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mercoledì 31 ottobre 2007

La donna che aspettava


Holsoe, Carl Vilhelm: Waiting By The Window



La donna che aspettava

di Gabriella Alù



Andrei MAKINE, La donna che aspettava (tit.orig. La Femme qui attendait), traduz. dal francese di Anna Maria Ferrero, p. 132, Einaudi collana Arcipelago, ISBN 88-06-17226-3


Andreï Makine è uno scrittore francese di origini russe (è nato in Siberia nel 1957), arrivato in Francia dalla ex Unione Sovietica nel 1987. Ha pubblicato parecchi romanzi con uno dei quali -- Il testamento francese -- ha vinto nel 1995 i prestigiosi Prix Goncourt ed il Prix Médicis.
Nominato anche membro dell'Academie Française è oggi considerato uno degli autori francesi contemporanei più interessanti.

Makine è un autore che mescola con una modalità molto singolare i due mondi lontanissimi della Francia e della Russia: è infatti un russo che scrive in francese, che vive ed è naturalizzato in Francia ma che ambienta i suoi romanzi nella russia post-staliniana.

Questo La donna che aspettava --- titolo originale La Femme qui attendait --- è del 2004 ed è il suo primo romanzo che leggo. Ho già in lista gli altri perchè la lettura di questo libro mi ha catturata e sono decisa ad approfondire l'universo di quest'autore.

Il romanzo è ambientato negli anni Settanta ed è la storia -- narrata in prima persona -- di uno scrittore di Leningrado che a ventisei anni, stufo dei circoli di letteratura dissidente che frequenta e nell'attesa di terminare una sua satira sulla società sovietica, coglie al volo l'offerta di un collega di andare a Mirnoe, una sperduta cittadina della regione di Arcangelo, per fare una ricerca sui costumi locali in tema di cerimonie nuziali e funerarie. Qui incontra la quarantenne Vera.

La donna conduce una vita ritirata in una casupola vicino al Mar Bianco, fa la maestra elementare ma soprattutto si occupa delle vecchie del villaggio che la guerra ha reso vedove e sole al mondo. Vecchie che aspettano solo che la morte arrivi anche per loro.

Vera è la donna che aspettava: nel 1945 infatti, appena sedicenne, ha visto partire per la guerra il ragazzo che amava. Un primo amore mai più tornato ma che lei continua ad aspettare nonostante siano ormai trascorsi trent'anni.

Il romanzo racconta la fascinazione del narratore verso questa donna enigmatica: Vera ci appare soltanto attraverso lo sguardo del narratore e la sua immagine muta continuamente a seconda del mutamento dei sentimenti, delle percezioni, delle costruzioni mentali di lui. Non c'è dunque una sola Vera, nel libro, ma tante. Per esempio: con supponente convinzione il protagonista dà per scontato, vedendo alcuni libri di linguistica nella povera casetta di Vera, che si tratti di volumi da lei trovati in qualche casa abbandonata dei dintorni e esposti lì per una sorta di pretenziosa esibizione di arredamento... salvo poi scoprire che questa maestra elementare che va in giro a piedi nudi e con addosso un logoro cappotto militare ha condotto all'università di Leningrado lunghe e complesse ricerche di linguistica. Nella prima parte del romanzo, di Vera non sappiamo nulla se non che continua ad aspettare il suo uomo partito per la guerra. Nella seconda parte riceviamo invece molte informazioni ma le tante altre scoperte che il narratore fa (e noi con lui) rendono la conoscenza di questa donna, paradossalmente, sempre più sfuggente e inafferrabile.

Non riusciamo neanche ad essere certi delle vere ragioni dell'attesa: si tratta di una scelta consapevole di Vera oppure, molto più banalmente, la sua solitudine è dovuta al fatto che la guerra ha determinato, in quel villaggio alla periferia dell'impero, la scomparsa quasi totale degli uomini validi?

La critica di Makine alla realtà sovietica è feroce. I suoi abitanti sono ridotti a "ingranaggi assonnati" totalmente in preda a decisioni ed eventi di cui non possono essere protagonisti attivi, ma solo strumenti passivi e rassegnati.

