martedì 24 luglio 2007

Invano



Invano

di Jomarch


Ho appena fatto il caffè. Si sente caffè dappertutto; il caffè ha invaso le stanze, lo sento forte e nero, il suo profumo. Pane e caffè, è la vita che conosco, quella che ogni giorno tocca, sfiora, prende, regala, toglie, afferra.

Tre sono le cose che odio fare di più: il caffè è una di queste, lavare le posate la seconda e la terza è accorgermi che ho spento un'altra sigaretta.
Quanto può essere grande il cuore? Posso sentirlo sulle dita dei piedi e poi fin su tra i capelli. Tra i fogli e una videocassetta, come una parola che va da una bocca ad un'altra e riempie il mondo e si fa libro, legge, terra, vita.

Vorrei tenere il diario delle cose belle: un cane, un telo da mare giallo, i pennarelli, due o tre note, un tamburello. Vorrei ogni giorno aggiungere qualcosa, così saprei quanto vale una vita. Per esempio tutte le cose che sanno di giallo: sole, mele, gioie, sorrisi, un vestito sporco di cioccolato, l'allegria, l'arte, il succo di frutta, luglio, l'odore di mia madre. E poi potrei passare ad un altro colore e capire le sfumature, accorgermi dei blu, di tutti i blu del mondo.
Potrei scrivere ancora foglietti e raccontare speranze, ma basta questo cuore lungo tutto me stessa? Di che colore è il coraggio?

Ho la stanza dove leggere e sono piena di stanze da leggere. Sono viva in stanze raccontate, pile di libri per la mia ingordigia, profumo d'inchiostro e di eterno, tuffi in burroni d'ansia e di amore. Congenito feeling, corsarina di logorroici corridoi. Ma ho la stanza dove scrivere? L'ho mai avuta? Bisogna averla dalla nascita? O la si può imparare, cercare? Forse la puoi trovare per caso? Metodo e pazienza. Ma dov'è la stanza che ho in testa? Esiste davvero? Eppure a volte la sento chiamarmi. Mi chiama da una canzone, da un film, mi cambia, mi stravolge, mi ridona il tocco lieve, mi fa pestare i tasti con quella vigorosa voglia, con quel sacro pudore. Ma è là? Era proprio lei a chiamarmi mentre infilava i piedi sotto una fontana? Mi diceva: “Girati, girati!”, e io l'avrò capita veramente? Sbaglio, sbaglio continuamente. Vorrei ogni giorno cambiare prospettiva, ricominciare, ma non ne ho il coraggio.

È come se l'originale si perdesse nell'infinito lontano e risalisse uno sbiadito ciclostile; un surrogato di quell'idea che torna su solo in forma di lune o ghiaccioli all'arancia e non più parola. Non era quello che sentivo, non sono più i miei pensieri. Mi manca la musica, l'atmosfera, la culla, il letto sul quale adagiare quest'altro fiume. Episodi slegati, sensazioni: io sono solo sensazioni, sono odori e colori. Mi manca la vita.

E allora quale parte del mondo abito? La leggerezza o la pesantezza? Ma se lo schizzo è modificabile continuamente, se nello schizzo si ammorbidiscono le linee, si approfondiscono le prospettive, si ingentiliscono gli angoli, è invece la perfezione immobile ed eterna di un olio a diventare storia, a farsi capolavoro? La vita serve a fermare gli istanti, cristalizzarli in una forma, eternare sentimenti o è forse il continuo migliorare abbozzi, sperare destini, soffiare carboncini su fogli? È solo l'attesa del rinverdire degli alberi?

Quale parte del mondo abiti?

È in quest'angolo che affonda il mio senso di colpa? Il confine invisibile tra la paura e l'elevazione dello spirito? È nella leggerezza che si fa impalpabile nell'atto di afferrarla? In quell'eco ormai lontana di una cautela tutta speciale per chi le si avvicina? La verità è che la sofferenza ha una grana più spessa ed è un fardello tanto più pensante da portare quanto più ti si adagia addosso facilmente. È straordinariamente comodo e si tocca.

Ma a me piacciono i sogni. Mi piacciono le bandiere, i manifesti appesi, mi piace evocare, credere; mi piacciono le parole versate come vino tra bicchieri e dita, come macchie sulle tovaglie. Mi piace scorgere VITA, mi piace vederla nascere negli occhi degli altri; mi piacciono le canzoni di Walt Disney. Mi piace scrivere, mi piace scrivere senza pensare, quando la mano cammina sola tra il candore bianco, mi piace il fluire dell'inchiostro, il ricambio del fiume che non è mai uguale. Mi piacciono i sorrisi, ma mi piace anche la NOSTALGIA. Mi piace pensarmela questa mia nostalgia, cantarmela, contarmele le infinite volte della mia nostalgia. E quanto è bella quando ritorna su un marciapiede assolato tra sandali e calpestio di sabbia.

Mi piacciono le caramelle e le carte buttate sul tavolo, colori di frutta. Mi piace quando fingo poesie e persone e quando do titoli ai miei pensieri, come in un film, come cerimonie a ripetere e ad incorniciare ANCORA nostalgie. Creo illusioni e stelle che qualunque cielo vorrebbe. Mi piace sapere un destino che non c'è, il FANTASTICO, raccogliendo palline colorate e solitudini. Ha un nome la felicità e ha passi e rumori e luci a bruciare sabati. Speranza si chiama quell'improvvisa luna venuta a svegliarmi; tra le mie dita penne, tra le strade calci a palloni e cani a passeggiar le sere.

Da languori, nevrosi e altri tic

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