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martedì 17 luglio 2007

Tarùsc e Lusciàt




Tarùsc e Lusciàt

di Placida Signora



Il Museo dell’Ombrello
Tra il Lago Maggiore e quello d’Orta sorge il Mottarone, monte sulle cui pendici si narra viva il Tarusc; gnomo alto mezzo metro, rosso di pelo, misantropo e affetto da timidezza acuta, ha un’unica passione: gli ombrelli.

Perciò, tanti e tanti anni fa, decise di insegnare agli abitanti della zona del Vergante, unici umani che gli erano simpatici, l’arte del fabbricarli e un misterioso linguaggio comune: il tarùsc, appunto.

Così i 50 villaggi sparsi sulle falde del Mottarone divennero patria di ombrellai ("lusciàt"); artigiani ambulanti che dall’inizio del ‘700 sciamarono nelle città dello Stivale tenendo sulle spalle la grande "barsèla", cassetta a forma di faretra dalla quale spuntavano al posto delle frecce i "ragozz" (stecche degli ombrelli) mentre sul fondo eran stipate "lusùra, flignànza, tacugnànza e tacòn, ramé, ecc", (forbici, refe, pezze varie, bastoni di legno ecc): insomma, tutti i "sápitt" (ferri del mestiere) da lusciàt.

Gridavano per le strade "Om-brellèee! Om-brellée!", attenti ad un cenno che dalle finestre delle case li avrebbe assoldati per aggiustare ombrelli rotti o, gran fortuna, fabbricarne di nuovi.
Una vita grama; guardati con diffidenza perché foresti vagabondi senza posto fisso dove "cubià" (dormire; da qui la necessità d’usare un gergo incomprensibile ad altri, il tarusc), pativano freddo e fame. Da "picinà" ("mangiare") solo "gèrb e stafèl", pane e formaggio portato da casa.

Iniziavano l’apprendistato a 7 anni, affidati in gennaio dalle famiglie ad un lusciàt esperto tramite una sorta di pubblico ufficio di collocamento situato sulla piazza di Carpugnino, dove oggi su un’epigrafe sta scritto "Al prumm dal lungon a Carpignin, a truà l’ Casér, senza an bergnin", il primo dell’anno a Carpugnino, a cercar padrone, senza un soldino.

Ci si poteva considerare brisòld" (ricchi) quando si riusciva a metter su la prima bottega con un banchetto e l’insegna di due cupole d’ombrello a spicchi bianchi e rossi e la scritta "Luscia, el lusciat piola": piove, l’ombrellaio si sbronza (brindando perché con la pioggia lavora di più).

Molti fecero fortuna, aprendo raffinati negozi-laboratori in Italia e all’estero (New York , San Francisco, Sidney); e nel 1939 a Gignese (Verbania), massima patria d’ombrellai, Igino Ambrosini (lusciàt, figlio e fratello di lusciàt, 1883-1955)) fondò il "Museo dell’Ombrello e del Parasole", ove racchiudere non solo la storia epica di questi artigiani, ma anche meravigliosi esempi del loro lavoro.

Oggi, in un curioso edificio che ha la pianta a forma di tre ombrelli affiancati, sono raccolti bassorilievi, mosaici, quadri, foto che raccontano la storia dell’ombrello, oltre 1500 pezzi inventariati; da quello del Doge (metà del 700) ad altri di personaggi storici, ai coloratissimi paracqua di seta di Como (1830), ad altri di piume di marabù o armati di lame nel manico, bastoni di malacca o avorio, decorati di pomi d’argento o di Sèvres… Perché un tempo anche gli ombrelli erano una cosa seria, non impersonali trabiccoli usa e getta made in Taiwan.

Da Placida Signora

lunedì 2 luglio 2007

I libri sotto le gonne



I libri sotto le gonne

di Placida Signora


Usciti al casello di Pontremoli sull’autostrada della Cisa, girando a sinistra seguendo i cartelli per Mulazzo, dopo cinque km di strada inerpicata su un’erta collina della Valle del Torrente Mangiola si arriva a Montereggio antico paesino talmente lindo ed ordinato che ogni pietra pare spazzolata con amore.