Ancora più tetra è la vita a Mirnoe, luogo dove il tempo sembra essersi fermato e dove convivono i disastri prodotti dalla guerra e l'attesa rassegnata della morte. Molte le donne anziane accudite da Vera. Pochi i bambini che nascono, numerosissimi gli invalidi, gli alcolizzati, tante le famiglie distrutte.

Ma a mio parere la bellezza di questo libro sta altrove: nel lirismo delle descrizioni dei paesaggi, nella capacità di rendere la mutevolezza delle atmosfere psicologiche tra i due personaggi principali del romanzo e soprattutto, forse, nella affascinante inafferrabilità di Vera.

Perchè troppo spesso, ci dice Makine "le parole, spesso pretenziose e categoriche [...] dissezionano, stabiliscono, classificano. Tutto diventa comprensibile e rassicurante [...] Il mistero dell'altro è addomesticato". In realtà, il tentativo di razionalizzare "è una specie di assassinio, perchè uccidiamo quella creatura infinita ed inesauribile che abbiamo incontrato. Preferiamo aver a che fare con una costruzione verbale piuttosto che con un essere vivente..."


L'autore
Il libro

lunedì, 14 maggio 2007

Da NonSoloProust



martedì 26 giugno 2007

Il delitto di Olga Arbélina




Il delitto di Olga Arbélina

di Gabriella Alù


All'inizio del romanzo, Olga Arbélina non è che un nome inciso su una pietra tombale in un piccolo cimitero parigino in cui sono sepolti russi fuggiti dalla Rivoluzione d'ottobre ed alle purghe staliniane. Un vecchio custode, anche lui russo, avvolto in un lungo e logoro vecchio cappotto militare, racconta ai visitatori del cimitero la loro storia.

Sotto quella lapide c'è la principessa Olga Arbélina, morta negli anni '60. Una bella donna nata all'inizio del Novecento. Fuggita ancora giovane alla rivoluzione sovietica e rifugiata assieme al figlio emofiliaco ed ancora piccolo in un paesino vicino Parigi, in una sonnolenta comunità di anziani esuli russi in cui solo le variazioni del cielo e delle stagioni costituiscono eventi significativi e dove la vita trascorre monotona.

Fino al giorno in cui un passante scopre sulla riva del fiume "nella quiete sonnolenta e campagnola" di una calda giornata estiva una scena assurda e raccapricciante: "un uomo dagli abiti inzuppati d'acqua, disteso sulla riva, con il cranio sfracellato, e una donna dai capelli scarmigliati e grondanti, dai seni nudi, una donna che sedeva immobile su una roccia, accanto all'uomo in agonia" (p.20)

Si tratta di un delitto oppure di un incidente? Al processo Olga non fa nulla per difendersi, al punto che il giudice istruttore -- il quale non crede si sia trattato di omicidio -- dice "E' la prima volta in vita mia che devo convincere una persona che non è stata lei ad uccidere" ed all'interprete, che perplesso gli chiede:"Ma non crede che attribuendosi questo delitto lei voglia tacerne un altro" il giudice risponde "Un assassino rompe una vetrina, lo confessa e, incarcerato, elude un omicidio. Ma non ci si fa carico di un omicidio per nascondere una vetrina rotta..." (p.33)

Olga viene assolta pienamente e poco dopo lascia il paese insieme al figlio. Di lei, gli abitanti di Villet-La -Forêt si disinteressano e non hanno più notizie. Comincia invece, per noi lettori, la discesa agli Inferi nella scoperta dell'inconfessabile delitto di cui Olga Arbélina si è resa colpevole, della straziante presa di coscienza della protagonista che dapprima intuisce, intravede, scopre concretamente, infine accetta -- se pure inorridita -- ciò che non può nemmeno essere pensato. Eppure, Olga deve trovare le parole per dirla, "questa cosa che non si lasciava nè pensare nè dire" Deve riuscire a "dire ciò che era proibito alle parole".

