lunedì 23 marzo 2009

Potenza dell'immagine


Tiziano: Venere di Urbino, 1538
Galleria degli Uffizi, Firenze

Potenza dell'immagine

di Rossella Vita


"Entrate agli Uffizi e procedete verso la piccola galleria più visitata che esista al mondo - la Tribuna - e lì, contro la parete, senza uno straccio o una foglia che la nasconda, potete guardare a sazietà il quadro più sporco, spregevole, e osceno che esista al mondo - la Venere di Tiziano. Non è per il fatto che è nuda e stesa sul letto, no, è l'atteggiamento di una delle sue braccia e della mano. Se mi avventurassi a descrivere quell'atteggiamento, ci sarebbe proprio un bell'urlo di addolorata indignazione - ma ecco lì la Venere a giacere, che tutti possano divorarsela con gli occhi a loro piacimento - e ha diritto di starci, perché è un'opera d'arte, e l'arte si sa, ha i suoi privilegi. Ho visto una ragazzina lanciarle occhiate furtive,; ho visto dei giovanotti fissarla a lungo e assortamente, ho visto vecchi infermi afferrarsi alle sue grazie con un interesse patetico. Come mi piacerebbe descriverla - solo per vedere quanta sacrosanta indignazione potrei sollevare nel mondo - e tuttavia il mondo è disposto a lasciar guardare ai suoi figli e alle sue figlie la bestia di Tiziano, ma non ne accetterà una descrizione verbale [...]. Ci sono dipinti di donne nude che non suggeriscono pensieri impuri - ne sono ben consapevole. Non sto inveendo contro di loro. Quello che sto cercando di mettere in rilievo è il fatto che la Venere di Tiziano è assai lungi dall'essere una di quelle. Non c'è dubbio che fu dipinta per un bagno e forse venne rifiutata perché era un tantino troppo piccante. A dire il vero, è un tantino troppo piccante per qualsiasi posto che non sia una pubblica galleria d'arte."
(Mark Twain, A Trump Abroad 1880)

Un lungo e sorprendente commento, questo di Mark Twain. Veramente difficile oggi considerare questo dipinto osceno, o pensare, per descriverlo, l'aggettivo "piccante". Siamo abituati a ben altro.
Twain introduce però nel suo caustico giudizio tutti gli ingredienti che servono ad una riflessione sulla censura riservata alle immagini, o meglio, su quelle ragioni che hanno portato nei contesti più disparati a invocare la necessità di un controllo su quello che rappresentano, su come lo rappresentano e sulla diffusione delle immagini.
La sensazione generale è che il nostro tempo non sia un contesto di proibizione o di censura delle immagini. Signore e signori di una certa età (ma forse di tutte le età) hanno modo di scandalizzarsi quotidianamente, come per una soglia che sembra continuamente essere violata, e che pure si presenta, sempre quotidianamente, come tale. È una soglia che Twain esprime con grande chiarezza: solo un museo può legittimare questa presenza conturbante, solo l'appartenenza all'ambito dell'arte (alla sua epoca questa autonomia non doveva, forse, essere più messa in discussione, ma vedremo quanto questa libertà debba essere considerata il risultato di una dura contrattazione, mai definitivamente acquisita) può giustificarne la sopravvivenza. Perché se pure Twain era evidentemente lontano anni luce dalla sensibilità di Tiziano o di Pietro Aretino, e dalla cultura di cortigiane che potevano farsi degne modelle di Veneri pagane o cristiane, pare subirne tutta la potenza, proprio come quegli spettatori che descrive, al punto da non potere / volere tentare nessuna descrizione verbale.

Di cosa hai paura?

"Chi aggredisce le immagini, lo fa per provare di non averne paura, e dà così prova della propria paura.
Non è solo paura di ciò che viene rappresentato, ma anche paura dell'oggetto in sé"

(D. Freedberg, Il potere delle immagini, op. cit. p.606)

(01 novembre 2004)

Tiziano: Danae, 1553-1554

Da un articolo su Golem l'Indispensabile

3 commenti:

Solimano ha detto...

