mercoledì 24 settembre 2008

Vegé




Vegé

di Zena Roncada
(Col favore delle nebbie)



(Parte prima)
L’estate al paese che aveva lo stesso nome dell’altro (uno di qua, uno al di là del Po) cominciava ad essere sognata e vissuta d’inverno.
Si andava in ricognizione, prima delle feste, per gli auguri e gli accordi di giugno e di luglio: nel pezzo di famiglia che stava lì, la radice sarmentosa finita quasi sul delta, quasi vicino al mare. Quasi.

Studiare a Ferrara rendeva facile prendere la corriera per tortuosi territori dai nomi croccanti, pieni di erre.
Persino gradevole.
Si cambiava stazione e con questo si assumeva un’aria molto segreta coi soliti compagni di classe e di viaggio.
“Dov’è che vai? Non vieni a casa, oggi?”
“No, prendo la corriera”.
Certo che non andavo a casa: sennò mica mi sarei messa la gonna corta con gli scacchi grandi bianchi e neri; e i mocassini di vernice; e il golfino nero che faceva tutto un giro strano attorno alla vita e si allacciava di dietro.
Se una si veste così, ovvio che lo fa per qualcosa.

Se davanti a scuola non compariva mio zio, bello e geometra, praticamente GregoryPeck, a prelevarmi e a portarmi a destinazione, non era così terribile prendere la corriera;
sì, era più sconquassona del treno, con un odore fra la cimice, la benzina cotta e la fintapelle unta, ma, se ti sedevi giusto dietro all’autista, ti vedevi nello specchietto: come al cinema, figura intera.
Così potevi controllare se le gambe stavano meglio accostate e oblique, sotto gli scacchi della gonna, o scompostemapudìche, col piede un po’ rovesciato in fuori. Anche la frangia si poteva tenere d’occhio, salvo cambiare direzione se lo sguardo incrociava quello non così distratto dell’autista.

A qualunque ora arrivassi, il paese era uguale: bastava costeggiare la strada fra l’argine e il canale per stare bene, perché le donne, dalle case basse e dalle porte aperte e fiduciose, mi riconoscevano e mi davano la voce dicendo il mio nome. E nella casa coi gradini davanti c’erano i bambinicugini in avanscoperta e la zia che aveva voglia di chiacchierare fitto fitto, da subito, e il pannello azzurro coi buchi svedesi e la stanza con i palloncini che era una vera stanza per ragazzi, non una stanza da vecchi adattata, una vera stanza per ragazzi.

E c’era la Dina mianonna.
La Dina mianonna stava qui da quando aveva salutato il suo uomo per sempre.
Tornava poco nella casa grande: lì, al buio, di notte piangeva. Qui, nella casa quasi vicino al mare, non si poteva piangere: c’era troppo da fare, c’erano troppi bambini, quattro di casa, poi quelli aggiuntivi, mimetizzati come cavallette in ogni angolo.

C’era tutta la gioia che si poteva desiderare nella casa di quasi mare, dove lo zio, bello e geometra, aveva sempre un bambino in braccio.

Era l’ingresso in un altro tempo, senza orari definiti per il pranzo e per la cena, in una casa col pollaio e la lavanderia e la pergola.

Sotto la pergola era facile parlare coi ragazzi della strada che, quando ero lì, avevano da chiedere consigli a mio zio.
Sotto la pergola, la sera chiara, arrivava il figlio del guardiano, coi ricci lunghi sul collo e la lambretta.

“Mi piace la donna vegé”, aveva dipinto sull’alettone…
Non sapevo cosa significasse, ma era certo che avrei voluto essere molto, molto vegé.

E questo pensiero mi accompagnava, morbido e ronzante, nel resto della sera, quella scura.



(Parte seconda)
Poi ci fu l’estate degli amori sfiorati.

Un’estate placida, da quasi delta del Po: col fiume a far le prove, largo e pigro, pronto ad aprire una zampa d’anatra, là in fondo, fra barene verdi e canne ad orlo.

