lunedì 13 luglio 2009

L'ora di Barga


Barga - Disegno di Swietlan Kraczyna



L'ora di Barga

Giovanni Pascoli


Al mio cantuccio, donde non sento
se non le reste brusir del grano,
il suon dell'ore viene col vento
dal non veduto borgo montano:
suono che uguale, che blando cade,
come una voce che persuade.
Tu dici, E' l'ora; tu dici, E' tardi,
voce che cadi blanda dal cielo.
Ma un poco ancora lascia che guardi
l'albero, il ragno, l'ape, lo stelo,
cose ch'han molti secoli o un anno
o un'ora, e quelle nubi che vanno.
Lasciami immoto qui rimanere
fra tanto moto d'ale e di fronde;
e udire il gallo che da un podere
chiama, e da un altro l'altro risponde,
e, quando altrove l'anima è fissa,
gli strilli d'una cincia che rissa.
E suona ancora l'ora, e mi manda
prima un suo grido di meraviglia
tinnulo, e quindi con la sua blanda
voce di prima parla e consiglia,
e grave grave grave m'incuora:
mi dice, E' tardi; mi dice, E' l'ora.
Tu vuoi che pensi dunque al ritorno,
voce che cadi blanda dal cielo!
Ma bello è questo poco di giorno
che mi traluce come da un velo!
Lo so ch'è l'ora, lo so ch'è tardi;
ma un poco ancora lascia che guardi.
Lascia che guardi dentro il mio cuore,
lascia ch'io viva del mio passato;
se c'è sul bronco sempre quel fiore,
s'io trovi un bacio che non ho dato!
Nel mio cantuccio d'ombra romita
lascia ch'io pianga su la mia vita!
E suona ancora l'ora, e mi squilla
due volte un grido quasi di cruccio,
e poi, tornata blanda e tranquilla,
mi persuade nel mio cantuccio:
è tardi! è l'ora! Sì, ritorniamo
dove son quelli ch'amano ed amo.
(Canti di Castelvecchio)


La casa di Giovanni Pascoli

Barga vista dalla Terrazza Pascoli


L’ora di Barga è dedicata ad Emma Corcos. La «Gentile Ignota», amica del poeta e moglie del pittore Vittorio Matteo Corcos, alla quale scriveva:
Le scrivo, come ella vede, da Barga,... dove non sento altro suono che di fringuelli e di balestrucci. Oh! divino soggiorno!
Ahimè, gentile ignota, non ci vedremo nemmen questa volta, temo!
Quando vengo o vado, io vengo e vado a precipizio, senza fermarmi. Sia come voglia nemmen questa volta posso allungare la gita, venendo a Firenze, a cui pure sospiro, e molto meno sostare, come pure vorrei... A un'altra volta.
Che cosa vedo dalle finestre? Cose mirabili: per es. la Pania e il cocuzzolo a cupola della Tambura e alcune nuvolette rosee che sono peschi in fiore. Oh! Potessi star sempre qui: sarei quasi felice...
Mando un saluto pieno di profumi di menta e di serpillo e pepolino, e sonoro di gorgheggi.


Emma Corcos nel 1900

Vittorio Matteo Corcos: In attesa accanto alla fontana


lunedì 6 luglio 2009

Il ballo della vita humana (2)




Il ballo della vita humana (2)

di Solimano


Guadiamoli più da vicino, i quattro personaggi che danzano: Povertà, Lavoro, Ricchezza e Piacere. Non abbiamo ancora scoperto tutto quello che ci vuol dire Poussin e come ce lo dice. Anzitutto, la Povertà e il Lavoro sono in secondo piano: la Povertà (che è di sesso maschile) non mostra il volto, il Lavoro è una donna che nei muscoli esprime fatica quotidiana. Il volto del Lavoro è di profilo, come quello della Ricchezza; l'unico volto che ci guarda è quello del Piacere, uno sguardo complice ed accattivante, mentre la Ricchezza, in profilo pieno, esprime dignità superba.


Perché la Povertà è di sesso maschile? Si è fatta l'ipotesi che ciò sia collegato alle fronde che porta intorno al capo. Per l'iconologo Ripa, la Povertà era una donna distesa su un giaciglio di fronde secche, perché i pastori poveri dormivano proprio così. Poussin riprende il tema pastorale e inserisce le fronde secche attorno al capo del personaggio.
La Povertà e il Lavoro danzano scalzi, mentre la Ricchezza e il Piacere hanno sandali ai piedi: dorati quelli della Ricchezza, bianchi quelli del Piacere.
Il Lavoro cerca di stringere la mano della Ricchezza, che cerca di sottrarsi. La Ricchezza ha vesti bianche e dorate, perle fra i capelli e un bracciale d'oro e di perle. Le vesti del Piacere sono blu e rosse (colori primari). Le vesti della Povertà e del Lavoro sono di colori di terra.

C'è una domanda a cui dobbiamo rispondere, se vogliamo capire ancor meglio il dipinto: "Perché è un quadro lieto, non un quadro triste?" In fondo esprime la transitorietà della vita umana, i simboli della clessidra e delle bolle di sapone sono lì per questo, e la musica la fa il Tempo. Né possiamo rifugiarci nell'argomentazione del classicismo di Poussin, che sapeva essere tragico, come nella Peste di Asdod e nei Funerali di Germanico. La possibile risposta è in un libro che fu pubblicato proprio nel 1636: "L'Harmonie universelle" del francese Marin Marsenne, che era teologo, filosofo e matematico. Il libro di Marsenne riguarda la musica e gli strumenti musicali. Una speculazione sulla musica degli antichi (il Tempo suona la lira) e sulla sua relazione con la danza, unite dalla comune appartenenza alla stessa universale legge dell'armonia. L'unione delle arti, quindi, e il quadro di Poussin fu definito come un poema morale. Pochi anni dopo, nel 1642, il cardinale Giulio Rospigliosi (committente del quadro) faceva rappresentare un'opera intitolata "Il Palazzo Incantato", per quattro voci da soprano: Pittura, Musica, Poesia, Magia. E così quasi tutto tornerebbe, perché il sentimento lieto che proviamo nasce dalla motivazione del quadro: esprimere l'armonia dell'universo.

