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mercoledì 5 settembre 2007

Giorgio Albertazzi




Giorgio Albertazzi

(Dai diari di Anna Proclemer)


Giugno 1955 –Transatlantico Augustus-

Questo viaggio non finisce mai. E all’inizio mi sembrava così eccitante. Niente più mattine in piscina. Abbiamo passato l’equatore da un po’ di giorni (quanti?) e adesso è quasi freddo.
Evitato il “battesimo dell’equatore”, ma non il doveroso “recital” per il comandante e i passeggeri (ho esibito una generosa scollatura davanti a un paio di prelati sornioni piazzati in prima fila). Ho detto il solito Riviere con il solito complesso gassmaniano. Ricci il racconto di Aligi. La Magni un Gozzano interminabile, Mauri la lucertola dal Non si sa come, Albertazzi La pioggia nel pineto. Mi ha colpito.

Non avevo mai sentito dire versi così. Lo stesso rigore di Gassman –cesure, fiati, accenti ecc.- ma in più una libertà di canto, una capacità sorvegliatissima, di perdersi nella melodia, un gusto (fiorentino?) di spremere dalle parole tutte le possibilità di pura assonanza e dissonanza, di creare con la parola, un’aura magica. Forse è anche quella poesia che si presta. Dovrò sentirlo in altre cose per capire bene. Molto interessante, comunque. Dovrebbe sorvegliare di più il gesto. Forse non si è ancora posto il problema. Ieri sera, dopo il Bingo, fatto un gioco finito da schifo. Una sorta di “se fosse”. Dovevamo, a turno, dire a che specie canina assomigliava ciascuno dei presenti. Quasi per acclamazione a Ricci è toccato il bracco italiano. Alla Magni il pechinese; alla Toccafondi il cocker, ad Ardenzi il levriero italiano; a, me con qualche discussione, il pastore belga. Quando ho azzardato per Albertazzi il raf-terrier, è scoppiato l’inferno. Urlando, con le vene che gli uscivano dal collo, si è messo a contestare la definizione. “Un cagnetto isterico, racchio, setoloso, cacciatore di topi!” urlava. All’inizio credevo scherzasse e ho difeso la mia scelta: “È un cane intelligentissimo, coraggioso, di grande carattere…” ecc. Non l'avessi mai fatto. Si è andati per ore con lui sempre più furibondo, che mi investiva con bordate di odio. Sospetto che la cosa che lo ha offeso di più è che l’ho paragonato a un cane di taglia piccola. Che abbia il complesso della statura? Da indagare.


Febbraio 1956 –Torino-

Finite ieri le repliche qui di Ragazza di campagna. Come mi piace questa parte! Credo anche di non farla male. Giorgio che finora mi aveva sempre guardato con un leggero sospetto (Sangue verde, Gonerilla, Beatrice Cenci ecc.) mi ha detto per la prima volta cose molto lusinghiere. “Sei meno impalcata –dice- meno classica, più asciutta, non ti appoggi più tanto sulla parola, affronti il personaggio dal di dentro, sei meno, come dire, gassmaniana…” (e dagli con Gassman!).
Certo che lui in questo Bernie Dodd è straordinario. Non recita, mai. È talmente vero, che quando in scena mi dice delle cose sgradevoli io ci rimango male sul serio: sospetto che ce l’abbia con me per qualche motivo, e alla fine spio la sua faccia temendo di vederla personalmente rabbuiata nei miei confronti. La scena del bacio è un pezzo di théatre-vérité che lascia gli spettatori turbati. E anche me. La Toccafondi freme nell’ombra.

Fatto gaffe involontaria. Detto: “ma lo sai che somigli a Sinatra?” – “Questa bischerata l’ho sentita da altri” – quando si arrabbia ringhia in fiorentino "Ma che c’entro io con quel rachitico?” Decisamente o si sente un gigante incompreso, o ha il complesso di non essere alto.
Ieri sera fatto qui Il seduttore. Pubblico conquistato dalla diabolica, accattivante, magnetica capacità di Giorgio di dialogare col pubblico. Mai visto nessuno capace di dare a ciascun spettatore l’impressione di stare parlando solo per lui. Applausi e risate a non finire. Critica ottima. Stasera venendo in teatro con Lucio tutti pimpanti per il successo, lo troviamo in un palco, al buio, incazzato e depresso. “Non mi prendono sul serio – è chiaro – questo devo fare io, il buffone!” Lucio si slancia in una serie di teorie – io me ne vado in camerino. Non capisco. Che noia! Uffa!


