me è lo stesso, visto che sei venuto fin qua, ma se hai da fare…
Silenzio.
Lunga pausa.
Non ha mai fretta, lui.
Mi fa: Tu porta in giro il cane che io torno a casa e porto in giro la tu’ mamma.

Mio padre, ancora.
Sta, stiamo mangiando. La forchetta pare inceppata nel vuoto. Lui sgrana gli occhi e fa dei cenni impercettibili col capo, fissando il vuoto.
Dice: Metti…
Pausa, ha detto metti e la forchetta è sempre ferma, immobile, come i suoi occhi, nel vuoto
Continua a dire: Metti che mi nasceva un figlio gay…
Smorfia.
Pausa. Lunghissima.
Poi, finalmente. Boccone di pasta alla carbonara ma sempre fissando il vuoto.
Mastica, sempre guardando il vuoto.
Riprende a dire: Metti che mi nasceva un figlio gay…
Pausa, non lunga.
Mi guarda e dice: Oh, lo tenevo.
Bene. Si può procedere.

Classe 1927 ha fatto la terza elementare, andando a scuola un giorno sì e uno no. In quello no andava, coi suoi fratelli e suo padre, a fare il carbone.
La quinta elementare l’ha presa quando ha fatto il militare. Legge i giornali. I miei libri li ha sul comodino: ma non so se li abbia letti. Credo di no.
Non dice a nessuno che suo figlio è un giornalista, ha scritto libri. Dice che non so potare una pianta, non so cambiare l’olio alla macchina, non so aggiustare una tapparella, non capisco niente di impianti elettrici; dice che somiglio a suo padre, che non si faceva mai la barba, che non metteva mai il vestito della festa, e che era un po’ pazzo. E disordinato. So che di questo è orgoglioso, però.
(Dimenticavo: Quando ero piccolo, non mi ha mai dato un ceffone).


(Giovedì 19 Aprile 2007)




Da Ricordi (ma non solo...) su Appunti

lunedì 18 febbraio 2008

Scopone scientifico


Renato Guttuso: Giocatori di Scopone


Scopone scientifico

di Remo Bassini




Quelli che giocavano erano dodici: tre tavoli per quattro giocatori di scopone scientifico, appunto, fan dodici persone.
Più un paio di spettatori, più i padroni del bar, una coppia.
Tutta gente anziana ma non troppo. Sui sessanta, sessantacinque.
Su un tavolo c’erano, stropicciati ma ripiegati con cura, alcuni giornali: Stadio, L’Unità, La Nazione.
Su un mobiletto c’era un televisore: spento.
Eppure mancavano pochi minuti, sette, forse sei o forse cinque, a mezzanotte.
Sento una bestemmia, qualcuno ha sbagliato giocata, ma c’è silenzio, troppo silenzio. E’ chiaro: siamo una coppia di intrusi, gente mai vista, gente che non è del posto.
Ordiniamo un caffè: sembra di chiedere un favore. Il padrone ci serve a occhi bassi, inespressivo, gli altri ci guardano senza guardarci.
Mancano un paio di minuti, ma loro se ne fregano.
Di tutto; del tempo, di noi che siamo lì, delle mogli a casa.
Di orologi, cipolle, pendoli.
Beviamo il caffè, mancano pochi secondi. Usciamo. E’ capodanno del 2001. Restiamo un attimo fuori. Lì attorno solo piccoli paesi, tra le colline.
Dal lago Trasimeno si vedono i bagliori dei fuochi d’artificio.
Guardo dentro al bar. Stanno ancora giocando, seri.
Che gli frega a loro: lo scopone scientifico richiede attenzione, memoria, studio. E fa bene alla mente.