Fino ad una sera in cui "un pensiero la ferì con la sua verità dolorosa e bella. Se quanto stavano vivendo poteva chiamarsi amore, allora si trattava di un amore assoluto perchè colpito da un divieto inviolabile eppure violato, un amore visto solo da Dio perchè mostruosamente inconcepibile per gli uomini, un amore vissuto come l'eterno primo istante di un'altra vita..."

La grande bellezza di questo romanzo in cui la vita francese di Olga è spesso inframezzata da flash back della sua vita nella Russia pre-rivoluzionaria sta in questa lenta osservazione inframezzata da eventi dolorosi, nella descrizione di un tempo che passa ed allo stesso rimane immobile, nel comportamento da sonnambuli che Makine attribuisce ai suoi protagonisti, nella ineluttabilità allucinatoria in cui matura un "delitto" ("crime" nel titolo originale francese) ben più terribile di un omicidio...

Sono due le citazioni che Makine pone in epigrafe a questo bellissimo ma emotivamente molto impegnativo romanzo: la prima è da I fratelli Karamazov di Dostoevskij e dice: "Mia madre ha dovuto piegare Dio per me", depose l'accusato nell'inchiesta".

La seconda citazione è tratta da "Sentimenti filiali di un parricida" uno scritto di Proust -- importantissimo ma in genere noto più che altro agli "addetti ai lavori" --- che dice: "Che ne hai fatto di me? Che ne hai fatto di me? A volerci riflettere, non esiste forse una madre amorosa che non potrebbe, sul suo letto di morte, e spesso ancor prima, rimproverare così il figlio"

Di Makine, autore russo emigrato in Francia dove vive da anni e che ho scoperto da poco, avevo parlato parecchio quando ho scritto del suo La donna che aspettava

Con la lettura di questo Il delitto di Olga Arbélina Makine si conferma, ai miei occhi, un vero maestro nella creazione di particolari atmosfere, capace di evocare i mille aspetti che può assumere un paesaggio innevato, di trasmettere a chi legge il senso dei rumori misteriosi di una casa, il drammatico significato del banale cigolio di una porta, del rumore di passi che si fondono e si confondono con il sibilo dl vento.

La natura è molto presente, nei romanzi di Makine, ma non costituisce mai mero contesto e le sue descrizioni non sono mai fine a se stesse: gli elementi della natura sono utilizzati come codici e decodificatori linguistici del contenuto narrativo. Altrettanto importante il senso del tempo: in questo romanzo, come ne La donna che aspettava, il tempo sembra sospeso se non addirittura immobile. Come in Proust, è il tempo interiore dei suoi personaggi quello che conta, e non il tempo dei calendari.

Man mano che procedo nella conoscenza di questo autore scopro temi ricorrenti, analogie, elementi comuni tra i suoi libri. Per ora posso parlare, evidentemente, solo dei due che ho letto finora e tra le tante analogie sono rimasta colpita anche da un particolare apparentemente secondario: in entrambi i romanzi i personaggi più importanti indossano "un lungo, vecchio e logoro cappotto militare" che viene nominato talmente tante volte da assumere un robusto valore simbolico: vanno in giro con questo indumento (e le parole che Makine usa per descriverlo sono sempre le stesse) Vera, la protagonista di La donna che aspettava, il vecchio russo custode del cimitero, il figlio di Olga e il suo ex marito ne Il delitto di Olga Arbélina. Mi sono chiesta se questo cappotto non possa essere il simbolo del peso del tempo e del passato, del logoramento dell'anima dei personaggi, del loro tentativo di proteggersi indossando qualcosa fuori dal tempo. E della tragicità della guerra. Passata, ma i cui effetti sono, in entrambi i romanzi, sempre presenti. Chissà.

Andreï MAKINE, Il delitto di Olga Arbélina (tit. orig. Le crime d'Olga Arbélina), traduz. dal francese di Anna Zanetti, p.260, Passigli editore, 2000

Da NonSoloProust