E camminando per le stradine di pietra stupirà notarne i nomi: Passeggiata Spagnol, Piazza Mondadori, Borgo Garzanti… Perché la caratteristica di Montereggio è quella di essere da secoli la patria dei librai.

Partivano all’inizio della primavera con la gerla in spalla; dentro la gerla almanacchi, lunari, testi classici, storici, religiosi. Sciamavano verso le città del nord: Milano, Torino, Bergamo, Genova, Firenze, Novara, Venezia, venditori ambulanti di parole scritte che piano piano divennero stanziali allestendo dapprima delle bancarelle (furono proprio loro nel 1952 1a fondare il premio Bancarella) e poi botteghe e case editrici.

Si chiamavano, e si chiamano, Ghelfi, Bertoni, Fogola, Tarantola, Lazzarelli, Lorenzelli, Giovannacci, Maucci, Vannini, Rinfreschi; e durante gli anni delle lotte risorgimentali fecero un vero e proprio contrabbando di libri giudicati dagli austriaci più pericolosi delle armi perché contenevano le idee liberali e repubblicane impossibili da disinnescare.

I volumi arrivavano contrabbandati dalla Svizzera, precisamente da Capolago dove aveva sede la Tipografia Elvetica che pubblicava i testi di Cattaneo, Tommaseo, Berchet e Rossetti, e da Losanna, dove il tipografo Bonamici (ex cappuccino, ex predicatore, ex pastore protestante) dirigeva un’altra officina tipografica che divenne celebre pubblicando il proibitissimo "Gesuita moderno" del Gioberti.

Le edizioni clandestine entravano in Lombardia grazie al "sacro contrabbando" organizzato da Luigi Dottesio, classico tipo del fascinoso cospiratore romantico. Lui e i suoi i patriottici "colporteurs" calavano dalla Svizzera per il Bisibino e la valle d’Intelvi, e negli zaini portavano tabacco e sale sotto i quali erano nascosti volumi e opuscoli rivoluzionari.

Il deposito provvisorio
che raccoglieva la merce scottante era un padiglione di Villa d'Este a Cernobbio.

Lì durante il giorno si riunivano decine di signore e signorine nobili e borghesi che, con la scusa di prendere il tè o festeggiare compleanni e onomastici, erano complici molto affettuose dei patrioti contrabbandieri; mettendo a profitto le dimensioni abbondanti degli abiti volute dalla moda di allora, nascondevano negli amplissime campane che reggevano i pizzi delle sottovesti, o nelle fitte pieghe dei mantelli e degli scialli, i "volumetti incendiari". Poi tornavano nei loro salotti milanesi ove li distribuivano a ospiti e amici in visita, diffondendoli così a Venezia, Torino, Genova e Roma.

Una notte il Dottesio venne arrestato dagli austriaci proprio mentre percorreva gli impervi sentieri del confine comasco-ticinese; condannato a morte, fu impiccato nell’ottobre del 1851; molti suoi collaboratori furono condannati ai lavori forzati. Ma i testi proibiti continuarono imperterriti a viaggiare fra gerle e crinoline.
23 Maggio 2007

Da Placida Signora

domenica 10 giugno 2007

Nina e Camillo



Nina e Camillo

di Placida Signora
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Storia d’un lume sempre acceso
A Voltri nel ponente genovese, ai piedi del colle di Castellana e precisamente in via Nicolò da Corte, s’innalza la maestosa scenografia della villa Duchessa di Galliera
Quasi un castello circondato da un grande parco, ospitò reali e politici potenti; ma un lume perennemente acceso di fronte a una Madonnina bianca, posta in una nicchia degli archi sotto il viale centrale ricorda un tragico amore che coinvolse uno dei personaggi più famosi della storia d’Italia.

Agli inizi del XIX secolo la villa era proprietà del marchese Stefano Giustiniani, Gentiluomo di Camera del re Carlo Felice, nel 1826 sposò, con matrimonio combinato, la baronessa Anna Schiaffino detta Nina.
Aveva 19 anni, Nina; intelligente, colta, appassionata di politica, le sue idee contrastavano fortemente con quelle del marito.
Poco per volta sia la villa di Voltri sia la casa cittadina, Palazzo De Mari in piazza San Siro, diventarono salotti politici frequentati da liberali vicini alla Giovane Italia come Rubattino, che sarà l’armatore dell’imprese dei Mille, Mameli, e un giovane sottotenente piemontese del Genio Militare in forza a Genova: Camillo Benso conte di Cavour.