(Racconti di un attimo)
(Venerdì 18 Maggio 2007)

Da Appunti


Paul Cézanne: Les joueurs de cartes


sabato 26 gennaio 2008

Intervista a Remo Bassini




Intervista a Remo Bassini

Franz Krauspenhaar




Remo Bassini non è solo uno scrittore di valore, è anche un prodigio e una macchina - umanissima - da scrittura: è direttore de La Sesia, storico bisettimanale di Vercelli e provincia, collabora con Il Corriere Nazionale, commenta sul suo seguitissimo blog Appunti e ne La poesia e lo spirito -l’ormai leggendario blog letterario multiautore fondato da Don Fabrizio Centofanti- scrive romanzi di buon successo. Per il suo ultimo libro, quarto di una fortunata serie, ha scelto un titolo d’inquietudine un pò anni 70, La donna che parlava con i morti (Newton Compton, pp.240, euro 9,90) -quasi fosse un seguito de Il segno del comando. Editore robusto e ancora in ascesa e attivo su tutti i fronti (Newton Compton), confezione hardcover per un romanzo giallo di tinte (come da copertina) ma dai sapori popolari e al contempo raffinati. La storia inquietante di una donna e della provincia italiana profonda nella quale vive, una serie di personaggi difficilmente dimenticabili. E soprattutto la scrittura felice di Remo Bassini: a volte vorticosa, sempre funzionale e fatta spesso di pennellate veloci, precise, multistrato. Godibile ma anche capace di strapparti un replay, per ricatturare -felicemente- un momento, una sfumatura particolarmente interessante.

Quando è nata dentro di lei la presa di coscienza di essere un narratore di talento?

Mi sono interrogato spesso sul talento. Dante ne aveva e anche Simenon. Ma prendiamo Primo Levi, Se questo è un uomo. Un grande libro, di un talento che, penso, nacque grazie – o a causa – della prigionia in un campo di sterminio. Dove la vita e la morte e la natura umana vengono viste e vissute con occhi diversi. Ecco, io credo d’aver vissuto dei miei piccoli campi di sterminio. E penso che un giorno imprecisato sono riuscito a raccontarli. Il mio talento, se talento è, nasce dalla mie tempeste. Come La donna che parlava con i morti: ci sono alcune sofferenze, ri-elaborate. Con questo non ho nessuna pretesa di oggettivare. Non dico che il talento nasce solo dalla sofferenza o dalla sensibilità. Dico che non nasce con noi; può arrivare, come può non arrivare, in un momento imprecisato della nostra vita.

Si ritiene uno scrittore di genere o crede di usare il genere come passpartout?

Quando si parla di generi letterari me ne sto in disparte, ascolto. A definire il genere ci pensa la percezione del lettore. Editori, critici e salotti letterari per me perdono solo tempo: ci sono i buoni libri e i libri del cavolo. E soprattutto ci sono libri onesti e libri disonesti. Il libro onesto costa fatica, approfondimenti. Faccio un esempio, con la premessa che un giallo può essere un libro valido quanto uno di denuncia sociale (Izzo era bravissimo a fondere i due aspetti). Un giallo disonesto, per esempio, parla di ispezioni, mandati di cattura senza prima capire come funzionano per davvero questi meccanismi. Ecco, scrivere un giallo senza aver parlato con un maresciallo dei carabinieri o anche solo senza aver letto articoli di cronaca nera vuol dire prendere in giro il lettore. Perché ci si basa sul già letto in altri libri o, peggio, su quel che si vede nelle fiction tv. Una volta chiesero a Pascoli un giudizio su D’Annunzio. Fu un giudizio positivo. Ma non del tutto: perché D’Annunzio, osservava Pascoli, in una sua poesia autunnale ci aveva messo un uccello che in autunno non c’è, perché migra. Insomma, una poesia del cavolo. Disonesta.

In che modo il mestiere di giornalista entra nella sua attività di scrittore e viceversa?

