lunedì 5 aprile 2010

Una giornata di Primavera

Habanera

Dedicata a Solimano

C'è il sole oggi, dopo tanta pioggia, ed un cielo azzurrissimo mi ferisce gli occhi. Spazzate via le nuvole, da questo vento caldo e carezzevole, tutto sembra tornare a nuova vita.
Mi sono fermata a lungo in terrazza ad osservare i mutamenti delle piante, le tenere foglioline di una tonalità di verde più chiaro, i primi accenni di boccioli, l'esplodere solare della forsizia...
ed ho pensato a te.
Sicuramente avresti dedicato una parte di questa splendida giornata ad un passeggiata nel parco di Monza, in compagnia di quegli amici con cui solevi passeggiare, in ogni stagione dell'anno, per il piacere di camminare a contatto con la natura, chiacchierare, discutere di come si potrebbe dare un'aggiustata a questo nostro mondaccio.

Volevo allontanarmi dalla vita virtuale, illudendomi così di sentire meno la tua assenza, ma più passa il tempo e più capisco che invece è proprio qui che ti ritrovo: nei tuoi scritti, nei tuoi commenti, nell'affetto e nell'ammirazione di quanti ti hanno conosciuto in rete e che, come me, non ti dimenticheranno.
Credevo di aver bisogno di silenzio ed invece ho bisogno di voci.
Della tua, ma anche delle persone che ho imparato a conoscere in questi anni di vita blogghiera e che sono diventate una parte così vera (e importante) della mia vita.

Molto tempo prima del 16 marzo avevo programmato di trascorrere un breve periodo a Londra, nei giorni immediatamente successivi alla Pasqua, ed ora il momento di partire si avvicina.
Sarò lontana dal pc per qualche giorno ma non sarò lontana da te, nè da tutti voi che mi leggete.
Al ritorno vi racconterò, ci ritroveremo, continueremo a stare insieme qui e altrove...

A presto

lunedì 29 marzo 2010

Mandala ed Outlook

Solimano


Oggi ho dato una parziale organizzazione a tutte le e-mail del mio Outlook. Molto parziale, perché sono circa 5000 le e-mail presenti, e ci vorrà qualche ora per vedere terra, anche se otto su dieci finiranno nella posta eliminata, e questo semplifica il lavoro.
Si tratta infatti delle e-mail utilitarie: una volta che hanno adempiuto il compito, è inutile conservarle.
Ma ci sono le e-mail che sono al tempo stesso di contenuto e di relazione, e queste invece intendo conservarle, organizzandole in cartelle personali.
Provo una sensazione strana: in rete è molto agevole stabilire dei rapporti, ed al tempo stesso è facile che questi rapporti finiscano.
Senza che nessuno abbia deciso che quel rapporto finisca, no, solo perché le priorità cambiano continuamente e la rete distrae più della vita reale.
Ma c'è un'altra sensazione, meno gradevole: lo spreco.
Per la mancanza di un atteggiamento attentamente selettivo, si presume di parlare a tanti, finendo non solo a parlare a pochi, ma a fermarsi troppo in superficie anche con le persone con cui c'è uno scambio di e-mail frequente.
Credo che sia importante autolimitarsi, non pretendere di arrivare dovunque, magari per compensare le frustrazioni della vita reale.

Ma non sempre è così: ci sono anche situazioni, per fortuna, in cui ci si dedica a vicenda del tempo e dell'attenzione. Allora, si stabilisce una sinergia fra vita reale e vita virtuale, soprattutto se si raccontano le proprie esperienze.
I concetti, le idee, hanno tanti libri a disposizione per mostrarsi, le esperienze no: la freschezza del vissuto irrompe allora in mezzo alle tante e-mail di comodo, e si può metterla in relazione con la propria quotidianità che ha bisogno anche di essere smentita, messa in crisi da chi non ne fa parte nella vita reale. Perché tutti tendiamo a strutturarci senza sorprese, mentre di essere sorpresi abbiamo necessità. L'adattamento ad una situazione inaspettata ci consente di essere in parte nuovi a noi stessi.