Dal 24 aprile 1830 tra Nina e Camillo esplose una passione infuocata; il marito ne era a conoscenza, ma si limitò a spargere la voce che sua moglie era pazza.
Quando nel ’31 Cavour venne spedito da Carlo Felice nella tetra fortezza di Bard in Val d’Aosta, per vedere se gli passavano le idee giacobine, Nina un po’ fuori di matto lo diede davvero, diventando una vera pasionaria mazziniana, contestando personalmente il Potere illiberale che l’aveva allontanata dall’amante.

Per quattro anni Camillo e Nina s’inseguirono, incontrandosi a Torino, Milano, Vinadio, Valdieri; ma se per lei le difficoltà del rapporto aumentavano l’amore, per lui la storia era finita da un pezzo.
Nina, quando non lo vedeva, gli scriveva; centinaia di lettere che finirono fra le mani del marito, il quale continuò pubblicamente a dichiararla matta e la confinò nella villa di Voltri: qui, il 18 ottobre del 1834, avvenne l’ultimo incontro con Camillo, che la piantò definitivamente.

Nina cadde in una prostrazione tremenda che durò anni; tentò due volte il suicidio col veleno, e trasferita nella nuova casa a Genova, Palazzo lercari in via Garibaldi al numero 3, nella notte tra il 23 e il 24 aprile del 1841 (anniversario del suo primo incontro con Cavour), gli scrisse un’ultima dolcissima lettera, mezza in genovese, mezza in italiano:

Camillo caro,
Camillo bello te veuggio tanto ben, ma quando te ou pourrò dì (te lo potrò dire)… Son tanta fiacca, a me existensa (esistenza) a l’è così precaria che non ho coragio de pensà à l’avvegnì (avvenire).
Però, quello che posso assegurà, le che ou me coeu (cuore) ou sarà sempre to (tuo), viva o morta son a to (tua) - e tanto che questa machinetta (il cuore) a m’apparten, a sarà a to - vorreivo (volevo) ese bella per piaxeite (piacerti), vorreivo ese forte e ben stante e libera e avei molti dinai (denari) per seguite de lungo apreuvo (a lungo)
Questi son seunni (sogni): beseugna che m’adatte ae (alle) triste circostanze ne’ quali me treuvo, e che seggie (sia) ben contenta che ti te ricordi de mi. Te daggo tanti baxi .
Tutta to Nina.


«Io non so nulla tranne d’amarti tanto.
Tu sei tutto per me. Sei un essere soprannaturale. Tu assorbi tutti i miei pensieri, tu mi domini….
Voglio la tua felicità prima della mia…
Camillo, sono tua per sempre»


Poi, dopo aver fatto testamento, si lanciò dalla finestra di camera sua.
Un volo di 11 metri, sei giorni di agonia e finalmente la morte, il 30 aprile: aveva trent’anni.

Il marito rifiutò di seppellirla nella tomba di famiglia; lo stesso fece il padre, idem la famiglia della madre.
Le sue spoglie riposano a Genova nella chiesa di Padre Santo, in piazza dei Cappuccini.
Nel testamento Nina chiese alla Duchessa di Galliera, nuova proprietaria della villa di Voltri, che il lume posto davanti alla Madonnina bianca rimanesse sempre acceso, affinché tutti ricordassero la fiamma del suo amore infelice.
E così fu, e così è ancora
29 Maggio 2007

da Placida Signora

lunedì 14 maggio 2007

Attrazione e Affinità




Attrazione e Affinità

di Placida Signora


Nelle amicizie, nei luoghi e nelle cose.
Ci sono due parole che mi piacciono molto: attrazione e affinità.
Mi piacciono come suono; la prima è croccante, come un morso dato ad una cialda e la seconda è delicata come un sussurro.
Mi piacciono perché sono parole di quelle che io definisco come epidermiche; che indicano cioè un qualcosa che ha poco di razionale, ma molto d’istintivo.
E l’istinto, uno dei pochi primitivi strumenti rimasti a noi, civilizzatissimi e tecnologicissimi creaturi anni 2000, è sempre un qualcosa di affascinante.