A questo punto, se si tratta di armonia universale, diventa più plausibile l'interpretazione che alla guida del carro del sole ci sia Apollo e non il figlio Fetonte. Può darsi che Poussin abbia cambiato idea. Nel suo disegno preliminare (148 x 199 mm, National Gallery of Scotland, Edinburgo) la rappresentazione è diversa: il carro del sole incombe quasi in primo piano. Altra differenza: nel disegno i due putti sono dalla stessa parte. Ma nel quadro finito la rappresentazione non ha nulla di drammatico: l'Aurora che sparge i petali, i cavalli, il disco del sole, le Ore a seguito. Tutto esprime armonia.


Della clessidra come simbolo di transitorietà esistono diverse rappresentazioni. Preferisco soffermarmi sulle bolle di sapone, molto meno presenti. In fondo c'è un altro simbolo, appartenente al mondo vegetale, che è assai vicino alle bolle di sapone: il tarassaco (o soffione) utilizzato nella sua Vanitas da Guido Cagnacci, che ho già inserito nel Nonblog. I semi del soffione dispersi nell'aria dal nostro fiato somigliano alle bolle di sapone, salvo nel fatto importante che i semi sono fecondi, le bolle sterili. Inserisco cinque esempi.

Il primo è un'incisione di Hendrick Goltzius del 1594 (212 x 153 mm). Il titolo è "Quis evadet?" e sotto l'incisione c'è questa scritta (in un latino un po' particolare...):

Flos novus, et verna fragrans argenteus aura
Marcescit subitò, perit, ali, perit illa venustas.
Sic et vita hominum iam nunc nascentibus, cheu,
Instar abit bullæ vanitas elapsa vaporis. -- F.Eisius

La drammaticità della rappresentazione è attestata, oltre che dalla scritta, dalla presenza del grande teschio.


Il secondo è un singolare quadro di Jan van Kessel, databile attorno al 1660 ed attualmente al Louvre (67 x 51 cm).
Attorno ai due ragazzi alle prese con le bolle di sapone sono rappresentati i quattro elementi: l'Acqua (i pesci), l'Aria (gli uccelli), la Terra (i frutti ed i fiori), il Fuoco (i trofei militari).


Il terzo è l'Allegoria di Karel Dujardin, eseguito nel 1663 ed attualmente allo Statens Museum di Copenhagen (116 x 97 cm).
E' una rappresentazione allegra della transitorietà, visto anche che il giovane poggia i piedi su una conchiglia marina che galleggia sul mare ondoso.

Il quarto è il quadro più noto: La bolla di sapone di Chardin (1739). E' al Metropolitan Museum of Art di New York (61 x 63 cm). Più che ad esprimere la transitorietà o qualsiasi altro sentimento, il giovane di Chardin sembra impegnato a stabilire un nuovo record di grandezza delle bolle di sapone, chissà se c'è riuscito. Non si cura di noi, guarda solo la bolla di cui è fierissimo.

Il quinto è un quadro di Pierre Mignard, eseguito nel 1674. E' a Versailles (132 x 96 cm). La ragazza è Marie Anne de Bourbon. Sta guardandoci per mostrare come si sta divertendo a fare le bolle di sapone, che sembra interessino anche il cagnetto ed un bel pappagallo verde che sta per terra, a differenza dei pappagalli che siamo abituati a vedere. Per questo non lo notiamo subito, il pappagallo di Marie Anne.



lunedì 29 giugno 2009

Parole



Parole

di Lilli Guacci


E se improvvisamente scomparissero le parole?
Se piano piano evaporassero… prima quelle corte corte, come le congiunzioni, tipo le e… o le semplici o… tra una parola e l’altra?
Poi i… di, a, da, in, con, su, per, tra, fra.
Via, sparite, lentamente dissolte dal foglio, lasciando voragini bianche. Certo, leggendo tutta la frase, riusciremmo a capire che una volta erano lì… ma poi… via, in rapida successione, tutto il resto.

Certo le parole complesse sarebbero le più dure a morire… avrebbero tante consonanti e vocali a fungere da collante, non mollerebbero la presa tanto facilmente, avvinghiate l’una all’altra.
Parole come “metempsicosi” o “antropologia” rappresenterebbero la resistenza finale. Issate come barricate, vessillo del mondo che ha ancora voglia di spiegarsi, di svolgersi. Ma poi sarebbero abbattute anche loro, prima le vocali, lasciando il codice fiscale del concetto e poi paf, bolla di sapone, più nulla.

Scrivere per emozionare e raggiungere, qui, non avrebbe più senso. Saremmo un niente e passeremmo le ore impotenti davanti a questi pc, chiedendoci se anche agli altri questo scherzo del destino stia infliggendo la stessa assenza.
E poi… sarebbe il turno delle parole parlate.
Bocche che si aprono e dopo un po’ ci fanno sembrare pesci in un acquario.


Non è un sogno, siamo svegli, le braccia urtano cose, le mani afferrano… è che proprio i linguaggi sono spariti dal mondo.
Senza segni, dissolvono gli ideogrammi, si sbiancano i muri e i libri nelle biblioteche, più nessuna segnaletica stradale, via i numeri dagli autobus, via tutto.

Non è lo scenario di una apocalisse. E’ l’inizio di un mondo nuovo, in cui i corpi sarebbero forzati a ritrovare un linguaggio più spontaneo. I linguaggi del fisico che riprendono consistenza, i visi che riacquistano vitalità o dolore, per cercare di ritrovare tutto quello che l’assenza di verbo ci ha fatto perdere.
Passi più duri o più morbidi, flessuosità o durezze da reinventare.

