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lunedì 23 febbraio 2009

Sándor Márai: Liberazione




Sándor Márai: Liberazione

di Giulia



La guerra. Si fa presto a parlarne quando si è lontani, quando non ne siamo coinvolti, quando non l’abbiamo conosciuta né vista da vicino. Si fa presto a leggerla sui libri di storia e a giudicare chi ha ragione o chi ha torno, chi è più forte o più debole, chi ha vinto o chi ha perso, cosa si doveva o non si doveva fare.

La guerra non la si conosce mai abbastanza ed è per questo che chi l’ha subita sente il bisogno di raccontarla in tutte le sue sfaccettature, in tutte le sue contraddizioni, in tutto ciò che fa nascere e morire in chi ci è stato dentro.
La guerra distrugge tutto quello che incontra sulla propria strada.

Non bisogna aver paura di leggere chi è stato testimone, non bisogna temere di soffrire o di star male.
Dobbiamo conoscerlo il male, fino in fondo, per aver la speranza di poterlo evitare.

Per questo vi propongo Liberazione del grandissimo scrittore ungherese Sándor Márai, scritto tra il luglio e il settembre del 1945. E' la testimonianza dell’orrore della guerra che Budapest fu costretta a vivere tra l’occupazione nazista, i rastrellamenti dei fascisti, i bombardamenti degli alleati e l’assedio dei russi.

Ve lo consiglio perché protagonista è la gente comune, perché è uno spaccato di come davvero si possa cambiare e diventare come mai potremmo immaginare di diventare.

L’assedio dei russi è all’inizio invisibile; ma di giorno, di notte, il rombo dei cannoni, il ronzio degli aerei, come maestosi uccelli indifferenti alla morte, si fa sentire continuo e insistente come un rumore di sottofondo di una grande macchina da guerra. E cadono le bombe; i palazzi della città prendono fuoco; i ponti crollano nel fiume, la gente muore sotto le macerie.


Correva voce che "…i russi incendiavano i villaggi e le città, uccidevano gli abitanti, non risparmivano nemmeno i neonati” e si bollava “chi non fuggiva dai russi come traditore della patria, boia della propria famiglia! Tutta propaganda dicevano battendo i denti. In realtà nessuno sapeva nulla di certo. I russi erano ormai vicini, a pochi chilometri, e ancora nessuno sapeva nulla. Come se una fitta nebbia fosse calata tra il mondo conosciuto e i russi; tendere la mano verso di loro era tenderla nella nebbia”.

Con questa ansia gli ungheresi attendevano a Budapest la liberazione, con tutto quello che comportava.

Tutto era pronto, tutti erano in attesa senza poter far nulla: “qualcosa sta per accadere”, l’unica vera compagna era la paura. La paura dell’ignoto, la paura degli stessi connazionali, in particolare di quelli “con le croci frecciate, gli ungheresi dell’estrema destra filonazista rimasti bloccati in città” e che “osservano sospettosi, sbattendo le palpebre, questi inequivocabili preparativi (…) Le croci frecciate si aggirano per le strade, giorno e notte, in gruppo, con la fascia al braccio, i mitra, silenziosi e in agguato, come una banda di spaventosi selvaggi, adolescenti lasciati a loro stessi, a una specie di mostruoso gioco di indiani e cowboy, alla ricerca di vittime e bottino (…) si aggirano nell’oscurità nebbiosa della gelida sera di dicembre in caccia di ebrei e oppositori politici, per poi ammazzarli all’ultimo momento in riva al Danubio, dove è facile sbarazzarsi di una vittima.”


La paura dei russi che non conoscevano.
Ci si prepara, quindi, all’assedio, e si pensa “Non può durare a lungo… Che cosa? Ma quel che è cominciato, no? L’assedio o la guerra? (...) L’assedio e la guerra sono soltanto delle conseguenze.

Ma quello che non può durare a lungo, che presto avrà fine, che è davvero intollerabile, è l’odio.
Quel lampo negli occhi degli uomini.
L’odio con il quale si guardano, negli scantinati bui e nelle strade ancora più buie, o di giorno, al di sopra dei cadaveri coperti con la carta da pacco. Quello sguardo nel quale arde una luce oscura, lo sguardo che è negli occhi di tutti.
Vi si legge l’odio, la paura, il senso di colpa, la crudeltà, la furia delirante, l’avidità che digrigna i denti. E’ questo che non può durare ancora a lungo, è questa luce oscura che deve spegnersi nel mondo.

Perché la guerra cambia gli uomini, li cambia nel profondo dell’animo, ne uccide sentimenti e sfumature e l’unica parola che ha senso è “sopravvivenza”, a volte a tutti i costi.