Settembre 1956 – Perugia –

Alla prova di oggi (Un cappello pieno di pioggia) crisi di Carotenuto perché non riesce a dare uno schiaffo credibile a Sanipoli. Gigi Squarzina non sa più che dire per convincerlo ad essere un po’ più realistico. Interviene di scatto Albertazzi: “Ma che ci vuole, dio bono!” e ammolla al povero Sanipoli uno sganassone che gli fa fare due giri su se stesso e lo inchioda lì, pallido e con gli occhi sgranati, incerto su come reagire. Giorgio minimizza. “È così che si fa!” – come se fosse normale tecnica teatrale.
Ma io sospetto che sia anche stato un modo per sfogare un risentimento segreto nei confronti di Sanipoli, che nella scena della crisi per astinenza non lo aiuta per niente. Certo che la potenzialità fisico-nervosa di Albertazzi è eccezionale. Riesce a mettere in un piccolo gesto (lo schiaffo sembrava uno schiaffetto) una carica esplosiva. Dovrebbe fare karatè. Credo che se si concentrasse potrebbe strappare in due un elenco del telefono.


Giugno 1957 – Roma –

Prima lettura della Figlia di Jorio. Arranco penosamente sulle parole. Finché non decido quello che voglio esprimere non so andare al di là di una squallida sibillazione ai limiti del borborigma. Giorgio legge Aligi ed è perfetto. Intensità, grazia, verità, potenza. Potrebbe andare in scena domani. Che invidia!


Luglio 1957 – Gardone –

Prova della Figlia sul palcoscenico del Vittoriale. Mica male per una prima volta all’aperto. Sennonchè Albertazzi a un certo punto ti sfodera una voce gutturale, gesti e intonazioni da boscimane, stupori da uomo della pietra. Io non so come intonarmi e recito a casaccio. Vedo Gigi avanzare dal fondo della cavea e venire accanto al palcoscenico tormentandosi gli occhiali sul naso. Lucio lo affianca e parlottano sbigottiti. In qualche modo si arriva alla fine. Giorgio è raggiante. “Avete visto? Avete visto? Ho trovato! È proprio quel senso antico, primordiale che voleva D’Annunzio…” ecc. Il nostro coro di proteste lo stupisce e lo sconcerta. Io sono la più cattiva di tutti: “Eri splendido alla prima lettura. Oggi mi parevi una caricatura di Paolo Stoppa”. Mi guarda con odio. Mi rendo conto che se non si complica la vita non si diverte. È così naturalmente dotato, che ha bisogno di sovrastrutturare i suoi primi risultati, di distorcerli, di snaturarli, perché gli sembrano troppo facili. Ma se erano ottimi, Cristo!


Giugno 1958 – Lugano –

Giorni troppo belli per aver voglia di scriverne. La nostra “fuga” ha fatto rumore. A parte qualche tormentoso, sadico processo al passato – che mi lascia impietrita, ai limiti dell’inespressività – sono molto felice.
Ieri sera si è parlato del raf-terrier della nave con intenti, da parte mia, teneramente rievocativi. Sono passati tre anni! Ebbene, stesse vene gonfie, stessa ira, stessa violenza. Dopo un paio d’ore, e più, di quella solfa, mentre lui è in bagno, sgattaiolo via dalla stanza con le chiavi della sua macchina. Sono circa le due di notte. Non so dove andare – non ho preso il passaporto – arrivo fino a Chiasso poi … torno indietro. Ci fosse un bar aperto! Tutto buio, nero, silenzioso. Gironzolo un po’, poi torno allo Splendid con la coda fra le gambe. La mia fuga è durata in tutto un’ora e mezza. Non si possono fare colpi di testa in Svizzera!
“Il mistero del raf-terrier”. Un bel titolo per un giallo.