Forse toccarsi di più servirebbe. Toccarsi, rendere i corpi più permeabili, allacciarsi di più, indicare dritto con le dita le cose che si desiderano nei negozi, abbracciarsi ancora per ringraziare, allontanare con maggior veemenza chi non si vuole vicino.
Segnare di più con le aderenze e i gesti decisi, le nostre vite.
Probabilmente sarebbe vitale ridiventare più selvatici e animali… loro si, che si capiscono anche senza parole.


Violento, improvviso percorso a ritroso, verso di noi e verso gli albori dell’umanità. Come non saper più camminare, come non saper più mangiare da soli, come adulti neonati, eppure costretti a rientrare nella nostra pelle e a capire come usarci.
Usare noi stessi e usare gli altri. Strumenti di scambio, dispositivi di forze nuove, attrezzi novelli, lessico primitivo che si deve far diventare tribale e poi comune.

Come sarebbe un mondo, senza parole, con gli uomini e le donne che imparano di nuovo a reagire con il corpo un rituale che è pura spontaneità?
Non ci siamo forse persi, negli ultimi millenni?

Michelangelo: La Creazione di Adamo, 1510 (part.)


domenica 21 giugno 2009

Il ballo della vita humana (1)




“Il ballo della vita humana” (1)

di Solimano


Tutto cominciò la mattina del 6 gennaio 2004, sfogliando l'Unità.
A pagina 23 c'era un articolo di Sergio Givone titolato “Verità vo' cercando”; fui attratto da una immagine de “La verità svelata dal tempo” del Bernini, che è alla Galleria Borghese. La statua fu eseguita fra il 1646 e il 1652, anni in cui il Bernini si trovò in difficoltà con la corte pontificia, perché erroneamente accusato di aver provocato problemi di struttura alla Chiesa di San Pietro.
Mi misi a cercare in Google immagini di questa opera, a cui il Bernini era molto affezionato.
Trovai quello che cercavo, nella solita Web Gallery of Art, ma continuai la mia ricerca perché il tema del Tempo aveva affascinato tutti i grandi artisti del Seicento.

Così ho scoperto una opera di Nicolas Poussin che non conoscevo, citata, sempre nella Web Gallery, come “Dance to the Music of Time”. Non era del tutto vero che non la conoscevo: dalla sede in cui si trova dedussi che l'avevo certamente vista diversi anni prima. Il quadro di Poussin è alla "Wallace Collection” di Londra, palazzo-museo che varrebbe da solo il viaggio a Londra, anche se molti non lo conoscono, come non conoscono il "Soane's Museum" in cui ci sono i capolavori di Hogarth.

Cerco sempre di guardare prima le opere d'arte con un po' di attenzione e di leggere solo dopo le eventuali note informative. Trovo questa modalità gradevole ed istruttiva. Mi sembrò che il significato del quadro di Poussin fosse evidente: il Tempo (facile: un vecchio con le ali) suona la lira e le quattro stagioni ballano seguendo la musica che fa il Tempo che ha vicino a sé un putto con la clessidra. Dall'altra parte del quadro c'è un altro putto che suona il flauto diritto. In alto, il carro del Sole percorre il cielo, preceduto dall'Aurora e seguito dalle Ore.

Tutto contento (pensavo di aver capito tutto), stavo per passare ad altro, ma come ultimo sfizio volevo rendere in italiano il titolo che avevo trovato in inglese, e “Danza alla musica del tempo” mi sembrava un po' generico. Ancora ricerche in Google, però insoddisfacenti, salvo un “Ballo della vita umana” che mi suonava un po' pedestre.

E' stato allora che mi è venuto in mente Erwin Panofsky: ho in biblioteca il suo “Studi di Iconologia”. C'è il quadro di Poussin ed ho scoperto che il titolo originale non era diverso da quello che avevo definito pedestre: il tema è “Il ballo della vita humana”, il committente è il cardinale Giulio Rospigliosi poco dopo il 1635, e, soprattutto, le quattro figure non sono le stagioni ma la Povertà che dà la mano al Lavoro, che dà la mano alla Ricchezza, che dà la mano al Piacere, che dà la mano alla Povertà e così via, circolarmente.
Non solo: il putto sulla sinistra in basso non suona il flauto diritto, ma sta facendo le bolle di sapone “connotando la transitorietà e la futilità”.
E il carro celeste? C'è Fetonte che chiede al sole di guidarlo, con le conseguenze che sappiamo, e Fetonte è “il gran simbolo dell'illimitato desiderio e della limitata potenza dell'uomo”. Occorreva una “mente più serena, più cartesiana” come quella di Poussin, per “creare l'insuperabile immagine del tempo come potenza cosmica”.

Tutto il virgolettato è del grande Erwin Panofsky. Sulla sinistra c'è anche l'immagine bifronte di Giano: un volto giovane ed uno vecchio.

Noi siamo presuntuosi. Crediamo che per tante belle cose che abbiamo a disposizione, tipo il telefonino ed il termosifone, quelli che hanno vissuto secoli fa fossero dei bru bru. Non è così: spesso i bru bru siamo noi. Chi sarebbe in grado oggi di significare concetti così profondi in un quadro di 82,5 x 104 cm? Non solo, ma di significarli, i concetti, con tale armonia e bellezza? Non toglietemi il termosifone, me lo godo nei giorni di galaverna, ma penso: la storia siamo noi? Magari fosse vero. La storia sono quelli come Poussin e Panofsky.
(continua)



domenica 14 giugno 2009

Tra un minuto nevica


Gustav Klimt: Donna anziana, 1909


Tra un minuto nevica

di Sandra Mastore
(ginni)



Freddo e fretta mettono le ali ai piedi, per raggiungere il parcheggio basta solo attraversare la piazza tra impavide biciclette, baveri allerta, frasi attutite. La carrozzina che si avvicina è spinta da una delle solite, trasognate badanti che, squittendo imperterrita al cellulare, non bada alla coperta scivolata (da quanto?) ai piedi della vecchietta. Basta voltarsi per evitare sofferenze che potrebbero durare lo spazio di un passo. Non è difficile.
A meno che… qualcosa del vecchio passerotto intirizzito ce lo ricordi quando non era tale e il suo sguardo aveva tutta la forza del mondo. E potere, sulle nostre piccole vite.

