lunedì 25 giugno 2007

Splendori e miserie dei blog


Blanche Ritratto di Proust (1892) Parigi, Musée d'Orsay


Splendori e miserie dei blog

di Solimano


Quello che frega chi comincia un blog è l'illusione di credere di aprire una finestra sul mondo, e che il mondo sia ansioso di ascoltarlo. Detta così, sembra del tutto evidente l'assurdità della illusione, ma occorre mettersi nella testa di chi decide di cominciare il blog. L'illusione, il sogno, chiamiamolo come vogliamo, è quello, per quanto lo si neghi anche a se stessi, le bugie più insidiose. Uno dovrebbe iniziare un blog con lo stesso spirito con cui comincia un suo diario privato, l'unica differenza è che il diario è a disposizione dei passanti. E qui si pone una domanda: quanti blogger, prima di Internet, tenevano un diario privato? Secondo me pochissimi, il che significa che il loro vero impulso è il narcisismo. Intendiamoci, anche nel diario privato c'è una componente di narcisismo ma c'è una schiettezza maggiore, anche se ci sono quelli che barano facendo i solitari.
Quando iniziano, informano alcuni amici chiedendo loro di inserire dei commenti (trappoletta pestifera) e si buttano con entusiasmo nella nuova impresa, che viene praticata spesso dal posto di lavoro, nell'intervallo mensa. Nel primo periodo, che dura alcuni mesi, ogni giorno nel loro blog aggiungono una novità, e cercano di pubblicizzarlo inserendo commenti in altri blog, scegliendo caratteri colorati, sfondi particolari, immagini, liste di blog segnalati (la tentazione della lobby è sempre in agguato). Una agitazione piuttosto frenetica, me li immagino quante volte nella vita reale dicano a tutti che loro hanno finalmente un blog.
Ma dopo alcuni mesi inizia la sensazione di fatica e si chiedono il perché. Cominciano a saltare qualche giorno, a fare dei copia/incolla da altri blog, ma raramente hanno il coraggio di chiudere dicendo semplicemente: "Mi sono stufato”, che è una ragione plausibilissima. In questi casi, la fine del blog si verifica dopo sei mesi dall'inizio, e dopo aver sofferto gli ultimi tre mesi per non dargliela vinta. Dargliela vinta a chi? Il meccanismo è il piccolo orgoglio personale che si sente offeso. Meglio, molto meglio, quello che hanno fatto due ottimi blog, Mimmina e Galline si nasce che hanno anche avuto un certo successo e che hanno deciso di chiudere così, quasi di botto, dopo circa due anni dall'inizio. Ci avranno riflettuto su per una quindicina di giorni al massimo. Si tratta di fare un calcolo di costi/ricavi, se non è più un piacere, che piacere è? D'altra parte, anche nel diario personale succede così: scrivi certe volte anche tre volte in un giorno, poi per tre settimane non ci pensi proprio. Questa è un'altra fregatura del blog: l'ossessione dell'aggiornamento quotidiano, da cui si è mirabilmente sottratto il blog Lo scopriremo solo vivendo il cui ultimo aggiornamento è di gennaio. Secondo me l'autrice si diverte ogni giorno a vedere le visite di quelli che attendono quando lei si degnerà di scrivere di nuovo. Ma più che un blog è un vero e proprio romanzo a puntate, solo che non si sa quando uscirà la prossima puntata. Da questo punto di vista, l'esperienza del blog è simile a certe esperienze dei mistici, che prima di giungere alla illuminazione debbono passare attraverso il todo es nada. Solo che non giungono alla illuminazione… passano ad altro. Cosa fa un ex blogger? Sarebbe interessante una indagine conoscitiva. L'esperienza che mi sentirei di caldeggiare è quella di scriversi un diario personale, munendosi di un notes, che si può portare sempre appresso e su cui si può scrivere alla fermata dell'autobus. Il tema del diario potrebbe essere: “La volta che decisi di aprire un blog”. Recupererebbero un sano senso dell'umorismo, ed un po' di amore per se stessi, il che non guasta.
Poi c'è un'altra fregatura: l'effetto rullo. Tu puoi aver scritto un brano molto bello, ma dopo pochi giorni, con la storia dell'aggiornamento quotidiano, è completamente passato di cottura.
E' la sensazione che io definirei “Molto rumore per nulla” che è ad esempio fortissima nei forum, in cui si cominciano discussioni che per qualche giorno coinvolgono molti partecipanti, poi improvvisamente finiscono, e dopo un po' nessuno si ricorda più il tempo e l'entusiasmo, la rabbia magari che ha speso dietro quella discussione di cui non gli importa più nulla. Alla ricerca del tempo perduto. In fondo, queste due fregature, quella del credere di parlare a tutto il mondo e quella di passare di cottura dopo pochi giorni, sono due formidabili leve per toccare con mano l'esperienza fondamentale sempre negata e sempre riaffermata: solo l'impermanenza è permanente, come la musica, come il respiro.
Per cui, la soluzione del problema io non la vedo, salvo rare eccezioni, nel blog personale, ma in un multiblog in cui confluiscono i diari di persone diverse, ognuna delle quali liberamente fa le sue scelte, ha i suoi tempi di reazione, ancor meglio se le persone si conoscono e sono in corrispondenza fra di loro o nella vita reale o tramite e-mail. Il che non vuol dire evitare l'impermanenza (anche Stile libero finirà, ha già più di due anni) ma creare più frequentemente un effetto sorpresa, una polifonia di voci. Per dirla tutta, sono convinto che solo così si può evitare di mettersi in punta di piedi, con le vene del collo tirate, e risparmiarsi le forzature assurde, il chiasso inutile che sembra la obbligatoria condanna della rete. Quale è in fondo il tempo che si può ritrovare? Quello che si è perduto, perché è gratis: fata volentes ducunt, nolentes trahunt.
13-15 marzo 2005

