giovedì 20 settembre 2007

Il quaderno di mia madre


Alessandro Lafôret: Maternità


Il quaderno di mia madre

di Remo Bassini




Quando ero piccolo mi terrorizzava, bastava un suo sguardo.
Dovevo essere ordinato e puntualissimo: Se ti ho detto che devi tornare a casa per le sette, devi arrivare almeno con cinque minuti di anticipo.
A volte, questa mia dura madre, era esasperata: e ricorreva al battipanni.
Picchia, le dicevo, fingendo di non aver paura di lei; invece ne avevo, e mi sentivo solo e abbandonato quando non ero protetto dalla complicità di mio padre (ce n’erano anche per lui di rimbrotti).
Ha avuto una vita di inferno mia madre.
Di tanta povertà e di tanta, troppa, sensibilità.
Figlia di mezzadri, da piccola andava a “guardare le pecore”, oppure i maiali. Quando arrivava il momento di far festa, perché si ammazzava il maiale, lei scappava via, e piangeva. Di nascosto, sempre. Perché bisogna essere forti…
Dura, durissima madre.
Leggi e studia, leggi e studia, mi dicevi.
E non ti lamentare, mi dicevi sempre, ché c’è sempre chi sta peggio di noi.
E non ti lamentare se hai mal di pancia, “non fiezzare”, che non serve. Non serve piangere.
Non pianse, lei, quando le morì un figlio, mio fratello Fabrizio. Avevo sei anni. Non un lacrima ma poi, quando vide che la piccola bara bianca veniva ricoperta di terra nera, le gambe cedettero e fu sorretta da mio padre. Solo un attimo, ché si riprese, poi.
E non pianse nemmeno quando, solo due anni fa, perdette un secondo figlio. Nessuna lacrima: mai di fronte agli altri.
E poi ci sono io, vero mamma?, che ti ho fatto piangere tante volte. Anche negli anni scorsi…
Speravo che crescessi, ma non cresci mai, mi dici. Fortuna che hai avuto Silvia, la mia sorellina. Che ti ha inondato d’affetto.
Tu non hai famiglia, sei uno zingaraccio, mi dicevi, severa e adirata, quando ero piccolo.
(Ricordi quanta paura ti feci prendere quando, a sei anni, scappai di casa per ore e ore? Risento il tuo abbraccio, quando mi rivedesti).
Ora non è più una dura madre. E’ un madre mite.
Sono stata troppo dura con te, mi dice.
Mamma, sai che su un cosa che si chiama blog ho scritto di te, e dei cantastorie.
Non ha detto nulla, mia madre, mentre le dicevo “ho scritto di te”.
Giorni fa mi si presenta davanti. Con un bloc notes.
Mi dice: Lo sai che io non ho scuole e faccio gli sbagli.
Leggo.
Ci sono i canti che da ragazza aveva imparato.
Nel tempo che dei guelfi e ghibellini….
E ci sono storie contadine, d’amore e di povertà.
Ha fatto solo la terza elementare mia madre. I suoi genitori, analfabeti, la sgridavano: perché nel quaderno di matematica sprecava carta, c’erano troppi spazi bianchi tra un’operazione e un’altra.
Solo la terza elementare fatta nei giorni pari, perché in quelli dispari c’erano da guardare i maiali, ma, mentre leggo, vedo che i congiuntivi son giusti. Perché mia madre sapeva ascoltare “le belle parole della gente istruita”.
Basta orecchio, a volte.
(18 Settembre 2007)

Dal blog Altri Appunti di Remo Bassini



4 commenti:

Solimano ha detto...

Eh sì! C'è un momento, nella vita, in cui si è in grado di scrivere della propria mamma, mentre prima non lo si era, si finiva sul generico o nel sentimentale.
Credo che succeda se nella vita si è stati toccati dal dolore, quello vero, che uno se ne accorge perché prima non l'aveva mai conosciuto.
Qualche mese fa ho scritto un articolo che mi ha pubblicato Golem, che è già qui nel Nonblog, e riporto poche righe su mia mamma:
"La naturalezza dei piedi nudi e l'artificiosità delle calzature erano ben presenti a mia mamma bambina. Andava a scuola a Ganzanigo, frazione di Medicina. Frequentò due volte la quarta elementare - non c'era la quinta - perché la maestra convinse mio nonno a mandarla ancora rinviando di un anno l'aiuto nella cascina e nei campi. Doveva percorrere qualche chilometro per andare e tornare, usciva di casa con le scarpe non ai piedi, ma in mano e camminava a piedi nudi fra fossati e straducce. Prima di entrare in classe, si metteva le scarpe per poi togliersele al ritorno. Lo stesso accadeva in chiesa: andare a scuola nei giorni feriali era come andare a messa la domenica".

Un mio amico sostiene che esistono due tipi di problemi, quelli risolubili e quelli non risolubili. Quelli risolubili sono i problemi veri, i non risolubili sono i problemi falsi. Penso proprio che abbia ragione: la generazione che ci ha preceduto i problemi veri li sapeva, arrivavano senza bisogno di cercarseli.

saludos
Solimano

remo ha detto...

Penso che tu abbia ragione (con riferimento alla chiosa sui problemi).
buone cose a tutti, qui.

Habanera ha detto...

Di mia madre, donna chiusa e severa ma vicina, sempre, quando ho avuto più bisogno di lei, ricordo con particolare tenerezza una cosa che lei stessa mi ha raccontato.
Durante la guerra tutta la famiglia, per sfuggire ai bombardamenti che martoriavano Napoli, si era rifugiata a Cassino finendo così per trovarsi tra due fuochi. Da ogni parte c'erano cecchini in agguato e campi minati ma lei usciva ugualmente dal rifugio per cercare del latte fresco per me, nata da pochi pochi mesi. Ogni volta, prima di avventurarsi tra tutti quei pericoli, diceva a sua sorella: " Se non dovessi tornare prenditi cura della mia bambina" e mi abbracciava forte prima di uscire. Oggi, che lei non c'è più, per questo e per mille altre ragioni ancora vorrei poterle dire: grazie, mamma!

patty ha detto...

Ho letto questo post per caso e voglio ringraziare per le emozioni che mi hai donato.