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giovedì 26 marzo 2009

Due pesche




Due pesche
(Sottotitolo: Ovvero: non calerò mai)

di Silvia
(Sgnapisvirgola)



Quando, alla banale domanda di come ci chiamiamo, abbiamo bisogno di concentrarci per dare la risposta corretta, significa che è giunto il momento di concederci un meritato periodo di riposo.

Sfiniti, particolarmente irascibili, col cervello in pappa, gli ultimi giorni di lavoro, in procinto delle sospirate ferie, sono davvero interminabili e sfibranti.
Davanti ad un monitor qualsiasi acceso su un programma qualsiasi già ci si immagina mollemente adagiati su una sdraio davanti ad un mare cristallino, con riviste amene e non, da leggere poco, perché anche la vista merita riposo;
sigarette, musica preferita in cuffia, bevande di varia natura.
Sconsigliato il vino per ovvi motivi e, per i più energici, carte da gioco o addirittura racchette da ping-pong, bocce, pallone da acqua.

Tuttavia malgrado la pigrizia la faccia da padrona, i bagni anche se brevi, i 50 mt. a piedi che si percorrono per raggiungere la battigia, attività fisica di gran lunga superiore a quella che si fa complessivamente durante tutto l’anno, ti portano a credere che forse potresti pure dimagrire, coadiuvati da un’inspirazione pazzesca di iodio, che “brucia” (cosa non si sa) e una leggera tintarella che ti fa sembrare più sana, più soda quindi più bella. Fa pure rima.
Se poi la vacanza la passerai con altre due signore, pur esse di forme morbide e burrose, e con salde radici emiliano-romagnole, la pia illusione è giocoforza triplicata, come i presunti sforzi volti a raggiungere tale scopo.

Ecco perché le signore in questione, sotto l’ombrellone enorme, per evitare ustioni ed eritemi, (e qui bisognerebbe aprire un dibattito su: ombrellone come, quando e perché), esclusa una che deve avere lontani parenti africani, forse nemmeno tanto lontani, sono fermamente intenzionate a pranzare con due pesche e crepi l’avarizia pure una prugna o un’albicocca, e solamente alla sera, mettere le gambe sotto ad un tavolo ricco di verdure e pasta con condimento francescano.
Bevande: acqua non gasata e fuori frigo, concesso in via del tutto eccezionale beverone alla frutta, anche esotica, ma rigorosamente fuori pasto perché non sono tedesche vivadddio.

La Puglia è bellissima ed Alessano che ha solo la sfortuna (si fa per dire) di essere vicino a Tricase* è particolarmente lontano se lo si vuole raggiungere in auto nel secondo weekend agostano. 12 ore di viaggio comprensive di 450 km. a passo d’uomo hanno provato pesantemente le nostre, che arrivate a destinazione attorno alle nove di sera, anche per colpa del figlio del padrone dell’agriturismo che le ha indirizzate in quel paese da settimana enigmistica che è Tricase appunto, visto che potrebbe essere piazzato nel gioco del labirinto, dei rebus, del trova il paese smarrito ect..etc.., non erano riuscite a fare la spesa ed avevano una fame boia.
Per cui, sporche, sudate, bianchicce, esclusa l’Africana, definita così non a caso, che lamentava un pallore anomalo per il suo incarnato, col rischio che venisse infilzata dalla prima forchetta utile di una delle altre due pallide davvero, partono alla volta di un ristorante locale, per mangiare un po’ di pesce. Ovvio, occorre riprendersi dal viaggio.

E non vuoi innaffiare il tutto con un buon bianco secco del Salento? Rigorosamente fresco; tanto, la vita marinara sarebbe cominciata il giorno dopo.
Ma se il sangue non è acqua, e non lo è, anche se ne è composto in buona parte, i retaggi cultural-gastronomici hanno il loro peso nell’espressione complessiva di ognuno di noi, individuabile nella stazza per esempio. Per cui nulla da stupire se le signore in vacanza alla prima spesa svuotano il negozio di generi alimentari come se fossero approdate su un’isola deserta; poiché di Domenica i commercianti pugliesi, giustamente, fregandosene di essere in luogo turistico rispettano i dettami divini, quindi vanno pure loro al mare o dove gli pare, lasciando le signore in profonda costernazione da budello vuoto.
Trovato dopo vari tentativi l’unico negozio aperto nel raggio di 100 chilometri, l’Africana romagnola insiste pesantemente sull’acquisto della farina per fare le tagliatelle.
Sì, avete capito bene, tagliatelle con sugo di carne, perché questa, folgorata dalla recente scoperta che gli uomini si prendono pure per la gola, in modo selvaggio transita da mesi avanti ed indietro per tutto il nord Italia con tagliere e mattarello nel baule dell’auto, fascinando così un certo Carlo da Monviso, di taglio buddista, che passa nottate intere a piegare e mangiare cappelletti. Perché mai quindi toglierlo dal baule? Non si sa mai che venga un bisogno.
Quattro borse di cibo, pesche zero, quelle se le sono portate da casa ed alcune risentendo del viaggio sono pure in stato avanzato di decomposizione.
Vengono nettate e tagliate a pezzi quale macedonia, da portare in spiaggia appunto, ma successivamente gettate nel pattume perché acidule e un po’ puzzolenti.

