venerdì 13 luglio 2007

Vorrei ma non posso



Vorrei ma non posso
La resistibile ascesa dei libri da edicola

di Primo Casalini

Datemi un vorrei ma non posso e solleverò il mondo.
Il vorrei ma non posso è un prodotto che sta in punta di piedi perché vorrebbe essere un prodotto di rango più elevato (o presunto tale) ma non lo è, in genere per ragioni di prezzo.
L'Alfa 33, la seconda classe dei treni di una volta, gli alberghi a tre stelle sono dei tipici vorrei ma non posso, ma questa categoria dello spirito e del portafoglio abbraccia praticamente tutto lo scibile umano. Nei supermercati, ad esempio, mancano le uova piccole. Ci sono solo le uova medie, quelle grandi e quelle grandissime. Qualcuno inventerà le uova piccolissime, per chi aspira al caviale, ma non può.

I libri che escono con la Repubblica ed il Corriere sono un esempio tipico di vorrei ma non posso: parlo delle edizioni, non degli autori. Un libro vorrei ma non posso deve anzitutto costare poco (non troppo poco…), perché, se potessimo, andremmo tutti a comprare i Meridiani o gli Adelphi. Però deve avere la copertina rigida e spessa, per non sembrare un tascabile, non sia mai. Così diventano oggetti molto utili nei litigi familiari, con quello che costano oggi i piatti, anche perché, non avendo più spazio in libreria, li si conserva in grandi contenitori di vimini en plein air, come se fossero panettoni o salami sotto le feste. Hanno anche la sovracopertina, che ho scoperto essere utilissima: se la gatta vuole graffiare, fare cioè quegli esercizi che compie nella bella stagione sui tronchi degli alberi o nelle cassette da frutta, può farlo in casa divertendosi con le sovracopertine, abbastanza spesse pure loro. Quando finalmente ci sarà posto in libreria, farà molto fino avere alcuni libri con la sovracopertina ed altri senza: una libreria non deve essere troppo ordinata, io lo faccio apposta a mettere alcuni libri a testa in giù, e c'è sempre qualcuno che li rimette a posto. Normalmente lo fanno gli amici che leggono poco, gli altri mi strizzano l'occhio, li sanno questi trucchi.

Il momento della verità del vorrei ma non posso sono le orecchie: gliela faccio l'orecchia, alla pagina dove sono arrivato oppure no? Diciamola tutta: il segnalibro è scomodo: vola via, non sai dove tenerlo quando leggi, ti cade per terra, è troppo lungo o troppo corto. L'orecchia è comodissima invece, ma facendola ti senti come uno che scrive sui muri. Anche perché la carta delle pagine dei vorrei ma non posso è molto spessa: una volta che hai fatto la piega, quella rimane in saecula saeculorum, e se appoggi il libro di costa, ti si apre a segmenti: si può vedere l'avanzamento nella lettura del libro come si vedono le giornate di un vecchio affresco.
Questa casistica viene brillantemente superata nella corpulenta serie “La Biblioteca di Repubblica” da poco nelle edicole: i volumi sono dotati di segnalibro-coda: un serpentello di stoffa con effetto-fiocco finale. Gli orecchianti sono così sconfitti, ma anche qui si annida il vorrei ma non posso: i Meridiani dedicati a Proust, di cui sono felice possessore, hanno ben due serpentelli, uno per il testo ed uno per le note, che occupano la seconda parte di ogni volume. Nel va e vieni testo-note, ogni tanto i serpentelli fanno baruffa.

Il concetto di vorrei ma non posso è comunque relativo, e certamente gli acquirenti dei Meridiani e degli Adelphi hanno i loro desideri, le loro invidie: ce n'è di strada per arrivare alla Bibbia di Borso d'Este ed oltre. Anni fa, per ragioni di lavoro informatico, ogni tanto andavo in Maserati, nei tempi in cui era entrata la Citroen. Il direttore amministrativo, un francese assai gentile, mi condusse in un break a fare un giro fra le Maserati fresche di produzione. Gli chiesi, da inesperto: “Ma il vostro prodotto meno costoso quale è?” “Quell'auto là” e me la indicò, con lieve sprezzo. Ed aggiunse, serissimo: “Ma attento, scadiamo quasi a livello Jaguar”. Era il loro vorrei ma non posso.

La colpa, al solito, è di Walter Veltroni, il più amato capro espiatorio della sinistra italiana.
Prima che diventasse direttore dell'Unità, un'edicola era software, adesso è hardware.
Cominciò con le figurine, e vabbè: i nonni, con la scusa di far contenti i nipoti, contentavano sé stessi. Ma le figurine furono solo un buco nella siepe, rispetto a quel che successe poi. Libri su libri: gli scrittori tradotti da scrittori, le favole di tutti i paesi del mondo (manca solo la Nuova Guinea, chissà perché). Libri timidi, leggeri e con la copertina flessibile, li si poteva usare come cerbottana. Ottenne pure l'imprimatur del Vaticano, pubblicando i Vangeli. Foto su foto con cardinaloni e monsignori, forse gli sorse allora l'idea di fare il sindaco di Roma. E le videocassette? Travolsero tutti, noi per primi, ingenui acquirenti, ma anche gli edicolanti, qualcuno dice che infine travolsero pure l'Unità, ma è solo una linguaccia.
Poi si mossero i panzer: il Corriere e la Repubblica. Prima la sgambatura settimanale dei quattro etti di Supplemento Donna, ma la moglie ti sorrideva grata, quando entravi in casa e le dicevi: “Questo è per te”. Il Supplemento Donna ha un pregio: dopo averlo sfogliato, e ci vuole il suo tempo, si butta. Un libro no, un libro è per sempre, come i diamanti.

