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giovedì 3 gennaio 2008

Bischerate (6)




Bischerate (6)

di Roby


Sentire un non toscano sforzarsi di parlare con accento "fiorentino" è -per gli indigeni- estremamente divertente. Intendiamoci, dev'essere ugualmente spassoso, per un palermitano, assistere agli sforzi di un milanese per imitare la parlata sìcula ("Montalbano sono!"), o irresistibile, per un veneziano, ascoltare un calabrese che interpreti la goldoniana Locandiera.
Di solito, chi imita il fiorentino tende ad infilare c aspirate dappertutto, anche dove non ce ne sono: e questo perchè l'aspirazione, spesso, varia a seconda della lettera (vocale o consonante) che precede la c incriminata. Ad esempio, dovendo "tradurre" in vernacolo Il cane di mia madre non la smetteva di abbaiare, si dirà I'ccane (e non Il hane) della mi' mamma un si volea hetare; mentre in Caro, dove hai lasciato il tuo cane? la pronuncia sarà: O nini, ndo' tu l'ha' messo i' tu' hane? Altro punto dolente del fiorentino parlato è la t tra due vocali. Andato, passato, comprato, ecc. si trasformano inesorabilmente in andatho, passatho, compratho e simili (se non addirittura in andaho, senza più alcuna traccia di t): e i professori che insegnano inglese nelle scuole di Firenze gioiscono, increduli, di come gli scolari locali riescano a imparare senza sforzo la pronuncia del th di the, thousand, three, ecc.
Io ci sono nata, all'ombra del campanile di Giotto, ma da piccolissima mi sono trasferita a Bologna con tutta la famiglia, rimanendoci 10 anni: qui, tra le due torri, la mia maestra delle elementari insisteva sempre perchè facessi sentire alle mie compagne l'esatta dizione di parole come bène (e non béne), giardino (e non zardino), stella (e non stalla... il che, specialmente a Natale, generava imbarazzanti confusioni!). Adoravo quell'insegnante -per me quasi una seconda mamma- ma non quando mi spingeva a fare da professoressa alle altre: le quali, se avessero potuto, mi avrebbero incenerito, mentre leggevo, in piedi davanti alla cattedra, il classico raccontino del libro di lettura!
Ironia della sorte, tornata a Firenze in età adolescenziale, le mie nuove colleghe di studi mi prendevano in giro per il mio accento "bolognese": e questo perchè, lontana così a lungo dalle rive dell'Arno, la mia c aveva perso ogni aspirazione, rassegnandosi a tornare al tran tran di una vita da consonante "normale"...


Stinchi, fiaccheraio dell'Acqua cheta

mercoledì 26 dicembre 2007

Bischerate (5)


G.P.Gori, La festa del grillo (1959)


Bischerate (5)