Gennaio 1959 –Milano –

Sono distrutta dalla stanchezza. La sera Requiem per una monaca e il pomeriggio prove di Spettri. Questa signora Alving mi sfugge da tutte le parti. Non riesco a trovare un centro, un colore, un timbro giusto. Oggi pomeriggio indicazione illuminante di Giorgio. Al primo atto, quando scendo dalla scala incontro al Pastore Manders, mi suggerisce di offrirgli la mano un po’ virilmente, a braccio teso e di stringergliela con forza (io mi ero arenata alla conversazione ottocentesca della donna che porge la mano da baciare). È incredibile! È bastato questo consiglio apparentemente irrilevante per risolvermi di colpo un sacco di problemi. Tutte le battute, dopo, mi sono venute giuste. Questa donna consapevole, che legge i libri pensatori, che tenta di aprirsi un varco nella morsa delle convenzioni ecc. – questa donna, dopo quel gesto, cominciava ad esserci. Questa, secondo me, è vera regia. Forse Giorgio dovrebbe piantarla di fare delle cripto-regie (come fa sempre) e uscire allo scoperto. Credo che sarebbe bravissimo.


Ottobre 1964 – Londra – Old Vic Th.

Cinque Amleti in tre giorni! Due il giovedì, uno venerdì, due sabato. Da ammazzare un cavallo. Il cavallo Albertazzi non è morto, ma quando siamo usciti da teatro, sabato sera, diceva di vedere grigio. E poi lui non sa risparmiarsi, neanche un po’. Recita sempre tutto, dalla prima parola all’ultima, con la medesima intensità e concentrazione. Io gli dico a volte che dovrebbe lasciar perdere alcune palle, e scegliere solo quelle che vuole giocare in pienezza di espressività e di mezzi. Pare che i grandi del passato facessero così. Non c’è verso, non ci riesce (neanch’io, del resto). Non ci prova nemmeno. Il suo impegno è ogni volta totale – come se su ogni battuta dovesse giocarsi la vita, come se ogni parola fosse quella definitiva. Meno male che adesso, dopo la batosta vocale de i sequestrati, è tecnicamente, vocalmente più controllato.
Ne I sequestrati forzava la voce, picchiando su quelle povere corde stanche, edematose, in modo che mi faceva sudare dalla sofferenza.
Sia benedetto il polipo che lo ha costretto ad affrontare il problema, e benedetto il mio dolce Scuri che lo ha aiutato a risolverlo.
L’altro giorno si è precipitato nel camerino di Giorgio, un signore un po’ svolazzante, camicia celeste come gli occhi, foulard damascato, voce stupenda. “Oh, my brother!” ha flautato abbracciandolo e tenendoselo stretto per un bel po’. Era John Gielgud.


Maggio 1968 – Trieste –

Passeggiato per ore stanotte con Giorgio lungo le banchine del porto. Aria di maggio tiepida, profumo di mare. Parlato solo di teatro (di noi si parla poco, da molto tempo). È scontento, inquieto, irrequieto. Eppure il giro in Russia, Romania ecc. è stato trionfale. Ma lui certo non si divertiva (e lo capisco!) con quella piccola parte del Come tu mi vuoi. Ma perché non ha fatto Salter? La regia, va bene, e anche molto bella; una delle sue migliori, forse; ma perché scegliere per sé quello stupidissimo marito? Mah! Di errori di questo genere ne ha fatti sempre tanti. Vedi i film … E questo Agamennone l’ha sempre odiato. Alfieri è troppo pietroso, troppo definito, per lui che è il Re dell’Ambiguità. Lascia poco spazio al suo bisogno di reinventare ogni sera il testo dal di dentro, di far lievitare i suoi umori personali nelle pieghe di ciò che l’autore ha lasciato inespresso.
Insomma è in crisi. C’è troppa carne, secondo me, al fuoco della sua immaginazione, delle sue velleità, delle sue esperienze. Vorrebbe scrivere. E poi fare la regia in cinema. E poi ha progetti televisivi. E poi c’è sempre il vecchio Dostoevskij che lo aspetta a ogni svolta di strada … Speriamo che non si disperda, fra tante idee. Il suo “possibilismo” è talvolta criminale, perché genera in lui una totale incapacità di fermarsi su un obbiettivo e di perseguire solo quello concentrandovi sopra tutta la propria energia e creatività. Rischia sempre di fare le cose a metà, troppo in fretta, pressato da troppe urgenze. E poi recrimina, accusando questo o quello se non ha lavorato con il tempo e il rigore necessari. Ma io credo che nel fondo di sé lui sappia di essere il solo responsabile delle sue approssimazioni e dei suoi errori.
Dai nostri discorsi lungo il mare mi par di capire che la Ditta Proclemer-Albertazzi, così come è stata per anni, è defunta. Forse è giusto che sia così. Anch’io ho bisogno di provare a me stessa chi sono e cosa valgo da sola.