Questa situazione di impermanenza mi ricorda i mandala di sabbia, composti da migliaia e migliaia di granelli di vari colori in forme di simmetria complicata e perfetta, ma senza ricamarci sopra col bigottume da cui persino certi buddisti vengono attratti.
Due modalità in particolare sono notevoli.
La prima, quando il mandala appena finito, nel momento in cui è perfetto, viene distrutto in pochi minuti, ed i granelli, a quel punto mischiati fra loro, vengono distribuiti ai presenti.
La seconda, quella dei mandala pian piano costruiti in riva al mare.
C'è quel certo giorno in cui ad una ora precisa il mandala è finito, e dopo pochi minuti arriva l'alta marea, che fa scomparire il mandala con la sua prima piccola onda. E che si fa, dopo?
Sorridendo, si fa un altro mandala.

(2 ottobre 2003)


P.S. E' un vecchio post di Solimano pubblicato anni fa su Stile libero.
A me piace questo modo di essere, paziente e volitivo: non arrendersi mai.
Saper ricominciare, sorridendo, a costruire cose nuove con lo stesso entusiasmo e la stessa gioia di vivere.

(Habanera)

giovedì 18 marzo 2010

Solimano

Primo Casalini - Solimano (3 aprile 1939 - 16 marzo 2010)
Il cavaliere sorridente di Frans Hals


Lo faccio adesso, poche ore dopo aver saputo che non ci sei più.

Lo faccio adesso perchè quando si squarcerà il velo di testarda incredulità con cui sto cercando di proteggermi non potrei più farlo, non riuscirei a salutarti, a digitare neppure una parola.

Non potrò più fare niente in questo blog sapendo che non ci sarai tu a leggere. In questo Nonblog di Habanera che ha il mio nome ma soprattutto la tua anima.

Non è una scusa da pelandrona, come scherzosamente mi accusavi di essere, è che proprio non ce la faccio... mi capisci vero?

Ciao, Primo!

Antonella

P.S. Vedi come sto attenta ai tuoi consigli, anche adesso?
Ho sostituito l'immagine con una uguale, ma di qualità migliore, ed ho aggiunto la didascalia. Va bene così, brontolone?
Avevo detto che non avrei più scritto una parola su questo blog ma si vede che ho voglia di continuare a chiacchierare con te.

mercoledì 10 marzo 2010

Sorelle

Sandra Mastore

Emile Vernon: Tre Sorelle (1912)

Milano svela marciapiedi larghissimi a fine agosto, gli stessi dei viali dai nomi geografici solitamente foderati di auto.
Romagna, Marche, Umbria, Abruzzi… un gioco da bambine, quando si veniva a Milano, trovare capoluogo e province della regione che dava il nome al viale.
Ci si può camminare in tre accordando il passo, senza bisogno di cederlo, di interrompere il discorso. Baristi sfaccendati sulla porta.
Strano avanzare, sotto un sole che non accetta di non esser più leone, guardando le foglie già secche ai piedi degli alberi, fenomeno di questa perfida estate 2009.
Milano regala anche parcheggi facili e liberi per ferie, interni freschi, ventilati solo dalle finestre aperte. Ancora sferraglia e stride poco Milano.
E’ sommessa, anche a quest’ora. Sta con le mani in mano, pensa una delle sorelle sedute nella stanza.
La via Gluck non è lontana.