di Roby




In controcorrente con il clima natalizio in corso, vorrei parlarvi di un'altra festa, decisamente primaverile, molto sentita a Firenze fino a una quindicina d'anni fa. In occasione dell'Ascensione, che cade in una data variabile attorno al mese di maggio, il parco delle Cascine (la vecchia tenuta granducale delle Cascine dell'Isola, poi munificamente donata alla cittadinanza tutta) si animava fin dalla prima mattina di voci, colori, profumi e suoni. Soprattutto suoni, sì, ma di un tipo molto speciale, molto naturale, per non dire quasi biologico: a produrre la musica di sottofondo dell'intera giornata, infatti, erano le elitre di migliaia di grilli dalla livrea nero ed oro, ospitati -volenti o nolenti- in migliaia di coloratissime gabbiette di legno a forma di casetta, castello, villetta o chalet, per la gioia dei fiorentini under 10. L'agitazione, nelle case all'ombra del cupolone, iniziava appena svegli: "Babbo, si va? Se 'un ci si spiccia, le meglio gabbiette le 'un si trovan più, come successe anno: ti ricordi? Quelle, le finiscan per prime!". Genitori e nonni, pressati dalle insistenze dei pargoli, finivano per cedere, rassegnandosi a trascorrere un paio d'ore in mezzo all'allegra confusione di bancarelle traboccanti di croccante e duri di menta, venditori di palloncini che parevano sul punto di volar via insieme a tutta la merce, cani lasciati liberi nel prato del Quercione... e poi tanti, tanti banchini, piccoli e grandi, pieni di gabbiette (vuote) disposte in bell'ordine, dalle più semplici alle più complesse (e costose). Una volta effettuata la scelta, indicata dal ditino infantile puntato sulla casetta desiderata, il venditore apriva lo sportellino di ferro e introduceva nella minuscola prigione, traendolo da scatoloni collocati sotto il banco, un cosino scuro e piccino, palesemente contrariato di trovarsi colà: il grillo, re e vittima di tutta la festa! Insieme a lui, veniva consegnata ufficialmente al piccolo proprietario qualche foglia d'insalata, invitandolo a non far mancare all'insetto detenuto la sua razione di cibo quotidiano: e se vedeste con che appetito divorava la cena, l'ospite canterino!!! Le mamme, a casa, non erano granchè entusiaste di ritrovarsi sul davanzale di cucina -sia pure in gabbia- un animaletto nero pieno di zampette, ali e antennine. Appunto per questo, intercedevano subito perchè al carcerato fosse concessa al più presto la grazia, da applicarsi lasciando aperta la prigione nel bel mezzo della campagna, in Roveta o a Monte Morello: cerimonia, questa, presieduta da tutta la famiglia ed officiata dal giovane carceriere, con grande serietà. I grilli, insomma, non soffrivano troppo a lungo la mancanza di libertà, e probabilmente, una volta tornati alla vita civile, si davano da fare saltellando qua e là e riproducendosi con maggior lena del solito. Ma -a torto o a ragione- negli anni '90 del XX secolo ambientalisti ed amici degli animali sollevarono vibrate proteste contro i crudeli maltrattamenti sofferti dalle indifese bestiole, decretando ben presto la fine di una manifestazione tanto spensierata e sentita. A onor del vero, la Festa del grillo esiste ancora, almeno di nome: ma nelle gabbiette vendute a carissimo prezzo albergano malinconici grilli di plastica, di gran lunga più repellenti di quelli in elitre e cartilagine. Era meglio prima? E' più "politicamente corretto" adesso? Indovinala grillo!!!


Il viale della Regina alle Cascine (fine Ottocento)


giovedì 13 dicembre 2007

Bischerate (4)




Bischerate (4)

di Roby



Quando si parla di cucina toscana, la prima cosa che viene in mente è la tipica fiorentina al sangue, alta due dita e col suo bel pezzo d'osso attaccato, magari servita insieme ad un fiasco di Chianti "di quello bono". Ora, in questa "bischerata" dedicata al mangiare fiorentino non aspettatevi niente di tutto ciò, perchè io -l'ho già detto e ribadito altre volte- potrei benissimo vivere senza toccare carne rossa, cotta, cruda, arrostita o in umido che sia: mentre cadrei stecchita in 24 ore se mi togliessero i cibi derivati dal pane, dalle verdure e dai latticini in genere. Ad esempio, potrei annegare piacevolmente in un'enorme pentola di coccio colma di minestra di pane -meglio ancora se "ribollita"- lasciandomi sommergere da un denso brodo di fagioli, fra onde di spumeggiante cavolo nero, isolotti di pane raffermo ammollato, zattere di pomodoro maturo e allegre conchiglie di carota. E il naufragar mi sarebbe gustoso in questo mare... specie se favorito da un "C" d'olio versato dal beccuccio, a degno coronamento del capolavoro.



Ma non mi fermo certo qui: un'altra delle mie debolezze gastronomiche, che antepongo senza esitare alle più raffinate creazioni di nouvelle cuisine d'oltralpe, sono i crostini di fegatini, altro tipico piatto povero, ricavato con rara perizia contadina dalle umili frattaglie di pollo e gallina usati per il brodo o per il bollito. Mi è impossibile anche solo accennare ai crostini "toscani" senza avvertire all'istante un robusto languore allo stomaco, accompagnato dall'immediato sorgere di acquolina in bocca e dal dilatarsi delle narici, in cerca del profumino caratteristico dell'impasto che cuoce nel tegamino antiaderente, opportunamente rimestato col cucchiaio di legno. La "morte" dei fegatini, secondo me, è su fette di pane rigorosamente toscano (quello non salato, o-per dirla come noi a Firenze- "sciocco"), tagliate piuttosto grosse. Purtroppo, in rete non ho trovato immagini adeguate di simile saporoso paradiso, se non quella di un vassoio abbastanza anonimo, nonchè (per i miei gusti) decisamente scarso: io, con quella quantità di crostini, potrei farci appena appena merenda!

