giovedì 24 luglio 2008

Mobbing in famiglia


William Merritt Chase: A Portrait of a Woman, 1890
Metropolitan Museum of Art, Manhattan


Mobbing in famiglia

di Remo Bassini




Sembrava un bel pranzo colorato di primavera, tra amici. Quindici persone. Gente adulta, benestante, i figli ormai grandi sono altrove.

Si banchetta, si ride e si scherza. E si brinda. Arrivano dolce, caffè, calvados o cognac, e amari. La giornata è illuminata da un sole caldo, la compagnia è piacevole e la padrona di casa - involontariamente - rutta.
Tutti fan finta di niente, chisseneimporta.
E invece.
«Fai schifo, ogni giorno che passa fai sempre più schifo» sbotta il marito, nel cui viso si staglia una smorfia che è peggio di un insulto. Su tutto cade una cappa di gelo, di imbarazzo, di sguardi che cercano rifugio oltre le finestre spalancate, verso il prato coi riflessi di sole, oppure sotto il tavolo.
Lei si porta le mani al volto, singhiozza, si alza, vacilla e quasi casca, ma nessuno che vada a sorreggerla mentre, barcollando, fugge in cucina. Nessuno che dica una parola. Del resto si sa.

Sembrava un bel pranzo colorato di primavera, tra amici. Quindici persone. Gente adulta, benestante, i figli ormai grandi sono altrove. Insomma, stessa scena.

Con la padrona di casa che - improvvisamente - rutta.
Non l’ha fatto apposta, è chiaro a tutti, si dovrebbe continuare, far finta di niente: e invece…
«Fai schifo, ogni giorno che passa fai sempre più schifo», farfuglia il marito, tra l’imbarazzo generale e un silenzio che dura un attimo.
Perché lei, dopo un sorriso e uno “scusate” per gli ospiti, guarda il consorte e lo gela, con lo sguardo ma non solo: «Che dici Carlo, mi chiedi scusa subito?, o aspettiamo che se ne vadano tutti?» dice, scandendo bene le parole.

Ci raccontasti queste due storie, parlandoci di mobbing familiare, caro prof.
Più che raccontare ce le facesti vedere. Il prato era verde e la barba dei mariti bianca, curata alla perfezione.
Dicesti anche: «Ragazzi, considerate che c’è sempre di mezzo il caso. Sempre. Due mariti teste di cavolo, uno con la moglie che s’ingozza di psicofarmaci, forse perché sta invecchiando ed è troppo grassa, e che finirà prima dallo psicanalista, poi sul giornale per un tentativo di suicidio sventato in zona Cesarini, e infine da un maresciallo, a dire, dirgli che ne ha basta di un marito che la tradisce da anni, che la tratta come una bestia di fronte a tutti, umiliandola, e che le molla anche qualche ceffone, ma non solo, non solo. Ha fatto in modo che i figli la odino, che si vergognino di lei. E poi non la sfiora nemmeno più. Preferisco farmi una sega, le dice, anzi no: le sussurra piano, così che nessuno sappia. Così che un qualsiasi maresciallo, un giorno, non potrà che dire: «Signora, ho bisogno di qualcosa di concreto, non posso intervenire. Si rivolga a un avvocato, ma ne scelga uno bravo, altro non le so consigliare».
«Ma signor maresciallo, mi ascolti… è arrivato al punto di portare a casa le sue amanti; e i miei figli la sera escono con lui, con lui e quelle puttane, e quando gli chiedo i soldi per la spesa mi dice che dovrei andare a lavorare; certo che vorrei, ma a 54 anni?, come si fa, a 54 anni? E dove li trovo i soldi per un avvocato, io?».
Quella donna, ci dicesti, si sentirà impotente, umiliata; un giorno, forse, potrebbe fare di tutto, anche togliersi la vita: «Ai calpestati a volte non resta altro».
Solo ora capisco, so il significato di quella frase.
E so che i due mariti sono la stessa persona.
Il primo potrebbe essere condannato: o dalla legge o dai sensi di colpa se lei s’ammazza.
Il secondo no.
Ha una moglie che non si fa mortificare in mezzo a tutti, anzi.
E poi, non s’ammazzerà, lei, non piangerà, non si vendicherà, non scatenerà sensi di colpa che durano una vita. Solo tanta paura quando la si tradisce, con qualsiasi segretaria più o meno conseziente, in ufficio.
E tu, professore, eri come uno dei due mariti.

