martedì 15 maggio 2007

JEZABEL




JEZABEL

Irène Némirovsky

di baotzebao




Quando il romanzo comincia, a pagina 47, è già tutto finito. Sappiamo dove passerà i suoi prossimi anni Gladys, sappiamo che al suo collo non gorgoglieranno più le perle, né ci sarà una premurosa cameriera, né amanti, né balli. Eppure.

“JEZABEL” comincia, come ogni romanzo, a pagina uno, ma fateci caso: il capitolo non ha numero. Come fosse un ouverture da melodramma, ( dopotutto è un personaggio tragico di Racine a dare il soprannome alla protagonista, e il titolo al romanzo ), nell’aula di tribunale parigino quel che si consuma è un dettaglio, l’esito scontato di un processo con troppe prove a carico, troppe ammissioni dell’imputata, troppe circostanze aggravanti per poter finire in modo diverso. Eppure.

La vita di Gladys è quella di una donna che, una volta sperimentato il potere della sua bellezza, e la bellezza del suo potere, non accetterà più di rinunciare a gustarne il piacere, l’ebbrezza, la voluttà. Via via meno dolce e più effimero, man mano che gli anni tolgono lucentezza ad occhi e pelle, il fantasma del potere che Gladys - sin dal quel primo giovanile ballo a Londra - ha assaporato, non l’abbandonerà, vera e propria scimmia sulla spalla, fino alla sentenza, e oltre, forse.

Gli uomini, quelli che dice di rimpiangere, come Dick, il secondo marito, o tutti gli altri, sposi o amanti, le cui vite lei riesce comunque a determinare, (alla lettera, nel caso di Martin), gli uomini sono pedoni, alfieri, a volte rare torri, e mai re nel gioco che Gladys gioca e interpreta, da regina che può muoversi in ogni direzione, mossa solo dal proprio desiderio.

Le donne: paggette o damigelle. Ammiratrici, nemiche, serve. Nemmeno Marie-Thérèse, sua figlia, durerà più dello spazio di un mattino, quando la sua femminilità a lungo negata darà inequivocabili prove di sé.

La famiglia: cespuglio di rovi, scena della battaglia, rifugio nella disfatta, ma solo fino al momento della vendetta.

Il ‘Gran Mondo’ europeo e Parigi-centrico del primo novecento, con i suoi oltremodo ricchi, oltremodo ignari, oltremodo scintillanti e vani personaggi da operetta sulla scena tragica della vita, sono lo sfondo sociale di un romanzo che, ritratti femminili a parte ( qui più riusciti ) si sarebbe potuto chiamare “Tenera è la notte”, se lo avesse scritto un americano infatuato della vecchia Europa, o meglio: della sua parodia, come il povero-ricco Francis Scott Fitzgerald. Chissà, se lo avesse davvero scritto Zelda…

Anche la trama - a tratti un po’ prevedibile ( ma non è detto non sia un piacere per il lettore avveduto ) -, e il linguaggio - talvolta un po’ sopra le righe ( ma adeguato alle parole dei personaggi) - servono a Irene Nemirowsky a dare luce ai punti oscuri, a sollevare gli angoli dei pesanti tappeti e scoprirvi il non detto, la sporcizia e la polvere. Nessuna meraviglia: la scrittrice che Adelphi ha portato all’attenzione del pubblico italiano è infatti anche l’autrice del “BALLO”, fulminante racconto di crudeltà reciproche ( ma con vittoria finale dell’adolescente ); di “SUITE FRANCESE”, affresco potente di storie che si intrecciano e confondono, come si confuse la storia in Francia ai tempi di Vichy; di “DAVID GOLDER”, romanzo di scontri e debolezze, di uomini violenti e indifesi, di tradizioni e tradimenti, di parole taglienti come lame e di soldi, soldi, soldi; del proto femminista, inesorabile racconto “LA MOGLIE DI DON GIOVANNI”, stretto parente di questo “Jezabel”.

Chi avesse scoperto la Nemirowsky solo adesso, accetti il mio consiglio: legga una seconda volta tutto “Jezabel”, prima di affrontare le altre opere. Chi, invece, deve ancora cominciarlo, si legga due volte le pagine fino alla 46. In entrambi i casi, servendo da ouverture, tali letture consentiranno loro di entrare nelle pagine e fra le righe: proprio come a teatro, - prima che si levi il sipario, e l’azione cominci - la buona musica avrà già “detto tutto”, avrà già indicato al buon ascoltatore ( come al buon lettore ) i temi e le variazioni, il clima e l’aura, il tono e il registro dell’opera. Si potranno così abbandonare a quell’ “eppure!” che illumina, rovescia e alimenta di sorprese e rivelazioni ogni vita, e ogni buon romanzo. Si gusteranno dunque lo svolgimento della trama ( o le diverse storie raccontate in ogni opera ) con il palato del buongustaio che sa di che sapore è il frutto, o quanto dovrà solleticargli le papille lo champagne, prima di morderlo, prima di levare la flùte. Lo sa perché già lo conosce, sa a cosa paragonarlo, sa dunque misurarne la qualità il piacere il gusto. E, credetemi, la Nemirowsky è un grappolo d’uva regina, è un millesimato. Buone letture.

Dal blog a vànvera

3 commenti:

baotzebao ha detto...

ma grazie. e che bella, semplice, efficace e davvero utile/umile idea.

leggerò spesso, e complimenti!

vf

habanera ha detto...

baotzebao , ma come hai fatto a scoprirmi? Sto lavorando su questo blog solo da pochi giorni ed ancora non l' ho comunicato a nessuno. Il tuo commento mi riempie di orgoglio, tanto più perchè viene da te. Mi piace molto il tuo blog e lo seguo con molto interesse.

Ciao e grazie!

baotzebao ha detto...

shhh...

che sia il caso, probabilmente...

o un buon tracciatore ( se si chiama così )

una roba che dice a me da dove è arrivato qualcuno

( wordpress, statistiche, la prima colonna a destra )

alla prossima, ciao