Per cui comincia da subito ad insinuarsi la sensazione che sarà difficoltà superiore alle aspettative il perseguire l’obiettivo che ora è meglio identificabile con: almeno non ingrassare come porcelle.
Se il buongiorno si vede dal mattino e nel caso delle nostre si vede benissimo, la colazione è un momento importante, innanzitutto perché si raccontano i sogni per filo e per segno, con relativo simposio interpretativo alternando il tutto a scofanate di biscotti intinti nel latte, fette imburrate con marmellata e Nutella per la Lunga che si sa ne è ghiotta, che mentre ne mangia a cucchiate a grugno sogna la crema aurea del geologo torinese, mentre la Corta che per 350 gg. l’anno s’accontenta di un caffè bevuto in piedi e con l’orologio in bocca, non disdegna, risveglio dopo risveglio, aggiungere elementi in più al suo scarno caffè, fino a lamentarsi che il bicchiere della Ferrero è inesorabilmente vuoto per la terza volta. Tutto questo al grido dei luminari nutrizionisti di tutto il mondo che sostengono che la colazione è il pasto principale della giornata, a tal punto che la Lunga influenzata dal suo perfetto inglese di taglio americano lezze govuei, decide di farsi due uova al tegamino, tanto poi a pranzo si mangiano solo due pesche… L’Africana la segue il mattino successivo per vedere l’effetto che fa, mentre la Corta si fa i sandwich di biscotti e marmellata.

Ora ad essere franchi, la differenza la fa la melanina.
Mentre l’Africana potrebbe stare al sole 18 ore ininterrotte e provare a sera solo un leggero fastidio, le pallide delle comitiva, in particolare la Corta che soffre pure di vitiligine (sembra una mucca olandese) senza l’ombrellone non possono resistere sotto la randa per più di dieci minuti consecutivi. Per cui, spalmatissima di protezione 40 la ruminante e spalmatissima di protezione insufficiente la seconda, l’eritema è sempre in agguato; già nel bagno quotidiano si sottopongono allo stress abbronzante, per cui il resto della mattina lo devono passare sotto l’ombrellone appollaiate come due avvoltoi, mentre l’ombra si rimpicciolisce con l’avanzare delle ore.
Diventa quindi una tortura perché anche il pollicione del piede destro deve essere sottratto alla furia bruciante a picco e sui sassi non si sta particolarmente comode. Per cui accaldate e con le chiappe provate da tanto immobilismo da contorsioniste, alla fine hanno i piedi in bocca, decidono di salire per fare un riposino sventolando la bandiera dei dermatologi di fama internazionale di evitare così le ore più dannose per la pelle.
La pineta, il tavolo fuori in veranda, l’orario consono, come dire, aiutano a pensare alla digestione di un pasto precedentemente ingurgitato, per cui malgrado venga condita con elementi naturali e non manipolati, le nostre si fanno mezzo chilo di pasta in tre, tanto è ad alta digeribilità, poi nuoteranno, quindi smaltiranno.


La sera sarà verdura, verdura, verdura.
Le due pesche per domani, sotto l’ombrellone.


Vagando così da un magnifico uliveto all’altro evitando accuratamente Tricase, le nostre si accorgono che i paesini pugliesi sono pieni di negozi di generi alimentari molto assortiti, nonché varie aziende agricole che producono olio di finissimo gusto e piacevole colore ambrato. Sarebbe sciocco acquistarlo di produzione industriale, per cui via a comprarne taniche da 5 litri, una, due, tre, quattro…. come il vino, molto più economico se comprato in tanica, che se anche è bianco e alla Corta brucia lo stomaco, per fortuna, ad ogni pasto se ne fa fuori 2 o 3 bicchieri tanto è buono e fresco. Poi si sa il vino bianco con le pesche è la morte sua.

Per cui costrette da limitazioni fisiche, condizionate dell’atavico appetito, culturalmente capaci di mettere a tavola 20 persone e farle mangiare pure bene, stimolate da una terra ricca di sapori e profumi a sperimentare nuove combinazioni, le nostre si danno alla pazza gioia, cucinando pesce alla griglia, melanzane all’aglio e prezzemolo, sugo di calamari, pastoni piccanti di grande effetto sulle papille gustative e tagliatelle al sugo, perché sarebbe sacrilego rinnegare le proprie radici.