Professore, dicevi che il mobbing invisibile è il male peggiore.
Le ricordo, io, le tue parole.
«Donne e uomini che soccombono, perché quando non ci sono prove non c’è neanche la legge».
«Le leggi non sanno pesare i pesi del cuore».
Le ricordo e le ho scritte tutte le tue parole, io.
A casa, quando ti pensavo; e poi a lezione ci dicevi di non prendere appunti.
Professore, non sapevamo, non sapevo io, del peso che ti portavi dentro.
A Milano, poi, c’è tanta nebbia, che avvolge tutto; e tanto smog, che avvelena; e tanti rumori di clacson, che sommergono voci e disperazioni.
La tua, professore: per una figlia forse suicida.

Eduard Charlemont : A Gentleman In An Interior, 1881
Private collection

Quando penso a te, ti dipingo. Un grande quadro, tu sei al centro. Attorno a te quattro donne. Tua madre, che guarda in alto, serena e austera. Tua moglie invece è in penombra, sullo sfondo. Poi ci sono loro, le tue due figlie. Ilaria, la più grande, la più bella, quella che ti somiglia. E Nadia, piccola e tozza, che vi guarda. E aspetta di incrociare il tuo sguardo.
Ma tu hai occhi solo per Ilaria.

L’abbiamo saputo nella tua lettera d’addio, professore.
Una lettera pubblica, per tutti. Hai creato un blog, hai postato una sola volta. Poi ti sei impiccato (e io, lo sai, perché lo sai, te l’avevo fatto capire, io ero innamorata di te).
Tua figlia Nadia si era uccisa, perché l’avevi derisa, pesantemente.
Umiliata.
Era sovrappeso, un po’ strabica.
Era carnevale di un anno prima, quando successe.
Lei che entra nel tuo studio, forse ti dà fastidio, perché stai leggendo, studiando: «Papà ti piaccio vestita da fatina?».
«Sei una palla Nadia. Giuliaaaaaa, ma quand’è che ti decidi di metterla a dieta? Questa vive di Nutella e Mulino Bianco.
E ti sembra intelligente mandarla in mezzo a tamarri e coglionazzi conciata in questo modo? Giuliaaaa, me la stai rovinando».
“Invece l’ho rovinata, l’ho distrutta io”, hai scritto nel blog.
Nadia andò alla sfilata di Carnevale insieme a due sue compagne di scuola, che poi la riaccompagnarono ma, accidenti al caso, fino all’altro lato della strada; la salutarono la lasciarono attraversare da sola, o forse fu Nadia che insistette, che disse: Andate, che sono arrivata. Attraversò, e fu investita da un’auto, sotto i tuoi occhi.
Nel blog, tu, professore, scrivesti:
“Ma non fu un incidente. Mi vide, stavo fumando sul balcone. E mi guardò, con odio. E ho una certezza, anche. Che piangeva. Ho un’altra certezza: Nadia aspettò che arrivasse un’auto, e fu fredda, spietata nella scelta: perché scelse quella che andava più di fretta, merda. Mia moglie Giulia disse che no, non era andata così. Temeva di perdermi, per questo mentì e mente tuttora”.

Professore, nel blog, hai scritto: “Chiedo cinque volte scusa”.
Scusa numero uno: a Nadia, che ti ha trascinato con sé.
Scusa numero due: a Giulia, tua moglie.
Scusa numero tre: a Ilaria, la figlia prediletta, “quella che usavo per mortificare, violentare la sensibilità e la fragilità di Nadia”. “Scusami Ilaria, meritavi un altro padre”, hai scritto.
Scusa numero quattro: Alla tua vecchia mamma; “Perdonami mamma, ma non ho ereditato né la tua dolcezza né la tua forza”.
Poi la scusa numero cinque: “E chiedo scusa a i miei studenti e alle mie studentesse dai capelli in fiore”.
Un messaggio criptato: per me. Per quella volta, al parco.