Dal sito di Giorgio Albertazzi



sabato 18 agosto 2007

Cinema


Anna Proclemer e Rossano Brazzi in Malìa

Cinema

di Anna Proclemer


Non ho niente di pregevole da raccontare. Né per quello che ho fatto, né per come ho vissuto quello che stavo facendo.
Forse l’unica cosa degna di menzione è Malìa, dal dramma di Luigi Capuana, diretto da Peppino Amato, girato in Sicilia sulle pendici dell’Etna nel 1945. Fu in quell’occasione che rividi Brancati, dopo che la guerra ci aveva diviso.

Recitavo con la faccia lavata, senza un filo di trucco, i capelli incolti, accanto a una Maria Denis tutta aggiustatina, con le sue brave ciglia finte, il cerone, il rossetto, i riccioli ben pettinati. Il film non ebbe molto successo, malgrado la presenza nel cast di attori come Rossano Brazzi, allora un divo, Roldano Lupi e Gino Cervi. Io ebbi un trionfo di critica. Parlarono di “rivelazione”, “…il cinema italiano non potrà più fare a meno di questo volto intenso…” e bla bla bla. Invece il cinema italiano ne fece a meno benissimo, e mise sugli altari quelle che a quel tempo si chiamavano “le maggiorate”.

Io ricevetti una serie di proposte una peggio dell’altra. Le rifiutai tutte, imperterrita, e me ne tornai al mio teatro senza l’ombra di un rimpianto.

Non avrei proprio altro da dire. Se non, forse, spendere due parole per la mia brevissima apparizione in Viaggio in Italia di Rossellini, con la Bergman e George Sanders...

Pausa sul set di Viaggio in Italia

I cultori di questo film, e sono tanti, mi parlano tutti di quella mia particina come di un prelibato “cammeo”...

A me sembrano pazzi. E’ vero che il film è bellissimo, forse il migliore di Rossellini, ma il mio personaggio, la prostituta, è al limite del ridicolo...

Il povero Sanders, travagliato da problemi coniugali, prende in macchina una prostituta che staziona fuori dall’Excelsior di Napoli. Cerca di distrarsi un po’, suppongo. E chi gli capita? Una Proclemer dall’aria tragica, depressa, col muso lungo, che gli racconta di una sua amica che è morta, e di lei che voleva ammazzarsi…e di come è orribile la vita. Poi gli chiede: dove andiamo? E lui, giustamente: lasciamo perdere, facciamo un’altra volta. Se non è ridicolo questo…

Durante quella mia breve permanenza a Napoli per Viaggio in Italia ci fu una serata particolare e per me indimenticabile. Stavamo tutti all’Excelsior, e all’improvviso arrivò Humphrey Bogart. Era a Napoli di passaggio e veniva a salutare la sua amica Ingrid. Beh, vederli insieme, vivi, veri, in carne e ossa, con un bicchiere di Martini in mano, mi fece quasi svenire dall’emozione...

Per me Casablanca era, ed è tuttora, un cult. So a memoria tutte le battute, so quando la camera staccherà dall’uno all’altro. So il punto esatto in cui mi metterò a singhiozzare. So tutte le parole di As time goes by. Ed eccoli qui, Rick e Ilse, davanti a me, nel bar dell’ Hotel Excelsior di Napoli...

Mi risvegliò dal mio imbabolamento la voce di Rossellini: “Anna, andiamo a cena al Vomero. Li porti tu Ingrid e Bogey? Io ha la macchina piena” e uscì. Mi sentii gelare...