P.S. L'immagine l'ho presa dal sito Marcel Proust di Gabriella Alù , e la ringrazio.

3 commenti:

Rendl ha detto...

Leggendo questo post, caro Solimano, mi è venuto in mente un romanzo di un autore spagnolo folle e geniale (anche se non sempre la follia è sinonimo di genialità - et vice-versa) che si chiama Enrique Vila-Matas, il quale ha costruito un intero "romanzo" (definirlo romanzo in realtà è fargli un complimento striminzito: è molto di più di ciò) sui cosiddetti "scrittori del No": quelli che hanno smesso di scrivere, per i più disparati motivi...o perchè, semplicemente, non aveva più niente da dire. Il "romanzo" s'intitola "Bartleby y compañía" (in Italia tradotto per Feltrinelli qualche annetto fa) e tocca entrambi i punti di cui parli (narcisismo di chi inizia a scrivere; senso di sconfitta di chi non viene più letto; effetto cottura di critiche ed elogi - ma dopo un po' tutto passa, o scoppia in una bolla di vapore acqueo). Bisognerebbe scrivere (il proprio blog, un racconto, una poesia, una canzone) come se quello fosse il nostro ultimo giorno...Ecco: credo che questa possa essere una possibile soluzione agli affanni (legati non solo al fenomeno "ho il mio blog, fatti un giro, leggimi, metti un commento"). E poi, magari, rileggersi, autocriticarsi, riconoscere i propri limiti e cercare di andare avanti - da soli - per migliorarsi e capire, se possibile, di più e meglio. Il tutto, ovvio, con tanta sana ironia e autoironia. Anch'io certe volte m'imbatto in bloggers che fanno venire il latte alle ginocchia o che inducono al sonno o allo sbadiglio (tanto sono "falsamente letterari" o "falsamente diaristici").

remo ha detto...

