giovedì 19 giugno 2008

In treno




In treno

di Letizia Ricci


La donna non è invitante. Sta addossata al finestrino, le gambe stese sul sedile di fronte, senza scarpe, con dei calzini bianchi spessi sopra ai piedi piccoli. Ha le gambe corte, tozze, avvolte in una tuta blu ed ha dovuto far scivolare il sedile di fronte e scivolare lei stessa sul suo per raggiungere la poco plastica posa. Viso tondo, pochi capelli, occhiali grandi da astigmatica. No, non è invitante, con sacchi e buste che la circondano.
L'uomo è tutto vestito di nero, legge e con la mano destra accarezza, direi piuttosto diteggia, alcune riviste poggiate nel sedile a fianco. È alto, bruno, mascella larga, ha le scarpe nere un po' sformate, brutte.

Quando sei l'ultimo arrivato in uno scompartimento devi prendere atto dell'ordine prestabilito. I sedili sono 6, ma ne ho a disposizione due e l'unica cosa che mi preme verificare è che ce ne sia almeno uno che guardi nel senso giusto, quello di marcia, che sennò mi viene fastidio. La porta è chiusa e si apre con difficoltà perché il tappeto ha un lembo rialzato, non è fissato a terra, cammina con te.
Cerco di fissare quel piccolo trambusto, sempre indesiderato, che si crea quando arriva qualcuno in uno scompartimento. Occhiate, riassestamenti sul sedile; ci si guarda per intuire come proseguirà il viaggio.
La donna guarda fuori e poi me, squadra i movimenti, ma non muove neanche un piede. L'uomo si agita sul sedile, continua a leggere, tira col naso, guarda sopra e poi sotto, credo stia scrutando la mole del bagaglio e preparandosi al servigio ineluttabile di issarlo lassù dove io non arrivo.

È un vagone vecchio stampo. Ci hanno tolto i treni di notte e i treni nuovi perché lavorano nel tunnel, per l'alta velocità. Ma che importa. Preferisco così, intendo il vagone, perché quelli open space mi imbarazzano, proprio come negli uffici. Mi piace il corridoio dei vagoni vecchi, fatto apposta per scivolarsi addosso senza toccarsi, impresa ardua d'inverno quando si sta impacchettati nei cappotti, i piumini e le sciarpe. Mi piace quella sorta d'intesa a occhio in cui si stabilisce chi si incolla alla parete a finestre e chi agli scompartimenti, le pance che arretrano sinuosamente e i menti che si alzano per reclinare la testa. Ho notato che ci si spalma alle pareti sempre di schiena e ci si sfiora di faccia. Una sorta di affronto millimetrico.

Intanto il treno va, c'è anche questo da dire. Magari passa su uno di quei viadotti mozzafiato, traversa una stazione di quelle in cui non ci si ferma mai, piccola e isolata, lambisce qualche casa o sfreccia dinanzi ad un passaggio a livello in cui sostano due fari spazientiti o un uomo in bicicletta infreddolito che guardano i finestrini illuminati e immaginano cosa stiano facendo quelli lassù, ma dura un attimo, l'attimo del treno, e poi torna il buio e il silenzio, e la sbarra si alza, e ognuno torna alle sue cose.
Noi lassù non lo sappiamo, e non torniamo alle nostre cose, siamo solo preoccupati di vivere il viaggio presto, perché finisca, come se quel tempo non ci appartenesse.


L'uomo in nero si alza e colloca la mia borsa ai piani alti, pensava fosse più leggera e non riesce a nascondere il disagio, ma ormai deve portare a termine l'operazione. Mi osservano mentre comincio a dispormi nei miei 2 posti, organizzando lo spazio vitale, delimitandolo a dovere: lì ci devo campare per un paio d'ore. Poi torna il silenzio.
L'uomo si muove in continuazione, sbuffa, sposta le sue riviste, si gira qua e là. Mi pare che parli tra sé e sé. Ha una rivista specializzata di psicologia, un'altra di cui non leggo il nome e non indovino il titolo, Marie Claire, fogli sparsi. E borbotta.
La donna giocherella col cellulare quasi fosse un UFO. È chiaro che hanno deciso di non intrattenersi. Ci sono due stampelle distese nei porta pacchi di fronte a me, sulla testa dell'uomo. Osservo i loro bagagli e mi pare di guardarci attraverso come le macchine dell'aeroporto. Bagagli brevi, come i loro percorsi che parlano di viaggi dovuti e poco gratificanti.

Faccio una passeggiata nel vagone. In treno si può fare una passeggiata, un po' ondeggiante, ma pur sempre. In uno scompartimento un uomo e una donna chiacchierano col sorriso e non intendono mollarsi. Due bei tipi. Un altro ha le tendine tirate. Funzionano meglio del filmico cartello "do not disturb": chi oserebbe mai aprire la porta? Ma la curiosità è canaglia e mi fermo proprio là davanti, infilando lo sguardo nelle fessure delle tende per indovinare le sagome. Due scompartimenti sono vuoti; è un'ingiustizia. Per gli scompartimenti, voglio dire. Sono brutti gli scompartimenti vuoti, senza voci, senza facce. Penso che se traslocassi avrei 6 posti tutti per me, ma che ci faccio?