Quando iniziai la prima elementare la mia maestra aveva quarantasette anni. Piccola oltre misura, magra, sempre in ordine, rossetto e cipria. Ogni mattina infilava il grembiule nero, lucido, dopo averlo tolto dall’armadio a muro dell’aula che poi richiudeva piano e ne custodiva la chiave nella tasca del grembiule. Saluti, preghiera, consegna ordinata dei quaderni dei compiti ricoperti di carta da pacco blu. Seguivano attimi di trepidazione: tra poco avremmo conosciuto la sorte della giornata dal suo scandire TE-MA o, ahimè, PRO-BLE-MA. Fitta dolorosa, prima avvisaglia di un colon per sempre irritabile.
Sapeva seminare il terrore questa minuta, implacabile donna. A volte il disprezzo, il dileggio andavano ben oltre l’offesa, a minare la promessa di un’integrità futura.
- Piange?! Riderà quando si sposa…
Ma sapeva anche insegnare, trasmettere, accendere l’interesse e lavorava con scrupolo. Si prodigava in correzioni efficaci e generose, come generose erano le sue spiegazioni. Riconosceva l’originalità, anche solo sintattica, e in quel caso non la piegava a suo piacimento. Che apprezzasse il mio modo di scrivere fu la mia salvezza, per il resto non ero una scolara brillante. La sola idea che i suoi pungenti occhi scorressero le righe del mio quaderno mi paralizzava, o che la parola “negligente” potesse raggiungermi come un marchio infuocato.
Nel corso del quinquennio qualcuna delle alunne più sensibili fu tenuta a casa dai genitori per guadagnare la bocciatura automatica, la fine del supplizio.

Giudicava le espressioni dialettali, la stiratura del grembiule, la grafia, il pennino, la pettinatura. A voce alta, senza pietà per i nostri genitori.
Poteva usare le mani, non era proibito nei primi anni Sessanta, ma era rarissimo che vi ricorresse.
All’intervallo la bidella Speranza le serviva il caffè su un vassoio che ci sembrava d’argento, molto spesso lei chiedeva anche un “cachet” per l’emicrania.
Le spiegazioni d’Italiano o Storia, già momenti piacevoli, potevano trasformarsi in quarti d’ora godibilissimi, specie quando le arricchiva di aneddoti o di punteggiature personali. Era capace di fissare nella nostra giovane memoria date, eventi. Ho vissuto un bel po’ di rendita alle medie. Il pomeriggio (si andava anche al pomeriggio, il giovedì a casa) era spesso riservato alla “letteratura” più poesia che prosa. Metteva in atto una sapiente strategia per creare l’aspettativa, anticipando indizi sull’argomento o sull’autore. Poi la sua lettura - o meglio: declamazione - percorrendo l’aula a poderosi e sonori passi (insospettabili per quelle gambette). Seguiva un silenzio perfetto in attesa del titolo che ci elargiva come un prezioso regalo dopo essere risalita sulla predella, esausta e vittoriosa. In tono pacato, confidenziale, ora, commento e biografia dell’autore. Finalmente seduta in cattedra: dettatura e indicazioni per l’illustrazione individuale.
Aveva recitato da giovane, si capiva da come calcava la scena per noi, spettatrici dapprima obbligate, poi coinvolte e catturate. Ci aveva raccontato di aver fatto parte di una compagnia teatrale, ma senza soffermarsi: forse un’attività da considerarsi ora disdicevole. Aveva frequentato anche l’università, lettere, ma al terzo anno aveva incontrato suo marito. Fine del sogno di gloria.
-Dovessi venire a sapere, domani, che avete interrotto gli studi perché vi siete innamorate, proverò un gran dispiacere. Ricordatevelo!
Pascoli era il suo preferito, ma ci propinava anche Fucini a dosi non proprio omeopatiche.
Intanto gli anni Sessanta erano diventati quasi Settanta, e, mentre ci massacrava con la geometria solida, cominciavamo a capire che l’imparzialità proprio il suo forte non era. C’era un terzetto di bambine con gli occhi immacolati che potevano non imbroccare il problema all’istante e ricevere una discreta - ma incoraggiante - imbeccata. Figlie della borghesia professionale che la poteva favorire in certi casi. E lei, noi non lo sapevamo, ne aveva estremo bisogno.
Arrivata da Milano dov’era nata - sebbene la particella “De”del suo cognome da nubile tradisse altre origini - sfollata durante la guerra qui, in provincia, in questo paese non ancora città.
Già moglie, madre e maestra. Un marito artista senza fortuna, l’unico stipendio sempre e solo il suo. Da una casa popolare in affitto all’altra, figli che crescevano sempre più sbagliati. Le colleghe la stimavano al punto di chiederle quaderni di anni e turni precedenti per copiare il suo inappuntabile lavoro, ma in sua assenza la commiseravano.
L’elasticità nelle scadenze dell’affitto poteva passare anche attraverso un voto non proprio meritato da un’alunna del terzetto.
Una vita grama, tutto il male del mondo. Da non crederci la concentrazione di disgrazie.

