mercoledì 4 luglio 2007

Orgoglio e pregiudizio

Habanera


"E' una verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di una buona fortuna sia in cerca di moglie".

Questo l'incipit del libro più conosciuto ed amato di Jane Austen: Pride and Prejudice. Bella la scena iniziale del film, suggestiva l'atmosfera fin dalla prima inquadratura: Elisabeth legge un libro, tornando verso casa, e intorno a lei la splendida campagna inglese, una musica delicata in sottofondo. Il caso volle che il film di Joe Wright uscisse in Italia a breve distanza da una mia rilettura del romanzo, suscitando in me una certa curiosità. Non era la trama ad interessarmi, ovviamente conosciutissima, ma la ricostruzione degli ambienti e soprattutto l' interpretazione dei personaggi, in particolare dell'adorabile Elisabeth e dell'affascinante Darcy. Volevo vedere questo film eppure, allo stesso tempo, temevo di esserne delusa.

Avevo, insomma, dei pregiudizi.

Eppure, quando alla fine ho deciso di vederlo, mi è piaciuto, dall'inizio alla fine. La fotografia è splendida, gli ambienti sono ricostruiti alla perfezione, l'attrice che impersona Elisabeth (Keira Knightley) è espressiva e vivace. Donald Sutherland, nella parte di Mr. Bennet assolutamente perfetto. Unica delusione per me, e non da poco, un Darcy completamente diverso da quello che avevo sempre immaginato. Darcy è un mito, non c'è donna che non lo sappia, e non è facile impersonare un mito. Matthew MacFadyen ha l'aria di uno capitato per caso nel film senza avere ben capito che ruolo deve interpretare. Si aggira con aria smarrita e malinconica ma non c'è traccia in lui della forza e della fascinosa arroganza del personaggio descritto con sublime maestria da Jane Austen.
Forse il grande Laurence Olivier - unico ad interpretare Darcy nella storia del cinema - ci era riuscito meglio, nel film del 1940 di Robert Z. Leonard. Per saperlo dovrei chiedere in prestito la videocassetta a Tullio Kezich che a quanto pare ne possiede una. Nei commenti inserirò la sua critica a questo film e potrete saperne di più. L' unica cosa che vi anticipo è che questa nuova versione cinematografica è piaciuta anche a lui, il che è tutto dire...


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1 commento:

habanera ha detto...

Tullio Kezich (Il Corriere della Sera)

Se qualche nostalgico dell'antiquariato hollywoodiano vi vuol far credere che l'Orgoglio e pregiudizio della Metro (1940) era meglio dell'attuale megaproduzione angloamericana, smentitelo. Forse l'avrei detto anch' io, basandomi sul ricordo, prima di ripescarlo in videocassetta. Visto oggi, l'effetto è disastroso: allestimento povero e costumi orribili, incredibile che abbiano strappato un Oscar. E se nel contesto della regia di Robert Z. Leonard, smorta e convenzionale, Laurence Olivier incrementa il nascente culto della sua personalità, con i suoi evidenti 32 anni Greer Garson è del tutto fuori età come giovane protagonista. Quanto alla prestigiosa partecipazione di Aldous Huxley al copione, può aver esercitato la sua influenza nel conservare molti dialoghi del romanzo di Jane Austen, ma non è certo riuscito a impedire manomissioni sgraziate. Vedi la trasformazione del sacerdote Collins in una macchietta borghese (timore di offendere il clero?) e quella dell'arcigna Lady Catherine nel deus ex machina della felicità dei protagonisti. Proprio il prete e la damazza sono invece tra i tipi più riusciti del film di Joe Wright, affidati al bizzarro Tom Hollander (che ricorda gli estri surreali del compianto Paolo Panelli) e alla sempre dominante Judi Dench. Ai quali va aggiunto, nell' albo d' onore, il padre impersonato da Donald Sutherland, ricco di una sorniona complessità inattingibile dal pur divertente Edmund Gwenn; mentre la madre di Brenda Blethyn, meno fastidiosa di Mary Boland, sconfina un po' sopra le righe. Fra i testi dell'epoca d'oro del romanzo inglese, Pride & prejudice si direbbe uno dei più frequentati, ma in realtà mancava dal grande schermo da 65 anni. In cambio si ricordano varie versioni televisive, tra le quali lo sceneggiato di Daniele D' Anza che nel ' 57 lanciò Virna Lisi. Ricordo che il bravo D'Anza si mosse (e con buoni risultati) convinto avere fra le mani un romanzo per signorine. Ed è proprio questo l' equivoco che può generare l' incantevole testo della Austen, che quando lo scrisse a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo (il film si appoggia più sulla prima che sulla seconda data) era una figliola di famiglia in tutto simile alla sua appassionata e combattiva Elizabeth. In realtà questa supposta Cinderella tale è l' autoritratto, ben avanti ai suoi tempi, di una ragazza da marito che «impara da se stessa» (come ha scritto qualcuno) avendo dei genitori inadeguati e delle sorelle ignoranti, in una società che poco concede alla donna e alle sue esigenze. Il tutto in un' amalgama di ironia e umorismo che ne fa un capolavoro della letteratura universale. Elizabeth e Darcy, gli innamorati riluttanti che non vogliono dichiararsi e intrecciano per tutto il libro una sorta di contraddanza, rispecchiano a turno i due termini del titolo, offuscati ora dall' orgoglio e ora dal pregiudizio. Lei per il fatto di appartenere alla modesta borghesia rurale, lui in quanto esponente della nobiltà padronale. La Austen concede ai loro confusi sentimenti un approdo naturale, ma non garantisce sul futuro della coppia e tanto meno su quello di una società sclerotizzata dentro le barriere di classe. Keira Knightley offre del personaggio un'immagine attraente, ma forse hanno esagerato candidandola all' Oscar; quanto al compassato Matthew Macfadyen è un emergente del teatro e si vede. Non si vede, invece, che la sceneggiatrice Deborah Moggach e il regista Wright vengono dalla tv: questo loro esordio sfrutta tutte le possibilità che distinguono lo schermo dal video, valorizzando insieme con le musiche di Dario Marianelli, le sapienti ambientazioni di Sarah Greenwood e i piacevoli costumi di Jacqueline Durran (tutti candidati all' Oscar). È come dilatare un quadretto intimista nelle dimensioni di un affresco: troppa grazia, ma per gli occhi è una festa.

Da Il Corriere della Sera, 3 febbraio 2006