L'uomo nero è uscito nel corridoio e sta appoggiato al finestrino. Fa anche lui la passeggiata, senza scopo. Sono giuste le cose senza scopo.
Fuori non si vede nulla, solo stelline di luci nella campagna, poi le gallerie, che ti risucchiano l'aria nelle orecchie e quando ne esci si sente quel rumore, più o meno fa così: "wom", e ti senti meglio. Mi manca il "tu-tum" dei binari, era bello. Era la filastrocca del treno, che invece ora fila come i pattini sul ghiaccio, con appena un sibilo continuo, che non ti sbilancia.
Le persone non si cascano più addosso.
La tecnologia accorcia le distanze e allontana i corpi.
L'uomo nero trasloca. Lo so, perché non ci sono stazioni, non deve scendere. Raccoglie precipitosamente le sue cose, malamente, borbotta, si parla e si racconta malesseri e insofferenze.
La donna mi parla, infine. Mi va di ascoltare. Mi mostra le sue ginocchia ricostruite, piene di operazioni, placche al titanio, chiodi e ferramenta varia. Gambe bianche come lenzuola, sformate.Vive a Bergamo da 40 anni, è nata a Lione, ha un bastardino che le dorme accanto, un marito morto e un figlio che l'aspetta, una pensione che appena ci campa, un cellulare nuovo che non sa come funziona con un twist per suoneria che ci potremmo ballare su, il prosciutto cotto sottile non le piace, mica è come quelle fette da due centimetri che le tagliano in Francia, gli anni più belli della sua vita li ha passati a Napoli, sotto casa stanno sistemando la piazza e i marciapiedi e lei esce malvolentieri perché con le stampelle inciampa, il chirurgo che l'ha appena controllata dice che va benissimo e che presto potrà gettare le stampelle, la Pepsi è meglio della Coca perché c'è meno zucchero e lei è diabetica, però non troppo, e un dolcetto se lo mangia quando vuole.

Io penso a quelli che adesso stanno nel paese che abbiamo appena attraversato, che camminano in strada e si affrettano perché è ora di cena, al bar della piazzetta dove si fanno l'ultimo goccio due ferrovieri e i vecchi che nessuno aspetta nella casa vuota, alle TV che rumoreggiano con la sigla del TG e le posate che tintinnano nei piatti, ai vetri dei lampioni su cui si è attaccata l'umidità della notte che riverbera la loro luce gialla come uno spiritello, ai marciapiedi soli che si intristiscono, agli uccelli della notte che guardano la cometa che passa senza fare "tu-tum", la donna descrive la pazienza del chirurgo, l'uomo nero ha optato definitivamente per il corridoio, i due dello scompartimento più in là si scambiano il numero di telefono, il macchinista sbadiglia, la Sacra di San Michele sta appesa come un santuario, le macchine sulla strada non possono distrarsi.
Io tra poco sono arrivata e mi dispiace.


2 commenti:

Massimo ha detto...

Brava Letizia.
Mi piace la la sua scrittura lieve che riesce ad ingrandire la normalità fino a far vedere il plancton dei tanti piccoli momenti speciali che la compongono .
L'ho conosciuta e apprezzata, ma poi un treno se l'è riportata in Francia e non l'ho più rivista.
Ma io ho appoggiato la mia bicicletta qui, al passaggio a livello di Habanera, e sono sicuro che da qui passerà.

Solimano ha detto...

In treno si era curiosi della gente, perché c'erano gli scompartimenti, prima o poi si finiva per parlarci insieme, salvo quando si capiva che non ci si capiva e allora ci si azzittiva cercando di non guardarsi negli occhi, perché imbarazzati. Ma era raro, generalmente qualcosa da dire -e da ascoltare- ce l'avevano tutti. Più tutte che tutti veramente, gli uomini tengono di più il freno a mano tirato, hanno più paura a mettersi in gioco -qualsiasi sia il gioco. Poi in treno si legge, in treno si dorme. Una volta un controllore, vedendo che stavo sonnecchiando, mi disse di nascondere il borsello (che allora tutti portavano, ora è sparito) perché c'erano piccole bande organizzate per sottrarre i borselli ai viaggiatori dormiglioni.
Devo molto al treno ed ai treni.
Lo sguardo di Letizia è strano, mezzo pietoso mezzo spietato. Poco lieto ma di una curiosità penetrante, che però non dimentica mai come è fatta lei. A volte, è meglio essere curiosi di tipo indifeso: si è più disposti non a capire, ma ad essere sorpresi dall'altro, il cui gesto può dirci qualcosa di inaspettato, qualcosa di cui abbiamo bisogno e che arriva a segno proprio perché inaspettato.

grazie Letizia e saludos
Solimano
P.S. Ma adesso, con i vagoni open space, ci si imbozzola tutti dietro una rivista od un cellulare.