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venerdì 20 giugno 2008

Sándor Márai: La donna giusta




Sándor Márai: La donna giusta

di Gabriella Alù




Gli Happy Few che frequentano il mio blog sanno già che quando parlo di libri non intendo fare recensioni: quelle le lascio ad altri. I miei sono solo appunti di lettura, e non ho la pretesa di sentenziare su alcunchè.

Perciò quello che penso di questo libro voglio dirlo subito e senza giri di parole: è magnifico.
Un libro dallo stile limpido, smagliante, di grande eleganza ma mai stucchevole e che, come tutti i libri veramente importanti, si presta a parecchi livelli di lettura.

È certo un grande romanzo di passione e tradimenti; di sentimenti estremi e di personaggi tormentati strutturato in monologhi in cui la stessa storia viene narrata dal punto di vista dei diversi protagonisti. Ma sarebbe troppo ingiusto e riduttivo farlo passare esclusivamente come un romanzo d'amore, anche se la stupefacente capacità di approfondimento psicologico di Márai che --- narrando in prima persona si identifica di volta in volta negli uomini e nelle donne dei diversi Io Narranti della storia --- basterebbe già, a mio parere, a fare di questo romanzo una grande opera.
Ma questo è solo uno dei tanti possibili livelli di lettura di "La donna giusta", che è anche, e per certi versi, forse soprattutto un libro su un mondo in trasformazione, sul sentimento di appartenenza ad una classe sociale la borghesia, sulla solitudine e sulla cultura, temi che vengono declinati attraverso le voci dei quattro personaggi monologanti di cui tre protagonisti della storia.

Ilonka, la moglie piccolo borghese, donna bella e intelligente che ama e desidera catturare l'anima del marito amato. E' lei che dipana e sviluppa il tema dell'amore e che ad un certo punto dice "Ho capito che non c'è nessuna persona giusta. Esistono solo le persone ed in ognuna c'è un pizzico di quella giusta".


Peter, il marito, borghese colto e raffinato, personaggio onesto e tormentato, innamorato dell'arte ma incapace di creare. E' la voce di chi sente di appartenere alla borghesia colta ed illuminata ("non quei borghesi da strapazzo, che portano tale titolo soltanto in virtù del loro denaro o perchè sono stati in qualche modo promossi sulla scala sociale [...] Io mi riferisco ai veri borghesi, a quelli che hanno creato qualcosa e lo conservano" ). Peter è la voce della solitudine, quella "... solitudine profonda, intensa, che circonda ogni spirito creatore come l'atmosfera avvolge la terra." Eppure "si continua a sperare. E' davvero difficile arrendersi di fronte a questa realtà sconfortante, rassegnarsi al fatto di essere soli, terribilmente e disperatamente soli" [...] " ...Forse un grande artista è in grado di tollerare una solitudine di quel genere: è costretto a pagare un prezzo terribile, ma entro certi limiti viene risarcito dalla sua opera"

Judit, la sottoproletaria diventata serva, terza voce narrante. Scaltra, bellissima, intelligente, orgogliosa. Di lei Peter si innamora, per sposar lei abbandona la moglie, è da lei che viene derubato da quasi ogni suo bene.

Eppure, è al personaggio di Judit, questa serva che diventa padrona ma che poi ridiventa povera senza farne una tragedia che Márai affida il ruolo di cogliere i significati ultimi e profondi di quello che è la cultura: "la cultura è quando una persona o un popolo sono pieni di una gioia immensa! Dicono che una volta i greci hanno avuto una cultura perchè tutti loro sapevano gioire. Prova ad immaginarti un popolo che vive nella gioia e questa gioia è la cultura!"


Ci sono poi, immediatamente riconoscibili per chi abbia letto i due volumi di memorie di Márai "Confessioni di un borghese" e "Terra, terra!..." lampi autobiografici che squarciano il romanzo e che si colgono soprattutto in due personaggi: Peter (il marito) e Lázár, uno scrittore ... che ha smesso di scrivere perchè --- osservando l'apocalisse e gli orrori dell'occupazione nazista prima e di quella sovietica poi --- si consuma sulla domanda "i libri sono mai riusciti a rendere migliore qualcuno?" ed ha smesso anche di leggere niente più altro che dizionari di lingua ungherese.

Sia Peter che Lazar lasciano per sempre l'Ungheria quando si instaura il regime sovietico; entrambi consapevoli delle profonde trasformazioni cui viene sottoposta la loro appartenenza di classe e di cultura; della messa in discussione delle loro radici più profonde. Sono i due alter ego dello stesso Márai. Non a caso Peter parla di Lázár come del "testimone oculare" della propria esistenza.

Sándor Márai (1900-1989) è uno scrittore che amo profondamente. E' uno di quelli che io chiamo "i miei scrittori".

Era ungherese, profondamente antifascista ed anticomunista. Lasciò l'Ungheria nel 1948 ("La donna giusta" è del 1941) con l'instaurarsi dell'occupazione sovietica e non vi fece più ritorno. Le sue opere (romanzi e volumi autobiografici) rimasero inediti e sconosciuti mentre era vivo poichè gli scritti ungheresi molto raramente venivano tradotti all'estero ed egli, da parte sua, rifiutò di curare la loro pubblicazione in patria durante il regime sovietico.


Viaggiò molto in Europa (Parigi, Roma, Berlino, Napoli) e poi negli Stati Uniti, sempre struggendosi nella nostalgia non tanto della sua terra quanto della sua lingua madre, l'ungherese, lingua ostica e difficile da parlare e da tradurre ("la sola lingua che il diavolo rispetti"), lingua assolutamente minoritaria e pressocchè sconosciuta al di fuori dei confini magiari ma che per Márai rappresentava davvero la sua "madre patria" perduta.

Perchè uno scrittore è davvero senza patria se è consapevole del fatto che la lingua in cui scrive non viene compresa...

Morì suicida negli Stati Uniti, a San Diego, nel 1989. Si racconta che prima di uccidersi telefonò per chiamare un'ambulanza. "C'è un cadavere da portar via", disse all'operatore che aveva risposto al telefono.