Ma in quegli anni ancora lottava, rigida e austera come un cavaliere medievale, tra le pareti della nostra scuola, imponente edificio di un razionalismo evocativo: fu infatti inaugurata nel 1934 dal duce in persona, in omaggio alla sua maestra, originaria di questa cittadina.
Molti anni dopo mi è capitato di entrare nella mia vecchia “V femm. A”: vivacità alle pareti, nuovi serramenti, sparito l’armadio a muro dove la mia maestra depositava per parecchie ore al giorno i panni dell’infelicità e della sconfitta e li chiudeva a chiave. E forse riusciva anche a dimenticarli.
In quarta elementare era arrivata una bambina nuova. Direttamente da Palermo, in pieno inverno. Chissà, forse l’assenza di cappotto, l’aria spaesata l’avevano intenerita e ce l’aveva presentata decantando la sua città e la Conca d’oro, asserendo che il dialetto siciliano era uno dei più belli d’Italia.
-Pensate che i ragazzi in Sicilia sono chiamati picciotti, è un modo bellissimo di indicarli oltre che comprensibile. Una volta alla stazione centrale una signora chiedeva dove fossero i “bagai” e tutti guardavano pacchi e valige. Se avesse cercato i picciotti nessuno avrebbe frainteso.
La bambina aveva ripreso colore dopo questo siparietto e, il buongiorno si vede dal mattino a volte, nel tempo aveva dimostrato di poter far fronte alle sue altissime richieste.

Ecco i primi fiocchi, inusuali come questi ricordi.
In prima elementare ci portarono al circo, il giorno prima delle vacanze di Natale.
Faceva freddo anche sotto il tendone e non ci fecero togliere i cappotti. L’odore era proprio sgradevole, ma lo spettacolo fu divertente e io ero vicino a colei che sarebbe diventata l’amica del cuore di quegli anni. Al rientro avevamo ancora negli occhi tutti quei colori e ottenuto il permesso – rarità - di farne un disegno. Ci sembrava di essere rientrate nel posto più caldo del mondo e fuori c’era un cielo di uno strano colore.

Prima dell’uscita sarebbe nevicato.


Pubblicato anche su Carta scritta

mercoledì 3 giugno 2009

La valigia di Irène Némirovsky




La valigia di Irène Némirovsky

di Giulia


Una valigia può contenere molte cose. Ma la valigia che le figlie di Irène Némirovsky, Denise ed Elisabeth, si porteranno dietro dopo la deportazione dei loro genitori in un campo di concentramento, conteneva qualcosa di molto prezioso: un manoscritto e gli appunti della mamma.
Era la valigia che il marito disperato aveva consegnato alla figlia maggiore, Denise, perché la conservasse gelosamente quando era stato anche lui arrestato.

Denise ed Elisabeth sopravviveranno alla guerra grazie alla nutrice. Nell’ultimo periodo della guerra saranno sempre in fuga, inseguite dalla polizia francese più che dai nazisti e verranno sempre protette da persone che si prenderanno cura di loro: due bambine ebree, orfane e malate, nascoste in cantine e soffitte e convitti. Per tutto questo periodo non abbandoneranno mai la valigia e la custodiranno con amore e dedizione, senza avere, però, il coraggio di leggere nulla: “Aspettavo – racconta Denise - che la proprietaria della valigia (mia mamma) tornasse a leggere il suo manoscritto di persona. Non sapevo ancora che non sarebbe sopravvissuta. E’ un po’ come quando non si apre la posta il cui destinatario è assente, non ti appartiene e non la leggi. Così per me era la valigia. Il mio compito era solo conservarla”.

La mamma Iréne aveva ben chiaro cosa sarebbe successo, nel suo diario si legge: "Mio Dio, cosa mi combina questo paese? Dal momento che mi respinge, osserviamolo freddamente, guardiamolo mentre perde l'onore e la vita".

Parigi 1942, parco giochi interdetto ai bambini ebrei

Il 3 giugno fa testamento, e chiede alla tutrice delle sue figlie, di prendersi cura di loro quando lei e il marito non ci saranno più. Impartisce direttive precise, elenca tutti i beni che ha potuto salvare e che costituiranno i fondi per pagare l'affitto, il riscaldamento, l'acquisto di un fornello, l'assunzione di un giardiniere che si occuperà dell'orto da cui ricavare le verdure in quel periodo di razionamenti; fornisce l'indirizzo dei dottori che seguono le bambine, dà istruzioni puntuali sulla loro dieta. Non una parola di ribellione. Si limita a prendere atto della situazione quale si presenta. Vale a dire disperata.

Irene con il marito e le figlie

In quel periodo così difficile, la Némirovsky si rifugia nella lettura e nella scrittura, esce di casa per cercare il luogo adatto al suo lavoro. Lì scriverà il suo diario e il suo romanzo.
"Bosco della Maie, 11 luglio.
I pini intorno a me, Sono seduta sul mio maglione blu come su una zattera in mezzo ad un oceano di foglie putride inzuppate dal temporale della notte scorsa, con le gambe ripiegate su di me! Ho messo nella borsa il secondo volume di Anna Karenina, il Diario di K.M. e un’arancia. I miei amici calabroni, insetti deliziosi, sembrano contenti di sé e il loro ronzio ha note gravi e profonde. Mi piacciono i toni bassi e gravi nelle voci e nella natura. Lo stridulo ”cip cip” degli uccellini sui rami mi irrita… Tra poco cercherò di ritrovare quello stagno isolato”.
Quello stesso giorno scrive al direttore letterario della casa editrice Albin Michel una lettera che non lascia dubbi sulla sua certezza di non sopravvivere alla guerra che i tedeschi e i loro alleati hanno dichiarato agli ebrei:
"Caro amico... non mi dimentichi. Ho scritto molto. Saranno opere postume, temo, ma scrivere fa passare il tempo”.