Le due sul divano rigido ascoltano l’altra sulla poltroncina di fronte. Profili tesi e labbra da mordere.
Si versano acqua da una brocca di cristallo rosato sul tavolino in mezzo. Se la offrono a turno, contendendosi il riempire quei bicchieri eleganti e delicati.
Tre signorine Felicite in pantaloni e sandali.
Un’occasione le ha riunite, sole, in tre come una volta. Tanto cambiate da una volta, dopo ere glaciali e mai definitivi disgeli.
- Non dello stesso padre!- osservò qualcuno, anni prima, sbalordito da tanta diversità.
Diversissime, infatti.
Quante belle figlie madama Dorè: dal biondo cenere, al castano chiaro, al nero. Il mondo si era gloriato di poter essere visto in azzurro, blu, nocciola e profumato da pelle scura o dorata o chiarissima. Le belle figlie non gli avevano badato, rinfacciandogli il nido sdrucciolevole che era toccato loro: sconosciuti calore e armonia, negato il riconoscimento.
Angustiata e senza armi Madama Dorè.
Ognuna aveva cercato il suo modo di spiccare il volo, rughe e lacrime avevano disegnato poi solchi diversi. Su misura e di alta sartoria.
Ora erano insieme nella stanza.
- C’è troppa corrente?
- No. Prendi ancora un po’ d’acqua.
Un assortimento che non capitava da parecchio di rivedere al completo. Più facile a due a due, con accoppiata a sorpresa.
Diversissime davvero, al primo sguardo.
Di cosa parlano, mentre bevono acqua e ravviano capelli biondo cenere, scostano ricci ramati, sistemano fermagli tra ciocche brune? L’argomento porta a toccare i capelli, nessuna di loro ha bisogno di tintura e i gesti per domarli sono ancora adolescenti, le dita si muovono in modo simile, spontaneo, con riguardo e lentezza.
Il gesticolare delle altre ricorda a ciascuna che è si è formato sotto lo stesso tetto.
Così come è comune il modo di impugnare la penna, da dove ancora oggi esce un tratto rotondo, generoso, che non bada a spazio e lascia il segno sulla pagina sotto. Una concessione di barocco a pochissime maiuscole, forse le preferite, per poi irrigidire geometricamente le altre. I genitori stessi faticavano a distinguere le scritture.
A guardar meglio anche i capelli, colore e acconciatura a parte, sono dello stesso tipo. Folti, grossi. Appariscenti, volendo.
Sono figlie dello stesso padre, invece. Eccome.

Edward Atkinson Hornel: Catturando farfalle

Una guarda oltre i fili del tram, verso la Stazione Centrale che da bambine significava l’inizio delle vacanze, con le sue altissime volte e l’emozione del primo movimento del treno.
Si guardavano, in quell’attimo di fremito e la complicità di quel nocciola-azzurro-blu faceva battere i loro cuori dietro il finestrino. A due passi dalla via Gluck e dal tempo delle sedie di plastica intrecciata dei bar dove i padri regalavano, con le loro incontenibili risate di giovanotti, gioiosi sussulti alle bambine quasi addormentate che tenevano in braccio.
Il padre giovanotto che le accompagnava, portando le loro valige come fossero piume a quadri scozzesi, ora rimpiccioliva: ancora il braccio muscoloso mosso nel saluto, ma ormai lontano lo sguardo imperioso.

Parlano proprio di lui oggi, in questa stanza, bevendo acqua mentre l’azzurro-blu-nocciola si ridesta.
Non si assenterà come per venire qui a Milano ogni giovedì, quand’era gigante e la sua assenza a tavola significava risate e allegria e desiderio che il prossimo giovedì arrivasse presto.
Non lo perderanno. Non si spegnerà. Non le lascerà. Tantomeno mancherà.
Morirà. E forse di lui nessuno l’avrebbe mai pensato.
Morirà come tutti, per sempre. A breve.
La malattia sarà più forte di lui che a loro pareva invincibile.
La sta combattendo da poco, è entrata subdolamente, togliendosi i tacchi a spillo per non farsi sentire, come facevano loro quando rincasavano tardi. Al buio, silenziose, rapide. Vigliacche.
Forse non c’era ancora al primo allungarsi delle giornate, quest’anno. Lo si vedeva sfrecciare sulla bicicletta come a voler impolverare invisibili inseguitori, lampo velocissimo in giacca a vento che seminava il tempo e le auto ai semafori. Dimostrazione che un uomo solo può avere la meglio e concepire sogni di granito mentre pedala tenacemente.
Avrebbe per sempre fatto così. E se qualcuno rimaneva schiacciato o diventava invidioso, pazienza.
La bici, un grande amore.
La preferisce “di gran lunga” alla sua auto tedesca.
Tedeschi erano i detenuti che doveva sorvegliare durante il servizio militare nel carcere di Gaeta; criminali nazisti, in realtà, che la cella umida con l’inferriata sul mare nobilitava a prigionieri di guerra.