Per fortuna, l'ora di cena si avvicina: e benchè io non sia certo una cuoca provetta, mi basta affettare un bel filoncino cotto a legna, abbrustolirlo sul fuoco e poi ungerlo d'olio extravergine d'oliva D.O.C.G. per sentirmi detto fatto seduta alla principesca tavola del Magnifico Lorenzo.




giovedì 6 dicembre 2007

Silenzio


Marco Ricci, Riunione musicale (1705-1707)


Silenzio

di Roby


Due ore libere a fine mattinata, per una fortunata serie di circostanze, costituiscono un'occasione troppo rara e troppo ghiotta per sprecarla gingillandosi tra caffè, shopping pre-natalizio e sbirciatina alle vetrine del centro.
Specialmente quando si sa che a due passi dall'ufficio, presso la Galleria dell'Accademia che ospita l'accigliato David michelangiolesco, la piccola deliziosa curatissima mostra Meraviglie sonore non aspetta che di essere gustata!
Quindi, eccomi qui, tra i velluti rossi delle teche di vetro e le luci soffuse -per non danneggiare le fragili coloriture delle opere esposte- mentre una musica tenue, quasi impalpabile, avvolge morbidamente il tutto.
La ressa dei turisti, in questo periodo dell'anno, è ancora contenuta (tornate fra dieci giorni e non troverete spazio neppure per respirare!), la giornata è feriale e ci sono anche gruppi di scolaresche condotte in visita da volonterosi insegnanti.
Alle pareti, dipinti di argomento melodico; nelle sale e nelle vetrine, strumenti musicali dal XVI al XVIII secolo, per tutti i gusti e per tutte le orecchie. Uno, in particolare, calàmita la mia attenzione: la spinetta poligonale di Annibale De Rossi -datata MDLXXVII nel bordo subito sopra i tasti- un gioiello assoluto di ebano, avorio, gemme e pietre dure (1928 in totale!) davanti al quale è impossibile non fermarsi rapiti, fantasticando su quale incanto debba essere la sua voce...
"Ecco, ragazzi, venite, guardate qui." Le parole della guida mi distraggono dalle mie elucubrazioni, mentre il gruppo si affolla attento intorno a lei. "Osservate le decorazioni di questo strumento, un pezzo unico: pensate che fino a poco tempo fa la si poteva ancora suonare. Ora invece" (e qui, una piccola pausa raggelante) "dopo l'ultimo restauro, purtroppo, questa spinetta non suona più".
Le mie due ore di libertà sono finite. Le fantasie di bellezza ed armonia -almeno per oggi - anche. Esco in fretta, col cuore stretto, in testa l'eco del silenzio rassegnato di quei tasti stupendi, lucidi, perfetti. E ormai desolatamente muti.


(Info Meraviglie sonore )


Annibale De Rossi, Spinetta poligonale (Milano, 1577)

sabato 1 dicembre 2007

Bischerate (3)


Piazza del Mercato Vecchio nel 1882, a demolizioni già iniziate


Bischerate (3)

di Roby



Spesso, dopo aver a lungo rimuginato su tutte le leggerezze commesse in anni più o meno giovanili, un pensiero ristoratore giunge benevolo a sollevarmi dalle ambasce: Maremma ma***a, c'è anche chi di bischerate ne ha combinate più di me!!! Tipico esempio, gli autori (Giuseppe Poggi in testa) dello sventramento del centro fiorentino, nell'ultimo ventennio del XIX secolo. Scempio contrabbandato per risanamento, in base al discutibile assunto che la zona dell'antico cardo e decumano, sede del Mercato vecchio e del Ghetto ebraico, sarebbe stata un ricettacolo di sporcizia fisica e morale, non bonificabile se non radendola letteralmente al suolo. E così avvenne. Del dedalo vissuto e chiassoso fatto di viuzze, chiesine, piazzette, archi e piccole logge -così simile ad un souk arabo da esser stato addobbato proprio come un bazar, durante il Carnevale del 1880- non restò che polvere, silenzio e anonima pulizia.