Di mattina c’era da esser svelti, con la vecchia Maria tuttofare che ribaltava i letti ciabattando (tante ci cigolanti e zeta a staffilata nel suo dialetto), ma nel dopopranzo arrivava la pigrizia dei conversari lunghi con la zia, delicata addetta a togliere paure.
Si cominciava con la scusa dello sparecchiare e si finiva col parlare, io e lei, fra la schiuma dei piatti nel secchiaio: pause a bagnomaria ed eterne asciugature, perché la zia coltivava incantamenti lievi pur fra resti di salsa e bucce di pesca.
Si diceva solo a lei quello star male nuovo, la vergogna che prendeva a strappo, il non piacersi mai dentro lo specchio, la voglia di scappare e insieme di restare.
Si chiedeva solo a lei se crescere era davvero quella cosa lì: il non tener mai ferme le cose. E il non sapere.

Ma poi il pomeriggio andava verso sera.
C’era da uscire, giusto per prendere un poco confidenza con la piazza del paese oltre il ponte.
Si andava apposta nella merceria grande, con le commesse fini e il figlio padronale con la barba, occhi attenti sotto le ciglia. Li sentivi addosso silenziosi, come un accompagnamento leggero: speravi solo d’incrociare in fretta il vetro della porta, per vedere riflessa l’attenzione e capire se gli sguardi arrivavano gentili. O no.

Cosa dicevano mai gli sguardi, poi…
Il ragazzo della lambretta l’aveva ben trovata la sua donna vegé e la stringeva forte, al cinema, nel buio.

“Ma quando quello giusto arriva, come capisco io che è proprio quello vero? Che sicurezza c’è che non mi sbaglio? Se poi ne viene un altro?” – lo chiedevo piano a miazia, perché la faccenda era tutta lì. Capire chi.
Non poca cosa.
Ci fosse almeno un piccolo preavviso, un cenno di avvertenza, un segnalino…
Mi pareva che al mondo la più bella cosa fosse che uno arrivasse cantando “Io che non vivo più di un’ora senza te”,
e, allora, fatto.
Miazia rideva. “Va’ là che lo capisci”, e nei giretti in auto verso sera, coi bimbi costipati nel sedile dietro, si faceva il gioco del primo che passava. “Il primo che arriva in bicicletta diventa tuo marito, il primo che arriva in lambretta diventa tuo marito”. Ma quello in lambretta, con il suo segreto, non importava più. Ché, a quattordici anni, si cambia all’improvviso e l’ombra delle cose è sempre a mezzogiorno.

Fra dubbi vagabondi e pedalate sotto il sole, l’estate se ne andava quieta, con le sagre messe apposta a fine agosto, per dare una mano alla malinconia.
“Mettilo il vestito azzurro, che ti sta bene. Sii disinvolta.”- la zia toglieva pesi ma ‘disinvolta’ era parola grande… troppe cose, tutte quante insieme.
Già andare a ballare per la prima volta, sotto lo sguardo avvoltoio di vicine custodi, era scalare una montagna contro vento. Con quel vestito corto, poi, arrivato in corriera con urgenza, nel suo piquet celeste cannettato e pure con la sfiancatura e le maniche sparite.

Andai al ballo, come accade nei racconti, lisciata e rifinita dalla zia, laccata di vernice trasparente.
Dura e impietrita.
Neanche a tavolino. In piedi, per non spiegazzare il vestito.
E con la regola ben chiara: “Di’ qualche no e qualche sì”- aveva detto miazia.

Saperla, la misura.
Obbediente contavo,… sei… sette no. Ora si poteva accettare un invito?
Le mie custodi ballavano e io non ero più così sicura che fosse giusto licenziare le richieste insistite , con sorriso gentile e negatore.
“Venisse il figlio padronale, con lui sì che proverei”- mi dicevo-“Venisse il figlio padronale…”.