Adelphi, dando alle stampe anni fa "Le braci" e continuando in seguito con la pubblicazione di altre sue opere ha fatto (ri)scoprire Márai, che oggi è tradotto e conosciuto in tutto il mondo.
E' dunque grazie all' "operazione Adelphi" che anch'io ho potuto conoscere Márai.
(09/07/2006)

Da NonSoloProust





mercoledì 9 aprile 2008

Parigi non finisce mai


La pointe de la Cité


Parigi non finisce mai - Enrique Vila-Matas

di Gabriella Alù


Cominciamo dal titolo, che è una citazione da "Festa mobile" di Hemingway: "Parigi non finisce mai e i ricordi di chi ci ha vissuto differiscono tutti gli uni dagli altri [...]. Parigi ne valeva sempre la pena e qualunque dono tu le portassi ricevevi sempre qualcosa in cambio. Ma questa era la Parigi dei bei tempi andati, quando eravamo molto poveri e molto felici"

L'ultimo libro di Enrique Vila-Matas, autore di una vasta opera narrativa, vuole essere infatti "una revisione ironica dei due anni trascorsi in quella città quando ero giovane e durante i quali, a differenza di Hemingway, che lì era stato "molto povero e molto felice", ero stato molto povero e molto infelice"


Le Pont des Arts

La Parigi che emerge da queste pagine è insieme concreta e mitica, paesaggio dell'anima e luogo di apprendistato letterario. E' popolata da decine di altri autori del presente e del passato tra cui Perec, Barthes, Borges, Malraux, Joyce, Gertrude Stein, Scott Fitzgerald e naturalmente da lui, il leggendario Hemingway, idolatrato da Vila-Matas al punto da volergli somigliare anche fisicamente e da Marguerite Duras, sua padrona di casa e bizzarra consigliera di scrittura.

In un racconto a tratti esilarante, denso di rimandi metaletterari, giochi di specchi e continui balzi temporali, Vila-Matas ripercorre le tappe della progettazione e della stesura del suo primo romanzo "L'assassina letterata". Rievoca i giorni in cui si chiedeva se fosse meglio, per un aspirante scrittore spagnolo, autoesiliatosi dalla Spagna franchista e in cerca di immagine e di identità nel mondo intellettuale parigino porsi come situazionista o patafisico o esistenzialista o oulipiano. Ci rende partecipi dei suoi dubbi sul come si fa a diventare scrittori, sull'esistenza o meno di regole, sull'individuazione di un metodo creativo.

Vue sur la Madeleine

Perchè "Parigi non finisce mai" è (anche) un libro sulla scrittura, sulle difficoltà e le angosce di chi è certo del proprio desiderio ma non delle proprie capacità e perciò si porta sempre appresso il foglietto-feticcio in cui Marguerite Duras, forse per levarselo di torno con tutte quelle domande sulla scrittura, gli ha frettolosamente scarabocchiato alcune regole per diventare "un bravo scrittore". Ancora ignorava, il giovane Vila-Matas, (lo apprenderà tanti anni dopo dalla stessa Duras) che "dubitare è scrivere" e che "come diceva già Hemingway [...] le cose più importanti non si raccontano mai"

Forse per questo l'ironia è la nota dominante e il leit motivdi tutto il libro perchè l'ironia è "la più alta forma di sincerità" ma anche "un modo per assentarsi" ed è proprio l'ironia "che ci consente di eludere le delusioni per il semplice motivo che si rifiuta di farsi illusioni".


La Gare d'Orléans au quai d'Orsay

Come recita il risvolto di copertina, la scrittura di Vila-Matas è allo stesso tempo "intimista e sperimentale, elegante e sfrontata." Dietro l'apparente leggerezza di pagine di piacevolissima e scorrevole lettura si coglie una sorta di malinconica rassegnazione al proprio destino di scrittore.

"Lei scriva, non faccia nient'altro, nella vita" era il consiglio ("il criminale consiglio") che Raymond Quenau aveva dato anni prima a Marguerite Duras e che lei a sua volta trasmette al suo inquilino-apprendista scrittore.

Così facendo, scrive Vila-Matas, Marguerite Duras "condannò anche me alla stessa sorte [...]. Credo di poter dire di essere andato a Parigi solo per imparare a scrivere a macchina e ricevere il consiglio criminale di Quenau."


(26/06/2006)

La gare St-Lazare

Da NonSoloProust

martedì 11 marzo 2008

A cena con Anna Karenina


Greta Garbo, Fredric March, May Robson in Anna Karenina
(Clarence Brown, 1935)


A cena con Anna Karenina - Gloria Goldreich

di Gabriella Alù


Ho letto da qualche parte che questo romanzo potrebbe essere ribattezzato "Books and the city" ed in qualche modo è vero. Siamo a New York, a Manhattan, e le protagoniste sono sei donne. Sei amiche molto diverse tra loro ma unite da una grande passione che ciascuna coltiva sin dall'infanzia: la lettura.
A turno, scelgono un libro ed un autore (spesso un'autrice) e si riuniscono a casa di una di loro per discuterne a fondo. Per farlo si preparano minuziosamente, e nonostante siano tutte professioniste molto impegnate (alcune anche con marito e figli) e con pochissimo tempo libero a disposizione leggono biografie, saggi, tutto quello che riescono a trovare sul testo prescelto. Assistiamo così alle loro discussioni su Tolstoj ed Anna Karenina --ovviamente -- su Emma Bovary e Flaubert, Edith Warthon e Shirley Jackson, Sylvia Plath...

L' analisi di critica letteraria serve anche, a ciascuna, per conoscere meglio sè stessa e le amiche. Perchè "il loro non era un gruppo di lettura come gli altri, perchè loro non erano lettrici come le altre. Avevano avuto altre eseprienze di gruppi letterari, ascoltando commenti superficiali, pseudoanalisi, parole buttate lì solo per dimostrare [...] superiorità intellettuale. [...] Erano loro ad essere diverse. La letteratura era la loro passione, ogni libro che discutevano rappresentava una sfida per il cuore e per la mente, ogni incontro una celebrazione di idee. La loro amicizia, l'intimità, erano radicate in quella passione condivisa, inespressa ma tacitamente riconosciuta. Discutendo i libri, si rivelavano l'una all'altra, palesando i propri sogni, le più recondite paure, le più rosee speranze. Come adesso, immerse nella vita di Emma Bovary. Che non commiseravano nè ammiravano" (p.52)

Isabelle Huppert in Madame Bovary
(Claude Chabrol, 1991)


Ma i libri non rappresentano, dentro questo romanzo, solo oggetti transazionali o una sorta di test proiettivi. La bravura della Goldreich consiste proprio nel saper dosare sapientemente, riportando le discussioni del gruppo, gli elementi che riguardano l'analisi letteraria vera e propria e quelli che costituiscono le proiezioni e le identificazioni delle sei amiche. Che sono donne intelligenti e perfettamente consapevoli di questo meccanismo.