il mio non è né un blog letterario né un diario. sto in rete per caso.
perché, forse, è diventata un'ossessione e forse una vetrina, piccola piccola.
se scrivi non ti fa certo vendere più libri un blog, magari sì, dieci, venti copie?
diciamo che lo tengo, il blog, per due ragioni.
ho due scritture, quella giornalistica, ed è il mio lavoro (dove approfittando del mio ruolo di direttore di giornale potrei anche scrivere un fondo a numero, mentre ne scrivo uno ogni tre mesi), e quella dei miei libri, di notte, che percepisco come un secondo lavoro.
il blog - primo motivo -è il mio canale di sfogo.
la terza scrittura.
scrivo anche senza pemnare, sempre di getto e spesso in fretta, e a volte son pure soddisfatto di quel che scrivo.
chiaro che certi giorni passa la voglia: qualche commento anonimo, qualche mail velenosa. litigi, invidie eccetera.
ma passo al secondo motivo. giorno dopo dopo col blog s'instaura un rapporto diciamo affettivo con gente che poi si fa viva e gente che invece sta nascosta.
la mail più bella ricevuta e che tanti blogger possono ricevere è: mi fa piacere leggerti, ti mando un saluto.
ecco, poi subentra questo aspetto. che a volta blocca la voglia di oscurare tutto.
mi son dilungato, lo so, però leggendo il post mi sono chiesto: dal momento che condividi perché hai un blog?
ho cercato di rispondere.
buone cose
remo bassini

Solimano ha detto...

Chiedo scusa del ritardo con cui rispondo, ma in questi giorni sono stato preso dal blog sul cinema e non mi arriva la segnalazione diretta in e-mail della presenza di commenti, fra l'altro interessanti come i vostri, perché pongono dei problemi reali che tutti viviamo.
Prima cosa: il brano che avete letto l'ho scritto diverso tempo fa, ed ora la vedo in modo leggermente diverso.
Ne ho scritto uno nuovo che esito a pubblicare perchè non vorrei suscitare vespai inutili che non avrei tempo di affrontare preso come sono da "Abbracci e pop corn" che è una cosa apparentemente semplice ma dietro a cui c'è un progetto, non l'estemporaneità della emozione di un certo film, ma una piccola battaglia culturale che comunque perseguo e che condivido in particolare con Giuliano, ma anche con altri.
Direi che bisogna arrivare ad una reductio ad unum. Che cosa è un blog? E' molto semplicemente un software predisposto facilmente personalizzabile. Punto e basta, nel senso che esiste una stratificazione culturale o sottoculturale come se i blog fossero diversi dai siti, come modo, come argomenti, come persone. Un mezzo eccellente per farci i fatti nostri ognuno a suo modo. Così sgombro il campo da tutta una serie impropria di strumenti, di link, di siti consigliati o no, di sono amico di questo e di quest'altro: tutte cose che vanno bene per coloro a cui sono utili, ma non sono per niente obbligatorie.
Secondo punto. Ma l'ha ordinato il dottore che il blog deve essere di un solo individuo? Se c'è un progetto comune, non è meglio lavorare insieme a persone che si stimano, si conoscono, si apprezzano? Da cui la mia propensione al multiblog (più facile dirlo che farlo) e con Habanera (che è una mia cara amica nella vita reale) ne ho parlato in
questo senso, perché sarebbe interessante se qui ci fosse una stanza di compensazione di qualità: il Nonblog inteso come concavità in cui entra la convessità di persone che la blogghiera Habanera apprezza come scrittura. Sembra una cosa ovvia, ma non lo è assolutamente.
Terza ed ultima cosa: perché si scrive? Rettifichiamo le nostre intenzioni e diciamocelo chiaro, al di là dal ventisette che per qualcuno può esserci e per qualcun altro no: noi scriviamo perché ci pace scrivere, scriviamo per scrivere. Il resto segue comme l'entendance. E' bene che ci sia ma stiamo agganciati al teorema, non ai corollari se non vogliamo cadere nella nevroticità tipica di tanti blog.
E chudo dicendo che vedo molta dispersività: si potrebbe divertirsi di più facendo meglio.
Persiamo troppo tempo in back office invece di occuparci del front end.
Mi scuso ancora e spero che di risentiremo presto.

grazie
Solimano