E venne.
Lo vidi lontano staccarsi dal suo muro e muoversi con indolenza lenta, sicuro di essere il più bello.
“Vuoi ballare?”
Tutto diceva sì, ne son sicura, ma le parole presero un’altra strada: uscì un improvvido tremolante bisbiglioso “Non so ballare”, che implorava insistenza o il tempo di un respiro di ripresa.

Il figlio padronale girò i tacchi.
Leali urlava A A A chiiiiiiiiiiiiiiii.

(22 febbraio - 1 marzo - 2007)

Da Pesci di nebbia


P.S. Le immagini provengono dal sito del pittore del Po
Giacomo Malfanti
(H.)

11 commenti:

Anonimo ha detto...

grazie, come sempre!
Le immagini sono bellissimi inserti descrittivi che 'dialogano', anche questa volta, con le parole.
zena

Habanera ha detto...

Zena, mi hai fatto tornare in mente la mia prima esperienza di ballo.
Quattordici anni anch'io, rigida e in piedi per non spiegazzare il vestito (velluto blu con collettino bianco e gonna a campana) guardavo gli altri ballare, intimidita e ammirata dalla loro disinvoltura.
Nessuno mi aveva raccomandato di rifiutare qualche invito ma lo facevo ugualmente, con un impacciatissimo e veritiero "Non so ballare".
I più desistevano e giravano i tacchi, proprio come il figlio padronale, ma ce ne fu uno che non si scompose.
Ti insegno io, mi disse, e con gesto galante mi prese la mano conducendomi al centro della stanza.
Come un vero principe azzurro continuò a ballare con me fino alla fine delle danze ed io tornai a casa con qualche nozione di ballo in più e con molta più sicurezza in me stessa.
Il tutto si svolgeva di pomeriggio, in casa di una mia compagna di classe, e quelli che a me sembravano uomini fatti e affascinanti in realtà erano ragazzini di sedici-diciotto anni, amici dei fratelli più grandi della mia amica.
Che teneri e splendidi ricordi.
Grazie, Zena carissima.
H.

Solimano ha detto...

Bello e geometra, che sarebbe poi come dire καλός καi αγαθός, e non dubito che allora fosse così. Ma oggi -almeno in Brianza- è un ossimoro: i belli non sono geometri e i geometri non sono belli. A forza di progettare tavernette arredate con sedie savonarola ci si intristisce, quindi si imbruttisce. Ci si aggiunge qualche ingegnere fannullone che nei progetti ci mette solo la firma, tutto il lavoro (sporco e pulito) lo fa il geometra. Almeno io sono elettroteccnico, quindi le lampadine le smonto, ma non saprei calcolare le iperstatiche di un erigendo pollaio.
La corriera. A Segrate nell'open space del parallelepipedo di Marco Zanuso (non lontano dal parallelepipedo di Oscar Niemeyer, cioè la Mondadori), arrivò un giovane high potential proveniente da Sassuolo. C'era una rete di trasporto aziendale che copriva tutta Milano con libretta degli orari (libretta è un libricino però utile, niente poesie). Ad alta voce, il sassuolese chiese: "A che ora parte la corriera?". Horribile dictu, tutti e tutte (soprattutto) con gli occhi sbarrati, la libretta riportava gli orari dei pullman (che giustatamente Wikipedia decodifica in autobus a lungo percorso). Però il giovane era sveglio, e aggiunse: "Noi in campagna la chiamiamo corriera, voi come la chiamate?". Così si comprò la metà di tutte.
Non so ballare. Mai saputo, ma che c'entra? Se avessi saputo ballare avrei dato priorità ai passi, alle movenze, alle giravolte, quelle robe lì. Invece, la priorità spetta agli occhi, alle guance etc etc etc (omissis). Ci ho trovato moglie, alla fine, ballando senza saper ballare.
Zena, non lodo il tuo modo, l'ho già fatto altre volte e non sarei qui a commentare se non mi piacesse. E' vero che "un complimento non cade mai per terra", come dice una libretta di marketing, e senz'altro gratifica. Ma fra tanti complimenti, ci vorrà pure qualcuno che dica qualcosa di inatteso e di inaspettato, magari anche dialettico. Lo si ricorda di più, 'sto dialettico non complimentoso. E' una parte che faccio volentieri, anche perché, prima di commentare, i post li leggo. Per questo commento poco in giro.

grazie Zena e saludos
Solimano

Habanera ha detto...