Avvolte da un piacevole turbine festaiolo, considerando la tavola un momento di grande condivisione, magnanime d’animo, non paghe di soddisfare il loro palato invitano i vicini, ben contenti, a condividere pasti in veranda e al ristorante, vorticando tra origano, prezzemolo e peperoncino, aumentando così i già frequenti travasi d’olio e di vino che l’Africana fa prima di ogni lavaggio di piatti che a detta sua è attività assai rilassante, con conseguente e comprensibile rilassamento delle altre due che non spostano manco una forchetta.



Come ogni cosa di questo mondo tutto ha una fine e pure le ferie. Pensando alle auto come tir, perché nel frattempo si sono comprate: occhialini da mare, sandali di gomma, lettino utile in veranda per la pennichella, materassini multiuso, seggioline di plastica e soprattutto tonnellate di cibo, la mattina della partenza corrono e caricano e puliscono. Ad un certo punto, da un anfratto del frigo, spuntano eroiche tre pesche. Tre pesche sopravvissute al viaggio d’andata e rimaste imperiture quale vano proposito di linea perfetta. Inutile dirlo, senza rammarico e senza un minimo senso di colpa vengono gettate via.

E mentre appugliate nel cuore e nello spirito, ma soprattutto nella gola, le tre signore e appendice pelosa si lasciano alle spalle i campi coltivati a pomodori e melanzane, la radio locale annuncia che si sono perse le tracce di un incauto turista entrato a Tricase alcuni giorni prima. Si pregano i cittadini in grado di trovare la porta di casa loro di dare comunicazione alle autorità competenti in caso di ritrovamento. Nel frattempo la giunta riunita in straordinaria prenderà in serio esame la sistemazione della segnaletica stradale, ritenuta, che Dio li fulmini, insufficiente.
Il motto ora è: vedi Tricase e poi sparati, sempre che ci arrivi.
P.S. dopo circa 8 ore di viaggio la Lunga esordisce: adesso ci vorrebbe davvero una pesca.
Silenzio.


* Tricase è una ridente località vicino a S.Maria di Leuca. In realtà non l'ho mai visitata in quanto non sono mai riuscita ad entrarci, infatti i cartelli d'entrata e d'uscita erano intervallati ogni 50 metri. Ho pensato che ne avessero stampati per errore una quantità esagerata e che avessero dovuto piazzarli ugualmente per giustificare in qualche modo la spesa.

(martedì, 26 dicembre 2006)

Da Passaggi casuali

P.S. La penultima immagine è un gentile omaggio di Stefania a Silvia.
(Habanera)

martedì 2 dicembre 2008

Correva l'anno




Correva l'anno

di Silvia
(Sgnapisvirgola)


1969
Estate


Eravamo a Senorbì, minuscolo paesino della Trexenta, area preistorica-nuragica situata nella parte settentrionale della provincia di Cagliari.

Il babbo, vigile del fuoco, si fece trasferire perché io potessi cambiare aria , fare del mare buono e potessi così migliorare il mio stato di salute poiché mi diagnosticarono la psoriasi, una malattia della pelle definita incurabile, ma che col sole, dicevano, se ne sarebbe rallentato il decorso degenerativo.
Solo dopo molti anni e dopo molto cortisone, per fortuna, si scoprì che quella diagnosi era sbagliata. Merito di quel travaglio però, io conobbi la Sardegna, che amai subito, incondizionatamente, come se vi fossi nata.

In paese alloggiavamo presso una signora, Assunta, che allora mi pareva molto anziana anche se aveva meno degli anni che io ho adesso.
Viveva in una casa modesta, pulitissima, piena di cesti di giungo intrecciato fatti da lei nel rispetto della tradizione tramandata di madre in figlia.
La pigione pagata dai miei le serviva per arrotondare la misera pensione del marito pastore, deceduto poco tempo prima, ma nulla di lei e della sua vita, facevano pensare alla povertà o alla miseria, nemmeno la poca carta musica sulla tavola, ovvero il pane carasau, tenuta da offrire agli ospiti col pecorino fresco e le fave intinte nel sale e che quindi non si poteva toccare. Tutto aveva una precisa misura per Assunta e il metro era la sua grande dignità.