Ho iniziato a scrivere che avevo vent’anni e lavoravo in fabbrica (ho ancora nel cassetto un romanzo incompiuto ambientato in quel periodo della mia vita). Sono stato operaio, sindacalista, disoccupato, studente di lettere di giorno e portiere di notte in un albergo. Poi è arrivato il giornalismo, e quel poi è importante: non mi sento nel modo più assoluto un giornalista che si concede alla narrativa, piuttosto un narratore di storie da prima, dagli anni della fabbrica.
Il giornalismo è servito a completare la mia scrittura, a dare valore e importanza alla precisione e al dettaglio, alla logica. Un bravo giornalista non farebbe errori di calcolo che invece si leggono in alcuni libri. Mi spiego: se io oggi ho 40 anni, tra 5 anni ne avrò 45, giusto? Ecco, alcuni “artisti” riescono a scrivere 47 o 52, mica si abbassano l’età, loro. Per fortuna che è arrivata la lezione di Tondelli, o anche di Izzo. Scrivere in modo credibile.
La scrittura giornalistica e narrativa prendono percorsi diversi: la tecnica del fare cronaca può essere insegnata a tutti, come anche quella del raccontare una storia.
Ma trasmettere emozioni, no.

A quali autori del passato e del presente è più affezionato?

Dopo Salgari, dico Vasco Pratolini e Giuseppe Berto, che hanno lasciato in me un segno, specie con Il quartiere e Il male oscuro. Poi, gli scrittori dei miei diciott’anni: Erich Maria Remarque e John Steinbeck. Tra gli italiani mi sono affezionato a Beppe Fenoglio, per aver raccontato la Resistenza senza retoriche, e al giallista Renato Olivieri. Senza dimenticare Pontiggia, da leggere e rileggere. Tra gli stranieri cito Boell, Chandler, Montalban (con particolare predilezione per L’uomo della mia vita). Tra gli scrittori viventi dico Saramago e Mankell. E don Luisito Bianchi, che urla sussurrando.

Ha un libro del cuore che ogni tanto rilegge, anche solo per poche righe, come una sorta di messale letterario?


Ho libri di riferimento, certo. Ma quando mi sento vuoto come una campana - e succede spesso - in genere prendo un giornale e mi rintano in un bar di periferia, e ascolto. Faccio lo stesso anche in treno. Cerco di leggere la vita, di ripassarla, di capirci qualcosa. Per scrivere occorre andare in profondità e i libri aiutano, ma è dalla lettura della vita che bisogna partire.

(Pubblicato su “Queer” di Liberazione - 13.01.2008)

Da Nazione Indiana



lunedì 10 dicembre 2007

Tu alla cassa 5. Io alla 6


Auguste Rodin: Young Girl with Roses on Her Hat




Tu alla cassa 5. Io alla 6

di Remo Bassini




Signore, signore, fa 22 e 75, signore… guardi che c’è la coda.
C’era la coda, c’era ressa, c’era che non trovavo la carta di credito; e così ti ho persa di vista. Io ero alla cassa numero 6, tu alla 5.
Lo so, ne sono certo: mi hai visto, ne son certo, ma poi hai abbassato la testa. Non dovevi.
La canzone di Venditti diceva
la più carina, la più cretina, cretino tu, che rideva sempre…

Già: tu eri la più carina. Cretina no, non lo eri.
Bella, intelligente, inavvicinabile. Eri troppo per me. Per la mia timidezza. Mi bastava sognarti.