Solimano, ognuno commenta a modo suo, ça va sans dire, e guai se non fosse così.
Spontanei si ha da essere nei commenti, e soprattutto sinceri.
Di una cosa però sono assolutamente certa: tutti i commentatori del blog di Zena sono letteralmente pazzi di lei.
Ormai mi muovo in quel blog come se fosse un po' anche casa mia e i suoi frequentatori li conosco bene. Non c'è complimentosità di facciata ma ammirazione allo stato puro, per la scrittrice inimitabile, e soprattutto affetto vero per la persona che è Zena.
So che la pensi anche tu così perchè nel valutare, e quindi decidere di seguire un blog, dai priorità alla persona che c'è dietro. Tutto il resto viene di conseguenza, compresi i tuoi commenti sempre dialettici e sinceri.
H.

Anonimo ha detto...

§§
caro Solimano, io coi tuoi commenti sono a casa :)
E ci sto bene.
Intanto perchè i tuoi sono slarghi, ampliamenti, soste d'incontro e di dialogo.
E poi perchè non sollecito complimenti. Neanche me li aspetto, perchè poi c'è da esserne all'altezza.:)
Vengo da una tradizione e da una pratica social-familiare-politica in cui se, per una qualche congiunzione astrale, non arrivava un'osservazione, una sottolineatura, un rilievo, uno si stupiva e si faceva l'autocritica da solo.
Il 'volare bassi' è sempre stato di casa, insomma:))
Ben vengano, dunque, la tua lettura e i tuoi interventi dialettici: in assoluta libertà.
E proprio della tua libertà ti ringrazio :)

§§
cara Habanera, il saperti in giro per casa mia mi piace tanto.
Varda, ti darei le chiavi anche di quella vera.
E sono felice che tu abbia colto la serena mescolanza di voci che circola fra i miei 'pesci di nebbia'. In questi cinque anni sono nate belle amicizie, che sono 'straripate' dai confini del blog e sono diventate 'luoghi' importanti, di intesa formato famiglia.
Forse a volte capita che l'affetto porti a leggere con eccessiva benevolenza la scrittura degli amici: effetto metonimico, temo :)))
Io lo so e questo è già qualcosa :)))
Saluti e grazie (ma tante).
A tutti
zena

Solimano ha detto...