Le discussioni avvengono dopo la cena -- preparata con cura dalla padrona di casa di turno e consumata con gran gusto -- con caffè e pasticcini a portata di mano, comodamente sedute in ampie poltrone o accoccolate sui tappeti ma con le cartelle rigonfie di libri e di quaderni d'appunti, intrecciando discussione letteraria e vicende personali.

Sue Lyon, James Mason in Lolita
(Stanley Kubrick, 1962)


Ed arrivati a questo punto non facciamo a tempo a pensare: "Ma toh, guarda, è la stessa situazione descritta da Azar Nafisi in "Leggere Lolita a Teheran" che quest'idea viene in mente anche a loro: "Riordinarono tutte insieme i piatti, impilando i cuscini in un angolo, d'accordo sul fatto che il prossimo incontro si sarebbe svolto in casa di Trish alla fine di gennaio e [...] scelsero un testo relativamente recente, Leggere Lolita a Teheran, di Azar Nafisi [...] avevano idealmente adottato il gruppo di lettura iraniano, dichiarando quelle lontane lettrici le loro sorelle intellettuali.
"Proviamo a leggere anche Lolita di Nabokov", disse Trish.
E poi scriviamo la seconda parte: Leggere Lolita a Manhattan, aggiunse caustica Elizabeth, provocando l'ilarità generale"
(p.145)

"A cena con Anna Karenina" è un libro sull'amicizia e sulla passione per la lettura colto e raffinato, spesso anche commovente. Una lettura gradevolissima ma assolutamente non banale.

Gloria Goldreich è una studiosa di storia ebraica, saggista, autrice di narrativa per ragazzi. Questo "A cena con Anna Karenina" è il suo terzo romanzo, con "Leah's Journey" ha vinto il "National Jewish Book Award of Fiction". Sposata con un avvocato, madre e nonna, vive a Tuckahoe, New York.
(sabato, 03 marzo 2007)

Gloria Goldreich (in inglese)

Il libro


Azar Nafisi


Da NonSoloProust

mercoledì 31 ottobre 2007

La donna che aspettava


Holsoe, Carl Vilhelm: Waiting By The Window



La donna che aspettava

di Gabriella Alù



Andrei MAKINE, La donna che aspettava (tit.orig. La Femme qui attendait), traduz. dal francese di Anna Maria Ferrero, p. 132, Einaudi collana Arcipelago, ISBN 88-06-17226-3


Andreï Makine è uno scrittore francese di origini russe (è nato in Siberia nel 1957), arrivato in Francia dalla ex Unione Sovietica nel 1987. Ha pubblicato parecchi romanzi con uno dei quali -- Il testamento francese -- ha vinto nel 1995 i prestigiosi Prix Goncourt ed il Prix Médicis.
Nominato anche membro dell'Academie Française è oggi considerato uno degli autori francesi contemporanei più interessanti.

Makine è un autore che mescola con una modalità molto singolare i due mondi lontanissimi della Francia e della Russia: è infatti un russo che scrive in francese, che vive ed è naturalizzato in Francia ma che ambienta i suoi romanzi nella russia post-staliniana.

Questo La donna che aspettava --- titolo originale La Femme qui attendait --- è del 2004 ed è il suo primo romanzo che leggo. Ho già in lista gli altri perchè la lettura di questo libro mi ha catturata e sono decisa ad approfondire l'universo di quest'autore.

Il romanzo è ambientato negli anni Settanta ed è la storia -- narrata in prima persona -- di uno scrittore di Leningrado che a ventisei anni, stufo dei circoli di letteratura dissidente che frequenta e nell'attesa di terminare una sua satira sulla società sovietica, coglie al volo l'offerta di un collega di andare a Mirnoe, una sperduta cittadina della regione di Arcangelo, per fare una ricerca sui costumi locali in tema di cerimonie nuziali e funerarie. Qui incontra la quarantenne Vera.

La donna conduce una vita ritirata in una casupola vicino al Mar Bianco, fa la maestra elementare ma soprattutto si occupa delle vecchie del villaggio che la guerra ha reso vedove e sole al mondo. Vecchie che aspettano solo che la morte arrivi anche per loro.

Vera è la donna che aspettava: nel 1945 infatti, appena sedicenne, ha visto partire per la guerra il ragazzo che amava. Un primo amore mai più tornato ma che lei continua ad aspettare nonostante siano ormai trascorsi trent'anni.

Il romanzo racconta la fascinazione del narratore verso questa donna enigmatica: Vera ci appare soltanto attraverso lo sguardo del narratore e la sua immagine muta continuamente a seconda del mutamento dei sentimenti, delle percezioni, delle costruzioni mentali di lui. Non c'è dunque una sola Vera, nel libro, ma tante. Per esempio: con supponente convinzione il protagonista dà per scontato, vedendo alcuni libri di linguistica nella povera casetta di Vera, che si tratti di volumi da lei trovati in qualche casa abbandonata dei dintorni e esposti lì per una sorta di pretenziosa esibizione di arredamento... salvo poi scoprire che questa maestra elementare che va in giro a piedi nudi e con addosso un logoro cappotto militare ha condotto all'università di Leningrado lunghe e complesse ricerche di linguistica. Nella prima parte del romanzo, di Vera non sappiamo nulla se non che continua ad aspettare il suo uomo partito per la guerra. Nella seconda parte riceviamo invece molte informazioni ma le tante altre scoperte che il narratore fa (e noi con lui) rendono la conoscenza di questa donna, paradossalmente, sempre più sfuggente e inafferrabile.

Non riusciamo neanche ad essere certi delle vere ragioni dell'attesa: si tratta di una scelta consapevole di Vera oppure, molto più banalmente, la sua solitudine è dovuta al fatto che la guerra ha determinato, in quel villaggio alla periferia dell'impero, la scomparsa quasi totale degli uomini validi?

La critica di Makine alla realtà sovietica è feroce. I suoi abitanti sono ridotti a "ingranaggi assonnati" totalmente in preda a decisioni ed eventi di cui non possono essere protagonisti attivi, ma solo strumenti passivi e rassegnati.

Ancora più tetra è la vita a Mirnoe, luogo dove il tempo sembra essersi fermato e dove convivono i disastri prodotti dalla guerra e l'attesa rassegnata della morte. Molte le donne anziane accudite da Vera. Pochi i bambini che nascono, numerosissimi gli invalidi, gli alcolizzati, tante le famiglie distrutte.