Chiesa di San Pier Buonconsiglio, prima del 1883

La chiesa di San Pier Buonconsiglio, con la caratteristica scaletta prospiciente l'entrata, rivive soltanto in qualche dipinto e foto d'epoca, così come Sant'Andrea, Santa Maria in Campidoglio, San Tommaso. E come una miriade di stradine intricate, cuore pulsante da secoli della Città del Fiore: vicolo de' Lontanmorti, via delle Sette Botteghe, via dei Ferravecchi, piazza de' Marroni, piazza dell'Uova, via delle Ceste.... Nomi che, solo a sentirli, mi si rimescola il sangue, pensando all'emozione che avrei provato nel leggerli dal vivo, sulle targhe agli angoli fra l'una e l'altra via. Invece, niente. Tutto finito, perduto, buttato via, per far posto al nuovo centro della città da secolare squallore a vita nuova restituito, come pomposamente recita la lapide che troneggia sull'arco dell'odierna Piazza della Repubblica (Piazza Vittorio Emanuele fino al 1947).

Piazza della Repubblica, oggi

Ogniqualvolta mi capita di vedere qualche turista entusiasta, fermo a fotografare quel capolavoro di tronfia banalità che sorge immeritatamente sulle ceneri di una storia cancellata per sempre, vengo colta dall'irrefrenabile impulso di avvicinarmi e chiedere: "Scusi tanto, ma le piace davvero quella pretenziosa, inutile, pesante doppia fila di colonne? E quel portico insulso, messo lì come il cavolo a merenda? E quell'arco monumentale, unico superstite di un progetto di galleria coperta, fortunatamente abortito sul nascere, che avrebbe dovuto congiungere la piazza a Palazzo Strozzi? ". In caso di risposta affermativa, proporrei seduta stante il foglio di via obbligatorio. Dopodichè, tornerei a guardarmi intorno sforzandomi di immaginare tutto come doveva essere prima del 1882, quando Telemaco Signorini dipingeva con infinito amore un pezzo della sua città ormai condannato a morte: e ad un odioso impiegato comunale che, vedendolo assistere alle demolizioni con le lacrime agli occhi, gli chiedeva ironicamente se piangesse per quelle porcherie che venivan giù, rispondeva, amaro ma fiero: "No: piango per le porcherie che vengon su!".

Telemaco Signorini, Mercato Vecchio (1882)


venerdì 23 novembre 2007

Bischerate (2)



Bischerate (2)