Ognuno di noi è fatto o si è costruito in modo diverso, altrimenti sai la noia, come certe coppie quarantennali che finiscono per somigliarsi l'un l'altro e che di fondo hanno una cosa sola in comune, però importantissima: l'alleanza di loro due contro la restante parte dell'universo.
Nei rapporti positivi, nessuno convince l'altro, ognuno si convince (o non convince) da sé, col tempo, e magari non ce lo viene a dire. E' quindi solo un problema di ascolto e di farsi ascoltare, una opportunità più che un problema.
Mi interessa dire tre cose.
La prima è l'importanza del mondo dei blog. Non perché lo dico io, ma perché è così, e lo so per lavoro. Il confine hardware e software si sposta continuamente e con analogia impropria ma esatta è come l'automobile, che nei primi tempi ci voleva l'autista, ma da cent'anni l'autista non c'è più perché gli autisti siamo noi.
E quindi il non è che un blog mi dà fastidio sia se pronunciato da un sitaiolo che da un blogghiere. Nel primo caso, il sitaiolo in fondo difende la sua rendita-struttura (webmaster etc etc), nel secondo caso il blogghiere difende le sue ciarle. E' bello anche ciarlare, come no, ma allora facciamo un bel progetto: "Qui si ciarla", com'era il Mo' basta di cui Habanera si ricorda bene (quanto ci siamo divertiti!).
La seconda è che fare le cose insieme non è creare una struttura, un organigramma, delle rubriche, è invece l'incontro dialettico-empatico fra individualità forti in un rapporto che prima che di amicizia sia di stima culturale ed umana. La struttura, l'organigramma, le rubriche verranno poi, non prima. Altrimenti diventa come uno zoo con tante gabbie ognuna con un animale diverso.
La terza è che se si include si esclude, anche. Se si esclude, si include, anche. Chi è solo per l'esclusione o solo per l'inclusione è fuori strada. Come in una classe scolastica: puoi (e devi) preoccuparti per quelli che fanno fatica a farcela, ma puoi (e devi) preoccuparti per quelli che si annoiano perché gli tocca andare col freno a mano tirato (e non parlo dei primidellaclasse a cui non sono mai appartenuto). E in quest'ultimo punto vedo una grave scopertura politica della sinistra in Italia: fare e saper fare è importante, e dentro le persone lo sanno. Un certo tipo di poverinismo serve soltanto a sentirsi fittiziamente buoni: Massarenti e Andra Costa lottavano per mutare i deboli in forti, non per lisciargli il pelo. Lo dico anche perché sembra che a saper fare le cose ci si debba pure scusare, mentre per le tante cose che non sappiamo, e che ci sarebbe utile conoscere, come sarebbe bello trovare qualcuno che ce le racconta bene! Non credo di essere andato fuori tema, anche se sembrerebbe.

grazie Habanera e Zena e saludos
Solimano

Silvia ha detto...

Io questi bei racconti di Zena già li conoscevo:) e lo dico contenta che io non ci ho il blog da una vita. Però quel poco basta perchè io questi racconti li abbia letti di già e me li ricordi bene. (questo è già straordinario che io non ricordo mai un tubo) E che li ho riletti con tanto piacere che la storia delle scarpe di vernice e della gonna a quadri e lo specchio delle corriere è una cosa molto vera e molto bella. E poi ha fatto bene a dire di no a quello lì pieno di boria, che poi sarebbe arrivato quello giusto che per lei avrebbe fatto cose inenarrabili che anche la suazia sarebbe stata molto contenta.
Zena è straordinaria sotto molti punti di vista e di certo una delle più belle penne (d'Oca) che abbia mai letto in vita mia.
Haba hai fatto benissimo a "pescare" tra i pesci di Zena, perchè sono sempre buonissimi.(molto belle le immagini) E hai ragione quando dici che chi la segue la ama senza limiti. Quello che voleva sottolineare Solimano secondo me. Zena è una scrittrice di altissimo livello che non deve "scusarsi" di nulla e che deve accettare la qualifica di una delle più belle, poetiche e sofisticate scritture della blogosfera che è un mondo vastissimo ormai. Siamo dei fortunati noi a conoscerla.
Buona notte a tutti e buon w.e.:)

Habanera ha detto...

Silvia cara, non sai quanto mi abbiano fatto piacere le tue parole di affetto e di ammirazione per la nostra nebbiolina.
E quanto mi faccia piacere, sempre, leggere i tuoi commenti che sanno di persona vera e spontanea.

Grazie e buon w.e. anche a te.
H.

Massimo Marnetto ha detto...

Cara Zena, ti voglio bene.
Massimo

Anonimo ha detto...

Toccata (pure nei sentimenti) e fuga (assai sorridente).

Buona notte, amici: parola timida e'tremolante', importante come quel 'fratelli' di ungarettiana memoria.

Habanera, Solimano, Silvia, Massimo, si sta bene qui.
:)
zena

Roby ha detto...

Cara Zena, non ero ancora riuscita a leggere (per intero e con calma) il tuo post. L'ho fatto oggi, e con gran gusto. Ma gli altri commentatori (grrr) hanno già detto tutto quello che avrei voluto dire io... uffff...

Posso solo aggiungere che ti abbraccio, Zena. E che per me continui ad essere mitica...

Roby