Ma a mio parere la bellezza di questo libro sta altrove: nel lirismo delle descrizioni dei paesaggi, nella capacità di rendere la mutevolezza delle atmosfere psicologiche tra i due personaggi principali del romanzo e soprattutto, forse, nella affascinante inafferrabilità di Vera.

Perchè troppo spesso, ci dice Makine "le parole, spesso pretenziose e categoriche [...] dissezionano, stabiliscono, classificano. Tutto diventa comprensibile e rassicurante [...] Il mistero dell'altro è addomesticato". In realtà, il tentativo di razionalizzare "è una specie di assassinio, perchè uccidiamo quella creatura infinita ed inesauribile che abbiamo incontrato. Preferiamo aver a che fare con una costruzione verbale piuttosto che con un essere vivente..."


L'autore
Il libro

lunedì, 14 maggio 2007

Da NonSoloProust



venerdì 14 settembre 2007

Il silenzio del mare. Ma non solo




Il silenzio del mare. Ma non solo

di Gabriella Alù



A volte, le storie della nascita di un libro e di un film sono altrettanto avvincenti di quelle da essi raccontati e si intrecciano o vanno in parallelo con altre storie. Di altri libri ed altri autori.

Seconda Guerra mondiale. 1942. Nella Francia occupata dai nazisti viene stampato e diffuso clandestinamente dalla Resistenza un lungo racconto intitolato Le silence de la mer (Il silenzio del mare). Il racconto è firmato Vercors e narra di un ufficiale tedesco di nome Werner von Ebrennac che si insedia nella casa di un anziano signore francese e della sua giovane nipote.
Von Ebrennac, che nella sua vita "normale" è un musicista e parla perfettamente il francese, è un grande conoscitore ed ammiratore della Francia, della sua cultura e della sua arte e tenta in ogni modo -- ma invano -- di conquistarsi la simpatia di zio e nipote i quali, durante i sei mesi di permanenza dell'ufficiale in casa loro non rispondono mai nemmeno con una parola ai suoi lunghi monologhi.

Da parte sua, von Ebrennac non cerca mai di forzare la situazione, è addolorato dal loro silenzio ma non pretende risposte ai suoi discorsi.

Attraverso una scrittura fatta di pause ed uno stile sommesso, il lettore a poco a poco comprende che nel gioco di silenzi, di sguardi, di non detto qualcosa sta avvenendo, nella relazione fra i tre personaggi, e che al di là dei ruoli e della drammatica situazione storica in cui si trovano (occupanti e occupati, dominatori e dominati) che non consente loro un avvicinamento, si fa strada la complessità di una relazione tra "persone".

La giovane nipote e suo zio però non cederanno e quando von Ebrennac comunicherà loro, sconvolto, di essere venuto a conoscenza delle reali intenzioni del Governo tedesco nei confronti della Francia e avere per questo domandato e ottenuto di essere inviato sul fronte russo lo lasceranno partire senza -- nemmeno in quel tragico momento -- pronunciare una sola parola.
Terminata la guerra, i francesi scoprono che dietro lo pseudonimo di Vercors si nascondeva il noto ingegnere-disegnatore-illustratore Jean Bruller, nato nel 1902 da padre ungherese e madre francese che allo scoppio della guerra, entrato in contatto con la Resistenza aveva fondato la casa editrice clandestina Les Editions de Minuit per promuovere la resistenza civile.

Vercors-Bruller scopre, da parte sua, di essere diventato talmente famoso da essere ormai considerato un vero e proprio simbolo della Resistenza intellettuale e vede pioversi addosso molte richieste di autorizzazione a trasporre Le silence de la mer in teatro, al cinema e di farne persino un balletto.
Tra coloro che chiedono a Vercors l'autorizzazione per la realizzazione di un film c'è anche il trentenne Jean-Pierre Melville, alla sua prima esperienza cinematografica. Ha letto il racconto a Londra e ne è rimasto sconvolto. Vercors non dà l'autorizzazione ma Melville comincia egualmente a girare il film clandestinamente e con un budget modestissimo.

Per convincere Vercors, ad un certo punto va a trovarlo e stipula con lui un accordo. Si impegna cioè a mostrare il suo film ad un gruppo di ex membri della Resistenza scelti da Vercors e a distruggere la pellicola se la maggioranza di essi esprimerà un giudizio sfavorevole. Il film viene girato in appena 27 giorni. Il gruppo designato da Vercors ne è entusiasta. Soltanto allora Vercors si decide a concedere i diritti.

Il racconto di Vercors fu pubblicato in Italia da Einaudi nel 1945. La traduzione, affidata a Natalia Ginzburg riesce a rendere magnificamente lo stile rarefatto eppure fiero del testo originale. Il libro è tuttora in catalogo Einaudi.

Andiamo adesso al film di Melville, secondo me uno di quei rarissimi miracoli che qualche volta avvengono di perfetta empatia-sintonia tra film e testo originario. Non a caso Jean Cocteau se ne entusiasmò al punto tale che dopo averlo visto chiese a Melville di dirigere un film tratto dal suo romanzo Les enfants terribles in cui la bravissima Nicole Stéphane -- che ne Le silence de la mer interpretava la nipote -- ricoprirà il ruolo di Elisabeth.

Ho avuto la fortuna di poter vedere questo film in televisione (la televisione di una volta, prima che venisse ridotta alla discarica di immondizia che è oggi) per ben due volte e ne ho un ricordo vivissimo. Un film molto difficile da realizzare ed interpretare; tutto fatto di sfumature, di particolari, di sguardi, di quasi impercettibili mutamenti nell'espressione dei volti.

Un film in cui la musica gioca un ruolo fondamentale. Perchè tutta la musica che si ascolta nel film (molto Brahms, molto Beethoven), questa musica amata e capita da tutti e tre i personaggi è... tedesca.

La musica
viene utilizzata da Melville non solo come linguaggio al posto delle parole che non vengono pronunciate (non è stato Thomas Mann a dire che la musica "Tutto dice, senza mai nulla nominare"?), ma rappresenta anche e soprattutto un legame che unisce i due francesi e il tedesco, una allegoria della migliore Germania, di quella Germania dolorosamente rimpianta ed esaltata in alcune delle più belle pagine del Doktor Faustus di Thomas Mann.

Ma questa storia fatta di intrecci di storie e di coincidenze non finisce qui.

Il racconto di Vercors venne scritto nella clandestinità nel 1941.