Quel sabato pomeriggio. Autunno o primavera, chissà. Sono bello, sono giovane. C’è il sole, è triste, sembra malato. Ma è sabato pomeriggio: non si pensa alla scuola, oggi.
Ti vedo, sei con loro. Sei con i Tre e io con i Tre non sono mai riuscito ad andare d’accordo. Addirittura con Uno ho pure fatto a botte. Cazzotti. Ha due anni più di me, ma credo che il match sia finito in parità. Mi spiace vederti con i Tre, mi spiace vederti soprattutto con lui, l’Uno.
Vi incrocio. Saluto distrattamente, Ciao, Ciao mi dite tutti, ma io guardo solo te, che rallenti, che, non ci posso credere, ti fermi. Ti fermi e dici (sorprendedo quei coglioni):
Ti aggreghi? Facciamo un giro alla Upim e poi andiamo in cremeria.
No, grazie, rispondo, e proseguo, e, proseguendo, per poco non vado a sbattere contro un palo: non me lo sarei perdonato. Mi sarei suicidato fosse successo.
(Per un attimo vedo i tre che si piegano dalle risate e vedo anche te che ridi mentre io son per terra, e sanguino: lo volete capire o no che può essere una cosa grave, gravissima, anzi, morirò: o mentre mi trasportano in ospedale o quando mi dimettono. Perché so già, pensando a te che ridi, che per me non avrebbe più senso vivere.)
Mi è andata bene, però.
Sono ancora giovane e bello: come gli eroi solitari. Tex Willer o Che Guevara, non importa.
E faccio finta di niente, e continuo a camminare. Penso al palo (che figura di cacca avrei fatto), penso a te, a come sei vestita
bella, col fermaglio tra i capelli a forma di stella…
oppure no, meglio questa
quella tua maglietta fina, tanto stretta che…
penso che forse avrei fatto bene a venire, accettare il tuo invito. E penso anche a come sarà il mio sabato: a camminare, da solo.
Faccio quanti metri?, venti?, cinquanta?, cento? e poi mi giro. Oggesù. Non ti sei mossa, sei ancora lì che mi guardi, mi guardi e mi fai un cenno con la mano come a dire Vieni, Vieni, Vieni e mi sembra che il tuo viso sia serio e al tempo stesso sorridente.
Ti saluto da lontano, e, portando a spasso con me la tua immagine, sono contento: ti ho dimostrato che sono forte, che io
solo me ne vo per la città

Poi ti rividi, certo, in quegli anni. Tante volte. Poi crescendo ti persi di vista. Poi ti rividi e ti persi di vista, ti rividi e ti ripersi di vista. Finché un giorno, all’incirca un anno fa, ti incrocio. In un bar. Io prendo il caffè con un amico, tu sei sola, sei di fretta, sei fuggita via dopo uno ciao di rimando al mio.
Faccio in tempo a vedere.
Il viso deturpato da.
Hai una smorfia, che ti strazia il viso, i lineamenti.
Poi ti ho rivista al supermercato, pochi minuti fa.
Tu alla cassa 5, io alla 6.
Tu, cazzocazzocazzo, hai ANCHE un fazzoletto in testa.
Eri bella, intelligente, inavvicinabile.
Sei ancora bella, sei quella che quel sabato mi facesti sentire un eroe bello e solitario.
Vorrei abbracciarti, ora, vorrei dirti: Sai che sono innamorato ancora di te?
Volevo salutarti, chissenferga se la gente dietro di me, alla casa numero 6, sbuffava.
Ero io stavolta che volevo dirti Vieni, vieni, vieni…

Su La poesia e lo spirito

domenica 21 ottobre 2007

Estate lontana




Estate lontana

di Remo Bassini



Tornò in quel paese, quel mare, quel posto preciso di vacanze lontane.
C’è ancora quell’unico scoglio, pensò, dandosi dello stupido, ché gli scogli, almeno loro, solitamente resistono ai piani regolatori.
E rivide - e quasi si commosse, rivedendo - poco più in là, l’ombrellone con, sotto, la mamma, la mamma e il suo costume verde.
Se n’erano andati, loro; chissà in che discarica han sepolto l’ombrellone, pensò, e i tuoi costumi verdi, mamma?, i tuoi sorrisi, i rimproveri?
Aldo, Aldoooo ti scotterai, Aldo, attento, perdi il secchiello.
Aldo, ancora conchiglie?
Si perde tutto, sai mamma.
Anche i ricordi, faccio fatica.
Sai mamma, mi son rivisto a scavare sabbia, costruir castelli di sogni. Da grande sarò, da grande farò.
E tu che mi guardi poco lontana.
Sei triste, non hai voglia di sole. Papà è arrabbiato con me, e poi non verrà, mi dicesti mentendo (perché lo capivo che avevi voglia di piangere, tu).


Pensò che aveva voglia di trovare una conchiglia,
una sola, ancora una.
… Per avvicinartela all’orecchio, farti sentire il mare e poi darti un bacio, mentre mi prepari pane e marmellata, sotto l’ombrellone.