La Fortezza di Gaeta

Lunghi mesi a osservare dita delicate muovere le pedine nelle interminabili partite a dama. La tattica, il rispetto dell’avversario. Che si ritrovava ad esser lui, la guardia carceraria, il ragazzo che non aveva mai visto mondo se non al cinema di fronte a casa, dove fin da bambino - permesso o meno – entrava ad ogni costo, anche di straforo fra i cappotti pieni di pioggia degli adulti. Al cinema sarebbe rimasto fedele sempre. Pure adesso, ai titoli di coda. Innamorato della regia di quel suo coetaneo già ispettore, evaso, anticamente cavaliere pallido.
Pur con la pellicola che s’inceppava, quel cinema scalcinato, da niente, faceva diventare piccole le punizioni terribili di casa.
Cinghiate. Digiuno. Sottoscala.
Cominciò a notare la benevolenza del prigioniero di guerra, ad apprezzarne la conversazione filosofica. Sbarre e isolamento fecero il resto. Aveva vent’anni e le Fosse Ardeatine potevano essere state davvero un ordine indiscutibile dei superiori. I mostri veri parlavano in un altro modo: cinghiate, sottoscala buio, digiuno, interruzione degli studi, dodici ore nei campi come se non fosse il figlio del padrone.
E lui per professione avrebbe voluto volare. Assolutamente no? Solo terra rossa per lui? Se non in cielo, nella cabina di pilotaggio, nemmeno con i piedi in quella terra. Addio, avrebbero sentito parlare di lui.
Mai lagnarsi del proprio passato, parlare di cose vecchie. Mai allentare la disciplina del lavoro, guardare avanti, non porre limiti. Specie se il passato non passa mai.

Dove metteranno la bicicletta, chi di loro toccherà il manubrio, i freni, la sella?
Escono ora, liberando la stanza dai ricordi taciuti e dall’imbrunire.
I gesti, il passo, le pause: si vede a un miglio che sono sorelle, mentre sfilano per raggiungere una pizzeria da marciapiede, estranea. Ciò che ora tutte e tre sanno fonde il nocciola con l’azzurro e il blu, in un colore indefinibile, uguale.
Anche il cameriere vedrà che sono sorelle.
In un soffio questo millennio raggiungerà la prima decina - il pensiero di una, il pensiero di tutte - chissà se avranno finito il loro angoscioso conto alla rovescia. Sperano di no. Di essere al completo per mangiare il panettone, come dicono a Milano. Temono di no.
Una delle cartacce sul marciapiede svolazza con l’impronta di una scarpa da tennis, come un timbro. E’ quasi buio, neanche una bici.
Milano mostra la sciatteria di chi si annoia in casa tutto il giorno.
Lontanissima da lì la via Gluck.

Agosto a Milano


martedì 16 febbraio 2010

La mia bella Padova

Habanera

Padova e i miei giovanissimi anni

Alcune curiosità su una città che non finirà mai di sedurmi.

Sono arrivata a Padova per la prima volta nel Gennaio del 1968.
Non ricordo esattamente il giorno ma non dimenticherò mai la nebbia fittissima lungo il tragitto ed il freddo glaciale. Si era a meno 15 gradi e fu un autentico shock per me che venivo dal sole e dal dolce clima di Napoli.
Eppure, appena arrivati, è stato subito amore perchè Padova, città elegante e dal fascino discreto, sa essere molto calda e accogliente, come è la sua gente.