Proprio nel 1941 nel piccolo paesino francese di Issy-l'Évêque, una giovane scrittrice, ebrea francese di origini russe e madre di due figlie scriveva -- con la frenesia di chi sa di avere i giorni contati -- la seconda parte di quello splendido libro che oggi noi conosciamo con il titolo di Suite francese.
Questa giovane donna, che nel 1942 verrà deportata e morirà ad Auschwitz si chiamava Irène Némirovsky.

Le analogie del suo racconto Dolce con Le silence de la mer di Vercors mi hanno molto impressionata.

Anche qui, un ufficiale tedesco, il tenente Bruno von Falk ("giovane, magro, con belle mani") va ad alloggiare in una casa francese abitata da due persone: le signore Angellier -- madre e moglie di Gaston Angellier prigioniero in Germania --. Anche il tenente Von Falk è un musicista (nella vita civile è un pianista professionista). Anche qui la musica che viene suonata e di cui si parla è musica tedesca. Anche qui, alla gentilezza, alla cultura, all'amore per la Francia professato dal tedesco le due donne oppongono il silenzio. Anche qui, una giovane donna comincia piano piano a vedere nell'ufficiale non solo il nemico in divisa ma anche l'uomo.
Anche qui, il racconto si chiude con la partenza di Von Falk per il fronte russo.

Vercors e Irène Némirovsky non si sono mai conosciuti, mai incontrati. Eppure, e praticamente in contemporanea, hanno scritto lo stesso racconto.
Venerdì, 13 luglio 2007

Da NonSoloProust



domenica 26 agosto 2007

Una Famiglia Americana





Una Famiglia Americana

di Gabriella Alù


Joyce Carol OATES, Una famiglia americana (tit. orig. We were the Mulvaneys), traduz. Vittorio Curtoni, NET/Saggiatore-Collana Narrativa n.271, p.512, 2006, ISBN 88-515-2312-6

"Eravamo i Mulvaney, vi ricordate di noi?
[...]
Per parecchio tempo ci avete invidiato, poi ci avete compianto.
Per parecchio tempo ci avete ammirato, poi avete pensato: Bene! E' quello che si meritano"


Una famiglia americana è la traduzione piuttosto grezza del titolo originale We were the Mulvaneys, romanzo del 1996 di Joyce Carol Oates, scrittrice americana dalla sterminata bibliografia, docente a Princeton, direttrice della prestigiosissima Ontario Rewiew e da anni, insieme a Philip Roth, candidata USA per il Nobel per la letteratura.

Si tratta di un romanzo di largo respiro, una bellissima ed avvincente saga familiare ambientata in una ricca fattoria piena di animali di ogni tipo nel nord dello Stato di New York nel periodo tra gli anni '60 ed '80.

La famiglia Mulvaney è composta da Michael (il padre), Corinne (la madre) e quattro figli dei quali tre maschi (Michael jr., Patrick, Judd) e un'unica femmina, Marianne. E' una famiglia felice, chiassosa ed allegra, in cui regna la concordia, con un lessico familiare molto articolato e complice, in cui tutti i membri fanno al meglio quello che ci aspetta da loro: lavorare, studiare. I Mulvaney stanno bene con gli altri e stanno bene tra loro.

Fino a quando, il giorno di S.Valentino del 1976, l'unica figlia femmina, la beniamina del padre, la diciassettenne e dolcissima Marianne, cheerleader del suo liceo, studentessa modello, ammirata da tutti, viene violentata da un compagno di classe e lei, nonostante le pressioni di tutta la famiglia e soprattutto di suo padre, si rifiuta di denunciarlo.

Da quel momento tutto comincia a disgregarsi ed a precipitare: il padre non sopporta più nemmeno la vista di Marianne, che viene allontanata da casa dalla madre Corinne, solidale con il marito. Mike jr. e Patrick, i due figli più grandi, si allontanano da casa covando risentimento per i genitori, desiderio di vendetta nei confronti dello stupratore di Marianne ma anche, in parte, un malcelato disprezzo per la sua codardia nel non volerlo denunciare. Nessuno riesce a gestire la situazione, il padre Michael perde sempre di più l'autocontrollo e si comporta in modo tale che la società, che in primo tempo li aveva compianti per quello che era successo a Marianne a poco a poco li emargina.

Solo a distanza di anni la famiglia riuscirà a ritrovarsi e a ricostituirsi.

Il romanzo, nonostante la sua lunghezza, i tanti personaggi, uno stile di scrittura articolato ma sostanzialmente molto classico (la voce narrante è dell'autrice, ma in alcuni capitoli gli eventi sono visti e narrati in prima persona dal figlio minore Judd) è in realtà molto strutturato in tre parti più o meno di eguale lunghezza.

Nella prima ci viene descritta questa famiglia invidiabile, ideale e felice

Nella seconda parte assistiamo alla progressiva ed inesorabile distruzione di questa felicità che avviene certo per cause esterne (lo stupro e l'atteggiamento dei concittadini dei Mulvaney) ma soprattutto per cause interne perchè i maschi della famiglia, ciascuno con le proprie motivazioni e modalità non reggono e, mentre apparentemente ed anche in buona fede non hanno altro desiderio che punire lo stupratore e vendicare Marianne, in realtà è lei che colpevolizzano e sono proprio loro i primi a non comprenderla e ad emarginarla.
Trovo che questo sia uno degli elementi più interessanti del romanzo della Oates, e mi interessa sottolinearlo. Perchè a circa metà del libro mi sono resa perfettamente conto che i maggiori artefici della tragedia di Marianne sono, di fatto il padre e i fratelli i quali, invece di accoglierla, proteggerla, curarne le ferite, in realtà pensano a lei come a qualcosa di insozzato ed alla punizione dello stupratore più come alla vendetta del proprio onore maschile ferito. Così facendo, spingono sempre di più Marianne a disprezzare se stessa, a non autostimarsi. E la madre, Corinne, che pure vuole molto bene a Marianne, sta fino alla fine --- di fatto -- dalla parte dei maschi della famiglia.

Nella terza fase c'è il percorso individuale che ciascuno fa per ritrovare innanzitutto se stesso e quindi per ritrovare l'unità familiare perduta. Alcuni ce la fanno, qualcuno no e viene travolto.

Nella quarta di copertina di questa edizione leggo che Una famiglia americana è stato definito "Un Buddenbrook americano". Non sono affatto d'accordo. Romanzi che hanno come tema una saga familiare ce ne sono tanti, ma non basta questo per renderli simili. I Buddenbrook e i Mulvaney sono diversissimi e non solo per il contesto e l'epoca storica in cui le loro storie si svolgono, ma per le dinamiche e la tipologia degli eventi che intervengono a determinare la rottura degli equilibri interni e la crisi della famiglia.