Mercoledì 1 Agosto 2007


Da Appunti




venerdì 28 settembre 2007

In auto, guardando le finestre illuminate


Vincent Van Gogh: Caffè di notte (1888)



In auto, guardando le finestre illuminate

di Remo Bassini




Mi guarda. Ha una faccia buona. Serena. Un uomo buono.
Gli chiedo un caffè e un bicchiere di acqua minerale frizzante. Gradisce una fettina di limone? mi fa. Ne sono certo: è l’uomo ideale per Sara.
L’uomo che si sveglia al mattino, le sorride, magari le prepara il caffè. L’uomo che sa dire cose dolci, regalare un fiore.
L’uomo che non sono io.
Non lo sa, lui, chi sono io. Non ho la minima intenzione di presentarmi. Non voglio che Sara sappia: sappia che ho fatto 400 chilometri solo per vedere la faccia di lui. Dell’uomo che fa l’amore con quella ragazza che, proprio il giorno dell’esame di maturità, felice e con un vestitino a fiori, venne con me al fiume: la prima volta, per tutti e due, sotto un sole cocente.
Un giorno che non dimenticherò mai, sai Sara? (ma io questa cosa non te l’ho mai detta).
Ho impiegato due anni a prendere questa decisione. Ora eccomi qua, nel suo bar. Nella loro città.
Ma il problema non è la sua o la mia faccia. Il problema è la casa, le case. Sono affascinanti la sera. Dall’autostrada, o da altre strade, statali o secondarie, vedo e mi piace, sfrecciando, vedere le finestre illuminate. Intravedere dietro le tende. Immaginare. Mi si stringe il cuore. Ripenso a me, con mamma e papà, da piccolo. Ripenso a Sara. Al calore di una casa.
La salutavo, un bacino sulla porta, poi con le mie stecche da biliardo percorrevo chilometri e chilometri, quasi ogni sera, per gare, allenamenti, incontri.
O solo per assistere ad altre gare. L’importante era respirarlo, il biliardo. E quando uscivo di casa, dopo averla salutata, dopo pochi chilometri ecco che vedevo le prime luci, i primi lampadari, o il bagliore di una televisione. Pensavo, sapevo, che avrei fatto bene a tornare, tornare da Sara, da lei. Che mi aveva salutato dicendomi, Vai non ti preoccupare per me.
Le rivedo oggi quelle luci e provo nostalgia per le mie due case: quella con mamma e papà, quella con Sara. E mi fanno, anche, uno strano effetto: mi fanno, solo per un attimo, odiare il biliardo, che mi ha rovinato la vita. O forse me l’ha resa più bella, non so. Perché di notte io, sempre, oggi come quando dormivo accanto a Sara, sognavo il tavolo, quel colore verde che per me è il più bello di tutti, e il rumore, dolce e secco, della stecca sulla palla che rotola e va, spinta dal pensiero, mentre il cuore, per un piccolo attimo, corre, ma solo un po’: corresse troppo non sarei un campione. Il problema è che quelle luci della case viste dalle autostrade a un certo punto si spegnevano. Si spengono.

(Racconti di un attimo)
Venerdì 14 Luglio 2006

Da Appunti di Remo Bassini

René Magritte: The Empire of Light (1954)