La mia macchina era una modesta 1100E color cacchina, una delle più brutte ma efficienti automobili che la Fiat abbia mai prodotto. Ma fin qui pazienza. Non tutti possiamo essere stars di Hollywood e spostarci in limousine. E io sono troppo fondamentalmente democratica per pensare che la marca di un’automobile possa esaltare o declassare chicchessia...

No, la 1100E andava benissimo. Ero io che non andavo troppo bene. Avevo la patente da un mese scarso. La strada per il Vomero è in salita ed è tutta curve e tornanti. Mentre le affrontavo, sudando per la tensione ( a quel tempo per scalare le marce bisognava fare il doppio débrayage e io non ero ancora un drago, in materia), pensavo al carico prezioso che mi portavo appresso (all’ultimo momento si era aggiunto anche George Sanders). Una bella responsabilità, la mia! ...

Arrivai al ristorante stremata, ma felice di avercela fatta. Mentre entravamo per la porta girevole, Bogart mi mise una tenera ma ferma mano sul culo. Lo guardai con riconoscenza. L’idolo si era fatto uomo...

Humphrey Bogart (Bogey)

Dal sito di Anna Proclemer

martedì 10 luglio 2007

Impronte


Anton Cechov


Impronte

di Anna Proclemer



A 16 anni ebbi due incontri fondamentali: Anton Cechov e i De Filippo.

Zio Vania mi stravolse. Trovare li, scritte su una pagina, nella sublime sintesi dell’arte, le mie malinconie, le mie impotenze, le mie lagrime notturne; e le mie speranze disperate, le improvvise gaiezze, le ribellioni abortite, la stanchezza; e la volontà, malgrado tutto, di vivere e di affermare la mia esistenza! Che incontro sconvolgente!

Cechov agì da catalizzatore delle mie ambizioni ancora informi, del mio straziante bisogno di esprimermi. Diede corpo e parola armoniosi all’inarticolato mugolìo che mi dissonava dentro: decise della mia vita. Avrei fatto del teatro. Compresi che recitare era per me l’unico modo – come dice Eduardo – per vivere sul palcoscenico la vita vera, quella che gli altri, nella vita, recitano malamente.

Eduardo, appunto. Mia madre era stata amica d’infanzia dei tre fratelli. L’amicizia non si era dissolta con gli anni. Nel 1939, l’anno di cui sto parlando, i tre De Filippo erano già gli attori e autori affermati le cui stagioni al Teatro Quirino di Roma significavano una serie di tutto esaurito.
Titina era ospite in casa nostra. Non dimenticherò mai la sua tenerezza verso di me, la sua arguzia venata di malinconia, quel suo comprendere tutto con un pudico riserbo così poco napoletano, quella sua profonda indulgenza che si travestiva da pigrizia ma che era, lo capii più tardi, autentica saggezza. E che grande, grandissima attrice. Mai più, nessuna, né in Italia, né all’estero, mi ha dato le emozione che lei suscitava con una parsimonia e insieme una genialità creativa che non ho mai più incontrato.

Di giorno talvolta mi portava con se a Cinecittà dove girava con Eduardo “Ma l’amor mio non muore” che segnò il debutto di Alida Valli. Come era bella Alida! Aveva pochissimi anni più di me, ma mi appariva irraggiungibile e mitica, come una dea. Alida era, naturaliter, una star. La guardavo con ammirazione distaccata, scevra d’invidia. Io non volevo essere una star. Volevo essere un’attrice.

Quasi tutte le sere ero fra le quinte del Quirino o in platea, seduta sui gradini ricoperti di moquette verde. A volte, Peppino o Eduardo inventavano delle nuove gags per me, ammiccando nella mia direzione, e io ne ero deliziata, ridevo fino alle lagrime.

Era un riso importante, liberatore, in cui si convogliavano, al di là della consapevolezza, aspirazioni, speranze, sensualità, ricchezza nel dare e nel ricevere, complicità, felicità del rapporto. Da allora le mie risate vere, non il sorriso di simpatia o il risolino di convenienza, ma le vere risate che salgono su dal profondo, sono sempre state come quelle, intrise di lagrime.