Piuttosto, a me sono venute subito in mente altre due famiglie, entrambe americane: per la verità, non tanto la famiglia Lambert di Le Correzioni di Jonathan Franzen quanto piuttosto la famiglia di Seymour Levov, "lo svedese" di "Pastorale americana di Roth, la cui famiglia viene letteralmente frantumata da una bomba. Una bomba reale. La bomba che l'amatissima figlia adolescente (anche qui il motore dell'intreccio narrativo è un'amatissima figlia adolescente) utilizza per far saltare un emporio e un ufficio postale. Ed anche qui un padre che non si dà pace.

Marianne Mulvaney è una vittima passiva. Merry, la figlia dello "svedese" è una vittima attiva. Entrambe vittime, però.
Giovedì, 26 luglio 2007

Da NonSoloProust

Joyce Carol Oates


martedì 31 luglio 2007

EFFI BRIEST - THEODOR FONTANE





EFFI BRIEST - THEODOR FONTANE

di Gabriella Alù



Ho l'impressione che lo scrittore prussiano Theodor Fontane non sia noto in Italia come meriterebbe. Eppure, è considerato da tempo uno dei classici della letteratura tedesca dell'Ottocento e Thomas Mann lo stimava uno dei suoi punti di riferimento letterari. Al punto tale che nel 1919, in occasione del centenario della nascita di Fontane, pubblicò un articolo sul Berliner Blatter in cui tra l'altro scriveva:

"una biblioteca della letteratura romanzesca basata sulla scelta più rigorosa -- e dovesse anche restringersi a una dozzina di volumi, a dieci, a sei -- non potrebbe essere priva di Effi Briest. Non si usa forse dire che nessuna costruzione prodotta dalla mano dell'uomo può essere perfetta? E invece, [...] la cosa perfetta esiste: sognando, l'uomo che è artista ogni tanto la produce [...] se tutto torna, ecco che la cosa si forma, il cristallo risulta puro"

Theodor Fontane, celebre e temuto anche, ai suoi tempi, come critico teatrale, fu scrittore molto prolifico e parecchi suoi romanzi hanno per protagonista (anche nel titolo) una figura di donna (Grete Minde, Cécile). Ma, come giustamente rileva Bevilacqua nell'introduzione ribadendo le parole di Mann, "Theodor Fontane è e rimane l'autore di Effi Briest".

Il libro, pubblicato nel 1895 ed ambientato nella ricca borghesia prussiana e berlinese, racconta sostanzialmente la storia di un episodio di adulterio e delle sue tragiche conseguenze. Un dettagliato riassunto della trama lo si può leggere qui

Effi Briest è uno dei miei romanzi preferiti (assieme ad altri di Fontane, come ad esempio il bellissimo ed ahime oggi pressocche irreperibile in italiano Il barone di Stechlin). Mi piace per la perfezione della struttura, per l'approfondimento psicologico dei personaggi, per lo stile sommesso e raffinato di scrittura, per la critica severa di Fontane nei confronti di un codice morale che mette un ossessivo e crudele "senso dell'onore" al centro dei rapporti familiari. Innstetten, il marito tradito di Effi, è una brava persona, colto, gentile, educato. Effi gli vuole bene, gli è affezionata e, dopo la brevissima relazione adulterina (che lei stessa ha troncato e di cui non smetterà mai di aver rimorso) è contenta di vivere con lui. Ma la caratteristica principale di Innstetten è quella --- come ad un certo punto, verso la fine del romanzo, dice la stessa Effi --- di essere "... un uomo buono incapace di amare" e di mettere al primo posto, nella scala dei suoi valori, l'orgoglio maschile e il senso dell'onore.

Ed è questo che, molto più che il brevissimo episodio dell'avventura di Effi con il brillante e cinico maggiore Carpas, dà veramente il via alla tragedia. Il colloquio tra Innstetten e Wüllersdorf, in cui il marito tradito spiega le ragioni che lo spingono a sfidare in duello il maggiore Carpas nonostante siano passati tanti anni e nonostante egli sappia perfettamente che da allora lui ed Effi non si sono mai più visti nè scritti è una pagina da antologia.

Effi Briest viene troppo, troppo spesso paragonata ad Emma Bovary e troppo spesso vedo il romanzo di Fontane presentato come "la storia di una Bovary tedesca". Ma in realtà le analogie tra i due personaggi e i due libri sono solo di facciata, molto superficiali. Una lettura attenta del romanzo di Flaubert (1856) e quello di Fontane (1895) mette in luce molte più differenze che analogie.

Sarebbe troppo lungo esaminarle ed elencarle qui. Mi interessa però sottolineare un aspetto che io considero molto importante, a proposito di analogie-differenze: l'atteggiamento, la considerazione che ciascun autore aveva per la propria eroina.

Theodor Fontane nutriva molto affetto per Effi (e per tutte le donne che si fossero trovate nella sua condizione) e parlando di lei diceva sempre "... la mia povera Effi". Leggendo il libro, si avverte in ogni riga che Fontane sta dalla parte di Effi, che è solidale con lei, che le vuole bene. Il romanzo fu scritto di getto, come dimostra lo stesso Fontane in questa lettera all'amico Hans Hertz: "Già.... la povera Effi! Forse mi è riuscito così bene perchè ho scritto tutto in uno stato di sogno [...] è venuto come da sé, senza vera ponderazione e vera critica"

Per Flaubert, Madame Bovary fu soprattutto un esercizio di stile. Un esperimento letterario.

Ci sono innumerevoli passi nel suo epistolario (specialmente nelle lettere a Louise Colet) dai quali emerge chiaramente come lui non avesse la benchè minima simpatia per Emma, come tutto sommato la disprezzasse; è ormai arcinoto quanto fu lunga e travagliata la stesura del romanzo: "Bovary mi stanca, dipende dal soggetto e dalle correzioni", "Bovary [...] sarà stata una prova inaudita", "Come m'embête la mia Bovary!", "Dannato libro! Mi fa male, lo sento!". "Quanto artificio nel materiale...". Ed ancora, sempre a Louise Colet: "Ciò che è buono della Bovary è che sarà stato una dura ginnastica".

Una dura ginnastica. Questo fu per Flaubert la povera Emma Bovary... D'altra parte, sembra (dico sembra perchè la cosa non è stata mai provata) che sul letto di morte Flaubert abbia esclamato: "Io morirò e quella puttana della Bovary mi sopravviverà!"