Ho vissuto anni indimenticabili in quella città; ne ho accennato nei commenti a questo post di Giuliano in cui si parla della famosissima Cappella degli Scrovegni affrescata da Giotto.
Ma Padova per me è molto altro. Ha il fascino sottile dei ricordi, rinnovati e arricchiti, nel tempo, da sempre nuove scoperte.
Ci sono tornata di recente, nei giorni precedenti il Natale, e ancora una volta mi sono lasciata conquistare dal suo calore, la sua allegria, lo splendore dei suoi palazzi e delle sue tradizioni.

Il Caffè Pedrocchi, uno dei simboli della città di Padova

Quella che vedete qui sopra è una suggestiva immagine notturna del mitico Caffè voluto da Antonio Pedrocchi e progettato dall'architetto veneziano Giuseppe Jappelli.
Fu inaugurato il 9 giugno del 1831, con uno sfarzo incredibile per quei tempi, e nel 1836 fu affiancato dal Pedrocchino, un'elegante costruzione neogotica riservata alla offelleria che accolse subito una clientela esigente e sofisticata.
A distanza di 179 anni il Caffè Pedrocchi è considerato ancora, da molti, il più bel Caffè del mondo.
Oltre a Stendhal, a cui è dedicato un inimitabile zabaione, è stato frequentato da molti ospiti illustri come Gabriele D’Annunzio, Marinetti, George Sand, Eleonora Duse, Téophile Gautier, per citarne solo alcuni.

La sala rossa con il bancone disegnato da Giuseppe Jappelli

Fin dai primi anni divenne noto come "il caffè senza porte" sia perché fino al 1916 era aperto giorno e notte, sia perchè il porticato, all'epoca privo di vetrate, era come un passaggio pedonale integrato nella città.
Il proprietario, Antonio Pedrocchi, ebbe un modo assai singolare di trattare la clientela: chiunque infatti poteva sedere ai tavoli, anche senza ordinare, e trattenersi a leggere i libri e i giornali messi a disposizione dal locale. Alle donne erano offerti in dono fiori e, in caso di pioggia improvvisa, ai clienti veniva prestato un ombrello.

« C'est à Padoue que j'ai commencé à voir la vie à la vénitienne, les femmes dans les cafés. L'excellent restaurateur Pedrocchi, le meilleur d'Italie. »

« È a Padova che ho cominciato a vedere la vita alla maniera veneziana, con le donne sedute nei caffè. L'eccellente ristoratore Pedrocchi, il migliore d'Italia. »
(Stendhal)

Il Caffè Pedrocchi in un'incisione di Marco Moro, metà del XIX secolo

L'importanza storica del locale è dovuta anche ad un episodio particolare.
Nel 1848 gli studenti di Padova si ribellarono ai soldati austro-ungarici e questi, l'8 febbraio, risposero con il fuoco ferendo uno studente all'interno del Caffè. Su una parete della Sala Bianca si può vedere ancora il foro di un proiettile sparato dai soldati.
C'e' una superstizione fra gli studenti di Padova, dovuta probabilmente agli avvenimenti del 1848: "chiunque entri nel Pedrocchi, non prenderà mai la Laurea."
Non so però quanti di loro resistano alla tentazione perchè Palazzo del Bo, sede dell'Università, è proprio lì, di fronte al Caffè Pedrocchi.
E' difficile non lasciarsi sedurre dal profumo inebriante di caffè e di raffinata pasticceria, rinunciare alle mille golosità che vengono offerte insieme all'aperitivo...

Palazzo del Bo in una bella stampa del settecento

L'Università di Padova viene popolarmente chiamata il Bo' perchè fu realizzata inglobando un antico albergo che aveva appunto il bue come insegna.
L'antica locanda fu in un primo momento soltanto riadattata alla nuova funzione, ma nel 1552 fu demolita e furono avviati i lavori di costruzione del nuovo edificio, progettato da Andrea Moroni.
Attorno a un elegante chiostro di pianta quadrata, denominato oggi "cortile antico", si sviluppa una doppia loggia a due ordini di colonne sulla quale si affacciano le aule.