Mi raccontasti di tua madre, eri orgoglioso di lei. Ti aveva cresciuto con rabbia e con amore, dicesti.
Guardavi il vuoto, mentre parlavi. E la tua borsa da prof. la blandivi come un’arma: tesa, di fronte a te, come qualcosa che si può scagliare, o qualcosa con cui si accusa.
Ti risento, sai?
«Con la tessera del partito comunista in tasca, prima del sessantanove, prima dello Statuto dei lavoratori, dovevi lavorare il doppio se non volevi rischiare di non trovare più la cartolina da timbrare. Quando ti licenziavano non si sprecavano nemmeno a dirtelo, o scrivertelo. Ti toglievano la cartolina, via, espulso. Vai a fare la puttana se vuoi mantenere i tuoi figli, così impari a fare la comunista, a perdere tempo alla Camera del lavoro».
Parlavi in fretta, scuro in volto.
«Certe sere, quando mi addormentavo sentivo la mamma che piangeva. Succedeva solo di sera, tardi, mai e poi mai si sarebbe fatta vedere piangere da me».
Non osai chiederti nulla di tuo padre. Pensai che non c’era.
(Tua madre dovette prostituirsi per mantenerti, farti studiare?)
Poi cambiasti espressione. Arrivò, anzi tornò il tuo bel sorriso, di sempre. Di quando a lezione dicevi “ragazzi”.
Ti avevo proposto io quella passeggiata.

«Hai i capelli in fiore», mi dicesti. E con la mano, frugasti tra i miei capelli. C’era un petalo di magnolia, me lo porgesti.
Mi salutasti, con un saluto diverso.
«Ciao piccola».
(Ciao piccola, era un saluto diverso. Nuovo. Mi dicevi sempre “ciao ragazza”, quando ci salutavamo, dopo aver parlato, io e te, durante l’intervallo).
Subito, ti scrissi un sms: Ti prego, torna, che ti aspetto.
Ma il cuore mi batteva forte, non lo inviai; e così è rimasto in memoria nel mio Nokia, quel messaggio che ogni tanto bacio.

Ti rividi a lezione un’altra volta, e basta. E durante l’intervallo non riuscii a incrociarti, chissà dov’eri (ero gelosa, sai?).
Non ti rividi più perché partii, insieme a mio padre, una settimana a Londra dalla zia. Accidenti ai testamenti, alle zie che non si conoscono.
Da quanto ho saputo, ti sei ucciso mentre il mio aereo stava atterrando a Milano Malpensa. Pensavo a te, sai?
Ti sei ammazzato perché hai trovato il diario di Nadia.
Ti ha ucciso una frase.
“Mio papà vuol bene solo a Ilaria”.
Hai scritto tutto nel blog, due giorni prima.
Sono mesi che vengo qui, sul parco. E cerco tra i miei capelli, petali. Però non piango, no. Scrivo di te. E le tue storie.
Del mobbing per caso. Nelle case.

Sembrava un bel pranzo colorato di primavera, tra amici. Quindici persone. Gente adulta, benestante, i figli ormai…

Da Altri appunti, Remo Bassini

Albert Lynch: A Young Beauty with Flowers in her Hair
Private collection


7 commenti:

gabrilu ha detto...

Il primo portrait (quello Merritt Chase) potrebbe anche sembrar tanto Virginia Woolf.

Ma Virginia era ancora troppo giovinotta all'epoca di questo quadro perciò non poteva esser lei.

Però è intrigante che, anni dopo, una delle sue fotografie-icone la ritraggano proprio come in questo quadro.

Cmq ci sono le labbra, che mai e poi mai avrebbero potuto essere quelle di Virginia.

Perciò amen e riposa in pace, donna qualunque di questo Portrait of a Woman

remo bassini ha detto...

Un paio di spiegazioni su questo racconto.
Fa parte di un'antologia, pubblicata al termine di un corso di editoria (Farelibri).
Per la prima volta ho scritto a tema, che era il mobbing.
Sul mobbing avrei potuto raccontare quello che avevo vissuto e visto nei miei anni giovanili, in fabbrica.
Ho preferito lavorare sul mobbing familiare.
Lo scapigliato Achille Giovanni Cagna aveva due figlie. La prediletta e “l'altra”. Quella umile, non adatta agli studi, che fa le faccende domestiche dal momento che la mamma è morta.
Un giorno questa figlia si uccise, e per Cagna fu segnato da questo, per forza.
Subentrarono il senso di colpa e l'impossibilità, terribile, a riparare.
Si cerca l'espiazione, poi.
Magari con la scrittura.
grazie habanera

Habanera ha detto...

Non so, Gabriella,
forse ti riferisci a questa immagine? In effetti una certa somiglianza si può trovare ma l'espressione della sconosciuta di Chase è più cupa, più disperata e in ogni caso all'epoca del quadro Virginia aveva solamente otto anni...