Negli intervalli ero sempre su nei loro camerini. Doveva essere una bella seccatura, per loro, quella ragazza ardente e timida che se li covava con gli occhi. Ebbene, mai che mi abbiano fatto sentire un’intrusa o un’ospite indesiderata.

Quando partirono da Roma scrissi ad Eduardo un tenero biglietto di gratitudine. Mi rispose subito.
Scriveva ( cito le sue parole a memoria dopo tanti anni!) : “Sono giunte le tue parole all’isola della mia vita. A guisa di piccolo drappo bianco agito in aria un po’ di fantasia, rimasuglio d’infanzia, a segnalarti gioia di naufrago ritrovato.”

Più tardi Peppino scrisse su Il Messaggero nel 1958


Dal sito di Anna Proclemer

venerdì 29 giugno 2007

La signorina Doolittle


Audrey Hepburn in My Fair Lady


La signorina Doolittle

di Anna Proclemer



Eliza Doolittle e il suo Pigmalione.
A 15, 16 anni lo cercavo ardentemente il mio Pigmalione.
E anche dopo l’ho sempre inseguito.
Forse per questo ho spesso avuto vicino uomini importanti.
Importanti non per la ricchezza (per lo più erano poveri in canna come me), né per il potere, né per una particolare avvenenza. Ma erano, questo sì, degli intellettuali. Qualche volta degli artisti. Ho sempre avuto bisogno di una guida.
A 16 anni una guida importante la trovai.
Si chiamava Muzio Mazzocchi Alemanni. Nome di antica nobiltà umbra, erano conti, mi pare. Lui frequentava il primo anno di Lettere all’Università, io la seconda liceo al Mamiani.
Muzio era alto, magrissimo, le spalle un po’ curve, le guance incavate, bellissimi occhi verdi sempre un po’ arrossati, il mento aguzzo, il profilo da medaglia di un principe del Rinascimento.
Era mostruosamente intelligente e di raffinatissima e aggiornatissima cultura. Era abbonato a Solaria e a Corrente. Le critiche ermetiche di Carlo Bo per lui non avevano misteri. S’intendeva di musica, di pittura e soprattutto di poesia.
(E’ diventato più tardi un esperto di G.G.Belli, ha scritto molti libri su di lui, e ultimamente ha ricevuto un premio prestigioso per i suoi studi sul poeta romano).
Mi fece conoscere Eliot, Campana, Montale, Stravinskij, Louis Armstrong, Malipiero, John Donne, Braque, i Preraffaelliti, Bruno Barilli, Ungaretti, i Concerti Brandeburghesi… cito alla rinfusa, così come alla rinfusa io andavo spiluzzicando qua e là in questi mondi sconosciuti senza avere il tempo di approfondire. Capivo la metà di quello che leggevo o ascoltavo. L’altra metà l’assorbivo irrazionalmente, per istinto; prendevo anche molte cantonate, ma insensibilmente andavo formandomi un gusto. Quando non ascoltavamo musica o leggevamo insieme poesia si peregrinava per Roma. Camminavamo per ore ed ore, senza fermarci mai, senza sederci mai, senza mai entrare in un caffè, senza mai prendere un tram. E’ vero che fra tutti e due non avevamo letteralmente una lira, ma mi sembra così strano, visto da ora, quel nostro astratto vagabondare.
Ci muovevamo in un’atmosfera allusiva, metaforica, raggelata e incandescente, dove non c’era posto per bisogni comuni, per parole quotidiane. Io sarei morta, piuttosto che dire: sono stanca, ho freddo, mi fa male un piede, devo andare in bagno. Ma non ne soffrivo, mi andava bene così.
Mi andava molto bene così.


Dal sito di Anna Proclemer

domenica 27 maggio 2007

Voglio fare l'attrice!



Voglio fare l'attrice!

di Anna Proclemer


Non ne avevo mai parlato con nessuno.
Mi tenevo dentro stretto stretto il mio segreto come un rospo poetico, una febbre felice, un tumore gioioso. Mi accorgo di avere scelto immagini macabre. Ma era davvero come una singolare malattia quella che mi sentivo addosso; niente di romantico, di aureolato, di vocazionale. Era una presenza concreta che sembrava essersi abbarbicata alle radici fisiche del mio essere. Ma forse le vocazioni autentiche sono proprio così.