Il cortile antico ed i vecchi stemmi


Le pareti del loggiato sono attualmente decorate da quasi tremila stemmi dipinti o scolpiti: dal 1592 al 1688 era rimasta in vigore la consuetudine che ciascun docente o studente, alla fine del suo mandato, lasciasse il proprio emblema in ricordo all'Università. L'usanza fu poi vietata per l'eccessivo numero e le dimensioni che gli stemmi stavano assumendo.
Questo prestigioso ateneo, la cui fondazione risale al 1222, ospitò personaggi illustri come Galileo, Copernico, Ippolito Nievo e quel Giovanbattista Morgagni che fu il fondatore dell'Anatomia Patologica e che era conosciuto in Europa come "Sua Maestà anatomica".

Universa Universis Patavina Libertas
La libertà di Padova è totale per tutti

È il motto dell'Università degli studi di Padova e si riferisce alla libertà d'insegnamento che oggi riteniamo un valore acquisito, sia come principio di democrazia liberale, sia come diritto costituzionalmente garantito.
Ma non è sempre stato così e la patavina libertas era dovuta soprattutto alla politica della Repubblica Serenissima di cui Padova fece parte dal 1405 al 1797.


Lo splendido Palazzo della Ragione, che divide Piazza delle Erbe da Piazza della Frutta, è conosciuto anche come Il Salone per l'immensa sala che, tra il 1306 e il 1308, fra Giovanni degli Eremitani ricavò dai tre grandi ambienti in cui era suddiviso in origine il piano superiore.
L’architetto progettò anche una nuova copertura in modo da costituire, con l’aiuto della decorazione pittorica, un vero e proprio cielo, con le stelle e i pianeti.
Il progetto fu realizzato tra il 1315 e il 1317 da Giotto e dai suoi collaboratori; in seguito vi avrebbe lavorato anche Giusto de’ Menabuoi.
Purtroppo, il 2 febbraio 1420, un incendio devastò il Palazzo della Ragione, distruggendo completamente la volta ed il famoso cielo punteggiato da oltre settemila stelle.


Tra le curiosità che si possono ammirare oggi nel Salone c'è il grande cavallo ligneo, realizzato nel 1466 e in origine attribuito erroneamente a Donatello, che fu donato alla città dalla famiglia Capodilista nel 1837, e la pietra del vituperio posta nel 1231, si dice, su richiesta di S. Antonio e utilizzata quale berlina per i debitori insolventi.
Secondo gli statuti del 1261, il debitore insolvente in camicia e mutande (di qui l’espressione in braghe di tela per indicare chi aveva perduto i propri beni) vi si doveva sedere tre volte, pronunciando la frase cedo bonis. Espulso dalla città, se si ripresentava e vi era colto, veniva sottoposto nuovamente a questa procedura, con l’aggiunta del rovesciamento di tre secchi d’acqua sul capo.


Chiudo con il sonetto che Gabriele D'Annunzio ha dedicato alla città di Padova. E' inciso su una tavola di marmo sotto il portico della Loggia Amulea nella bella piazza di Prato della Valle.

Non alla solitudine scrovegna,
o Padova, in quel bianco april felice
venni cercando l'arte beatrice
di Giotto che gli spiriti disegna;

né la maschia virtù d'Andrea Mantegna,
che la Lupa di bronzo ebbe a nutrice,
mi scosse; né la forza imperatrice
del Condottier che il santo luogo regna.

Ma nel tuo prato molle, ombrato d'olmi
e di marmi, che cinge la riviera
e le rondini rigano di strida,

tutti i pensieri miei furono colmi
d'amore e i sensi miei di primavera,
come in un lembo del giardin d'Armida


Gabriele D'Annunzio, Le Città del silenzio


La Loggia Amulea con le statue di Dante e di Giotto (opera del Vela)