Rossella Vita sa il fatto suo, e l'argomento è attualissimo, perché il problema esiste ancora, eccome se esiste!
Mi piacerebbe che una guida turistica facesse alla sua mandria di turisti un bella descrizione verbale di quello che hanno sotto gli occhi, non parlando solo (ad esempio) delle serventi che scelgono i vestiti per la Venere, delle lenzuola stazzonate e del cagnetto acciambellato, ma anche della mano che si appoggia sul pelo pubico e di tutte le meraviglie della nudità della Venere (cortigiana o gentildonna?).
Idem per la Danae, dipinta quasi vent'anni dopo, e si vede dai colori diversi e dal non finito tizianesco di cui spettegolavano a Venezia, dicendo che non era una scelta artistica, era che a un certo punto non reggeva più, buttava i pennelli e si occupava della modella in prima persona.
Queste opere non sono state fatte per riccastri bavosi, ma per le grandi corti europee, per re ed imperatori. Erano coinvolte anche le diplomazie, perché i quadri servivano a stabilire dei buoni rapporti politici ed a far conoscere Venezia nel mondo.
Durò a lungo: ancora nella seconda metà del Settecento il Tiepolo passò gli ultimi sette anni di vita alla Corte di Spagna, anche per la pressione politica del Consiglio dei Dieci.
L'erotismo è un grande e fecondo tema, ben presente nella letteratura e nell'arte, e la censura ha agito sempre con violenza. Faccio un esempio che molti non sanno: il film "Ultimo tango a Parigi" di Bertolucci ha rischiato di sparire, solo casulmente trovarono una copia che era stata salvata dalla distruzione ordinata da un giudice: tutto ciò non molti anni fa.
Il rigurgito contro la forza delle immagini prima o poi si ripresenterà: l'iconoclastia sta in cantina, ma prima o poi tornerà fuori. Le immagini convincono più di mille discorsi, ecco perché un certo tipo di potere le teme.

grazie a Rossella e Habanera
Solimano

Habanera ha detto...

Leggendo questo articolo di Rossella Vita, di cui ho riportato solo la prima parte, sono stata colpita dal commento di Mark Twain per una ragione molto particolare.
Non c'era alcuna immagine a corredare quell'articolo ma la Venere di Tiziano è notissima e ricordavo l'impressione forte che avevo avuto quando l'ho vista la prima volta.
Non ho pensato che fosse il quadro più sporco, spregevole, e osceno che esista al mondo, ma che fosse in assoluto il più erotico, tra quelli che conoscevo, sì.
Anche più del famosissimo L'origine du monde di Gustave Courbet che, più che all'erotismo, mi fa pensare ad un'immagine tratta da un testo di ginecologia.
L'erotismo di Tiziano è altrettando evidente nell'espressione del viso della Danae che, a mio parere, non è meno sensuale della Venere di Urbino; infatti l'ho scelta come seconda immagine per questo post ed è una scelta che mi soddisfa pienamente.
Non aggiungo altro perchè concordo in pieno con tutte le considerazioni che fai sull'attualità del problema messo in luce da Rossella Vita e sul pericolo incombente di un nuovo rigurgito contro la forza delle immagini, con tutte le sue nefaste conseguenze.

Grazie, Solimano
H.

sabrinamanca ha detto...

Mi domando quale fosse l'opinione più diffusa su questo dipinto all'epoca in cui fu fatto.
Abbiamo questa fobia della rappresentazione della sessualità gentilmente trasmessa da una Chiesa ossessionata dal suo pensiero ed è una fobia talmente radicata che oramai non ci domandiamo nemmeno più perché, da dove arriva, che senso ha, che ragioni ha di esistere. La accettiamo solo nei capolavori o se ha praticarla è qualcuno di illustre, un personaggio pubblico.
Così in televisione assistiamo continuamente a scene di donne in tanga che si strofinano a un palo o ballano prendendo la testa del loro compagno ballerino e sprofondandola nei seni gonfiati al massimo, e poi troviamo oscene le ragazze che circolano in costumino nei paesini di mare.

Mi sembra anche che le parole contribuiscano a volte più dell'immagine a creare la sensualità, che siano più erotiche dell'immagine stessa.