di Roby



I turisti, a Firenze, sono -o dovrebbero essere- un male necessario. Portano -o dovrebbero portare- introiti nelle casse comunali, incassi per albergatori e ristoratori, guadagni vari a tutto il mondo di servizi connesso al grande museo all'aperto che questa città è. Da parte mia, non nascondo che nei periodi turistici di punta, tipo marzo-aprile, luglio-agosto e dicembre-gennaio, mi astengo volutamente dal percorrere le vie del centro in orari che non siano le 7,30-8 del mattino o le 22,30-23 della sera. Unica eccezione, quella mezz'oretta, poco dopo le 14, in cui sono costretta a fare il percorso inverso ufficio-casa: ed in quei pochi minuti, credetemi, può succedermi di tutto! Nello spazio di duecento metri vengo fermata almeno tre volte, nell'ordine, da: la classica giapponese minuscola con macchina digitale microscopica che mi chiede a gesti di fare una foto a lei e all'altrettanto lillipuziana sua amica; la coppia di sposini romani modello Verdone-Gerini ("Famolo strano"), che s'informa su quale sia il posto più vicino dove "se magna bbene"; la famiglia di lingua spagnola ansiosa di sapere "donde esta el David de Miguelanjelo". Ecco: le richieste di informazioni sul David sono fra le più gettonate in ogni stagione. Tutti ardono dalla voglia di raggiungere nel più breve tempo possibile la Galleria dell'Accademia in via Ricasoli, quasi all'angolo con piazza S.Marco, ignorando che -prima di poter ammirare l'originale della celebre scultura- dovranno sciropparsi almeno due ore di coda, allietata tuttavia dalla presenza di ambulanti cinesi, mediorientali e centroafricani pronti a vender loro di tutto, dalla sciarpa viola della Fiorentina alla stampa raffigurante il Canal Grande o il Colosseo (giuro: le ho viste io!)... tanto, l'importante è che siano monumenti italiani!!! Chi non ha la pazienza di far la fila può sempre contemplare la copia sistemata in Piazza Signoria, nella collocazione voluta in origine dall'autore e dal governo cittadino; oppure la versione in bronzo, che osserva con il tipico fiero cipiglio il panorama fiorentino, dall'alto dello scenografico Piazzale Michelangelo. Gli amanti del kitsch, poi, possono sbizzarrirsi nella scelta di souvenirs ispirati alla statua, fra cui spicca per lo squisito (!) buon gusto il grembiule da cucina (!!) che riproduce la porzione collo-ginocchia (!!!) dell'atletico eroe biblico, dando così all'aspirante cuoco che lo indossa l'illusione di un fisico scultoreo. E che dire della pubblicità? Il "giovane" David è stato più volte sfruttato in manifesti e spot, tanto che ultimamente le Belle Arti sono un po' più sollecite nel tutelare la sua immagine. Però, che ne dite delle sue doti di fotomodello? Bisogna ammetterlo: i jeans, su di lui, sembrano proprio modellati addosso!


sabato 17 novembre 2007

Bischerate (1)


Il Duomo di Firenze: la strada in ombra sulla destra è via dell'Oriuolo


Bischerate (1)

di Roby



Malgrado mi ritrovi spesso a rimpiangere scelte non fatte, errori commessi e sogni abbandonati, non sono pochi - a conti fatti - i motivi per cui devo ritenermi fortunata: uno di questi, e non certo l'ultimo, è quello di essere nata e di abitare a Firenze.
In realtà, non sono assolutamente una fiorentina D.O.C., anzi: i miei nonni erano metà romani, metà sardi, mio padre ha messo piede in questa città solo a vent'anni e mia madre ci è nata "per caso".
Lo spirito arguto e quasi cattivo dei toscani, quindi, non è connaturato al mio carattere, anche se, vivendoci in mezzo, l'ho in parte assorbito... specialmente da quando ho smesso di comprare l'acqua minerale in bottiglie e bevo direttamente dalla cannella...
Vivere a Firenze ha i suoi pro e i suoi contro, così come probabilmente avviene in milioni di altri luoghi al mondo.
Io, però, dei pro e dei contro altrui so molto poco, per cui posso parlare solo dei miei: confidando, naturalmente, nel trovare qualcuno tanto paziente da ascoltarmi.
Un vantaggio indiscusso, abitando non lontano da porta S. Frediano e lavorando invece presso la cupola del Brunelleschi, è quello di vedere trasformato il percorso in autobus casa-ufficio e ufficio-casa in un tour monumentale della città, che si snoda ogni giorno attraverso la pittoresca strettoia delle stradine d'oltrarno per poi sbucare sui lungarni, attraversare il ponte a S. Trìnita (non Trinità!), sfiorare le vetrine di lusso di via Tornabuoni, salutare il campanile di Giotto ed imboccare infine via dell'Oriuolo. Dove, quasi ogni mattina, non posso fare a meno di alzare lo sguardo verso la targa apposta all'angolo con piazza del Duomo, anche se già so quel che c'è scritto: "Canto dei Bischeri". Ora, il termine bìschero, "ingenuo", "scemo" - prima confinato entro le mura fiorentine - grazie a Benigni, Pieraccioni e Panariello è divenuto ormai familiare anche a lombardi, romagnoli, romani e siculi: ma l'origine di tale accezione bonariamente negativa sta proprio qui, alla cantonata di questa strada.
Qui sorgevano, nel '300, gli stabili di proprietà della ricca famiglia omonima, interessati dalle espropriazioni dell'Opera del Duomo che proprio in quegli anni era in costruzione. L'Opera offrì ai Bischeri una bella somma per la vendita degli immobili, ma loro rifiutarono, tirandola per le lunghe nella speranza di alzare il prezzo. Il tira e molla andò avanti per un po', finchè un incendio pose fine alla questione: adesso il terreno per il Duomo era libero, e la famiglia che voleva troppo si ritrovava a non stringer nulla, come dice il proverbio. Se non quell'appellativo, modellato sul suo cognome, che ne fa ancor oggi un casato ironicamente noto in tutt'Italia.