Erzsébet, la protagonista del romanzo, ha bisogno di credere che l’assedio della città avrebbe avuto un termine e che le cose sarebbero tornate a funzionare bene.
Lei, figlia di un astronomo braccato dai fascisti per la libertà delle sue idee e per non essersi piegato ai voleri dei nazisti, cerca disperatamente un rifugio sicuro per il padre in un momento in cui “tutti erano stanchi. Solidarietà, compassione, ogni sentimento di umanità si era spento nell’animo delle persone. Ognuno da un momento all’altro, si aspettava la morte, la bomba, il proiettile di un mortaio, o un mutamento, un’improvvisa svolta della situazione di cui nessuno era in grado di prevedere le conseguenze”


E riuscirà a nasconderlo in una cantina dove viene letteralmente murato, insieme ad altre cinque persone.
"Per tutta la vita suo padre aveva guardato le stelle e adesso affondava la faccia nel terreno fangoso e argilloso di quello scantinato...”.

Anche lei si rifugerà nello scantinato di un palazzo dove sperimenterà la coabitazione forzata, il contatto dei corpi, gli odori dell' unica latrina mischiati a quelli del cibo, la mancanza dell' aria e dell' acqua, la sporcizia: un vero e proprio inferno. E proverà l' ansia per un futuro ignoto, la paura delle delazioni, le incursioni delle croci frecciate che con le loro torce fendono il buio fino a scovare l'ultimo ebreo innocente da consegnare alla morte.

Erzsébet dorme fra un professore paralitico e una giovane donna ebrea scampata a un Lager, nel quale ha avuto la famiglia distrutta. E sono loro che le apriranno gli occhi: “No,” dicono, "non cambierà nulla, la sofferenza non migliora gli uomini”: quel "qualcosa che va al di là,” in cui lei crede, non esiste. La sofferenza non educa all’amore, né l’amore libera dalla miseria.


Esiste un solo genere di liberazione: “chi è abbastanza forte da riconoscere la realtà della propria natura, chi è così forte, è vicino alla liberazione. L’accetta senza sentirsi offeso, perché quella è la realtà.”

Una lezione che Erzsébet – troppo giovane per capire – imparerà sulla propria pelle. Una lezione che tutto il popolo ungherese, sembra dirci Márai, avrebbe fin troppo presto dovuto apprendere.
Non ci sarà infatti alcuna liberazione per Erzsébet, né per l’Ungheria, perché gli uomini si assomigliano troppo nell’odio e il pericolo del dispotismo è sempre alle porte.
La liberazione per Erzsébet arriverà con i russi, ma niente può essere più come prima. La guerra ha lasciato agli uomini una tremenda, nuova consapevolezza, di quanto male possa rendersi colpevole la natura umana..

Erzsébet è ormai disincantata e così inizia il suo viaggio in un mondo post-bellico. “Cammina in fretta, come si stesse dirigendo verso una meta ben precisa e gioiosa. Ma il suo cuore è vuoto. Non vede nessuna meta. Quel che vede è la strada devastata dalle ferite dell’assedio, ricoperta di vetri in frantumi e di calcinacci, nella gelida luce dell’alba di gennaio che la ricopre con una specie di sudicio lenzuolo (...)”

“Io quando sarò libera? pensa Erzsébet, e non riesce più a proseguire. Che cosa sarà mai, la libertà?... Fissa la nebbia, il fumo e il fuoco”.

(giovedì, 08 gennaio 2009)

Da Pensare in un'altra luce



venerdì 20 giugno 2008

Sándor Márai: La donna giusta




Sándor Márai: La donna giusta

di Gabriella Alù




Gli Happy Few che frequentano il mio blog sanno già che quando parlo di libri non intendo fare recensioni: quelle le lascio ad altri. I miei sono solo appunti di lettura, e non ho la pretesa di sentenziare su alcunchè.

Perciò quello che penso di questo libro voglio dirlo subito e senza giri di parole: è magnifico.
Un libro dallo stile limpido, smagliante, di grande eleganza ma mai stucchevole e che, come tutti i libri veramente importanti, si presta a parecchi livelli di lettura.

È certo un grande romanzo di passione e tradimenti; di sentimenti estremi e di personaggi tormentati strutturato in monologhi in cui la stessa storia viene narrata dal punto di vista dei diversi protagonisti. Ma sarebbe troppo ingiusto e riduttivo farlo passare esclusivamente come un romanzo d'amore, anche se la stupefacente capacità di approfondimento psicologico di Márai che --- narrando in prima persona si identifica di volta in volta negli uomini e nelle donne dei diversi Io Narranti della storia --- basterebbe già, a mio parere, a fare di questo romanzo una grande opera.
Ma questo è solo uno dei tanti possibili livelli di lettura di "La donna giusta", che è anche, e per certi versi, forse soprattutto un libro su un mondo in trasformazione, sul sentimento di appartenenza ad una classe sociale la borghesia, sulla solitudine e sulla cultura, temi che vengono declinati attraverso le voci dei quattro personaggi monologanti di cui tre protagonisti della storia.