Grazie, Remo, per le spiegazioni interessantissime che hai aggiunto al tuo racconto.
Mi piace che tu abbia scelto di parlare del mobbing in famiglia di cui si sa e si parla troppo poco. Quante tragedie si nascondono dietro l'ipocrisia di un'apparente rispettabilità e quante donne, ancora oggi, subiscono violenze fisiche e psicologiche tra le mura di casa senza che nessuno muova un dito per aiutarle. E' bene che certe situazioni si conoscano.
E' bene parlarne, con sensibilità e con forza, come hai fatto tu.
H.

Solimano ha detto...

Di cose del genere non ne succedono poche, ognuno ha dei casi che conosce da raccontare, magari non bene come fa Remo Bassini.
Credo che mettendola sulla reponsabilità personale e sulle colpe di ognuno non la si dica tutta. Il discorso si fa morale, ed è giusto fare i discorsi morali, quando ci sono situazioni non sporadiche di questo tipo.
Ma c'è un altro discorso che generalmente ancora non si affronta: l'invasività del matrimonio e in genere dei legami familiari ( e che li si chiami legami invece di relazioni o rapporti la dice lunga, perché nessuno ama l'esser legato).
Il mio non è un discorso di sesso, in cui magari una modernizzazione c'è stata (non sempre positiva). Il discorso è di spazio vitale, perché gli esseri umani naturalmente non sono monogami, lo sono magari culturalmente. Ma la natura, se negata, si vendica.
Quello dell'avvocato matrimonialista Gullotta era un paradosso, ma un paradosso illuminante. Diceva che il problema non è il divorzio, ma il matrimonio, e che sarebbe stata opportuna una legge (che non ci sarà mai) per cui ogni tre anni o si rinnova il matrimonio o uno si trova automaticamente divorziato. Altro che amore comandato del Manzoni! Le persone, prima che cattive, sono insofferenti, non per la fedeltà sessuale, ma perché si sentono invase, e nessuno vuole essere invaso. Meno anniversari, meno magnate in compagnia con i familiari tutti fino ai terzi cugini e più vera libertà: è proprio così necessario vedersi a coppie? Che poi diventa un teatrino in cui ognuno se la prende pubblicamente col coniuge perché dentro ha il bisogno di sfogarsi. Oppure, peggio, certe coppie, che stanno sempre assieme loro due, solo loro due e finiscono per somigliarsi persino nell'aspetto. La libertà sessuale può essere un eventuale corollario, ma il teorema deve essere la vera libertà personale delle due persone, che diventano due mezze persone, altrimenti.

grazie e saludos
Solimano

serena ha detto...

Il nucleo familiare credo sia il classico "porto sicuro" a cui tutti, o prima o dopo, finiamo per guardare con nostalgia, nonostante lucidamente lo si possa considerare alla stregua di una "prigione".
Ma è anche un covo di rancori e di frustrazioni, appunto, proprio in forza di quello che dici tu, Solimano: e allora, avere tutta quell'abbondanza di capri espiatori a portata di mano, diventa una tentazione a cui difficilmente si resiste. Purtroppo.

ps: che si riferisca invece a questa foto, gabrilu? Mi sembra più affine al quadro di Chase, anche se si tratta di una semplice suggestione :)

Habanera ha detto...

Serena, è probabile che tu abbia ragione. Infatti la foto della Woolf, già presente qui, è la prima a cui avevo pensato. Poi mi è venuta in mente l'altra, quella con la mano sul viso, ma devo dire che la somiglianza è più marcata in quella di profilo. Il dubbio resta. Poi magari si scopre che non è nè l'una nè l'altra ma una terza immagine che noi non conosciamo... ;-)
H.

mazapegul ha detto...

Ciò che di tragico c'è in questo racconto è che quello che vi accade non è destinato a venir meno per il fatto d'esser stato raccontato. Vi si narra di una "condizione" umana; statica e permanente.
Il rapporto padre-figlie, per esempio. La distrazione (fatale, in questo caso) nell'esprimersi è inevitabile. Così come è normale che, a un certo punto, un figlio o una figlia si allontanino dai nostri desideri (dal "progetto" che abbiamo concepito per loro; quello che contempliamo, spesso, invece di guardare alla prole così come è). E' di queste normalità che si nutre poi, per una combinazione di casi, la tragedia.
Io credo che ci siano poi degli insegnamenti in positivo. Imparare, per esempio a misurare -di tanto in tanto- i propri progetti e i propri desideri sulla realtà. Ascoltare, ogni tanto, le persone. Ridere di sè, quando capita.