Via dell'Oriuolo: il Canto dei Bischeri è sulla sinistra


mercoledì 1 agosto 2007

Indro Montanelli "La mia Firenze"




Indro Montanelli "La mia Firenze"

di Laura Tavanti


Ho conosciuto Indro Montanelli a Milano, ero molto giovane; allora frequentavo l’Accademia di Belle Arti di Brera. lui era amico di miei carissimi amici. Quando penso a Indro, l’ immagine che ho immediata è il mio primo voto elettorale, in via della Spiga, accompagnata sottobraccio da Indro e da Maner Lualdi, altrettanto famoso giornalista corrispondente di guerra del Corriere della Sera, e audace trasvolatore oceanico, al quale si deve, tra l’altro, la creazione del Teatro S.Erasmo di Milano, il primo teatro a palcoscenico circolare. E’ un’immagine tenera e calda. Col tempo Indro mi regalò la sua amicizia. Voglio ricordarlo con un brano di un suo scritto inedito da "La mia Firenze" di proprietà della "Fondazione Indro Montanelli" di Fucecchio.

“Ancora oggi, i giardini di Firenze non sono giardini. Sono orti: con l’ulivo, il fico, il cipresso. Il fiore che vi si coltiva non è la rosa, ma il giaggiolo.(…) Al giardino- orto di città faceva da contrappunto l’orto-giardino del contado(neanche i secoli hanno cancellato, oggi, nei fiorentini la vocazione agreste, l’amore della campagna e il rimpianto del castello, che ora è diventato villa o fattoria). Il paesaggio toscano è un capolavoro d’armonie, et pour cause. Alla sua base c’è un miracolo d’intelligenza e di gusto, di cui nel mondo non ho visto l’eguale, una concezione rigorosa e asciutta delle linee e delle proporzioni che nulla concede al superfluo e che riflette plasticamente quelle qualità essenziali del “genio fiorentino” che si ritrovano anche nelle sue espressioni artistiche. Confrontando il paesaggio d’oggi con gli sfondi dei quadri del Quattro e del Cinquecento, vien da chiedersi se sono stati i pittori a copiare i contadini, o i contadini, i pittori. Negli uni e negli altri c’è lo stesso rifiuto dell’ornato e per l’ornato, del barocco, del languido, del grazioso, la stessa allergia al retorico e al superfluo, lo stesso nitore di luci, la stessa ascetica secchezza di disegno. E’ questo che fa lo “stile”toscano, anzi lo ribadisco, fiorentino: e lo si ritrova tal quale in una tela di Benozzo, in una pagina di Guicciardini o di Machiavelli, o in un podere del Chianti o del Valdarno. Il Lombardo Cattaneo chiamò la Toscana “un immenso deposito di fatiche”. Ed è vero. Ci sono voluti secoli di assiduità senza pause per fecondare questa terra avara, per addolcirne senza sbavature i contorni, per vestirla d’alberi, per fissarne i volumi, per trovare i giusti rapporti fra città e campagna, fra bosco e coltivo. Ma oggi già pochi anni d’abbandono stanno dimostrando quanto sia facile che sterpi e gramigna invadano i poderi, e che il selvatico prenda il sopravvento, come si vede qua e là, col rischio che per sempre si guasti questo difficile equilibrio, basato com’è su un implacabile controllo di muscoli e d’intelligenza”.