Dovevo parlarne con i miei, ma non trovavo il coraggio di affrontare l’argomento. Aggirai l’ostacolo in modo curioso. Un giorno entrai in una specie di negozietto dall’ aria vagamente equivoca vicino a Piazza San Silvestro. Per poche lire si poteva incidere la propria voce su un piccolo disco che ti consegnavano subito. Sotto gli sguardi esterrefatti dei due commessi, abituati evidentemente a exploit di tutt’altro genere, incisi a memoria il finale di Zio Vania e una lunga battuta dell’Ivanov, sempre di Cecov. L’incisione era approssimativa, un po’ frusciante, ma passabile. A casa dissi a mio padre e a mia madre: “ Vediamo se riconoscete questa voce ” e misi su il disco.Mia madre disse subito “Ma questa è Tatiana Pavlova! Ah che attrice straordinaria! Me la ricordo in Mirra Efros. Al primo atto era alta, imponente. All’ultimo, quando resta sola, abbandonata da tutti, diventava piccola così!…” e con la mano indicava un’ altezza a pochi palmi da terra. Io conoscevo l’aneddoto a memoria, l’avevo sentito decine di volte perché faceva parte del “repertorio” di mia madre. “Ma no, su, ascolta bene” dissi con una certa insofferenza.” Ti dico che è la Pavlova!” Insisteva lei. (Mio padre stava zitto e secondo me aveva mangiato la foglia.) “E’ proprio la Pavlova! Ma che brava! Che brava!” ripeteva tutta infervorata.

“E allora ti dirò che non è la Pavlova! Sono io! E voglio fare l’ attrice!” gridai tutto d’un fiato.

Silenzio. Stupore, sbigottimento, indignazione , scandalo.

Mi venne sciorinato tutto l’elenco dei luoghi comuni borghesi sul teatro e gli attori: la vita incerta, disordinata, disagiata. E poi la corruzione, il “libero amore, come in quel paese russo che piace tanto a tuo padre”, le orge, i “paradisi artificiali della cocaina”, le attrici costrette a fare le “mantenute” per pagarsi le “toilettes”, la “débauche” come norma di vita…..(chissà perché nel vocabolario della moralità borghese le parole francesi sono inevitabili quando si tratta di definire la depravazione dei costumi).

Io ascoltavo chiedendomi oscuramente dove gli attori trovassero il tempo di studiare, provare, recitare, se erano sempre tanto impegnati a fare gli sporcaccioni.

Purtroppo non sapevo arginare con argomenti efficaci questo astioso fiume di fango che investiva oscenamente, senza tuttavia imbrattarla, la purezza delle mie aspirazioni. Stavo zitta, e odiavo. (Il risvolto patetico di tutta la storia è che i miei, e soprattutto mia madre, sono in seguito stati i miei più teneri, orgogliosi, compiaciuti ammiratori. Ma ci vuole altro per rimarginare certe ferite! Nel fondo del mio cuore non ho mai perdonato questo oltraggio alla mia innocenza.).

Il 10 giugno 1940 era scoppiata la guerra: Quella notte Muzio andò a scrivere W la Francia! sui muri di via Nazionale.

Nell’ autunno del 1941 mi iscrissi all’Università, facoltà di Lettere e Filosofia. Cominciai a frequentare qualche corso, ma ben presto seppi che all’Università funzionava un teatro abbastanza importante e che ad ogni inizio della stagione accademica vi si svolgevano delle “audizioni” per reclutare nuovi elementi.

Naturalmente mi presentai. Recitai l’ ultima battuta di Sonia, in Zio Vania, davanti a una giurìa prestigiosa, composta da Turi Vasile, Orazio Costa, Cesare Vico Lodovici, Enrico Fulchignoni. Mi accolsero a braccia aperte.