E’ il 13 luglio 1942, una mattina di sole. Alle 10, si sente il rumore di una macchina che si ferma vicino alla casa della scrittrice. Bussano alla porta: due gendarmi francesi si presentano con un foglio in mano. Cercano Irène: non c’è neanche tempo per i saluti, la figlia maggiore Denise ricorda solo le poche parole rassicuranti della madre, il pallore sconvolto del padre e la portiera della macchina che si chiude, il motore che si avvia, e poi il silenzio.
II 16 luglio la Némirovsky viene internata nel campo di concentramento di Pithiviers, nel Loiret. Da lì manderà il suo ultimo messaggio:
"Mio amato, mie piccole adorate, credo che partiamo oggi. Coraggio e speranza. Siete nel mio cuore, miei diletti. Che Dio ci aiuti”

Il giorno dopo la fanno salire con altri deportati sul convoglio numero 6 diretto ad Auschwitz. Viene registrata nel campo di sterminio di Birkenau, ma troppo debole e ammalata com'è passa per il Revier, l’infermeria di Auschwitz da cui, periodicamente, le SS ammassavano i prigionieri non adatti al lavoro sui camion e li trasportavano nelle camere a gas.



Per molto tempo, anche dopo la liberazione, le due sorelle sperano nel ritorno dei genitori.
Quando la guerra finisce, continuano a recarsi sui marciapiedi dei treni con un cartello in mano con il loro nome, ma da quei treni vedono scendere uomini e donne solo più ombre di se stessi: “è stata un’esperienza terribile” dice Denise “pian piano abbiamo capito che i nostri genitori non sarebbero mai scesi da quei convogli”.

Denise per molto tempo ancora non legge il manoscritto e trova solo il coraggio di prendere tra le mani il quaderno per accarezzarlo perché le ricorda la madre, e poi lo ripone: quelle pagine lasciate sono l'eredità più preziosa, il dono più grande che sua madre potesse farle. Tiene le pagine sul suo comodino per molto tempo, quasi quaranta anni. Poi finalmente si sente pronta e inizia a leggerlo.
Lo feci - ha detto Denise- solo quando i miei figli furono abbastanza grandi da reggere la vista di una madre che affrontava il suo dolore più grande".
La scrittura della madre è fitta e minuscola, questo per risparmiare spazio, perchè carta e inchiostro scarseggiavano. Doveva fare in fretta a scrivere, perché tempo non ce n'era quasi più e prevedeva che presto tutto sarebbe precipitato.
Denise, per decifrare la scrittura della mamma, deve utilizzare una lente d'ingrandimento.

Manoscritto di Suite francese

Trascrive a mano il contenuto del quaderno, in un’intervista a Farenheit rivela che non si era resa conto che fosse un romanzo: “Avevo letto delle frasi e parlava di persone che conoscevo, parlava di paesaggi e parlava di luoghi che avevo conosciuto. Per me erano ricordi, un libro affettivo”.
Dedica, però, a questo lavoro ben due anni, due anni di intensa emozione. Spesso chiude il quaderno e lo ripone nell'armadio: luoghi e gente che la madre descrive sono conosciuti e la maggior parte delle persone è morta.
Poi si rende conto che non si tratta di un diario intimo, ma di un’opera straordinaria in cui la Francia viene raccontata così come appariva agli occhi della mamma in quei giorni terribili dell’invasione tedesca.

Sessanta anni dopo, finalmente, le pagine trascritte della madre verranno pubblicate.


La stessa Denise racconta in un'intervista:
"Nel manoscritto di mia mamma non ho ritrovato mia madre, ma credo di poter dire che ho ritrovato la sua epoca, tutte le persone che le stavano intorno. Forse il suo romanzo non mi dice nulla di lei che non avessi già conosciuto da bambina, ma certo mi racconta della sua voglia di vivere ad ogni costo, malgrado il momento terribile in cui lei stava scrivendo quelle pagine... della sua incredibile passione per la scrittura, al punto di non preoccuparsi di quanto le stava per accadere, e di cui era però pienamente cosciente, per portare a termine il suo romanzo (…) Ora che il libro è uscito, mi sento più leggera, ma la coscienza universale è più pesante. Quando si parla di guerra, si mette l’accento sugli eroi. Ma non ci sono eroi, nella guerra c’è tanta gente comune, tanta vigliaccheria e tanto egoismo. La Francia di quel periodo mi appare come una persiana chiusa dietro la quale si guarda fuori cosa succede senza avere il coraggio di intervenire".


Suite francese è uno dei libri più belli che abbia letto.
Irène Némirovsky lo aveva progettato pensando a una sinfonia in cinque movimenti. Riuscì a scriverne solo i primi due "Temporale di giugno" e "Dolce", nel periodo che ha preceduto il suo arresto. Una sinfonia ricca e varia (riunita in un unico testo per la pubblicazione postuma) in cui la scrittrice racconta la Francia durante il periodo dell'occupazione nazista. Nelle pagine di questo libro la scrittrice narra la fuga in massa, disordinata e movimentata, dei parigini dalla loro città alla ricerca di una sopravvivenza possibile."La cosa più importante, qui, e la più interessante - scrive la Némirovsky due giorni prima di essere arrestata - è che gli eventi storici, rivoluzionari sono appena sfiorati mentre viene investigata la vita quotidiana, affettiva, e soprattutto la commedia che questa mette in scena.
“Ci abitua a tutto, a tutto quello che succede nella zona occupata: i massacri, la persecuzione, il saccheggio organizzato sono come frecce che si configgono nel fango!... nel fango dei cuori.Vogliono farci credere che siamo in un’epoca comunitaria in cui l’individuo deve soccombere affinché viva la società e non vogliono vedere che quella che soccombe è la società affinché vivano i tiranni”.

Non possiamo che essere grati a Denise per essersi sempre portata dietro questa valigia e averci regalato un libro straordinario.