Ebbene; spesso mi chiedo perché ci sentiamo immediatamente attratti da qualcuno o qualcosa (persona, oggetto o luogo, non importa), scoprendo poi nella maggioranza dei casi di essere a questo anche affini.
Badate, non sto facendo un discorso amoroso (nel quale entrerebbero altri elementi): parlo soprattutto di scelte nell’amicizia e nella vita in genere.

L’attrazione (ad trahere, tirare verso) almeno per me scatta per minuscoli elementi; una frase, un tono di voce, uno sguardo, un profumo, un colore, un refolo di vento, un aggettivo, un risata, un suono, un riflesso, un movimento, un minimo particolare magari stupidissimo che però mette in all’erta i cinque sensi insieme.
E’ il “primitivo“, il sesto senso che capta… cosa?
Emanazioni? Onde? Vibrazioni? Pensieri?

Non lo so. So solo che spesso in tutta la mia vita mi sono sentita attratta da qualcuno o da qualcosa in maniera assolutamente immediata: mi è successo ad esempio di leggere un particolare autore, e di sentirmi talmente coinvolta dalle sue parole da pensarmi vicino a lui, in senso familiare.
Da bambina adoravo Guareschi, soprattutto i libri in cui parlava della sua famiglia; Albertino e Carlotta detta Pasionaria non erano solo personaggi cartacei, ma veri per me.
Concreti.
Sentivo nelle loro parole le mie.
Mi sembrava di essere insieme a loro nelle vare situazioni descritte; prevedevo le loro battute e reazioni, come se li avessi conosciuti davvero da un sacco di tempo.

Ebbene. I casi della vita (l’aver pubblicato alla Rizzoli, editrice storica del loro papà) mi hanno portato poi a conoscerli sul serio, quando bambina non ero assolutamente più.
E sin dal primo momento è stato naturalissimo parlarci e vederci, come esserci ritrovati dopo tanto tempo, ma come se questo tempo non fosse mai passato; e loro mi hanno detto di aver avuto la stessa identica sensazione leggendo me, nei libri o negli articoli.
Come se Alberto, Carlotta e Mitì fossero in qualche modo sempre stati uniti.
Da cosa?
Dall’affinità (affinis, letteralmente confinante). Dalla somiglianza di pensiero, educazione, cultura, gusti, storia, senso dell’umorismo: tutto.
Non importa la differenza d’età; è come vivere una vita parallela in un’altra dimensione, dove il tempo e il “reale concreto” non contano.
E questo è solo un caso fra tanti. La maggioranza dei miei più cari amici che scrivono lo era già, amico, prima che ci incontrassimo; li sentivo tali solo leggendoli. Lo so che sembra cretino detto così, ma pensateci.

Non vi è mai successo di pensare/sognare/leggere/immaginare qualcuno o qualcosa di lontanissimo in quel momento, di sconosciuto, quasi non-reale, e poi di vedere (nel senso di vederlo concretamente, a un certo punto, magari dopo anni) materializzarsi vicino a voi, quel qualcuno o quel qualcosa?
Non vi è mai accaduto d’incontrare per caso persone che immediatamente sono diventate importanti per voi come entrambi vi foste conosciuti da sempre?
Oppure di scoprire, sempre per caso, delle cose o dei luoghi dei quali ora non potete più fare a meno, perché non ne avete mai potuto fare a meno?

Una specie di déja-vu, ma più… più indescrivibile.

Cosa ci spinge a scegliere d’impulso un oggetto al posto di un altro, anche se simile all’apparenza, un luogo al posto di un altro, una persona al posto di un’altra?
Che cos’è che ci attrae istintivamente verso qualcuno o qualcosa di preciso?

Io non riesco a rispondere in modo logico, se non buttandola sullo scherzo dicendo “Magari averli vissuti in un’altra esistenza”.

E voi?


Da Placida Signora