Fare l'edicolante era un mestiere un po' così: alzarsi presto, freddo ai piedi d'inverno, caldo alla testa di luglio. A parte questo, un mestiere da pesi leggeri ed a pronta cassa. Il pomeriggio poi è una sinecura. Chi non li ha invidiati, nelle stagioni miti?
Adesso, l'edicola in certi giorni ha l'aria di un bunker e l'edicolante di un buttafuori: provare per credere a sollevare uno scatolone di enciclopedie. Non solo, hanno il problema degli incassi, a fine mese. Per un cliente bulimico, e ce ne sono, specie fra chi non legge mai , è come pagare un mutuo, qualcuno sta pensando ai bond, speriamo che non gli diano retta. Il tutto viene gestito con software ad hoc: un tazebao enorme tirato fuori da sotto il bancone se ci sono contestazioni fra i clienti. I pacieri più autorevoli sono quelli che i libri non li prendono: equanimi e superpartes.
Si fa come con i pesci, che prima si pastura: il primo libro è gratis. Che bello, me lo prendo ed i successivi non li compro. Mica vero, ti fidelizzano in tutti i modi, patisci, a lasciarli lì, è come con le figurine (ancora Veltroni!). Avere solo il primo volume di una enciclopedia è come un matrimonio senza viaggio di nozze. Ce l'avete per casa, 'sto libro spaiato, questo orfanello… adottate l'orfanotrofio, alla fine! Ci si crea anche la excusatio non petita, tipo: “E' istruttivo confrontare come trattano la singola voce due enciclopedie diverse, meglio se tre”.
Occorrerebbe la forza d'animo di rifiutare il libro gratis (è un infiltrato!), ma come si fa, in Brianza, dove le nonne vanno al concerto jazz, se è gratis?

Così la cultura ha sfondato, proprio come un giocatore di rugby. Anni fa, a casa di un collega, vidi la reazione della moglie quando il marito portò in casa un libro, un capo d'opera: ”Io speriamo che me la cavo”. Non l'aveva mai fatto. La moglie disse, preoccupata: “Hai dei problemi sul lavoro?” Magari oggi in quella casa sono entrati Don De Lillo ed Osvaldo Soriano. Come faranno, a farli uscire…
La selettività è tutto, in queste cose. Solo che è un po' fragile. “Non comprerò mai i libri abbinati al Giornale!”, dici a te stesso, girotondista coerente. Solo che ti esce la Garzantina della Storia dell'Arte. Che fai? “Mi dia la Garzantina, ma il Giornale no!” Hai la sensazione di prenderti in giro da solo.
L'Unità come precursore, il grosso delle truppe con il Corriere e la Repubblica, adesso lo stanno facendo anche gli altri; ognuno ha il suo filone, o presunto tale: la gastronomia del Giorno, il libretto d'arte snobbissimo del Sole 24 Ore (è un potrei ma non voglio), l'Anna Karenina in due volumi della Stampa e Montanelli a tutta mandata: quanto ha scritto, quell'uomo!
Alcuni, che non hanno ancora capito che la gente chiede carta, carta, carta, insistono con CD-Rom e Compact che rimangono ad ammuffire nelle scansie più fuori mano dell'edicola. Si capisce subito quali sono le opere che vanno alla grande: l'edicolante se ne crea un igloo attorno, che smaltisce entro mezzogiorno. Se ne va a casa, si mette a tavola e dice alla famiglia, con un sospiro lieto: “Tre tonnellate, stamattina!”

Ma soprattutto, questi vorrei ma non posso sono democratici: gli appartamenti adesso si somigliano tutti, perché nessuno sa più dove metterli, 'sti libri: li si trova dovunque: sotto i ficus, nei presepi (anche sotto l'albero), fra le scarpe, le bottiglie di acqua minerale, nei terrazzi, protetti in grandi borse termiche in attesa della primavera. Qualcuno sta facendosi la scansia nel bagno, con le due correnti di pensiero: bagno signorile o bagno di servizio? E si è scoperto che sotto i letti c'è tanto spazio inutilizzato: uno prima di dormire si sporge, allunga la mano sotto il letto e gli capita Cesare Pavese o John Fante. Alla terza riga, dorme già il sonno del giusto sognando i libri che non leggerà mai.

15 gennaio 2004 (rivisto per l'occasione) Disegni di Sempé.


1 commento:

habanera ha detto...

Mi piacciono molto questi disegni di Sempé.
Se non fossero già nel mio -nostro - blog sarei quasi tentata di rubarli...

Ciao, genialissimo.
h.