Irène Némirovsky con la figlia Denise


martedì 26 maggio 2009

Anna Karenina




Anna Karenina
(Livre mon ami -18)

di Solimano



3 febbraio 2007
Credo di avere risolto il caso Anna Karenina. Sospettavo che non si trattasse di un caso di suicidio, ora ho la certezza che è stata uccisa. L'assassino è un aristocratico russo, tale Lev Nikolaevic Tolstoj, già noto alle forze dell'ordine per diverse singolari manie, la meno grave delle quali è di scrivere libri.
Alcuni anni fa ci fu il caso Kuraghin, tutt'ora irrisolto. Anatolij Kuraghin, noto seduttore, stava infatti per rapire la consenziente contessina Natacha Rostova, fidanzata del principe Andreij Bolkonski, vedovo da non molto tempo e amico del detto Tolstoj. Invece di lasciare che le cose andassero verso la giusta conclusione - un matrimonio riparatore fra Anatolij e Natacha, giovani e belli entrambi - Tolstoj subornò un amico del principe Andreij, tale Pierre Bezukof, innamorato senza speranza di Natacha, a rompere le uova nel paniere. Fu così che al povero Anatolij toccò partire per la guerra in cui perse la vita fra inenarrabili sofferenze. E' evidente che la responsabilità morale di tutto questo risale al Tolstoj, che dopo la morte non so se casuale o provocata del principe Andreij, riuscì a far sposare Natacha al suo amico - e complice - Pierre Bezukof. Tipico matrimonio di interesse, le enormi ricchezze del Bezukof sono note a tutti.
Torniamo ad Anna Karenina; quale può essere stata la causa scatenante? Credo invidia e gelosia. Invidia per la felicità dei due amanti, Anna e il conte Vronskij. e gelosia perché Tostoij amava Anna, voleva portarla via al Vronskji, ma Anna gli si rifiutò, lo vedeva fra l'altro troppo simile come carattere e come aspetto - le grandi orecchie - all'ex marito Karenin. Pazzo di gelosia, furibondo per essere stato rifiutato, Tolstoji spinse Anna sotto la locomotiva, rifugiandosi poi nelle sue vaste tenute, dove si spaccia attualmente per benefattore dei contadini. Sarà bene arrestarlo, malgrado le altolocate protezioni di cui gode, perché ci risulta che sua moglie si sia innamorata di un violinista, sì quello che esegue spesso la Sonata a Kreutzer, proprio lui, l'idolo di tutte le signore moscovite. Se non si interviene per tempo, la vita della signora Tolstoji è in grave pericolo. Lev Nikolajevic Tolstoji è un delinquente abituale, fermatelo!

6 febbraio 2007
Pensateci bene, ho detto il vero, Tolstoj ha veramente ucciso Anna Karenina. Poteva salvarla, fare in modo che non andasse sotto la locomotiva, cambiare la parte finale del suo romanzo. Non l'ha fatto, non solo, l'ha uccisa con premeditazione: nelle prime pagine del suo romanzo la fine di Anna, che avverrà centinaia di pagine dopo, è in un certo senso anticipata, preannunciata, quasi profetizzata dalla morte di un ferroviere sotto un treno, c'è persino Vronskji, che ha appena conosciuto Anna, che offre un aiuto alla famiglia del ferroviere.
L'arte di Tostoj è grande e lucidissima, resta da chiedersi il perché abbia scelto questa conclusione. Non sono uno psicologo, sono solo un suo appassionato lettore, e conosco un po' la biografia di Tolstoj dal libro bellissimo che gli dedicò il giovane Pietro Citati. Credo che quello che conta non siano i dati biografici, ma i suoi personaggi, specie quelli femminili.
In Anna Karenina c'è un altro importante personaggio femminile, Kitty, che sposerà Levin, che è una proiezione di Tolstoj. Ma prima, innamorata di Vronski, dice di no a Levin, e lo sposerà solo dopo anni.
In Guerra e Pace, Natacha viene affascinata da Anatolij Kuraghin, cade in preda ad un amore cattivo, quasi una possessione, e solo dopo lunghe traversie sposerà Pierre Bezukof, che è ancora una proiezione di Tolstoj.
La "Sonata a Kreutzer" è il lungo sfogo autobiografico di un uomo che ha ucciso la propria moglie. Passando dall'arte alla vita, tutti sappiamo che a più di ottant'anni Tolstoj fuggì di casa, per morire dopo una decina di giorni nella sala d'aspetto della stazione di Astapovo. Persino in Anna Karenina Tolstoj non racconta mai la positività di un amore, non è nelle sue corde, è un tema che vorrebbe sentire ma non sente perché forse non l'ha mai vissuto, proprio lui, che della esemplarità della sua vita familiare aveva fatto una bandiera.
Mi piacerebbe che qualcuno riuscisse a dimostrarmi il contrario, facendomi leggere una pagina, una sola, in cui Tolstoj parla direttamente della felicità in amore. Ne parla sempre indirettamente, mai mostra l'amore felice in azione. Forse dà corpo nei suoi personaggi femminili a quello che poteva essere l'ossessione della sua vita, quella di essere più ammirato che amato. O forse si rendeva conto che il suo volontarismo amoroso copriva una sua incapacità di amare, oltre che di essere amato. Anna ama Vronski e ne è riamata, con questo segna la sua condanna.
Che voglio dire con tutto questo? Che persino un genio letterario come Tolstoj poteva essere indifeso come un adolescente di fronte all'amore, e che magari per tutta la vita reale e letteraria si è raccontato delle mirabili storie, pagandone il fio negli ultimi giorni.