giovedì 20 settembre 2007

Il quaderno di mia madre


Alessandro Lafôret: Maternità


Il quaderno di mia madre

di Remo Bassini




Quando ero piccolo mi terrorizzava, bastava un suo sguardo.
Dovevo essere ordinato e puntualissimo: Se ti ho detto che devi tornare a casa per le sette, devi arrivare almeno con cinque minuti di anticipo.
A volte, questa mia dura madre, era esasperata: e ricorreva al battipanni.
Picchia, le dicevo, fingendo di non aver paura di lei; invece ne avevo, e mi sentivo solo e abbandonato quando non ero protetto dalla complicità di mio padre (ce n’erano anche per lui di rimbrotti).
Ha avuto una vita di inferno mia madre.
Di tanta povertà e di tanta, troppa, sensibilità.
Figlia di mezzadri, da piccola andava a “guardare le pecore”, oppure i maiali. Quando arrivava il momento di far festa, perché si ammazzava il maiale, lei scappava via, e piangeva. Di nascosto, sempre. Perché bisogna essere forti…
Dura, durissima madre.
Leggi e studia, leggi e studia, mi dicevi.
E non ti lamentare, mi dicevi sempre, ché c’è sempre chi sta peggio di noi.
E non ti lamentare se hai mal di pancia, “non fiezzare”, che non serve. Non serve piangere.
Non pianse, lei, quando le morì un figlio, mio fratello Fabrizio. Avevo sei anni. Non un lacrima ma poi, quando vide che la piccola bara bianca veniva ricoperta di terra nera, le gambe cedettero e fu sorretta da mio padre. Solo un attimo, ché si riprese, poi.
E non pianse nemmeno quando, solo due anni fa, perdette un secondo figlio. Nessuna lacrima: mai di fronte agli altri.
E poi ci sono io, vero mamma?, che ti ho fatto piangere tante volte. Anche negli anni scorsi…
Speravo che crescessi, ma non cresci mai, mi dici. Fortuna che hai avuto Silvia, la mia sorellina. Che ti ha inondato d’affetto.
Tu non hai famiglia, sei uno zingaraccio, mi dicevi, severa e adirata, quando ero piccolo.
(Ricordi quanta paura ti feci prendere quando, a sei anni, scappai di casa per ore e ore? Risento il tuo abbraccio, quando mi rivedesti).
Ora non è più una dura madre. E’ un madre mite.
Sono stata troppo dura con te, mi dice.
Mamma, sai che su un cosa che si chiama blog ho scritto di te, e dei cantastorie.
Non ha detto nulla, mia madre, mentre le dicevo “ho scritto di te”.
Giorni fa mi si presenta davanti. Con un bloc notes.
Mi dice: Lo sai che io non ho scuole e faccio gli sbagli.
Leggo.
Ci sono i canti che da ragazza aveva imparato.
Nel tempo che dei guelfi e ghibellini….
E ci sono storie contadine, d’amore e di povertà.
Ha fatto solo la terza elementare mia madre. I suoi genitori, analfabeti, la sgridavano: perché nel quaderno di matematica sprecava carta, c’erano troppi spazi bianchi tra un’operazione e un’altra.
Solo la terza elementare fatta nei giorni pari, perché in quelli dispari c’erano da guardare i maiali, ma, mentre leggo, vedo che i congiuntivi son giusti. Perché mia madre sapeva ascoltare “le belle parole della gente istruita”.
Basta orecchio, a volte.
(18 Settembre 2007)

Dal blog Altri Appunti di Remo Bassini



lunedì 27 agosto 2007

Dubbi sulla scrittura




Dubbi sulla scrittura

di Remo Bassini


Per la prima volta, forse, terrò un corso di scrittura.
Diciamo che non è la prima volta; la prima volta che parlai di scrittura fu, non ricordo se nel 1998 o 1999, nel carcere di Vercelli. Parlai di libri e di giornali. Di incipit e di lead. Parlai. E imparai soprattutto. Se si insegna imparando allora va bene. Mi arricchirò, credo, di contenuti, di storie "balbettanti" ma che hanno una voce nascosta, vera e forte. La scrittura, per me, rimane sempre un campo da esplorare, da capire, giorno dopo giorno. Faccio un esempio. Giornalistico. Avevo in passato un collaboratore che era, come dire, quasi perfetto. Insomma, scriveva bene. Faceva dei bei servizi. Diceva quel che c’era da dire e lo diceva bene, scrivendo bene. Leggendolo, però, ti lasciava un senso di freddo, difficile da spiegare.
Una scrittura fredda e distaccata a volte va bene: a volte.

Un’altra stranezza che mi ha colpito è stata questa. Tre anni fa circa c’era una persona che mi scriveva mail chiedendomi consigli su editoria e scrittura. Ma non solo. A un certo punto ha cominciato a raccontarmi "cose". Cose vere. Quelle mail trasmettevano qualcosa. Quando invece mi mandava dei racconti, per quanto ben confezionati fossero, non (mi) trasmettevano niente. Scrivere a volte è più difficile di quanto si pensi, altre volte no, è semplice, basta raccontare, solo che noi ci complichiamo la vita.


