giovedì 23 agosto 2007

I simboli della religione e lo stato


Ponzio Pilato, dalla catacomba di Domitilla


I simboli della religione e lo stato
(Dialoghetto storicamente scorretto)

di mazapegul


Valerio entra in casa mentre Domitilla, sua moglie, sta dando da mangiare ai pesci della fontana.

D. Ti vedo scuro in volto, Valerio.
V. Sono questi cristiani, non ne posso più. Pensa che adesso pretendono l'esenzione dall'obbligo di rendere omaggio all'imperatore.
D. Vuoi dire che disconoscono l'impero?
V. Non fino a questo punto, sarebbero già tutti sulle croci che tanto adorano. Loro pagano le tasse, dicono di riconoscere l'impero, ma si rifiutano di rendere omaggio alla figura divina dell'imperatore. Dicono, pensa un po', che sarebbero contenti di rendere omaggio all'imperatore-uomo, ma non all'imperatore-dio.
D. E dove sta il problema? Nessuno crede alla storia dell'imperatore-dio, l'imperatore meno di tutti.
V. Non mi fare l'epicurea volgare, adesso.
D. Sei stato tu a volere che leggessi Lucrezio, Valeriuccio caro.
V. Il problema è ben più grande di quello che pensiamo degli dei. L'impero ha una tradizione, e questa si basa sulla divinità dell'imperatore. Se viene meno, l'impero crolla, e con esso tutta la civiltà d'occidente.
D. Esagerato! Non abbiamo forse dato agli ebrei il diritto di praticare il loro culto del Dio unico? E se non ci danno fastidio loro...
V. Brava! Già tutta questa tolleranza con gli ebrei mi piace poco. Loro, però, hanno dei riti così ripugnanti che ben pochi li seguono, che non siano stati allevati nei loro costumi. E adesso vengono pure questi altri asiatici, con il loro Dio morto in croce. Pensa, un Dio che si fa mettere in croce come uno schiavo.
D. Veramente, la moglie di Mario frequenta una comunità di cristiani, e mi ha assicurato che di asiatici, nel suo gruppo, ce ne sono pochi. Tutti romani di gens antichissima, ricchi, pure.
V. Vedi? La peste dilaga. Che aspetta l'imperatore a rimandare questa gente nella sua Asia puzzolente?
D. Ma questa Asia è pur sempre parte del nostro impero. Si parla persino di dare la cittadinanza a tutti gli asiatici che stanno entro i confini imperiali.
V. Lo so, ma spero di essere morto prima che ciò avvenga. L'Asia sarà anche stata la culla delle grandi civiltà antiche, ma adesso è solo un mostro che divora legioni e sesterzi. E che ci manda pure ogni sorta di ripugnante novità religiosa. E dire che noi non chiediamo mica ai cristiani di rinnegare il loro uomo-Dio. Saremmo dispostissimi a trovargli posto nel pantheon, anche un posto di riguardo. Loro no, invece. Sono appena arrivati e già pretendono di fare le cose a modo loro. Come trattano le loro donne, per esempio.
D. Come le trattano?
V. Malissimo, malissimo. E i figli, poi. Pensa che alcune mogli cristiane hanno fatto fare dei riti sui loro figli all'insaputa dei mariti.
D. Che riti sono?
V. Mah, non ho ben capito, pare che si tratti di una sorta di affogamento rituale...
D. Pensa che buffo, Valerio, se affogassi ritualmente il nostro piccolo Lucio.
V. Non dire queste beotate neanche per scherzo. Comunque, s'affogassero pure tutti. Pensa che impudenza. Dicono che la loro Chiesa romana sia stata fondata da un ebreo, un certo Pietro, che neppure era cittadino. Il nostro mare è un colabrodo, tutti riescono a intrufolarsi a Roma. E questo straniero avrebbe addirittura fondato una "Chiesa romana" in competizione e negazione dell'imperatore-dio di Roma! Ah, che arroganza! Mi dice però un amico che lavora agli archivi della casa imperiale che il pericolo vero non sono quelli come Pietro, ma quelli come Paolo.
D. E chi sarebbe, questo Paolo?
V. Un altro ebreo, cristiano pure questo, ma cittadino romano, colto e conoscitore delle lingue. Paolo avrebbe trovato un modo per far crescere il cristianesimo anche fuori dalla comunità ebraica. Avrebbe eliminato la semi-castrazione che praticano gli ebrei (asiatici, che barbari!) e tutte quelle loro fisime col cibo. Un cristianesimo in toga, insomma: per questo le tue amiche sceme ci cascano cosi` facilmente.
D. Eppure, caro Valerio, io credo che questa sfida cristiana potrebbe anche farci del bene.
V. Che dici, Domitilla?
D. Non pensi anche tu che, a forza di dare per scontate le effigi dell'imperatore-dio, i riti, le offerte, tutta questa nostra religione si sia incartapecorita? Ecco che arrivano questi cristiani, e ci obbligano a interrogare noi stessi su quello che crediamo e non crediamo. Certo, sarebbe bello se questi cristiani si interrogassero un po' anche loro, ma intanto possiamo accontentarci di farlo noi, a maggior gloria e splendore dell'impero. O forse, solo al fine di essere più saggi noi stessi.
V. Non credo che tu abbia capito dove possono arrivare. Un giorno, di questo passo, ci troveremo le loro croci dappertutto. E mentre noi "ci interroghiamo", come dici tu, loro avranno proibito anche il dubbio che si possa essere diversi da loro.
D. Ma va là, Valerione mio! Adesso mi vuoi far credere che avremo le croci anche nelle scuole!
V. Non so, magari mi preoccupo troppo. E' che vedo questo impero che ci siamo costruiti col sangue delle legioni e col sudore degli schiavi, che ha messo fine alla storia stessa, come se fosse oppresso da nuvole nere. Questi cristiani, per dirne una, hanno della storia una concezione tutta loro, in cui Roma pare non avere posto, né nel passato, né nel futuro. Più o meno, loro la vedono così. Il loro Dio-uomo sta a dividere il tempo del non essere dal tempo dell'essere...
D. Mi parli come un greco, adesso.
V. ...e questo tempo dell'essere, quello delle nostre vite, è esso stesso un tempo del non-essere, in attesa del cataclisma che sconquasserà tutto, impero e imperatore. Loro vivono in trepidante attesa della nostra fine, Domitilla. E non offrono i sacrifici dovuti all'imperatore-dio.
D. Valerio, ma una persona ragionevole non può credere a queste favolette: il cataclisma, lo sconquasso. Vedrai che, col tempo, questi cristiani di cui sembri avere tanta paura, si troveranno di necessità ad apprezzare questo nostro grande impero.
V. In attesa che lo facciano, gli facciamo vedere il circo. Dalla parte dell'arena!
D. Andiamo a dormire, Valeriuccio, che si è fatto tardi.
V. Aspetta, Domitilla, dobbiamo prima bruciare l'incenso per l'imperatore.
D. Valerio, ma non l'abbiamo mai fatto!
V. Da oggi lo facciamo.
D. Va bene, va bene. Vado a cercare i bastoncini d'incenso. Devono essercene, in giro per casa.


"A New Day in old Sana'a"

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