8 febbraio 2007
Il personaggio di Anna Karenina assomiglia a Rebecca Sharp: sono entrambe più vaste dei loro autori. Non credo che questa osservazione nasca da un mio gioco ironico, credo che queste cose si verifichino, cioè che uno scrittore, stretto dalla propria storia personale e sociale, non riesca a vivere una vita così piena e ricca come è quella di certi suoi personaggi, che paradossalmente sono più liberi di lui.
E' vero anche per altre forme d'arte: il diario del Pontormo è di uno squallore unico, lo scriveva mentre rappresentava in pittura figure di incredibile finezza, non sto facendo un discorso di capacità tecnica, la finezza del Pontormo (o del Correggio o del Parmigianino) è una finezza profondamente intellettuale.
Lo stesso Vronski è un personaggio che Tolstoj non comprende appieno, cerca addirittura di denigrarlo senza riuscirci: Vronski ama Anna di un amore che Tolstoj non si è mai sognato di provare in prima persona. Difatti, cerca di idoleggiare i personaggi di Natacha e di Kitty, lo fa con assoluto impegno, credendoci, ma chi di noi sente in questi personaggi una profondità di vita amorosa?
Stranamente, Tolstoj riesce invece a rappresentare mirabilmente altri personaggi: Dolly in Anna Karenina e Marja, la sorella del principe Andrej, in Guerra e Pace. La positività di Dolly nelle piccole/grandi cose quotidiane e la profondità spirituale, la bontà vera di Marja lo affascinano più dei suoi modelli esemplari, Natacha e Kitty. Splendide le pagine di Guerra e Pace in cui sono in rapporto fra di loro Marja, Andrej e il loro padre; il rapporto reciproco, in cui l'affetto prevale infine sul conflitto si estrinseca fin nelle piccole cose, la lezione di matematica che il padre dà alla figlia, la tolleranza che il laico Andrej ha per la religiosità della sorella.
E, ancora stranamente, Tolstoj rappresenta in modo esemplare due personaggi mediocri ma importanti, si sente che Tolstoj li ama, questi personaggi: Stiva Oblonski, il fratello di Anna Karenina, e Nicolaj Rostov, il fratello di Natacha, che sposerà poi Marja. Credo che ci sia in questo atteggiamento una specie di identificazione inconscia, mentre l'identificazione conscia è rivolta a Bezukof e a Levin. E' come se Tolstoj sentisse la sua mediocrità nel sentimento amoroso e cercasse di sublimarla scrivendo, ma gli uscivano perfetti quelli che erano come lui nella vita reale. In Anna Karenina, Levin e Anna non si incontrano di persona per tutto il romanzo, salvo un capitolo verso la fine. Ogni volta che lo leggo penso: ecco la donna che Levin avrebbe voluto amare, ma da cui Tolstoj (burattinaio che con Levin si identifica) l'ha tenuto saggiamente lontano per tutto il romanzo. Meglio che sposasse Kitty, Anna era troppo, per lui.

10 febbraio 2007
Nel 1877 Tolstoj ha 49 anni e pubblica Anna Karenina. Vivrà ancora più di trent'anni, scriverà moltissimo, ma il suo grande periodo, quello di Guerra e Pace ed Anna Karenina, è concluso. Non solo, nei suoi ultimi decenni Tolstoj, in preda ad utopie misticheggianti, manifesterà disprezzo per i suoi due capolavori. Quando aveva trentaquattro anni aveva sposato Sofia Bers, diciassettenne; durante il matrimonio nacquero tredici figli di cui nove sopravvissero alla prima infanzia. Negli ultimi decenni la situazione fra i coniugi divenne sempre più tesa ed i litigi frequenti. In genere i figli maschi si schieravano dalla parte della madre e le femmine col padre. Fino al dramma finale, con la fuga in treno e la morte nella sala d'aspetto della stazione di Astapovo. Ma ciò fa parte della biografia quotidiana di un essere umano che si chiamava Lev Nicolaevic Tolstoj, a noi interessa capire perché con Anna Karenina finisca il grande Tolstoj, salvo alcune pagine de La Morte di Ivan Ilyc e de La Sonata a Kreutzer, racconti lunghi generalmente sopravvalutati. Divenne, in quei decenni, il monumento a se stesso, alle utopie che lo resero popolare in tutto il mondo, fino alla determinante influenza su Gandhi. La controprova di quanto fosse disturbato, quanto fosse divenuto incapace di giudizi sereni, si ha proprio con La Sonata a Kreutzer, ed è ridicolo che ancora oggi di questa sonata al centro della operatività di Beethoven, si tenda a dare una interpretazione tolstoiana del tutto ingiustificata, come sono ingiustificate ed improprie le parole che scrive Tolstoj nel racconto omonimo. La Sonata a Kreutzer è - molto semplicemente - un capolavoro della prima maturità di Beethoven, scritta prima dell'Eroica e dell'Appassionata. Ma Tolstoj volle prendere questa sonata come esempio tragico per proiettare il suo disastro amoroso fuori di sé. Furono decenni di odio, fra lui e la moglie, ma le basi si erano stabilite negli anni in cui scrisse i suoi capolavori. Cosa conta, alla fine? Amare le centinaia e centinaia di grandi pagine che ha scritto, tornare a leggerle di frequente mantenendo intatta la capacità di giudizio morale ed artistico: sapere le ossessioni di Tolstoj ci aiuta ad amare meglio - con più consapevolezza - i suoi grandi personaggi, quelli che comprendeva e quelli che non era in grado di comprendere.

P.S. Avevo a disposizione molte belle immagini di Greta Garbo e di Vivien Leigh, ma ho preferito Tatyana Samojlova nel film "Anna Karenina" di Aleksandr Zarkhi (1967). La ricerca delle immagini è stata durissima: ho trovato qualcosa solo usando Google con i nomi in cirillico, altrimenti niente da fare. Perché ho scelto Tatyana Samojlova? Perché è quella che assomiglia di più all'Anna che ho in mente io.