Non aveva figli.
Sempre vestita di nero e sempre con un leggero sorriso sulle labbra, pregava ogni giorno in memoria del marito e dei suoi cari, estinti. La osservavo in silenzio nell’ombra della casa, nascosta dal battente della porta, quando, assorta, si accomodava il velo di pizzo bianco in testa e arrotolava il rosario tra le dita. Mi piaceva molto Assunta anche se la guardavo un po’ in distanza, era molto rigorosa e tanto buona.
E poi aveva un giardino pieno di limoni. Mi piaceva asciugarmi i lunghi capelli al sole, in mezzo a quei colori. Mi sembrava che diventassero ancora più biondi a respirare tanto profumo di limone. E lei ogni volta ne staccava uno e me lo passava e ne prendeva un altro e lo addentava con forza. Rideva forte così, a bocca aperta e facevamo le facce perché erano molto bruschi e succosi.
Era più grande della mamma, ma non di tanto, ed andavano molto d’accordo. Allora non m’interessavano le loro confidenze, ma di certo avevano molte cose da scambiarsi tanto erano diverse. L’una, asciugata dal vento secco e caldo, esile e pallida, perché le Signore non prendono il sole, mia madre, giunonica e morbida abituata alle nebbie padane ma con un incarnato da nordafricana. Era bello vederle insieme, che parlavano del loro corredo matrimoniale che entrambe avevano ricamato a mano pezzo per pezzo.

Un giorno Assunta entrò in casa più allegra del solito, più ciarliera e sorridente. La mamma stava preparando il pranzo e io ero in giardino a giocare. Con l’entusiasmo di una bambina a cui avessero fatto un regalo ci annunciò la sagra di paese che sarebbe cominciata dopo pochi giorni e che ci sarebbe stato un gran daffare anche per noi.
Mi dilungherei troppo nel raccontare quanta operosità ci fu in quella settimana, quanti preparativi febbrili e quanti uomini andavano su e giù per le strade a portare cose e a tirare cavi e luci. Le donne, abbandonati i lavori di cucito che facevano nelle ore pomeridiane, sedute sulla soglia di casa, preparavano pani di forme bellissime e ceste piene di dolci che avvolgevano in carte colorate. Anche Assunta aveva messo la tovaglia di pizzo sulla tavola del soggiorno e preparava dolci in grande quantità aiutata da mia madre che mi strillava in continuazione e mi picchiava sulle mani perché non li rubassi. Solo Assunta, col suo sguardo capace di dire tante cose, mi teneva buona, ma alla fine un paio riuscivo a rubarli ugualmente, o meglio, me lo lasciavano fare. Erano buonissimi.


Il babbo era spesso in servizio e stava in caserma anche una settimana di fila perché quello era il periodo dei grandi incendi e in quel territorio così impervio e selvaggio era molto faticoso spegnere i focolai seminati per i boschi. Tornava a casa per un paio di giorni e poi ripartiva per il distaccamento sito in montagna. Lo vedevo poco però mi dava la sensazione di essere felice. Aveva trovato molti amici, tra i quali Zuddas, che gli faceva da guida e lo aiutava a tracciare i percorsi tra le montagne e raggiungere gli incendi. Il babbo con la sua squadra, spegneva il fuoco con le frasche, perché l’acqua per quanto ne abbondasse nel sottosuolo, non emergeva in nessun bacino da cui poter attingere. Ha passato momenti difficili e anche pericolosi, ma ancora oggi ricorda quel periodo come uno dei più belli della sua vita. E’ un popolo concreto quello sardo, molto orgoglioso delle proprie origini con un forte legame per le tradizioni. Come mio padre.

Venne il giorno dell’apertura della sagra e il babbo che era a casa, per l'occasione, decise che saremmo andati tutti in piazza a festeggiare. Allora Assunta prese mia madre per un braccio e la trascinò in camera da letto che ne uscì poco dopo, vestita con l’abito tradizionale del paese.

Era così bella che non mi ricordo di averla vista così raggiante altre volte. Anche Assunta era contenta, forse un po’ commossa. Probabile che quell’abito le ricordasse momenti belli della sua vita che non avrebbe più vissuto. Tratteneva l'emozione coprendosi la bocca con la mano in una forma di gioia pudica.
Uscimmo tutti e tre, la mamma era molto lusingata, io invidiosa, che avrei voluto anch’io un abito così. E a nulla valsero le insistenze anche di mio padre, di cui Assunta aveva un po’ soggezione, per portarla con noi. Lei era in lutto e non avrebbe potuto partecipare a feste per molti anni ancora. Ci salutò dalla finestra a piano terra, sorridente e orgogliosa che qualcosa di lei fosse con noi.

Mi auguro che stia bene Assunta, nel suo giardino di limoni, col suo sguardo mesto e il suo velo di pizzo bianco per il rosario. Penso ora, che fosse il velo da sposa.

(domenica, 21 settembre 2008)

Da Passaggi casuali