sabato 7 febbraio 2009

Torno subito




Torno subito

di Zena Roncada
(Colfavore delle nebbie)



Io non guido.
Non guido l’automobile.
Anche per tradizione familiare, ma soprattutto per pigrizia e per auto-coscienza dei miei limiti.

Io mi distraggo per ogni cosa, perché ogni cosa mi attira e mi prende.
Mi perdo a guardare la geometria delle linee, nei campi, e ad indovinare la semina predisposta, ad esempio.
Ci sono campi che sembrano segnati da unghie d’orso, come graffiati in verticale; in altri la terra è così sbriciolata da formare una testura ad alveare.
Non mi distraggo per mancanza di concentrazione, ma per eccesso di attenzione dedicato a unità discrete. L’intero lo perdo subito, per principio.

E poi, giusto per gettarmi all’altro estremo, mi piace tener gli occhichiusi. Ogni tanto.
No, non per dormire. Per la sorpresa che provo nel riaprirli.
E anche questa mi si dice essere abitudine poco coniugabile con la guida, in effetti.

Da piccola chiudevo gli occhi quando andavo in bicicletta (l’altra faccia del contare le cose).
Lungo una discesa senza curve: cadeva dritta dritta giù dall’argine.
Era molto bello (chiudere gli occhi, dico) e contare fino ad un numero pre-determinato, prima di riaprirli.


E pure scommettere su quello che avrei rivisto, tornando alla luce: quale palo dell’illuminazione, quale albero, quale casa…
Una volta quasi investii mio padre in questo gioco, ma non era previsto

Adesso, qualche volta lo rifaccio, dietro gli occhiali, mentre siedo in auto, accanto a mon mari.
Perché mi abbandono alla voce, al tepore, al rumore quieto di una guida senza scosse.
I maligni sostengono che mi assopisco: smentisco. Categoricamente.
E’ solo una sosta, una specie di cartello con su scritto “Torno subito”.

Beh, ieri ‘sono tornata’, dopo un intervallo trascurabile, all’altezza di un paesino dal nome che ogni volta mi fa dire: ci devo scrivere una cosa, ci devo scrivere una cosa.
“Zampine”.
Sì, qui da noi, dall’altra parte del Po, c’è una frazione che davvero si chiama Zampine.
Sarà stata la nebbia, sarà stato uno scherzo dell’estate di san martino o degli occhi riaperti all’improvviso, ma, dall’ultima fila di case un po’ sdraiate, ho visto allungarsi una morbida, felina coda di cespugli.
Il motore, intanto, faceva le fusa.

Henriette Ronner-Knip: Studio sui Gatti

Da Pesci di nebbia

10 commenti:

Anonimo ha detto...

Oh, ma grazie :)
Mi piace trovare qui il mio cartello "Torno subito".
Suona come una promessa da parte mia e pure come l'attesa di approdi a periodi di tempo più fresco, meno 'colonizzato' dagli impegni.
Presto.

(saluti a tutto il Nonblog)

zena

Anonimo ha detto...

Mi emoziona ritrovare il magnifico post di Zena sul tavolo d'ingresso della casa di Habanera.
Chiudo gli occhi
terre vie volti risalgono impigliati nella memoria .
Alexandra (AlfaZita)

Silvia ha detto...

Che delizia:) Lo ricordo bene, come tutti i racconti di Zena.
Buona giornata Signore e Signori del Nonblog:)
Un bacio alla padrona di casa.

Solimano ha detto...

L'immagine dell'ombra della bimba in bicicletta mi ha fatto ricordare cosa successe all'uscita dal Castello di Torrechiara. Eravamo in otto, venuti da Milano, perché ci tenevo che gli amici vedessero Torrechiara, che è un castello galante costruito per una donna quando c'erano già i cannoni e i castelli non servivano più. Parliamo un po' di tutto e Guido scoppia a ridere che non la smette più: solo lui si era accorto che tutto il castello, con torri e mura merlate, era sceso sul grande prato più sotto, col sole del pomeriggio: un altro castello, disteso e forse ancor più galante. La donna si chiamava Bianca Pellegrini, per questo, in provincia di Parma, c'è un altro castello in un paese che si chiama Rocca Bianca.

Non ho mai amato guidare l'auto, l'ho dovuto fare per lavoro (anche più di 40.000 chilometri l'anno). Poi, da Monza a Segrate ci sono solo venti chilometri, e ci voleva un'ora di macchina. Una sofferenza mattutina e serale, finché ho adottato un sistema semplicissimo: la Divina Commedia sul sedile di fianco. E per ognuna delle tante soste, mi mettevo a leggere, aprendo il libro a caso. Non dovevo stare attento a quando ripartivano: qui, dopo mezzo secondo ti suonano il clacson, un utile ed inconsapevole volontariato.

grazie Zena e saludos
Solimano

Anonimo ha detto...

§§
Alexandra e Silvia, grazie per l'accoglienza a questi frammenti di vissuto sottotraccia:)

§§
Solimano, sto leggendo un libretto intitolato "Il pensiero pendolare". E' di Francesca Rigotti, una filosofa che amo molto per lo sguardo con cui sa vitalizzare le cose del nostro quotidiano, dalle scarpe al cibo...
Sono stata per quindici anni pendolare a tempo pieno: il treno è stata la mia biblioteca personale. Leggevo un libro al giorno. Quasi mi manca qel tempo sospeso e dondolante.
Un saluto, a tutti.
zena

Habanera ha detto...

Vero che è una delizia questo post di Zena?
La sua autoironia, la leggerezza del suo tocco...
Ma dove la trovi un'altra che da bambina andava in bicicletta ad occhi chiusi e, a distanza di anni, sa raccontartelo così bene che quella bambina ti sembra di vederla, come se l'avessi davanti agli occhi?
Leggere Zena mi fa stare bene, ci fa stare bene.

Un saluto carissimo ad Alexandra, Silvia e Solimano.

Un bacio specialissimo ed un grazie a Zena.
H.

Anonimo ha detto...

Ma che belle queste immagini...
Sai, cara Habanera, ho passato l'infanzia a giocare (anche) con la mia ombra e un altro pezzetto di vita a chiedermi perchè mi piaceva così tanto :)))

un saluto d'affetto
z.

Amfortas ha detto...

Leggo ora questo scritto e mi pare di scoprire, boh, il primo gradino di una scala che porta alla consapevolezza di un'esistenza serena.
Ti auguro che sia davvero così.
Ciao.

Roby ha detto...

Saluti da un'altra non-guidatrice d'auto (seppur per motivi diversi) che ha passato alcuni istanti di pura felicità leggendo il tuo post... [:->>>]

Roby(ncantata da quelle Zampine)

NATAKARLA ha detto...

Zena, fai le stesse cose che faccio io! Man mano che leggevo, mi quardavo dietro, per essere sicura di essere a casa, di essere io quella che legge e non quella che ha scritto.
Quando sono in autostrada, superando uno di quei cartelli che indicano i chilometri che mancano alla prossima città, quelli marroni per intenderci, io inizio subito a contare, in silenzio. La prima volta ad occhi aperti, per vedere fino a che numero arrivo a dire quando la macchina supera il cartello successivo, poi ad occhi chiusi, spalancandoli quando il conteggio ritorna a quel numero.
Spesso trovo il ritmo (o più probabilmente è mio marito che guida alla stessa velocità, ma non mi rovinare il gioco) altre volte no ed allora ricomincio daccapo tutta la trafila.
Bel racconto. Ironico, da serata tra amici seduti su un bel divano comodo, sorseggiando una bibita o un liquore. Quattro chiacchiere e tante risate.
Carla