Dal sito di Anna Proclemer

domenica 13 maggio 2007

Voce recitante




Voce recitante

di Anna Proclemer


La prima volta che mi trovai in mezzo a un’orchestra, come uno strumento solista o una cantante, fu nel 1945, al Teatro delle Arti di Roma, per Pierino e il lupo di Prokoviev. Dirigeva Franco Capuana. Rimasi sconvolta. L’impatto della musica, standoci in mezzo, è totalmente diverso dall’ascolto normale, sia pure dalla prima fila. Ero già innamorata della musica da tempo, ora persi la testa completamente e per sempre. C’era un problema, però. Ero poverissima e non avevo un vestito adatto alla circostanza. Mi feci prestare dalla mia amica Cecilia, lei era di famiglia facoltosa, un suo vestito da sera. Di moire di seta pura bianco, stretto in vita, con piccole maniche a sbuffo e scollatura a barchetta, come usava allora. Perfetto. Beh veramente non tanto, perché Cecilia era dieci centimetri più bassa di me. E le scarpe? Come rimediarle? Ritagliai due solette di cartone , ci feci delle piccole incisioni lungo i lati, ci infilai una fettuccia argentata che poi incrociai sul piede e la gamba (alla schiava, come usa adesso). Proprio niente male, e il vestito, coi sandali a terra, sembrava anche un po’ meno corto. Però, come in tutte le favole che si rispettino, la sciagura era in agguato. Per salire sul piccolo podio che era preparato per me alla sinistra del direttore d’orchestra io dovetti piegare il piede. La suola di cartone si trinciò di netto e, richiudendosi, mi afferrò la pianta del piede come in una tagliola. Pensai, in un lampo, alla Sirenetta di Andersen. E, come lei, rimasi imperturbabile. Un male cane. Che ben presto la felicità di trovarmi in mezzo alla musica, di dialogare con la musica, di farmi investire dalla musica, sembrò annullare del tutto. Un po’ più dura fu agli applausi. Nei concerti non è come a teatro. Si va in quinta e si torna al centro. Poi si rivà in quinta e si ritorna al centro. Per varie volte, soprattutto se è un successo. E il nostro lo era. La tagliola continuava a mordere, ma io ero così felice di questa mia avventura musicale che fingevo, con me stessa, di non sentirla. E forse non la sentivo davvero. L’anno dopo, 1946, fui la “voce recitante” nelle Trachinie di Ildebrando Pizzetti. Ricordo soprattutto la cortesia squisita del Maestro, i suoi capelli candidi e la sua giacchetta di velluto nero, che indossava sempre, anche di mattina. All’inizio degli anni ’50, al Teatro dell’Opera di Roma, feci La Sagesse di Milhaud, testo di Claudel, direttore d’orchestra Fernando Previtali. Mi piacque molto perché non stavo ferma dietro un leggio, ma mi muovevo col corpo di ballo. Recitavo e insieme ero parte di una coreografia. Io che ho sempre adorato la danza e ho sempre rimpianto di non aver potuto praticarla da professionista, mi sentivo gratificata da questa mia piccola ma incisiva partecipazione gestuale. Negli anni ’80, Peer Gynt, da Ibsen, musica incantevole di Grieg. Direttore d’orchestra il fascinosissimo Piero Bellugi. Oltre ad Albertazzi, che aveva ridotto il testo, c’erano anche la Toccafondi (mamma Aase), ed Elisabetta Pozzi (Solveig). Il solito Harem, insomma. Io facevo varie parti: il Fonditore di bottoni, la regina dei Trolls e… non mi ricordo. Il concerto aveva molto successo. Lo facemmo a Roma, al San Carlo di Napoli, al Teatro di Verdura di Palermo. Chissà perché, malgrado il fascino della musica di Grieg, non lo ricordo con gioia. Nel 1987 l’ultima mia esperienza come voce recitante in orchestra. Era L’ Arlesienne di Bizet, su testo di Alfred Daudet. Teatro Comunale di Bologna. Un giugno rovente. Una musica bellissima. Un direttore d’orchestra francese, odioso. Pierre Delvaux è l’unico musicista che ho conosciuto che fosse scostante e totalmente privo di fascino. Io che m’innamoro anche di quello che suona il triangolo, purché stia lì in orchestra a suonare, mi trovai di fronte a un muro di antipatia. Mi compensarono i magnifici professori d’orchestra che, agli applausi, quando sfilavo io , mi sorridevano incantati e battevano gli archetti sul leggìo, in segno di approvazione.

Dal sito di Anna Proclemer