Theodor FONTANE, Effi Briest, trad. Erich Linder, a cura di G. Bevilacqua p.282 Garzanti, I Grandi Libri, ISBN: 881136213X

Da NonSoloProust

Una scena dal film Effi Briest di Rainer Werner Fassbinder del 1977


martedì 26 giugno 2007

Il delitto di Olga Arbélina




Il delitto di Olga Arbélina

di Gabriella Alù


All'inizio del romanzo, Olga Arbélina non è che un nome inciso su una pietra tombale in un piccolo cimitero parigino in cui sono sepolti russi fuggiti dalla Rivoluzione d'ottobre ed alle purghe staliniane. Un vecchio custode, anche lui russo, avvolto in un lungo e logoro vecchio cappotto militare, racconta ai visitatori del cimitero la loro storia.

Sotto quella lapide c'è la principessa Olga Arbélina, morta negli anni '60. Una bella donna nata all'inizio del Novecento. Fuggita ancora giovane alla rivoluzione sovietica e rifugiata assieme al figlio emofiliaco ed ancora piccolo in un paesino vicino Parigi, in una sonnolenta comunità di anziani esuli russi in cui solo le variazioni del cielo e delle stagioni costituiscono eventi significativi e dove la vita trascorre monotona.

Fino al giorno in cui un passante scopre sulla riva del fiume "nella quiete sonnolenta e campagnola" di una calda giornata estiva una scena assurda e raccapricciante: "un uomo dagli abiti inzuppati d'acqua, disteso sulla riva, con il cranio sfracellato, e una donna dai capelli scarmigliati e grondanti, dai seni nudi, una donna che sedeva immobile su una roccia, accanto all'uomo in agonia" (p.20)

Si tratta di un delitto oppure di un incidente? Al processo Olga non fa nulla per difendersi, al punto che il giudice istruttore -- il quale non crede si sia trattato di omicidio -- dice "E' la prima volta in vita mia che devo convincere una persona che non è stata lei ad uccidere" ed all'interprete, che perplesso gli chiede:"Ma non crede che attribuendosi questo delitto lei voglia tacerne un altro" il giudice risponde "Un assassino rompe una vetrina, lo confessa e, incarcerato, elude un omicidio. Ma non ci si fa carico di un omicidio per nascondere una vetrina rotta..." (p.33)

Olga viene assolta pienamente e poco dopo lascia il paese insieme al figlio. Di lei, gli abitanti di Villet-La -Forêt si disinteressano e non hanno più notizie. Comincia invece, per noi lettori, la discesa agli Inferi nella scoperta dell'inconfessabile delitto di cui Olga Arbélina si è resa colpevole, della straziante presa di coscienza della protagonista che dapprima intuisce, intravede, scopre concretamente, infine accetta -- se pure inorridita -- ciò che non può nemmeno essere pensato. Eppure, Olga deve trovare le parole per dirla, "questa cosa che non si lasciava nè pensare nè dire" Deve riuscire a "dire ciò che era proibito alle parole".

Fino ad una sera in cui "un pensiero la ferì con la sua verità dolorosa e bella. Se quanto stavano vivendo poteva chiamarsi amore, allora si trattava di un amore assoluto perchè colpito da un divieto inviolabile eppure violato, un amore visto solo da Dio perchè mostruosamente inconcepibile per gli uomini, un amore vissuto come l'eterno primo istante di un'altra vita..."

La grande bellezza di questo romanzo in cui la vita francese di Olga è spesso inframezzata da flash back della sua vita nella Russia pre-rivoluzionaria sta in questa lenta osservazione inframezzata da eventi dolorosi, nella descrizione di un tempo che passa ed allo stesso rimane immobile, nel comportamento da sonnambuli che Makine attribuisce ai suoi protagonisti, nella ineluttabilità allucinatoria in cui matura un "delitto" ("crime" nel titolo originale francese) ben più terribile di un omicidio...

Sono due le citazioni che Makine pone in epigrafe a questo bellissimo ma emotivamente molto impegnativo romanzo: la prima è da I fratelli Karamazov di Dostoevskij e dice: "Mia madre ha dovuto piegare Dio per me", depose l'accusato nell'inchiesta".

La seconda citazione è tratta da "Sentimenti filiali di un parricida" uno scritto di Proust -- importantissimo ma in genere noto più che altro agli "addetti ai lavori" --- che dice: "Che ne hai fatto di me? Che ne hai fatto di me? A volerci riflettere, non esiste forse una madre amorosa che non potrebbe, sul suo letto di morte, e spesso ancor prima, rimproverare così il figlio"

Di Makine, autore russo emigrato in Francia dove vive da anni e che ho scoperto da poco, avevo parlato parecchio quando ho scritto del suo La donna che aspettava

Con la lettura di questo Il delitto di Olga Arbélina Makine si conferma, ai miei occhi, un vero maestro nella creazione di particolari atmosfere, capace di evocare i mille aspetti che può assumere un paesaggio innevato, di trasmettere a chi legge il senso dei rumori misteriosi di una casa, il drammatico significato del banale cigolio di una porta, del rumore di passi che si fondono e si confondono con il sibilo dl vento.

La natura è molto presente, nei romanzi di Makine, ma non costituisce mai mero contesto e le sue descrizioni non sono mai fine a se stesse: gli elementi della natura sono utilizzati come codici e decodificatori linguistici del contenuto narrativo. Altrettanto importante il senso del tempo: in questo romanzo, come ne La donna che aspettava, il tempo sembra sospeso se non addirittura immobile. Come in Proust, è il tempo interiore dei suoi personaggi quello che conta, e non il tempo dei calendari.

Man mano che procedo nella conoscenza di questo autore scopro temi ricorrenti, analogie, elementi comuni tra i suoi libri. Per ora posso parlare, evidentemente, solo dei due che ho letto finora e tra le tante analogie sono rimasta colpita anche da un particolare apparentemente secondario: in entrambi i romanzi i personaggi più importanti indossano "un lungo, vecchio e logoro cappotto militare" che viene nominato talmente tante volte da assumere un robusto valore simbolico: vanno in giro con questo indumento (e le parole che Makine usa per descriverlo sono sempre le stesse) Vera, la protagonista di La donna che aspettava, il vecchio russo custode del cimitero, il figlio di Olga e il suo ex marito ne Il delitto di Olga Arbélina. Mi sono chiesta se questo cappotto non possa essere il simbolo del peso del tempo e del passato, del logoramento dell'anima dei personaggi, del loro tentativo di proteggersi indossando qualcosa fuori dal tempo. E della tragicità della guerra. Passata, ma i cui effetti sono, in entrambi i romanzi, sempre presenti. Chissà.