Ilonka, la moglie piccolo borghese, donna bella e intelligente che ama e desidera catturare l'anima del marito amato. E' lei che dipana e sviluppa il tema dell'amore e che ad un certo punto dice "Ho capito che non c'è nessuna persona giusta. Esistono solo le persone ed in ognuna c'è un pizzico di quella giusta".


Peter, il marito, borghese colto e raffinato, personaggio onesto e tormentato, innamorato dell'arte ma incapace di creare. E' la voce di chi sente di appartenere alla borghesia colta ed illuminata ("non quei borghesi da strapazzo, che portano tale titolo soltanto in virtù del loro denaro o perchè sono stati in qualche modo promossi sulla scala sociale [...] Io mi riferisco ai veri borghesi, a quelli che hanno creato qualcosa e lo conservano" ). Peter è la voce della solitudine, quella "... solitudine profonda, intensa, che circonda ogni spirito creatore come l'atmosfera avvolge la terra." Eppure "si continua a sperare. E' davvero difficile arrendersi di fronte a questa realtà sconfortante, rassegnarsi al fatto di essere soli, terribilmente e disperatamente soli" [...] " ...Forse un grande artista è in grado di tollerare una solitudine di quel genere: è costretto a pagare un prezzo terribile, ma entro certi limiti viene risarcito dalla sua opera"

Judit, la sottoproletaria diventata serva, terza voce narrante. Scaltra, bellissima, intelligente, orgogliosa. Di lei Peter si innamora, per sposar lei abbandona la moglie, è da lei che viene derubato da quasi ogni suo bene.

Eppure, è al personaggio di Judit, questa serva che diventa padrona ma che poi ridiventa povera senza farne una tragedia che Márai affida il ruolo di cogliere i significati ultimi e profondi di quello che è la cultura: "la cultura è quando una persona o un popolo sono pieni di una gioia immensa! Dicono che una volta i greci hanno avuto una cultura perchè tutti loro sapevano gioire. Prova ad immaginarti un popolo che vive nella gioia e questa gioia è la cultura!"


Ci sono poi, immediatamente riconoscibili per chi abbia letto i due volumi di memorie di Márai "Confessioni di un borghese" e "Terra, terra!..." lampi autobiografici che squarciano il romanzo e che si colgono soprattutto in due personaggi: Peter (il marito) e Lázár, uno scrittore ... che ha smesso di scrivere perchè --- osservando l'apocalisse e gli orrori dell'occupazione nazista prima e di quella sovietica poi --- si consuma sulla domanda "i libri sono mai riusciti a rendere migliore qualcuno?" ed ha smesso anche di leggere niente più altro che dizionari di lingua ungherese.

Sia Peter che Lazar lasciano per sempre l'Ungheria quando si instaura il regime sovietico; entrambi consapevoli delle profonde trasformazioni cui viene sottoposta la loro appartenenza di classe e di cultura; della messa in discussione delle loro radici più profonde. Sono i due alter ego dello stesso Márai. Non a caso Peter parla di Lázár come del "testimone oculare" della propria esistenza.

Sándor Márai (1900-1989) è uno scrittore che amo profondamente. E' uno di quelli che io chiamo "i miei scrittori".

Era ungherese, profondamente antifascista ed anticomunista. Lasciò l'Ungheria nel 1948 ("La donna giusta" è del 1941) con l'instaurarsi dell'occupazione sovietica e non vi fece più ritorno. Le sue opere (romanzi e volumi autobiografici) rimasero inediti e sconosciuti mentre era vivo poichè gli scritti ungheresi molto raramente venivano tradotti all'estero ed egli, da parte sua, rifiutò di curare la loro pubblicazione in patria durante il regime sovietico.


Viaggiò molto in Europa (Parigi, Roma, Berlino, Napoli) e poi negli Stati Uniti, sempre struggendosi nella nostalgia non tanto della sua terra quanto della sua lingua madre, l'ungherese, lingua ostica e difficile da parlare e da tradurre ("la sola lingua che il diavolo rispetti"), lingua assolutamente minoritaria e pressocchè sconosciuta al di fuori dei confini magiari ma che per Márai rappresentava davvero la sua "madre patria" perduta.

Perchè uno scrittore è davvero senza patria se è consapevole del fatto che la lingua in cui scrive non viene compresa...

Morì suicida negli Stati Uniti, a San Diego, nel 1989. Si racconta che prima di uccidersi telefonò per chiamare un'ambulanza. "C'è un cadavere da portar via", disse all'operatore che aveva risposto al telefono.

Adelphi, dando alle stampe anni fa "Le braci" e continuando in seguito con la pubblicazione di altre sue opere ha fatto (ri)scoprire Márai, che oggi è tradotto e conosciuto in tutto il mondo.
E' dunque grazie all' "operazione Adelphi" che anch'io ho potuto conoscere Márai.
(09/07/2006)

Da NonSoloProust