Comunque. Un amico mi ha chiesto di tenere alcune lezioni di scrittura creativa in rete, su un blog collettivo. Penso che rifiuterò. Posso discutere di scrittura non insegnarla (mentre terrò il corso di scrittura, chiamandolo, magari, confronti di scrittura). Perché, per esempio, non mi piacciono le regole, i decaloghi. Io credo che per scrivere occorre leggere due cose: i libri e la vita. E credo anche di non avere troppe certezze sulla scrittura, io.
Per esempio non so rispondere a questo quesito: ha ragione Giuseppe Iannozzi quando dice che i libri son meglio dei loro autori, o ha invece ragione Tecla Dozio quando afferma che la scrittura svela e rivela lo scrittore?
Venerdì, 24 Agosto 2007

Da Appunti

venerdì 27 luglio 2007

Meglio la piazza di internet



Meglio la piazza di internet

di Remo Bassini


Ci si alzava quando io, ora, vado a dormire, anche prima.
Alle 3, le 4 di notte.
L’auto era già stata preperata la sera prima.
Già l’auto, rigorosamente Fiat: la 500, poi la 850, poi il 127.
La classe operaia non andava più in bicicletta, ma in paradiso, per le autostrade.
Sul portabagagli il lettino della sorella più piccola. Sembrava una 500 a castello, la nostra.
Otto ore di viaggio, anche nove, e salire gli appennini erano cavoli amari.
Mio padre alla guida incitava la 500-cavallo: su, vai su.
E le soste per mangiare un boccone. Tutta roba fatta in casa, anche il caffè, nel termos. Allora mi vergognavo, oggi è un bel ricordo.
Le ferie della famiglia operaia negli anni 70.
Dalla padania alla toscana, a qui
Dove andate in ferie?, domandavano a mio padre. In Toscana rispondeva. Ma intendeva dire Cortona e il suo circondario, dai parenti nostri, contadini. Alcuni ricchi, molto, alcuni poveri, molto.

Tanti, come mio padre, se n’erano andati
… la noia l’abbandono il niente son la tua malattia,
paese mio ti lascio, io vado via


Nel luglio del 1974 partecipai a una battitura del grano. Giorni di vacanze lavorando, sotto il sole della Toscana.
Nel luglio del 1974 i miei zii, a mezzadria, avevano ancora un padrone.
Mi fa effetto quando ci ripenso: lui arrivava in moto, spegneva, scendeva e loro che gli dicevano “giorno sor padrone”.
(Un po’ come avviene nell’editoria: giorno sor editore, giorno sor scrittore, giorno sor critico).
Comunque.
Rividi la stessa scena, parlo della battitura del grano precedeuta dalla raccolta, anni dopo nel film Novecento di Bertolucci.
La battitura del grano nella grande aia, poi il pranzo per gli altri.
Venti trenta altri contadini dei poderi vicini. Lavoro a rotazione, come una cooperativa.
Niente di scritto: la tradizione contadina prevede il reciproco scambio della forza lavoro in cambio di un piatto di pasta, un secondo ma non sempre, del buon vino. Sempre.

Siamo, sono ancora un figlio del 900.
E lo sono anche tanti ragazzi, oggi. Quelli che si ritrovano in piazza, quella che un giorno mi disse “scusa se non uso internet, ma preferisco il profumo della carta”.
Lì comunque, a Cortona, quando posso io torno. Anche in treno, che però è scomodo, come sempre. Trenitalia non va mai in paradiso.
Anche lì, a Cortona, certo, c’è internet. Ma c’è un’altra cosa, che resiste. La piazza. I vecchi si ritrovano al mattino e i giovani la sera.
E qui lo dico e non lo negherò mai: meglio la piazza di internet.
9 Luglio 2007


Da Appunti di Remo Bassini