Andreï MAKINE, Il delitto di Olga Arbélina (tit. orig. Le crime d'Olga Arbélina), traduz. dal francese di Anna Zanetti, p.260, Passigli editore, 2000

Da NonSoloProust

lunedì 21 maggio 2007

Quel che solo un romanzo può dire...




Quel che solo un romanzo può dire...

di Gabriella Alù




Ci sono, a casa mia, libri che non riescono mai ad ottenere una fissa dimora. Non stanno mai fermi. Non sonnecchiano quieti sugli scaffali come tutti i loro compagni dabbene, ma li si ritrova oggi qui e domani là. Su un tavolinetto vicino a un divano e una tenda oppure sul comodino o accanto a una pianta di fiori.

Sono i libri che anche se non rileggo spesso, voglio siano sempre presenti ed ad immediata portata di mano e di occhio. Per questo la mia casa ha sempre un aspetto così disordinato.

Tra i libri senza fissa dimora ci sono quelli di Milan Kundera.

Non sono mai riuscita a decidere se mi piace di più il Kundera narratore o il Kundera saggista. Forse perchè quest'autore (che per quanto mi riguarda si strameriterebbe un Nobel) riesce nella difficile impresa di scrivere romanzi che mi fanno riflettere molto e saggi dei quali alla prima lettura volto le pagine con avida curiosità, con quel piacere del "tuffarsi in una fornace" di cui parlava Tomasi di Lampedusa.
Perchè Kundera scrive i suoi saggi con un linguaggio piano e comprensibile, rifugge da qualsiasi accademicismo, non enuncia teorie, non emette proclami, non adopera tutti quegli astrusi quanto inutili e dunque irritanti paroloni che fin troppo spesso ammorbano i libri di saggistica. Kundera sa bene che per essere profondi non occorre (anzi spesso è controproducente) mostrarsi pomposi e paludati. Ma forse, presa dall'entusiasmo, sto divagando.

Dunque. Ho appena terminato "Il Sipario". Quando avevo cominciato a leggerlo avevo pensato che poi ne avrei forse scritto qualcosa. Ma dopo appena poche pagine mi sono resa conto che non è possibile parlare de "Il Sipario" senza fare riferimento anche alle altre due precedenti raccolte di saggi e cioè "L'arte del romanzo" e "I testamenti traditi". Ne "Il Sipario" infatti Kundera riprende, come se non l'avesse mai interrotta, la sua riflessione sviluppando temi già affrontati con quei precedenti libri.

"L'arte del romanzo", pubblicato da Adelphi nel 1988 è costituito da sette testi indipendenti ma collegati tra loro. In esso, Kundera parla del romanzo, o meglio, dell'"arte del romanzo". Il ragionamento prosegue nel bellissimo "I testamenti traditi" nel quale lo scrittore praghese -- figlio di padre musicista e musicista egli stesso -- intreccia analisi del romanzo e riflessioni musicologiche con bellissimi parallelismi tra architettura di un romanzo e singoli capitoli di esso con le partiture musicali. Vi si trovano pagine illuminanti su musica e letteratura (penso ad esempio a quelle su Janacek o gli ultimi Quartetti o la Sonata 111 di Beethoven). Libro che forse può risultare un po' ostico per chi non abbia molta dimestichezza con la musica classica oppure non la ama, "I testamenti traditi" è secondo me profondo e affascinante.

Ne "Il Sipario" Kundera riprende tutto questo e torna a parlare del romanzo come "sfera privilegiata dell'analisi, della lucidità, dell'ironia". Perchè, egli dice, "le arti non sono tutte uguali: ognuna accede al mondo attraverso una porta diversa. Una di queste porte è riservata esclusivamente al romanzo" e aggiunge --- citando un frase di Herman Broch che è uno dei leit motiv delle sue riflessioni --- "ci sono cose che solo il romanzo può dire".

Il romanzo ha dunque una sua specificità. Considerarlo un "genere letterario" sarebbe troppo semplicistico. Esso possiede una sua genesi, una sua storia, una sua morale (e qui di nuovo Kundera si rifà a Broch secondo il quale "la sola morale del romanzo è la conoscenza"), un suo tempo di creazione e, a differenza ad esempio della poesia, è in grado di travalicare le barriere della lingua nazionale perchè è traducibile.

Proprio perchè il romanzo è un'arte autonoma, la sua evoluzione si deve leggere non nel piccolo contesto della storia nazionale di questo o quell'altro paese ma nel grande contesto della storia sovranazionale (la Weltliterature di cui parla Goethe). Solo il grande contesto della Weltliterature è capace infatti di mostrare il valore estetico del romanzo mentre il rifiuto di considerare la propria cultura nel grande contesto condanna al provincialismo.

Solo leggendo in quest'ottica la storia del romanzo si può vedere e capire come "Sterne reagisce a Rabelais e ispira Diderot, Fielding si misura con Stendhal, la tradizione di Flaubert prosegue nell'opera di Joyce ed è nella sua riflessione su Joyce che Broch sviluppa una poetica del romanzo" (dal risvolto di copertina).

Tornano ancora una volta in questo libro anche gli autori più amati da Kundera. Cervantes, certo, ma soprattutto quelli che lui definisce la sua "grande Pleiade": Musil, Kafka, Broch, Gombrowicz. Sono tutti autori dell'Europa centrale (Kundera non condivide il termine "mitteleuropeo", che infatti non adopera mai). Sono gli autori che hanno introdotto nell'estetica del romanzo moderno quella che egli chiama "la riflessione romanzesca" che è afilosofica, non giudicante, che non proclama verità ma al contrario "si interroga, si stupisce, sonda". Sono autori di "romanzi che pensano".

Perchè il romanzo possiede una sua saggezza: "la saggezza dell'incertezza" che esprime la difficoltà -- aveva scritto già nel "L'arte del romanzo" -- di accettare e sopportare "la sostanziale relatività delle cose umane".

L'arte, per Kundera, è dunque conoscenza, scoperta, invenzione. Altrimenti -- aggiungerei io -- non è che ripetizione, routine, mestiere.

E chiudo qui, che' m'è venuta voglia di andarmi a leggere un bel romanzo...

Da NonSoloProust